ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

5/2/13 - INCONTRI RAVVICINATI: KURT HAMRIN

COME VOLA L'”UCCELLINO”!

Chiamato così da un giornalista (Beppe Pegolotti) de “La Nazione” di Firenze, Kurt Hamrin è stato uno dei giocatori più prolifici della storia della Fiorentina (151 reti in 9 anni in viola e in 289 partite). Figlio, il quinto, di un imbianchino, nato nella fredda Stoccolma (il 19 novembre 1934), il fuori classe svedese si laurea del mondo, dietro soltanto al fantastico Brasile di Didì, Vavà, Pelè. Con la Nazionale della Svezia colleziona in tutto 32 maglie, griffando 16 reti. Lo nota la Juventus durante un'amichevole ed “Uccellino” Hamrin giunge per la prima volta in Italia ingaggiato dalla Vecchia Signora. Ma, non trovò spazio in mezzo, chiuso tra il “Gigante buono” John Charles e l'argentino Omar Sivori. Non solo, ma, in quello sfortunato anno, andò incontro a ben tre infortuni alla caviglia, che fecero credere all'Avvocato Gianni Agnelli che “uccellino” fosse fatto di cristallo, non di acciaio. Mai convinzione, pronostico fu delle più errate. L'anno successivo passa al “Padova dei Manzi” (campionato 1957-58) di “paron” Nereo Rocco, dove per quattro mesi gioca con un supporto al piede sinistro a causa della frattura di un malleolo. Con Hamrin, i biancoscudati veneti raggiungono il terzo posto e il miglior piazzamento della loro storia calcistica (20 reti per l'asso svedese!).

E, questo, in barba a quelle dicerie a lungo imboccate, le quali raccontavano che avesse un arto più corto dell'altro di 4-5 cm, costringendolo ogni volta che scendeva in campo ad applicare un plantare. Una cattiveria sul suo conto, che lui stesso ci nega nell'intervista da noi raccolta in Svezia. La sua fama è legata, in un certo modo, alle due stagioni con il Milan, guidato da quel Rocco che si era ricordato di lui, del suo modo di volare via all'uomo, dei suoi guizzi, dei suoi scatti, dei suoi salti, della continua ricerca dei rimpalli, dell'uno contro uno, dei tunnel irriverenti verso gli avversari già inscenati anni prima al “Silvio Appiani”.

Con il “Diavolo” (36 presenze e 9 reti dal 1967 al 1969), vince tutto quello che c'era da vincere: Coppe delle Coppe (1967-68), scudetto (1967-68), Coppa dei Campioni (1968-69), ma, con i rosso e neri lombardi non giocò mai la finalissima della Coppa Intercontinentale, contro i terribili e violenti avversari argentini dell'Estudiantes (il milanista Nestor Combin riportò la frattura del setto nasale). Ma, Hamrin gli anni d'oro, da vero protagonista della ribalta, li ha vissuti nel “salotto buono” del calcio italiano: Firenze. Già, il capoluogo toscano gli ha dato tanto in tutti i sensi: anche la moglie e cinque figli. E lui, in cambio, è riconoscente. Gli è solo mancato, d'accordo, la conquista dello scudetto con i viola, ma, ha ottenuto due secondi posti e tanti, ottimi piazzamenti. Diversi, pure, i trofei alzati in cielo dall'asso svedese con i gigliati: due Coppe Italia (1960-61 e 1965-66; e due volte capocannoniere), una Coppa delle Coppe (1960-61; e titolo di capocannoniere) e una Coppa Mitropa (1965-66). Ha giocato due stagioni (soltanto la seconda, a 37 anni!) anche all'ombra del Vesuvio, ma senza infamia e senza lode. Ha tentato – senza gloria – la carriera di allenatore a Vercelli, alla guida della Pro, ma, poi, ha fatto rientro in patria, per giocare, a quasi quarant'anni, ancora una decina di partite, firmando 5 gol nell'IFK Stockholm. Un campione, che entra di diritto e a suon di gol nella storia della Fiorentina: meglio di lui farà soltanto negli anni Novanta Bati-gol, il grande Gabriele Batistuta (212 reti!). Ma, quello del centravanti argentino, era già tutto un altro calcio: meno romantico, più esasperato, meno poetico, più truccato!

Mister, quand'è che ha provato una grande gioia da calciatore?

“Forse, quando ho giocato la prima partita con la maglia della mia Nazionale, e poi la finale dei campionati del mondo del 1958, contro il Brasile. Poi, per il resto, le partite di calcio sono sempre uguali: certo, tra queste, ce ne sono alcune che sono più importanti”.

Si ricorda un gol importante, un gol stilisticamente bello?

“Di gol belli ne ho fatti uno con la Juve a Firenze: è stato molto bello, forse, uno dei più belli che ho fatto. L'ho fatto di piede, stop di petto, poi ho alzato la palla sopra Sarti, e l'ho battuto con un pallonetto”.

Ha mai sbagliato un rigore; quale il più clamoroso?

“L'ho sbagliato sì. Il più clamoroso è forse quello contro la Lazio, giocavo nella Fiorentina, ho fintato il portiere, lui si è sdraiato e gli tirato addosso. No, no, i compagni viola non si sono arrabbiati anche perché ho firmato il gol del 3-1 ed abbiamo vinto lo stesso”.

Mai fatto doppiette in una partita sola?

“Ne ho fatte tante!”

E triplette?

“Diciamo che il bottino più importante è stata quella volta che a Bergamo ne ho fatti cinque, quando con la Fiorentina abbiamo vinto per 1-7 (2 febbraio 1964)”.

Ha i ricordi più belli nella Fiorentina, nel Milan, nel Padova o nella Juve?

“Nella Juve non è che ho avuto tanti bei ricordi perché l'annata era andata storta, però, come dico qualche volta, gli unici che hanno capito Hamrin sono stati i dirigenti della Juve perché mi hanno portato a giocare poi nel Milan. Poi, se le cose non sono andate bene, come dovevano andare, bé, è stata anche un po' per colpa mia perché non capivo bene il gioco, e un po' colpa della Juve, che non mi ha fatto guarire bene da tanti infortuni”.

Trampolino di lancio – o di rilancio – Padova e il catino brulicante del “Silvio Appiani”...

"Poi, sono stato fortunato ad aver trovato nel Padova Nereo Rocco, il quale mi ha valorizzato. Con me, Brighenti e Rosa abbiamo fatto un bel campionato. Poi, sono stato nove anni a Firenze, ed è stato meraviglioso. Però, le cose più belle a livello di risultati sicuramente le ho provate nei due anni a Milano, in cui abbiamo vinto tutto, mentre sotto il profilo del gioco e delle soddisfazioni personali a Firenze. Col Milan abbiamo vinto tutto: Coppa delle Coppe, Coppa Italia, campionato, secondi in campionato e Coppa dei Campioni. Poi, purtroppo, stavo andando via, non ero ancora ceduto e sono stato presente alla finale di ritorno della Coppa Intercontinentale vinta contro l'Estudiantes, a Buenos Aires. Questi sono stati i migliori risultati che ho avuto, ma, volendo fare una classifica, i più entusiasmanti li ho vissuti a Firenze”.

Qual è stato il giocatore più forte contro cui ha giocato in Italia e nel mondo?

“Pelè è stato un grande, però, quando l'ho visto io nel 1958, durante il campionato del Mondo in Svezia, lui era un bambino, aveva 17 anni, e ha fatto delle cose che si vedeva che sarebbe diventato uno dei migliori al mondo. E, per un periodo, sicuramente è stato il migliore. Poi, Maradona, che ha fatto il suo, però, in questo momento, c'è Lionel Messi, che ha sorpassato tutti e due”.

E nel campionato italiano, chi l'ha fatto soffrire nella marcatura?

“Se glielo dico, non mi crede nemmeno perché ora non è che mi ricordo tanto il nome. Uno era terzino sinistro del Vicenza (inizia con M) quando giocavo nella Fiorentina, e poi c'era uno di Bergamo che poi è andato a giocare nella Lazio. Due terzini sconosciuti in tutto il mondo, ma, che per me sono stati due pecore nere”.

Perché la chiamavano “Uccellino”?

“E' stato un giornalista fiorentino, famoso e bravo, Pegolotti, il quale scriveva che quando Hamrin corre sembra un uccellino che vola. Allora, sulla civetta apposta davanti alle edicole de “La Nazione” di Firenze è comparso il titolo “Uccellino che vola?”, e da quella volta sono diventato per tutti “Uccellino” Hamrin”.

Era amico di Nils Liedholm?

“Sì, eravamo amici. Purtroppo, siamo sempre stati distanti l'uno dall'altro, lui a Milano, io a Firenze. Eravamo amici quando giocavamo entrambi in Nazionale e qualche altra volta, ma, le amicizie maggiori le ho a Firenze”.

Qual è stato il più grande calciatore della Svezia?

“Il più grande è stato Gunnar Green: lui è stato il grande e faceva parte del trio del Milan assieme a Liedholm e a Nordhall. Fantastico quel trio! E Green ritengo sia stato il più grande calciatore svedese di tutti i tempi”.

Cosa aveva più degli altri per essere così forte?

“Green era uno che pensava quando giocava, usava più il cervello che le gambe”.

E Nordhall e Liedholm?

“Nordhall era potente che faceva paura, Liedholm era un corridore eccezionale, avanti e indietro nel campo, destra e sinistra, e poteva giocare in tutti i posti nella squadra. Nel 1948 l'ho visto giocare nella nostra Nazionale ala sinistra quando vincemmo le Olimpiadi, l'ho visto giocare nel Milan mezz'ala nel campionato italiano. Era eclettico. Però, il più forte di tutti, per me, era Gunnar Green”.

Ha giocato contro Di Stefano, contro Bobbie Charlton?

“Contro Bobbie Charlton sì, contro Di Stefano, sì, anche lui in amichevole a Firenze. Ma, era già arrivato in età matura. In Coppa dei Campioni, ho giocato contro Bobbie Charlton, era molto bravo perché era un uomo di squadra, tipo inglese e molto diverso dal calcio italiano”.

Non ha giocato contro quel Real Madrid di Alfredo di Stefano e di Gento, che aveva eliminato in Coppa dei Campioni la Fiorentina?

“No, no, ero ancora in Svezia”.

Cosa le è rimasto di svedese e cos'è che ha preso dall'Italia?

“Di svedese mi è rimasto tutto perché in questo momento sono a Stoccolma e poi tengo al Paese in cui sono nato; però, come carattere, a Firenze dopo qualche anno che vivevo in Toscana, mi dicevano che io non ero svedese ma napoletano per il mio modo di prendere la vita allegramente”.

Rimpianti?

“No, nessun rimpianto, per nessun motivo. Nemmeno quando le cose andarono male a Torino con la Juve, non mi rimproveravo niente perché quella parentesi per me è stata forse una lezione di vita”.

Il calcio l'ha resa felice?

“Sì, sì, sì. Il calcio continuo a seguirlo con passione e interesse. Ultimamente, in Svezia, ho visto la diretta Siena-Inter. Il calcio, certo, che mi ha reso felice perché era il mio sogno fin da bambino giocare a calcio”.

Suo padre cosa faceva?

“L'imbianchino”.

Avrà rovesciato tanti secchi di colore, di vernice...

“La mamma era sempre arrabbiata perché si giocava il calcio in casa e lei ci mandava fuori”.

Non ha mantenuto la freddezza degli svedesi però...

“No, no, sono freddo di carattere, però, sono pronto a parlare, a scherzare”.

Crede in Dio?
“Sì, sì, credo in Dio”.

Quando ce ne andremo, c'è qualcosa di là?

“Io penso che uno deve avere una fede in qualche modo, deve credere in qualcosa. Non si può buttare via tutto così”.

Autoreti ne ha fatti?

“No, no, non sono mai arrivato vicino al dischetto del rigore della mia difesa quando giocavo”.

Ma, è vero che lei giocava con un plantare?

“Con quello giocavo cinque mesi a Padova, poi, l'ho battuto via. Avevo riportato a Torino la frattura al quinto metatarso e mi hanno fatto un plantare, un supporto che proteggeva il mignolo sinistro”.

Ma, non perché avesse una gamba più corta di qualche centimetro?

“No, no, era per la frattura. Infatti, dopo averlo tenuto applicato per cinque mesi, visto che stavo bene, sono andato a fare i campionati del Mondo in Svezia e l'ho buttato via”.

Contro il grande Garrincha – che si diceva che avesse la colonna vertebrale a doppia esse – ha giocato?

“Sì, un paio di volte, era bravo davvero, ma, per me, non il più bravo brasiliano. Che era Julinho, che ha giocato prima di me a Firenze”.

Era superstizioso quando giocava?

“No, no, assolutamente no! Alla domenica, per andare a giocare la partita, non indossavo la stessa maglia o lo stesso abito; non credevo a quelle cose lì, a quei riti lì. Nello spogliatoio posso capire, che uno possa cambiare di posto alle scarpe, a dove si accomoda, ma, per il resto, non sono mai stato vittima della superstizione. Uno è libero di voler seguire i riti che desidera, io non l'ho mai fatto, non ci ho mai creduto”.

Non ha mai ricevuto un complimento da qualcuno, da qualche personalità?

“Quando arrivammo secondi ai Mondiali del 1958, fummo ricevuti dal nostro re, il quale ci ha dato la medaglia del re. Ma, è stata una sua iniziativa, non dello stato di Svezia”.

L'amicizia esiste?

“Sì, anche se è sempre più rara. Quando uno ha degli amici, e purtroppo quando uno lo cerca nel bisogno, gli si girano le spalle. Io dico che gli amici che penso di avere sono al massimo tanti quanto le dita di una mano destra o sinistra: cinque”.

La libertà esiste? E' stato un uomo libero?

“Io, sì, sono stato completamente un uomo libero. Non c'è stato niente che mi ha fermato o condizionato”.

Sta meglio in Svezia o in Italia?

“Si può stare bene dappertutto basta rispettare le regole e seguire le leggi che governano il Paese dove vivi”.

Mai giocato in Nazionale contro l'Italia?

“No, mai”.

Le sarebbe piaciuto giocare?

“Ma, sì, sarebbe stato bello!”

E le sarebbe piaciuto fare anche un gol?

“Volentieri e avrei anche esultato; sicuramente sì”.

Rocco, Bernardini, che cosa le raccomandavano ogni volta prima di scendere in campo: di dribblare di meno, di passare la palla di più?

“No, no, nessuno mi ha detto niente. Solamente di fare quello che mi pareva. Ho avuto tanti difetti, ma avevo anche un calcio veramente speciale: non saltavo di testa, ma con il mio modo di giocare non potevano obbligarmi di fare niente”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 3 febbraio 2013

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