ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

15/1/13 - INCONTRI RAVVICINATI: GINO STACCHINI

12 ANNI DI STACCHI...NI JUVENTINI

Non avesse giocato a calcio, parole sue!, sicuramente non avrebbe fatto anche lui il calzolaio, o l'imprenditore calzaturiero, come molti suoi compaesani di San Mauro Pascoli (è nato il 18 febbraio 1938). “Forse, il maestro avrei potuto fare visto che a una certa età mi sono messo pure a scrivere poesie. Ma sai che barba, che noia sarei stato per quei poveri scolaretti!” aggiunge Gino Stacchini, con la schiettezza tipica dei romagnoli, e con l'agilità – ancora adesso mentale - in cui sapeva improvvisarsi ala – e successore del più solido Giorgio Stivanello - e propinatore di precisi traversoni per i suoi compagni della Juve del dottor Umberto Agnelli (anni Sessanta).
La Juve con la camiciona, abbondante e con tanto di colletto capace di gonfiarsi ad ogni scatto, a strisce verticali bianche e nere, quella della prima stella, quella dei quattro scudetti conquistati sotto la guida soprattutto del paraguagio Heriberto Herrera, il “padre del movimiento”, della corsa continua, anche senza palla.

Non fosse stato per quella miopia (unita forse al fastidioso astigmatismo), che proprio alla Juve gli riscontrarono appena maggiorenne, chissà quanta altra strada avrebbe fatto quell'aletta forlivese, capace come un provetto Cupido di colpire con la freccia intrisa, intinta di grande amore il cuore della soubrette – anche lei romagnola – Raffaella Carrà (“Ma, ci eravamo accorti subito che tenevamo entrambi alla carriera, e che la nostra storia non avrebbe potuto sfociare nel matrimonio!”). Stacchini e gli stacchi acrobatici del “Gigante buono” John Charles, i palloni serviti a un altro talento della provincia, questa volta veneta, il padovano Bruno Nicolè.

I traversoni al centro per l'asso argentino Omar Sivori, la fantasia attaccata continuamente dall'atletismo imposto da Heriberto Herrera, erano ghiotti inviti alle marcature bianconere. Pochissime (solamente sei, a fronte di tre marcature) le maglie azzurre indossate da Stacchini. Tante volte, invece, in dodici anni, quelle bianconere: 279, festeggiate da 55 reti. Poi, il Mantova e il Cesena, e la carriera di allenatore ad Avezzano (1982-3) e a Padova (1992-3 e 1994-95): con i bianco-scudati veneti batte la sua Juventus “ma, lo dovevamo fare per evitare la retrocessione!”

Quand'è, mister, che si è sentito per la prima volta calciatore?

“Nel momento in cui sono stato acquistato dalla Juventus e soprattutto in cui sono stato convocato e ho giocato in Nazionale sempre quando militavo nella Juve. Solo allora mi resi conto che ero considerato tra il gruppo dei primi, dei migliori”.

Il gol stilisticamente più bello della sua carriera?

“Bé, vediamo un po': i gol sono tutti belli. A San Siro, perdevamo 2-0 contro il Milan, e riuscimmo a rimontare 2-2 con un gol mio molto bello. Perché riuscimmo a raggiungere l'insperato pari e poi perché quel gol valse la mia convocazione in azzurro”.

Era un'aletta sfuggente...

“Eravamo in lotta io e il nostro terzino destro, Ernesto Castano, e il terzino destro Fontana del Milan. Facendo quel gol, io mi guadagnai la convocazione in Nazionale”.

Di piede o di testa quel gol che le aprì l'azzurro?
“Di piede, sì, di sinistro”.

Chi c'era di fronte, Ghezzi?
“Sì, Ghezzi”.

Lei è nato in un paese che ha dato i natali al “poeta del fanciullino”, a Giovanni Pascoli. Non solo, ma anche in un paese di calzolai. Non avesse fatto il calciatore, cosa le sarebbe piaciuto fare?

“Mio padre faceva il calzolaio e il calcio – come dice lei – mi ha permesso di dribblare il lavoro in fabbrica, le tomaie. L'attività paterna è stata poi continuata dai fratelli, ma, io ci ho messo poche volte il piede in bottega perché già a 14 anni giocavo in Prima squadra, qui al paese, in Promozione, e a 16 sono andato alla Juve. Ho fatto in tempo, dunque, soltanto a raddrizzare col martellino le brocche, come si chiamavano allora, i chiodi”.

Lo scudetto più bello dei quattro vinti da lei?

“E' stato il decimo, perché ci siamo cuciti la stella, e mi ha aperto poi la strada verso la Nazionale”.

Il rapporto suo col dottor Umberto Agnelli?

“Il dottor Umberto, essendo quasi mio coetaneo – era del 1934 – era militare quando è stato eletto presidente e, quindi, l'abbiamo visto poco nei primi due anni. Lui era all'Accademia militare e veniva poco al campo. Col fratello, l'avvocato Gianni, il ricordo più bello erano le visite improvvise, i blitz – senza avvisare – dopo aver vinto una partita importante. E teneva nel taschino il premio raddoppiato. Ma, non ci faceva mai mancare la sua vicinanza, pur rimanendo nel suo alone di grande personaggio”.

Ma, se ne intendevano di calcio gli Agnelli?

“Ah, sì, moltissimo; e qui faccio riferimento all'avvocato Gianni. Era molto acuto, era tecnicamente preparato, anche se preferiva non parlare mai di calcio, ricorrendo a battute e ad aneddoti. Però, lasciava capire che se ne intendeva e sapeva con una battuta riusciva a far capire qual era la sua idea nei confronti del giocatore, senza ferire la suscettibilità dell'atleta. E, così, chiamava Omar Sivori “el cabeson””.

E lei, mister, come la chiamava?

“Aveva nei miei confronti una stima particolare, unica, ed essendo uno dei rari – per quei tempi – giocatori miopi, nel momento in cui ho applicato le lenti a contatto, lui ha insistito che io inforcassi in gara gli occhiali, così poteva raccontare di avere un intellettuale in squadra, nella Juventus”.

C'era già qualche tempo prima un altro giocatore – del Bologna – che giocava con gli occhiali: Annibale Fossi, il “dottor Sottile” (era laureato in Legge), ala negli anni 30-40 di Udinese, Padova, Bari, Ambrosiana-Inter e della Nazionale...

“Sì, qualche anno prima della guerra; però, nella Juve non c'era nessuno e, secondo l'Avvocato, avrebbe fatto molto chic avere in squadra un giocatore con gli occhiali”.

Oltre l'orologio di marca sul polsino...
“Già, già”.

Non avesse fatto il calciatore, allora, cosa avrebbe fatto nella vita? Il poeta, visto che qualche anno fa ha pubblicato un suo libro di poesie?

“Avrei proseguito – visto che le ho interrotti alla Terza - gli studi delle Magistrali, e probabilmente sarei diventato un barboso insegnante di qualche materia”.

L'avversario più forte incontrato in Nazionale e in Coppa dei Campioni?

“Il più completo è stato Alfredo Di Stefano; poi, Pelè. Che ho incontrato tre volte, soprattutto nel 1961, a Torino, in occasione del centenario dell'unità d'Italia, quando il Santos partecipò a un mini torneo e assieme a lui tanti assi della Nazionale brasiliana di allora”.

Come avversario, marcatore diretto?

“Come avversario diretto io credo che Tarcisio Burgnich era uno dei più difficili da superare. Lui terzino marcatore sulla destra ed io ala sinistra. Il marcatore più feroce è stato Burgnich”.

Un'autorete, un rigore sbagliato?

“No, i rigori non li tiravo, autoreti non ne ho fatti, ma ho sbagliato tanti gol, fra cui nella prima partita giocata con la maglia della Juve a Bergamo, contro l'Atalanta. Su un rinvio del nostro portiere verso la nostra metà campo, da circa 60 metri, la palla rimbalza in avanti, nel limite dell'area atalantina, il portiere è uscito e non la prende, io proseguivo, palla al piede, verso la porta e, l'avessi lasciata, sarebbe sfilata in porta da sola. Invece, sai cosa faccio? La calcio sopra la traversa ed Aggradi non me l'ha mai perdonato, perché sarebbe stato l'unico gol che avrebbe fatto nella sua carriera”.

Lei è stato mister in panchina, a Padova, e ha “giustiziato” la sua Juve...

“Sì, sì, abbiamo vinto 1-0 qua a Torino, con un gol su punizione, e con un bel fardello di fortuna (ci hanno bombardato, però, abbiamo vinto noi per 0-1, come a volte succede nel calcio)”.

Le dispiacque, quella volta, vendicarsi della sua amata, Vecchia Signora?

“No, perché noi ci siamo salvati, facendo uno spareggio e, quindi, avevamo bisogno di quei punti preziosi. In quel momento, poi, pensavo esclusivamente al Padova; tanto più che la Juve vinse lo stesso lo scudetto e non l'abbiamo danneggiata più di tanto”.

Eravamo nel 1994 ed era la Juve di Marcello Lippi; e lei era in panchina dei biancoscudati con Sandreani...

“Sì c'era già Del Piero – che era stato con noi a Padova -, c'era Di Livio – il quale poi andò al Padova. Battendo la Juve, arrivammo a giocare e a vincere contro il Genoa lo spareggio per non retrocedere in serie B”.

Si ricorda il mattatore di Juve-Padova?

“Sì, è stato Michel Kreek, un mediano, centrocampista sinistro olandese, e su punizione. Un buon giocatore, ma, non un dei grandi “tulipani””.

Esiste un giocatore oggi alla Gino Stacchini?

“Non esiste non perché non esistano giocatori di fascia vari, ecc., ma, perché non c'è il ruolo che avevamo noi: proiettato verso la fase offensiva. Si partiva al massimo da centrocampo, mentre oggi anche quelli che giocano sulla fascia e riescono ad arrivare al cross – tipo il ghanese della Juventus Asamoah – partono dalla difesa e il gioco è diverso, fatto di sovrapposizioni, di combinazioni, di scambi, di inserimenti. Mentre noi giocavamo l'uno contro l'uno, e chi era più forte andava sul fondo e se il difensore aveva più birra in corpo portava via la palla. Insomma, un gioco ed una mentalità diversi”.

Tre gol in sei gare in Nazionale: ma, perché non ha avuto continuità in azzurro?

“Io ho giocato fino alla preparazione dei Mondiali in Cile nel 1962, e quindi fino al 1961 inoltrato. Poi, vennero i famosi oriundi, in primis, Sivori, e per noi ci fu meno spazio. Loro diedero un gioco diverso, che si adeguò al cambio della mentalità, in cui non era più possibile giocare con punte come noi, o con ali come noi che erano punte. Servivano meno coloro che preparavano la fase offensiva: volevano giocatori in grado anche di retrocedere un pochino, di scendere, di bloccare l'avversario, mentre noi avevamo una mentalità più sbarazzina e libera”.

Chi prese il suo posto in Nazionale?

“Da Mariolino Corso, che era più un tornante che un'ala, e da Pascutti, che invece non era più punta d'area di rigore. Quindi, la figura dell'ala che partiva, dribblava l'avversario, andava sul fondo e crossava stava passando di moda, perché l'ala doveva essere un'ala tornante o un difensore aggiunto, oppure un'ala tipo Riva e Pascutti, che facevano una caterva di gol. Era richiesta un'ala, che poteva andare a sostituire una delle punte, che poteva essere il numero 9, il numero 10 e il numero 7 perché noi giocavamo con 4 punte, addirittura anche con 5 quando Boniperti fu impostato a centrocampo. Provammo lo schema a 4 punte quando vincemmo la stella, ma era uno dei primi tentativi di far retrocedere una delle punte”.

Di chi era molto amico ai tempi della Juve?

“Di quelli della mia età, ma, ero molto amico anche di Sivori, il quale preferiva giocare con me piuttosto che con altri: eravamo abbastanza affini tecnicamente, come caratteristiche. Ma, anche con Charles, con Boniperti, che mi portava in palmo di mano e cercava, quando mi lamentavo dello stipendio, di convincermi di rimanere alla Juve, anche se per qualche lira in meno: “Prendi meno rispetto a tutti gli altri che vanno in giro, ma, rimani qui, devi rimanere qui””.

E' stata una manna, Gino Stacchini, con i suoi traversoni, i suoi assist ai vari Nicolè, Charles, Sivori, o no?

“Sì, sì. John Charles, poi, riusciva a trasformare in oro tutto quello che volava in alto perché aveva un'elevazione straordinaria, un colpo di testa micidiale. Lui si andava anche a prendere la palla, si creava uno spazio. Da parte mia, io riuscivo a fare dei bei cross anche in corsa, le rasoiate e i cross volanti che non si vedono più oggi. Era facile anche per me fare bella figura perché poi avevi Charles che trasformava in oro le tue fatiche, i tuoi spunti”.

Andava d'accordo più col “Gigante buono” (Charles) oppure con Sivori?

“Con tutti e due, perché ero capace di dribblare, di scambiare, palla a terra, con Sivori, ed ero capace di crossare in corsa: quella imprevedibilità che metteva in difficoltà i difensori, effettuando dal fondo i famosi crossa a rientrare, tagliati; che erano una vera manna per chi era al centro dell'area. Dopo un quarto d'ora che non riuscivamo a segnare, cominciavamo a fare i cross e Sivori si lamentava un po', anche se Charles faceva gol o l'appoggiava con l'assist verso Sivori. Ne avevamo un po' per tutte le difese”.

L'esordio in azzurro bagnato dalla doppietta?

“No, contro l'Irlanda, perché nell'esordio a Firenze (29 novembre 1959, Italia-Ungheria:1-1) contro l'Ungheria il famoso portiere e capitano magiaro Grosics mi fece una paratona e facemmo 1-1, con rete su rigore di Cervato. E per loro segnò il numero dieci Tichy, e giocò anche il centravanti Janos Gorocs perché erano gli eredi della grande Ungheria. Nella seconda apparizione feci gol contro la Svizzera (6 gennaio 1960, Italia-Svizzera:3-0), e feci subito due gol, nel giro di una mezz'ora, a Bologna (25 aprile 1961, Italia-Irlanda del Nord: 3-2), contro l'Irlanda del Nord, mi sembra alla terza o quarta partita in Nazionale”.

Non ha mai pianto di dolore vero? Di gioia e di rabbia, immaginiamo, nel calcio...

“Eh (sospirone) la morte della moglie mi ha sconvolto parecchio, quindi, qualche gocciolone è caduto. Sì, si chiamava Lora. Ed abbiamo avuto una figlia, Sabina, che ha tre figli e sono un nonno felice”.

E' stato felice nella vita?

“Sì, sono stato felicissimo e ho avuto un grande e lungo periodo di felicità. Adesso, un po' meno, e sto cercando di rendermi conto che sono fatti che avvengono nella vita (mi riferisco alla perdita di mia moglie, mancata due anni fa). Mi sembra di aver trovato un nuovo equilibrio, però, non è facile, via. Importante è che io non abbia rimpianti: ho dato tutto quello che potevo e questo mi pare che sia importante”.

La giustizia esiste sulla terra; e quand'è che saremo veramente liberi? Lei crede in Dio?

“La giustizia non esiste sulla terra, di sicuro. No, no, no. In Dio? Ci sono delle volte in cui ci si crede, delle volte di meno, perché ci sono tante situazioni che sono inspiegabili. Credo più nella capacità dell'uomo di adattarsi alle disavventure e al proprio carattere, e, soprattutto, sulla reattività dell'uomo”.

Quindi, nell'Aldilà non vedrà più i suoi genitori, sua moglie, i suoi cari?
“Per me, non c'è niente di là”.

Si conferma un romagnolo autentico, sanguigno e mangiapreti...

“No, no, i preti hanno una loro funzione; l'unico rimprovero che posso loro muovere è che hanno mollato quella che era la loro missione: attraverso la paura dell'Aldilà, attraverso il castigo, avevano ottenuto un bell'ordine nel mondo, voglio dire. E avevano ottenuto un bell'ordine, ma rimprovero alla Chiesa di aver mollato molto sotto questo punto di vista. La loro missione era quella di mantenere l'ordine nel mondo attraverso la paura, qualche castigo, qualche scomunica, qualche altra bella arma repressiva e scongiurante ogni uomo di fare del male al prossimo suo simile”.

Papà calzolaio, la mamma, poi?

“Eravamo in cinque fratelli, una morì subito a tre anni, nel 1929, e rimanemmo in quattro ed ora siamo rimasti in due soli maschi”.

Cos'è che oggi la fa andare avanti, la fa vivere?

“La vita è bella, la vita è molto bella; è un dono e non so chi ce l'ha dato, e che merita di essere assaporato, gustato questo dono”.

Cos'è che le dà fastidio e cos'è che la commuove?

“Le diseguaglianze danno sempre fastidio. Mi commuovo, non dico fino a farmi commuovere, una certa diseguaglianza, questo trattamento diverso verso l'uomo e gli animali. Mi commuovo quando mi reco negli ospedali o nei centri dove trovi dei disadattati o diversamente abili. E faccio fatica a credere in un Qualcuno, perché, secondo me, ci vuole solo una grandissima Fede, la chiamerei disumana. Perché quel qualcuno – mi domando davanti a tante miserie – ha fatto venire al mondo certe creature disgraziate, sfortunate già in partenza?”

Era superstizioso da calciatore?

“Ma, sì, qualcosettina, tipo scendere dal letto col piede sinistro, se tante domeniche ti eri riscaldato facendo esercizi di allungamento muscolare e ti portavano sfortuna, la domenica dopo non li ripetevi, ecco. Gesti normali, che, poi, a furia di ripeterli, diventavano naturali, automatici. Se stavi tre o quattro domeniche senza far gol nonostante gli scongiuri, mandavi a far benedire anche quei gesti, quei rituali”.

Quand'è che saremo veramente liberi? Lei è stato un uomo libero?

“Credo di sì, ho sempre cercato di fare quello che volevo e soprattutto di essere me stesso. E, sotto questo punto di vista, sono stato libero. Nelle cose quotidiane, libero non c'è quasi mai nessuno, perché credo che si è sempre condizionati dal prossimo, condizionati dall'arrivo del tram, dalla macchina se funziona o no. Però, una libertà di base l'ho avuta”.

Ed anche dalla salute?

“E' vero, anche dalla salute; e spero di averla ancora”.

Le è più battuto il cuore per Raffaella Carrà o per la signora Lora, sua moglie?

“Bé, la Carrà è stato non dico un'avventura, ma, un momento importante di allora, di quel tempo. C'è stata subito la sensazione dell'impossibilità di andare avanti nella relazione, perché nessuno dei due era disposto a rinunciare alla propria carriera. Che ci ha portato tanto lontano e ha poi finito per logorare, sfumare il rapporto”.

Si sente ancora con la soubrette romagnola?

“No, no; qui c'è una cugina, con la quale ogni tanto ci incontriamo e parliamo della Raffaella. Mi racconta cosa fa e cosa non fa, e lei mi saluta attraverso la cugina”.

Cosa piaceva a lei e alla Carrà, cos'è che vi colpì di entrambi?

“A me colpì la sua grande simpatia, la carica che aveva. Viceversa, non le so dire. I capelli, il sorriso? Non lo so. Non abbiamo parlato molto di questi particolari, ci siamo comportati come facevano tutti i giovani, i ragazzi di allora”.

Ma, è vero che lei fu bocciato tre volte dal Bologna prima di passare definitivamente alla Juventus?

“Sì, è vero, e ricordo non solo di aver giocato benissimo nei provini ma di aver anche segnato dei gol. E mi dissero perché non mi avevano preso: perché qualche settimana prima avevano preso Pascutti e due uomini nello stesso ruolo, della stessa età non andava bene. E hanno deciso di tenere chi avevano già preso. Poi, come dice lei, mi sono rifatto vincendo diverse volte, 4-1, 3-2. Di gol ne ho fatti 4-5, in una ventina di gare tra andata e ritorno”.

Qualche rimpianto?

“Se avessimo avuto, io e i miei compagni compreso Sivori, maggior convinzione nei nostri mezzi, avremmo potuto vincere anche noi vincere 5 scudetti di fila nel periodo dal 1957 al 1962. Ma, sono nate delle situazioni del tipo che Sivori voleva che arrivasse alla Juve come allenatore Renato Cesarini, un anno Omar ha fatto quasi niente aspettando il Cesarini. In Nazionale avrei potuto fare qualcosina in più. Ma, mi sono anche goduto la gioventù, nonostante avessi un lavoro – il calcio – un po' impegnativo. Non sono stato il massimo dell'impegno fisico, via, ma, ho cercato anche di vivere un po' la vita”.

La miopia l'ha condizionata? Avrebbe potuto togliersi qualche altra soddisfazione maggiore se ci avesse visto completamente in campo?

“Secondo me, qualcosa mi ha danneggiato. Davano fastidio anche a me le lenti, gli occhi arrossati, venti minuti per indossarle, con i nervi che scoppiavano da tutte le parti e il grande dispendio di energia nervosa che mi andava via. Castano dice che se io non avessi dovuto applicare le lenti sarei stato uno dei più forti tecnicamente al mondo. Diceva: “Gino vedeva la palla solamente all'ultimo secondo, agli ultimi metri!”

Era miope dalla nascita?

“Credo di sì, perché mi ricordo che a 14 anni quand'ero a scuola, mi accorsi che facevo fatica a seguire la lezione dagli ultimi banchi e poi alla Juve, durante una delle tante visite mediche se ne sono accorti. A vent'anni conoscevo già le lenti a contatto”.

Ed aveva, mister, una bella mira con le donne...
“Sì, sì (sorriso)”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 19 dicembre 2012

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