ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

26/12/12 - INCONTRI RAVVICINATI: LUIS DEL SOL

COLPI DI...DEL SOL

Nato con la camicia – o camiseta per dirla alla spagnola o con la camiciona, la casacca bianco e nera degli anni Sessanta -, perché esce da una favola – quella del Real Madrid – per entrare in un'altra – quella della Juventus di Omar Sivori, del paraguagio Heriberto Herrera, il “padre del movimiento”, di “Tino” Castano, di Gino Stacchini, del dottor Umberto Agnelli. Centrocampista più di difesa che di attacco, anche se la sua più grande gioia era mettersi al servizio dei compagni e fare da stella Cometa per l'ingresso di un altro maratoneta del campo, Beppe Furino, Luis Del Sol (nato ad Arcus de Qualon il 6 aprile 1935, nella rovente Spagna), si porta alla zebra la dote dell'appellativo appioppatogli da “Saeta Rubia” Alfredo Di Stefano, quello di “postino del gioco”.

Il fondista Del Sol ringrazia don Santiago Bernabeu (“la sua fortuna è stata quella di contornarsi di validi ed umili collaboratori”), lo venera ancora adesso a distanza di oltre mezzo secolo, ma, si coccola, adora, stravede, trabocca di riconoscenza per la famiglia Agnelli, l'avvocato Gianni, ma più ancora il dottor Agnelli (“non potevo incontrare nella mia vita dei gentleman migliori di loro!”).

E, l'Italia? La adora, gli manca al punto che – parole sue! - non passano dieci giorni che lui chiama al telefono i suoi vecchi compagni della Juve e della Roma. Un vulcano ancora adesso, magmatico di complimenti e di nostalgia versoi quella che è stata la vera palestra – il calcio – della sua vita (“Sono un uomo che il calcio ha reso felice!”). Con la Juve conquista lo scudetto dell'edizione 1966-67 e una Coppa Italia (edizione 1965), sfiorando in tutto le 300 presenze e sfiorando (si è fermato a 29!) le 30 reti. E, questo in 8 intense stagioni vissute all'ombra della Mole Antonelliana.

Ma, aveva già, forse, vinto tutto, dopo il tirocinio nel Betis di Siviglia, con le “Merengues” del Real Madrid: due scudetti ed altrettante Coppe di Spagna, una Coppa dei Campioni ed una Intercontinentale.
Lo opziona il Torino, ma i 350 milioni di lire li caccia fuori la Vecchia Signora. Sì, è vero, non ha vinto molto nella Juve, ma, dall'intervista si capisce quanto gli ha dato in cuore, stile e valori l'avventura in bianco e nero. Un amore-ossessione, ci è parso di capire nell'oltre mezz'ora di intervista sostenuta, puntellata di “perle”, di chicche, di magie che non torneranno più. Nemmeno nel calcio stramilionario, strapagato di adesso, vissuto meno autenticamente dai suoi attori sempre meno protagonisti, eroi della televisione, certo, ma certamente meno eroi deamicisiani, più lontani in tutto dai loro beniamini. Due i Mondiali, Cile 1962 e Inghilterra 1966, 16 le casacche con le “furie rosse” e 4 i gol. Che “non erano il mio fine ultimo – racconta – ma, il mettere i compagni in grado di buttarla dentro”.

Del Sol, qual è stato il ricordo più bello che conserva nella sua carriera di calciatore?

“Per me, sono stati i dieci anni in cui sono stato in Italia: non li dimenticherò mai, sempre mi sono trovato, sono stato sempre molto felice”.

E' stato più felice nella Juventus o nella Roma?

“In tutte e due, soltanto che alla Juve sono stato più anni e con i miei compagni bianco-neri eravamo amici in campo e fuori del campo e tutt'oggi ci teniamo in contatto ogni dieci giorni circa”.

Il più forte giocatore in Europa e nel mondo?
“Per me, è stato Di Stefano”.

Perché?
“Sì, perché viveva le partite dieci giorni prima; è un uomo che viveva la partita sempre in tutti i momenti, e mi è dispiaciuto che qualche giorno fa ha perduto una figlia”.

Più forte “saeta rubia” o Francisco Gento, il capitano del mitico Real Madrid e il vincitore di ben 6 Coppe dei Campioni?

“Sono due giocatori diversi: Gento come ala sinistra penso che ai suoi tempi era un grossissimo giocatore, era la più forte ala sinistra del mondo. Però, Di Stefano non temeva paragoni: era un uomo che lo trovavi sul calcio (all'altezza del calcio) di rigore e te lo trovavi in difesa. Era un uomo che stava per tutto il campo”.

Di Stefano ha chiamato Luis Del Sol il “postino del gioco”...

“No, no, no (sorride), magari fossi stato uguale a lui, ma, oggi uno fa quello che può. Dobbiamo essere professionali e ad ogni partita dobbiamo rispondere – come una volta e come sempre – ha coloro che hanno riposto la fiducia in noi”.

Il più forte giocatore italiano che ha incontrato da avversario o da compagno di squadra?

“Rivera, Sivori, Luis Suarez sono stati dei forti giocatori ed a quei tempi circolavano parecchi giocatori che erano forti, erano giocatori completi”.

Nella Juve, che ricorda del suo presidente il dottor Umberto Agnelli, e dell'Avvocato Gianni?

“Guardi, sono stati dei presidenti che, purtroppo, per legge di vita, non torneranno più, ma erano uomini che depositavano la fiducia e gente onesta. Erano, ogni tanto, quando meno te l'aspettavi, te li trovavi davanti e ti facevano una visita in ritiro durante la concentrazione”.

Ha un ricordo del dottor Umberto sui Luis Del Sol?

“Forse, che ne so, che ero un giocatore che cercava di dare tutto il meglio che aveva, ed, allora, per me, quelli della Juve in quei 8 anni si sono comportati con me in maniera fenomenale”.

Quand'è che ha pianto di gioia alla Juve? Quando ha vinto lo scudetto, strappato all'Inter, nel 1967?

“No, no, non in quell'occasione, ma, le spiego: io, giocando in una squadra che era un po' abituata a vincere, allora, non ha sorpreso né me né qualche compagno mio. Ero un giocatore, cui non era facile piangere”.

Ci vuole dire che era un duro?

“No, non quello, è che quelle vittorie alla Juventus erano cose da mettere in previsione, eventi facilmente pronosticabili. Io ho sempre avuto fiducia nella forza dei miei compagni”.

La sua, Luis, era la Juve di Heriberto Herrera e del famoso “movimiento”...

“I movimenti a quei tempi erano diventati di moda, ma, adesso, se non li hai, tante squadre hanno imparato quello che diceva lui, altrimenti, il giocatore rimane statico o deve buttarla all'avversario che intercetta la palla. Invece, se c'è il “movimiento”, facilita molto di più collaborare con i compagni”.

Il gol più bello di Luis Del Sol?
“Mah, non saprei. Eh, che so, in Italia?”

Sì, oppure in Spagna, con il suo Real Madrid.

“Non saprei, non saprei. Io sono stato un giocatore che non ha dato molta importanza a fare il gol, ma, a fare il passaggio al compagno; ed era più importante, o no, rivestire all'interno di una squadra questo compito”.

Era amico con l'asso Omar Sivori?

“Moltissimo amici, sì molto amici”.

E amico di John Charles?

“No, perché non abbiamo potuto conoscerci in campo ma soltanto fuori, in quanto quando sono arrivato io alla Juve, lui aveva già lasciato la Juventus”.

E in attacco della sua Juve chi c'era oltre a Omar Sivori?

“Gino Stacchini, Dellomodarme, Menichelli all'ala sinistra: noi della Juve, in quel periodo lì, eravamo sempre alla ricerca di un centravanti, ma non era facile trovarlo”.

Ha fatto o sbagliato un penalty?

“No, e poi non ero un giocatore specialista di quella conclusione”.

Crede in Dio?
“Sì, sì, sì, sì”.

E, dopo la vita, cosa ci sarà?
“Ah, non lo so, a quello non ci ho mai pensato”.

Le piacerebbe, di là, rincontrare Salvadore, Da Costa?

“Mah, dico solo che Dio li abbia in gloria e in questa vita non ci voglio pensare più di tanto. Di là non mi sono trovato ancora con nessuno!”

Cos'è che la fa commuovere?

“Mi commuove la tristezza delle famiglie che non ce la fanno ad andare avanti, la situazione per un Paese dove i bambini non hanno da mangiare: quello è preoccupante, moltissimo!”

La prima cosa che le viene in mente quando pensa all'Italia?

“Guardi, io veramente venivo dal Real Madrid in una città molto bella, molto grande come Torino. Abitavo vicino alla stadio, però, in otto anni in cui sono stato alla Juventus non lo dimenticherò mai mai mai. Adesso, circa a metà ottobre, sono stato invitato dalla Roma per un evento e sono rimasto a Roma due giorni. Poi, per conto mio, sono andato a Torino e sono stato per sei giorni. A trovare i miei compagni del calcio e fuori del calcio”.

Cosa ricorda di più quando pensa al suo Real Madrid?

“Era una squadra che non dava una partita persa, mai, mai. Mai si pensava di andare in campo per perdere: eravamo un gruppo di amici e compagni e andavamo in campo con una mentalità, con una lotta, con una grinta davvero impressionanti”.

Eravate un invincibile armata?

“Non tanto questo, come dice lei, soltanto che la mentalità della squadra e tutto l'insieme eravamo convinti che potevamo farcela: poi, potevamo uscire bene o potevamo uscire male dal campo, ma la mentalità, quella lì, non ci mancava mai”.

Senta, Luis, non è stato mai espulso?
“Sì, sì, sì: sono stato espulso a Bologna, sì, con la Juve”.

Cosa aveva fatto di brutto, sferrato un pugno in faccia all'avversario?

“No (sorride) mi sembra di averlo colpito con la testa”.

Come Zidane, in Francia-Italia, finalissima del Mondiale tedesco del 2006?
“Più o meno”.

Il più forte giocatore al mondo?
“Beh, Pelé: ai suoi tempi era grandissimo”.

Più forte di Di Stefano?

“Sono diversi, diversi tipi di giocatori: Di Stefano per tutta la zona del campo, invece, Pelé giocava da metà in campo in su. Come Rivera, come Sivori. Di Stefano lo trovavi dappertutto, in difesa, all'ala sinistra, centrocampista, come prima punta, ed, allora, sono diversi. Anche nel temperamento, nel carattere”.

Al presidente del suo Real Madrid, Santiago Bernabeu, hanno addirittura intitolato lo stadio di Madrid...
“E' stato un presidente grandissimo!”

Perché
“Perché era un uomo umile, però, era bravissimo”.

Era anche generoso con voi giocatori?
“Generoso?

"Finché poteva permetterselo. Poi, don Santiago è stato un uomo che ha saputo circondarsi di collaboratori in gamba, intelligenti. Parecchi giocatori, che erano assieme a lui, rispecchiavano le sue grandi doti: di intelligenza e di generosità in campo”.

Più bravo, più intelligente il dottor Umberto Agnelli o Santiago Bernabeu?

“Secondo me, Umberto Agnelli aveva più soldi che don Santiago”.

E della Roma cosa ricordi?

“Della Roma ricordo molto i compagni, il presidente, che a quei tempi – non mi ricordo ora il suo nome -”.

Che giocatori della Roma ricordi?
“Ricordo Ginulfi, Scaratti, Amarildo, Zigoni, Cordova”.

Chi era il più matto, il più “loco”?

“(Sorride): Non loco, loco no, ma, quello che scherzava di più era Cordova. Che aveva sposato la figlia del presidente della Roma, era il suo genere”.

Il più forte in Europa negli anni Sessanta chi era?
“Bobbie Charlton, un gran calciatore”.

Perché?

“Perché era veloce e aveva un dribbling che era difficile da fermare. E c'era anche un altro giocatore che era fortissimo: ed era Eusebio, che era Eusebio. Del Benfica”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 19 dicembre 2012

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