ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

29/12/12 - INCONTRI RAVVICINATI: MASSIMO BONINI

IL “TERZO POLMONE DI PLATINI”

Massimo Bonini conferma quella che non è assolutamente una chiacchiera metropolitana, ma, una battuta del presidente bianco-nero, l'avvocato Gianni Agnelli, quando, durante uno dei suoi blitz a Villar Perosa (noto ritiro juventino), scorgendo Michel Platini che fumava una sigaretta, si sentì rispondere dall'asso transalpino che lui avrebbe potuto continuare a farlo perché più importante era che non si inceppassero i polmoni del biondissimo centrocampista sanmarinese. Bonini nasce nell'antica Repubblica del Tritone il 13 ottobre del 1959, ed è lui stesso a svelarci nel corso di questa intervista che l'altro suo sogno era il tennis; per il quale aveva lasciato il calcio per una stagione.

Giocatore che ha raccolto l'eredità del pluri-scudettato e più sulfureo Beppe Furino, ma non un suo clone per mancanza di cattiveria e grinta agonistica, tuttavia, Bonini era un motorino instancabile raccatta e smista palloni. Tutt'altro che un rissoso, un devoto al meridiano più delicato e più bello del campo – il centrocampo – da dove frenava l'iniziativa avversaria e da dove rilanciava quella dei suoi compagni di squadra.
Con la Juventus dei 7 Mondiali – reduci dal trionfo di Madrid 1982 – l'atleta dalla faccia butterata ha vinto tutto quello che poteva vincere una squadra di club: tre scudetti (1981-2, 1983-84 e 1985-86), una Coppa dei Campioni (edizione 1985), una Coppa Italia (1983), una Coppa delle Coppe (1983-84), una Supercoppa Uefa (1984), una Coppa Intercontinentale (1985).

Non avendo mai voluto rinunciare alla cittadinanza sanmarinese, non ha mai potuto essere utilizzato con la Nazionale italiana, collezionando 19 presenze e nessun gol con la maglia del suo Paese. E, fino ad oggi, rimane l'unico sportivo di quella antica quanto piccola Repubblica ad aver vinto una competizione di carattere mondiale, assieme al motociclista Manuel Poggiali. Dal Bellaria al Forlì e da qui al Cesena, poi, il grande salto nella Vecchia Signora (dal 1981 al 1988; 218 presenze per un totale di 5 reti), per poi chiudere nel Bologna (dal 1988 al 1993). Onnipresente nella mischia, lavoratore umile quanto fondamentale, capace di servire una cornucopia di palloni a beneficio dei compagni.
Non un ganimede, ma, un generoso, un altruista della prima ora, tipico vangelo di colui, per il quale mettere nelle condizioni di fare gol il compagno di squadra significava aver firmato un doppio gol.

Bonini, quand'è stato il momento in cui le è venuta la pelle d'oca da calciatore?

“La pelle d'oca? Mi è venuta tante volte: la prima volta, quando sono arrivato alla Juventus, che sono salito sul pullman. A 17 anni giocavo nei tornei dei bar, a venti ero alla Juventus. Perciò, salire sul pullman, dove c'erano dei miti come Zoff, per me, è stata un'emozione incredibile. Anche in tante partite, specie quelle tirate, è sempre emozionante riuscire a giocare e vincere. Quando dai tutto, quando esci dal campo distrutto, è normale che sei soddisfatto. Sai, ora parlare di pelle d'oca è un po' difficile”.

Nemmeno quando ha vinto la Coppa dei Campioni o quella Intercontinentale?

“La Coppa dei Campioni non tanto perché è stata una partita un po' particolare, perché quando vinci un trofeo così importante e non lo puoi festeggiare (strage allo stadio “Heysel”), è come non aver vinto niente. Però, il trofeo più bello è stata la Coppa Intercontinentale perché eravamo da una settimana a Tokyo, un'atmosfera particolare, insomma, un po' fuori dal mondo, eravamo un po' isolati fa tutto. E vincere credo sia stata una bella emozione”.

Era scaramantico?

“No, per niente. Ero uno fortunato perché anche prima della partita importante io dormivo tranquillo, non ho mai sentito la tensione perché mi piaceva così tanto giocare a calcio che non avevo paura. Ero più nervoso dopo la partita perché ero stanco o perché, dopo aver analizzato la partita, non ero riuscito a fare le cose che volevo fare”.

Quanto le ha dato fastidio essere il “Lodetti di Rivera”, come lei fu il “Bonini di Platini”?

“Ma, non penso, neanche quando si diceva che Platini fumava e io correvo per Platini: non mi ha mai dato fastidio assolutamente perché il ruolo di mediano per me era il ruolo più bello in assoluto, dove puoi trasmettere la tua personalità, il tuo modo di vivere. Sei al centro del campo, devi aiutare a fare la fase difensiva, quella offensiva, sei proprio nel cuore della partita. Il mediano è quello che dà più equilibrio alla squadra. In quel periodo lì c'era Platini, ed essere altruista, aiutare tutti i compagni e mettere a posto la squadra era davvero molto bello”.

Il gol stilisticamente più bello e quello più importante?

“(sorriso): Io di gol ne ho fatti veramente pochi. Diciamo che è stato bellissimo quello di sinistro – il mio piede debole – contro l'Inter, e l'ho messa nel sette. In porta c'era Zenga”.

Di chi era Bonini la bestia nera, di quale squadra?

“Della Fiorentina: ho fatto diversi gol ai viola. Non so perché, ma mi riusciva di farli proprio contro i gigliati. Però, il gol che ricordo più volentieri è quello di sinistro all'Inter”.

Un rigore sbagliato, un'autorete clamorosa?

“Rigori? Ne ho battuti pochi, ma li ho sempre fatti. Autogol? No, forse, in un derby col Toro, Junior ha battuto un calcio d'angolo sopra la mia testa, hanno dato la colpa a me, ma è stato molto bravo Junior. Poi, ha segnato Serena di testa. Era una palla cui non ci potevo fare niente perché ha battuto così bene quel corner, io ero attaccato al palo, che mi è passata sopra ed è finita in rete”.

Espulsioni?

“Una sola in tutta la mia carriera: al 90mo, sempre contro il Torino nel derby. Ho battuto le mani a Casarin, perché l'arbitro aveva fischiato un fallo che era stato commesso non dal sottoscritto ma da Dossena. Ha ammonito tutti e due, e io gli ho battuto le mani dicendo: “Ma, io che cavolo centro?”. Era il 90mo ormai ed era ininfluente ai fini del risultato”.

L'avvocato Gianni Agnelli e Massimo Bonini...

“Quando ad Atene, finale di Coppa dei Campioni persa contro l'Amburgo, gli ho presentato mio padre in albergo. Un'emozione per me, ma, soprattutto, per mio padre”.

Un ricordo, un rimbrotto nei suoi confronti?

“No, nessun ricordo. L'avvocato Agnelli di solito non parlava a un giocatore singolo; o parlava a Platini, altrimenti parlava a tutti. Oppure telefonava a casa con qualche giocatore che era già tanti anni che era lì. Il mio ricordo era quello di una persona molto intelligente e di una simpatia unica”.

Ne sapeva di calcio l'Avvocato?

“Moltissimo, conosceva tutti, faceva delle domande per sondare, per capire cosa pensavamo noi. Però, era un grande intenditore di calcio”.

Un regalo?

“Un regalo, sì, ma l'ha fatto a tutta la squadra. Ci ha regalato un orologio, un Paté de Filet, con la sua firma, quando abbiamo fatto non mi ricordo più quanti risultati utili consecutivi. Un bel ricordo, davvero!”

Il rapporto tra lei e Michel “le roy” Platini? Lei gregario, l'altro il campione da servire?

“No, no. Ricordi tutti bellissimi, perché quando sua moglie andava via e lui era a casa da solo a Torino, io Caricola, Bonetti, i giocatori che in quel periodo non eravamo sposati, ci invitava, e si era creato un bellissimo rapporto. Poi, giocavamo sempre a tennis, perché io – è vero – amavo tantissimo il calcio, ma giocavo abbastanza bene a tennis e volevo diventare maestro. Platini si recava spesso a giocare a tennis ed avendo tra i suoi migliori amici i proprietari del Circolo Tennis, lui frequentava questo Circolo e mi invitava spesso a giocare a tennis. Lui è un pallettaro, come si dice nel gergo tennistico, perché cercava sempre la smorzata e alzava sempre la palla per il pallonetto. Giocava con molta astuzia, ma, siccome io correvo tanto, gliele prendevo tutte, e poi giocavo bene. Solo che io perdevo sempre perché il primo set vincevo io 6-1, poi, dopo con i pallettari è sempre dura, ti stroncano alla lunga con smorzate e pallonetti. Facevamo delle grandi sfide e ci divertivamo molto insieme”.

Rimproveri da parte dell'asso transalpino?

“Rimproveri in tutti i minuti perché in campo era uno molto esigente, come tutti i grandi campioni, non soltanto lui”.

Cosa le gridava? “Mettimela qua, lanciamela là!”?

“Non gli andava mai bene, nel senso che quando sbagliava lui non lo riconosceva mai, la colpa era sempre dei compagni. Ho avuto la fortuna di giocare con grandi campioni e tutti si comportano alla stessa maniera. Sanno quando sbagliano, ma, cercano sempre di giustificarsi perché la vogliono, la palla, il passaggio, quasi alla perfezione. Però, era uno stimolo, un modo per romperti in maniera costruttiva le scatole, al fine però di voler vincere. Tutti i grandi campioni sono così. Mi ricordo Antonio (Cabrini), che mi faceva il pugno, s'incazzava, perché mi ero spinto troppo in avanti, oppure era andato in fondo al campo per crossare al centro e io non avevo chiuso dietro. Era un continuo tormento, ma era bello perché questo continuo riprendersi significava che nessuno della Juve voleva perdere. E lo stesso capitava durante la settimana nelle partitelle”.

Ma, è vero che alla Juve non basta vincere, ma bisogna anche convincere per non essere ogni volta processati dal mister e dai dirigenti?

“Quei miei compagni di squadra non hanno vinto, ma stravinto: giocavano sette campioni del mondo, e per dieci anni hanno dettato legge da tutte le parti. Dicono che i giocatori giocano tantissime partite, ma questi veramente giocavano e giocavano! Ricordo Antonio che giocava sulla fascia con due sbarre di ferro perché doveva andare sempre dritto, non girava nemmeno. E giocavano anche se erano infortunati, stirati, acciaccati: erano dei fisici incredibili. Eppoi, il problema è che dovevi sempre vincere con la maglia della Juventus”.

Un complimento di Michel Platini nei suoi riguardi?

“Guardi che Michel era sempre molto severo e molto simpatico: sempre pieno di complimenti e sempre pieno di richiami. Era il suo modo di fare, il suo modo di tenerti sempre sotto pressione”.

L'avversario più forte?

“Sicuramente Maradona, Zico, Falcao anche. Falcao era un giocatore più difficile da marcare perché giocava molto senza palla, e sono i giocatori più difficili da marcare perché quando uno porta palla bene o male prendi il ritmo, lo puoi prevedere, ma, quando uno è bravo a muoversi senza palla, è sicuramente quello che ti mette più in difficoltà”.

In Coppa dei Campioni, uno fortissimo?

“Uno che giocava con l'Anderlecht; col numero 10 (Juan Lozano) ed era spagnolo. Un centrocampista, che ha anche giocato anche nel Real Madrid. Prima in Spagna e poi nel Real Madrid. Perché era bravo? Perché era bravo tecnicamente, era bravo senza palla, sapeva far tutto. Era un giocatore completo, dotato di una grande fantasia: e mi ha messo molto in difficoltà”.

Rimpianti?

“Non posso avere rimpianti: ho vinto tutto, ho avuto la fortuna di giocare nella Juventus, uno dei club più gloriosi in assoluto. Poi, fino a 17 anni, come le ho detto prima, non pensavo mai di fare il calciatore. Ho sempre giocato per divertimento, più un anno ho smesso perché volevo fare il maestro di tennis, pensa te. Eppoi, sono tifoso juventino”.

Come tutti i romagnoli...

“Qua sono tutti juventini!”

La felicità cosa significa per lei, esiste?

“Esiste, certo. Bisogna vivere felici, cercando di impostare la propria vita, cercando di essere felice. Uno la felicità se la deve cercare, conquistare, deve avere voglia di essere felice. Non deve essere negativo, non pessimista, ma avere voglia di vivere. E, nella vita deve essere così perché ci sono già tanti problemi, che sia importante, se non fondamentale, vivere la vita felicemente”.

Esiste la giustizia su questa terra?

“La giustizia, ma, come si fa? Non esiste, non c'è la giustizia, ma tutti noi bisogna cercare di fare di tutto perché le cose siano più eque, le cose procedano, vadano in maniera più coerente. Magari, parlare un po' di meno, ma cercare di essere coerenti. Io cerco sempre di stare attento, molto attento, perché c'è caso poi che le cose non si verifichino”.

Lei crede in Dio? L'Aldilà esiste oppure è tutta una fandonia inventata dai preti?

“Bisogna essere positivi, bisogna credere nelle cose belle, e Dio è una cosa bella, che i miei genitori mi hanno insegnato ad apprezzare. Secondo me, dipende molto da quello che ti hanno insegnato i genitori. Io ho avuto due genitori non fantastici, di più, perché mi hanno dato tanti di quegli insegnamenti, soprattutto, di quegli esempi, che mi hanno poi nella vita permesso di fare tante cose. Gli esempi sono fondamentali, e se positivi, bisogna cercare di seguirli, di conquistarseli, ma, cercando sempre che le cose vadano bene. E, per far sì che questo avvenga bisogna che dipendano – le cose – da noi e non ho mai pensato che dipendano dagli altri; ma da noi. Bisogna cercare di far tutto perché le cose vadano bene; e se si è positivi, le cose vanno come speri, come sogni”.

E credere?

“Credere? Perché non ci devi credere? E' bello e io mi sento bene quando credo in una cosa che mi può aiutare e il Signore mi può aiutare”.

Frequenta, si reca alla Santa messa?

“Sì, sì, ogni tanto ci vado. E ci andavo anche quando giocavo a calcio; quando potevo, sempre prima della partita. Magari non seguivamo tutta la celebrazione perché mangiavamo prima, però, in chiesa ci andavamo sempre”.

E dell'Aldilà che idea si fa?

“Bella come la vita che sto vivendo”.

Niente, allora, per Massimo Boni, inferno, purgatorio, Paradiso?

“Me li immagino come una vita bella; spero che sia così. Non è che ci penso tanto, eh. Intanto, speriamo di vivere bene, pienamente, questa vita qua, poi, ci penseremo. Non ho mai fatto programmi a lungo termine”.

I genitori li ha ancora?

“Sì, per fortuna, li ho ancora”.

L'ultima volta che ha pianto di dolore? Le è sempre andato tutto bene?

“No, no, ogni tanto piango anch'io, eh. Quando ho perso dei miei cari parenti, oppure quando è morto Gaetano Scirea, mi è successo tante volte di piangere perché ci sono delle cose che mi danno delle emozioni forti. Perdere un amico come Scirea, una persona fantastica come lui. E il mio più grande dispiacere che la sua persona è stata valorizzata solo dopo la sua tragica scomparsa. Un grande esempio come giocatore, una grandissima persona. Non era bravo come giocatore, di più. E' un esempio per i giovani, come Paolo Maldini: esempi in campo e nella vita. E da parte vostra vengono dati per finiti quando smettono di giocare, invece, dovrebbero essere sempre rinfrescati come valido esempio per tantissimi giovani”.

Anche Xavier Zanetti dell'Inter...

“Assolutamente sì: altro grande esempio, altro grande campione”.

Cos'è che la commuove e cos'è che le dà più fastidio?

“Mi danno fastidio le persone che non sono coerenti. Una cosa bella della vita sono i figli: sono una cosa fantastica, io ne ho avuti tanti, ma, vivere una vita senza fare dei figli è come vivere una mezza vita. L'emozione che ti danno i figli è un qualcosa di unico, meraviglioso, fantastico. E devi cercarti – dipende molto da te – le emozioni, ma, i figli non hanno paragoni in fatto di gioia, di bellezza di vivere”.

Quand'è che saremo veramente liberi?

“Dipende tutto da noi: bisogna essere un po' più attenti, volersi un po' più bene. Purtroppo, i soldi non ti renderanno liberi perché attorno al denaro girano troppi interessi. E gli interessi mandano la vita, la sua bellezza in secondo piano”.

Prima Furino, poi, Bonini, quindi?

“Ce ne sono tanti: Gattuso, un giocatore che potrebbe somigliare a me. Ma, io non sono Furino, io non sono Gattuso, Furino non è Bonini, idem Gattuso. Ognuno ha il suo modo di interpretare la vita, il calcio, il suo modo di esprimersi. Siamo un po' tutti uguali, ma anche un po' tutti diversi. Trovare un altro giocatore che mi assomiglia non va bene, anche perché il calcio è cambiato talmente che non ci sono più ruoli, ognuno deve saper fare tutto, più compiti. Il ruolo specialistico non esiste più: tutti devono attaccare o tutti devono difendere. Io sono sempre stato un giocatore che come caratteristiche mi è sempre piaciuto il calcio totale. Mi è sempre piaciuto giocare nella Juventus perché avevamo una squadra talmente sbilanciata in avanti che ero costretto a non fare la fase difensiva, ma la fase offensiva”.

Scaramantico?

“Mai, mi piace talmente giocare a pallone che non trovo giusto attaccarsi alla scaramanzia. Penso in positivo, di andare in campo e di giocare bene; che significa aiutare la squadra a vincere”.

E' vero quello volta che l'Avvocato riprendendo Platini avendolo scorto con una sigaretta in bocca...

“E' vero, è vero. L'Avvocato era in grado di fare battute in grado di diventare famose come questa. Questa fu una delle battute molto riuscite, molto simpatiche, uno scambio sotto rete stupendo tra due grandi uomini, due grandi personaggi. “Avvocato, importante” replicò Platini “che non fumi Bonini!””

Ma, l'Avvocato gliel'ha pronunciata soltanto davanti a lei e Platini?

“No, eravamo tutti assieme, a Villar Perosa, prima di una partita. Prima della gara, l'Avvocato raggiungeva la casa dei suoi genitori e noi andavamo sempre a trovare l'Avvocato. E quella volta eravamo tutti raggruppati ad ascoltarlo”.

Cosa fa da grande Massimo Bonini?

“Di tutto e di più, tutte le cose che mi piacciono. Mio padre è impresario edile e io ho sempre sognato, fin da piccolo quando andavo per cantieri, ed anche adesso mi piace dividere gli appartamenti, scegliere i materiali, girare per cantieri”.

Una sorta di impresario edile?

“Cerco di gestire un po' le cose di mio padre. Sì, siamo nel campo dell'edilizia”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 27 dicembre 2012









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