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INCONTRI VIP'S

30/8/07 - INCONTRI RAVVICINATI: STEFANO LORENZETTO...

" MI INTERESSA LA VERITA’ DELLE PERSONE CHE HO DI FRONTE "

STEFANO LORENZETTO (22.01.2006)
Prosegue sul nostro sito www.pianeta-calcio.it la serie di interviste tenute dal nostro direttore Andrea Nocini a personaggi famosi del mondo dello sport e del giornalismo italiano.

"49 anni, veronese. Prima assunzione a “L’Arena” nel ’75. Dopo aver fondato, con altri colleghi, “Il Nuovo Veronese”, nell’83 è tornato a “L’Arena”, dove è rimasto fino al ’95 come caporedattore, collaborando con “Corriere della Sera”, “L’Europeo”, “Capital” e molte altre testate. Chiamato a “Il Giornale” da Vittorio Feltri il 1° dicembre ’95, ne è stato vicedirettore vicario fino al 1998. Attualmente scrive per “Il Giornale”, “Panorama”, “Anna” e “Monsieur”. E’ stato autore di “Internet Cafè” su Rai3. Quattro libri usciti: “Fatti in casa”; “Dimenticati”, che gli ha fatto vincere il premio “Estensi” nel 2000; “Italiani perbene” e “Tipi italiani”, più un quinto che uscirà a maggio. Nel 2002 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli ha consegnato il 37° “Premio Saint Vincent del Giornalismo”..."

Abbiamo voluto lasciare direttamente alle parole del nostro direttore la presentazione dell’ospite settimanale di “Incontri Ravvicinati”, il grande giornalista ed editorialista Stefano Lorenzetto: presentazione che, nel caso sembrasse davvero troppo lunga, lo dovrebbe semplicemente alla straordinaria ricchezza del curriculum del giornalista, nato a Verona ma, ormai, di indiscussa fama nazionale.

"Possiamo chiudere qui, grazie, è stato molto bello! Scherzo..." ride subito l’ospite, confermando l’impressione di un'introduzione veramente lunghissima.

"Lorenzetto" - Nocini scalda i motori - "lei ha mai giocato a calcio?" "L’unica partita di calcio che ho “tentato” di disputare" - risponde la penna veronese - "avrò avuto 10-11 anni, o forse meno, è stata al campo sportivo “Luigi Piccoli” di Borgo Venezia quando, naturalmente trascinato dai miei compagni, sembrava che anch’io potessi esercitare questa “nobile arte”... Ma, mi pare che, al momento di una rimessa in campo, anziché mettere la palla dietro alla nuca, cosa che avrei scoperto solo anni dopo, l’ho scagliata praticamente come se fosse una palla da boowling e sono stato cacciato a calci" - ride - "e da allora la mia esperienza con lo sport è finita! Io sono un sedentario, per me la sedia è un indumento!"

"Ha una squadra del cuore?" - prosegue, incalzante, il direttore - "No!" - è la secca replica - "Io non ho squadre del cuore. Devo dire che ho tifato per l’Italia in occasione dei Mondiali, e continuo a farlo, pur non avendo la fregola di assistere alle partite o alla finalissima. E ho tifato, sicuramente, per il Verona: ricordo ancora la canzone “Azzurro” di Adriano Celentano mentre i pullman partivano pavesati a festa per non ricordo più quale città d’Italia, quando il Verona tornò in A la prima volta. Sono dei ricordi un po’ tra il poetico e il trasognato, ma che non hanno nulla a che vedere con l’esperienza reale: nell’esperienza reale io sono un “a-sportivo”!"

"Lei, giornalista" - insiste Nocini, nel tentativo di incanalare il discorso nell’ambito sportivo - "da ragazzo ha dovuto fare esperienza anche nelle pagine dello sport: ricorda qualche servizio sportivo particolare svolto a Verona?"

"Io sono stato assunto in un giornale" - ricorda Lorenzetto - "per la prima volta da “L’Arena”, nel giugno del ’75. Alla domanda del direttore dell’epoca, Gilberto Formenti, su quali fossero le mie competenze, dissi che potevo esprimermi timidamente su quasi tutto, tranne che sullo sport, che per me era proprio qualcosa di esoterico. Fui messo nella redazione sportiva! La quale, all’epoca, era diretta da Germano Mosconi, caro amico, e c’era un altro carissimo amico, Valentino Fioravanti, col quale ci sentiamo ancora ogni tanto... e rimasi lì per tre giorni, perché dopo tre giorni reputarono più conveniente dedicarmi alle rapine, ai pezzi di politica e quant’altro piuttosto che allo sport. Perché una notte si combatteva, mi ricordo, un match di pugilato a Kuala Lumpur, con Cassius Clay, o una roba del genere, e alle tre di notte (allora i giornali chiudevano molto più tardi di adesso) io ero lì indeciso su quale riga tagliare, perché c’era da tagliare un bel pezzo di piombo, e arrivò quello che poi sarebbe diventato direttore de “L’Arena”, Giuseppe Brugnoli, il quale, vedendo questa colonna che sbordava dalla pagina, disse “Tagliamo qua”, e tagliò. Io rimasi basìto per questa bravura del direttore, poi, il giorno dopo andai a vedere sul giornale: aveva tagliato dieci righe a caso! Allora, dissi “Ma anch’io son capace di tagliare così!” Comunque, per farla breve, il mio battesimo di fuoco è stato, per quanto assurdo possa sembrare, in una redazione sportiva."

Dopo essersi progressivamente avvicinato, Nocini arriva al punto, approdando cioè a quell’argomento che è il cuore del nostro sito e il cavallo di battaglia della passione del nostro direttore: "Il calcio dilettantistico" - chiede, senza rinunciare a descrivere brevemente, ma nel modo più saporito, questa “creatura” da lui amata e seguita come un figlio - "questo calcio povero di quattrini ma ricco di valori, di sentimenti, di passione (come direbbe il grande Darwin Pastorin), le interessa? Lo segue? Sa che la Virtus è prima in classifica?"

"Questa è una notizia che non sapevo e che apprendo con intima gioia" - finalmente, il nostro direttore è riuscito ad affascinare e ad interessare il suo ospite su un argomento sportivo - "Anche se non mi fosse stata comunicata questa bellissima notizia, avrei risposto dicendoti (perchè mi pare che ci siamo sempre dati del “tu”, anche se apprezzo che nella “finzione mediatica” tu mi dia del “lei”!) che il mio primo servizio in assoluto su un giornale fu un’intervista a tuo padre (dott. Sinibaldo Nocini), che era, all’epoca, presidente della Virtus Borgo Venezia. Quindi, pur occupandomi poi di tutt’altra cosa, perché lo feci parlare dei problemi di borgo Venezia, lo interpellai in quanto presidente della Virtus. Una squadra che è pur sempre a me vicina, perché in borgo Venezia io sono nato, rione che ho sempre amato, pur non seguendo le vicende pedatorie... E, adesso che mi fai venire in mente, ho avuto un’ulteriore esperienza, sia pure marginale: per un certo periodo, forse per la mia scioltezza di linguaggio che, ahimè, adesso è andata smarrita, ho fatto lo speaker ufficiale al campo sportivo “Mario Gavagnin” delle partite della Virtus." "Come andò?" - domanda curioso Nocini - "Andò che non potevo, ovviamente, raccontare le azioni" - risponde Lorenzetto, ancora una volta sincero e auto-ironico, con la forza e la sicurezza di chi conosce i propri limiti - "perché, come ho detto prima, ciò che si svolge in campo per me è praticamente comparabile all’alchimia...cioè non ci capisco niente! Però, presentavo le formazioni, gli allenatori, davo gli orari, credo che leggessi anche dei brevi spot pubblicitari (lo facevo gratis, ovviamente), e lo facevo ben volentieri perché consideravo un orgoglio personale quello di esser stato chiamato, davanti a un pubblico sempre folto, a dar voce ufficiale alla squadra del mio quartiere."

"Hai dei miti del passato del calcio?" - continua Nocini, inarrestabile nella sua voglia di conoscere e nella sua bramosia di sfruttare al massimo il tempo disponibile per “spremere” più possibile il suo interlocutore. Sfruttando l’assist di Lorenzetto, il nostro direttore inizia a dargli del “tu” - "E consideri veramente qualcuno di quelli moderni?" "Mah" - replica l'editorialista de “Il Giornale” e di "Panorama", senza pensarci troppo - "Io ne ho avuto uno solo, forse perché l’ ho conosciuto da vicino, ed è Paolo Rossi, che ho intervistato tanti anni fa... L’ ho intervistato e messo nel mio primo libro, che si chiama “Dimenticati” ma, per fortuna, vedo che non è stato dimenticato, e di quest’uomo, tanto per dire quanto io sia alieno dalle passioni sportive, ricordo che, quando lo intervistai nel residence di Vicenza dove era andato a vivere dopo essersi appena separato dalla moglie, mentre rispondeva alle domande andò al lavello e lavò i due bicchieri nei quali avevamo bevuto il san bittér... Questo mi ha dato l’idea di una persona molto pratica, molto poco permeabile dalle cattiverie del divismo, una persona molto autentica. E gli confessai che non avevo mai messo piede allo stadio (cosa falsa perché poi c’è stato un aneddoto anche su questo ma, insomma, io me la sono sempre venduta così, che io sono l’unico italiano che non ha mai messo piede allo stadio!), e lui mi disse “E’ un vero peccato, perché le grandi emozioni può darle solo lo sport, che fra tutte è la droga più sana”, e in questo, forse, aveva anche ragione, anche se Ted Turner, il fondatore della CNN, dice invece che “lo sport è come una guerra senza morti”..."

"Hai mai avuto esperienze radiofoniche?" - è l’ennesimo, euforico colpo della raffica nociniana di domande - "Beh" - interviene Lorenzetto, sorpreso - "mi sembra una seduta psicanalitica, più che un'intervista, questa!" - a proposito di colpi...Nocini non ne sbaglia uno: e lo dicevamo, noi, che il nostro direttore li “psicanalizza”, i suoi ospiti! - "perché il mio esordio come giornalista pagato sistematicamente è stato, nel 1977, all’appena nata "Radio Adige" dove, l’8 dicembre, ricordo anche la data, condussi il primo notiziario, quello delle ore 8 del mattino, che era anche il primo notiziario in assoluto di questa radio e, credo, anche il primo fatto nella nostra città. Quindi, ho avuto questa esperienza radiofonica, durante la quale mi è capitato poi, ovviamente, di dare innumerevoli volte anche notizie sportive, sia locali che nazionali."

"Tra i tuoi scoop" - avanza Nocini, dimostrando come sempre la propria accurata documentazione sulla persona che sta dall’altra parte della cornetta - "la storia della tragica fine della prima moglie e del figlio segreto di Benito Mussolini, fatti internare dal Duce in manicomio, un’intervista con il cameriere marchigiano di Adolf Hitler, la bambinaia di Enrico Fermi..." "Sicuramente" - conferma Lorenzetto, toccato su un argomento evidentemente a lui caro - "i due che hanno colpito di più, e che ha ripreso anche il “Times”, sono la fuga della prima vera moglie di Benito Mussolini e il figlio, che si chiamava Benito Albino, fatti internare in manicomio dal Duce e morti di stenti e sotto falso nome...e, poi, questo cameriere marchigiano di Adolf Hitler, Salvatore Paolini, che ho rintracciato nel paesino di Villasantamaria, e che aveva servito il Fuhrer al nido delle “aquile”, tra la Baviera e l’Austria, in quella che era chiamata “la seconda cancelleria del Reich”... Però, quello cui sono più legato e che mi ha preso di più è sicuramente la scoperta che, a Montecchìa di Crosara, viveva da 30-40 anni la bambinaia di Enrico Fermi, quella che aveva allevato i suoi figli e che aveva scortato tutta la famiglia il giorno che, nel ’38, Fermi andò a prendere il premio "Nobel" a Stoccolma, e che poi li aveva seguiti nell’esilio negli Stati Uniti... Devo dire, però, che non sono riuscito a intervistarla a Montecchìa, perché non voleva parlare, ma ho continuato a inseguirla: ho fatto un appostamento che è durato tre anni, forse il più lungo della mia vita, e l’ ho fatta capitolare alla fine quando era andata a vivere in una casa di riposo di Cartaneto Piacentino che, peraltro, è il paese natale di Enrico Fermi."

A seguire, il nostro direttore sfodera una delle più classiche domande nociniane, ovverosia quei quesiti che ti costringono a guardarti allo specchio, a riflettere sulla tua persona, a un severo faccia a faccia con te stesso: "Se potessi, con la bacchetta magica, realizzare il sogno di essere un calciatore, che ruolo ti vorresti ritagliare: attaccante, difensore, centrocampista, portiere?"

"Mah" - sta al gioco Lorenzetto, affascinato dallo spunto - "Per la mole, credo che mi si attaglierebbe il ruolo di portiere o di difensore...non solo per questioni fisiche, ma anche per questioni psicologiche e attitudinali perché, in effetti, io sono un giornalista che ha dedicato gli ultimi anni della sua attività soprattutto a questo: cioè a difendere quanto c’è di buono in questo Paese, e quanto c’è di buono nel cuore degli uomini. Il mio prossimo libro si intitolerà “Dizionario del buon senso”, uscirà a maggio per Marsilio Editore, ed è proprio un dizionario dalla A alla Z di tutti i motivi per cui questo grande Paese ci fa disperare, perché sembra che abbia smarrito la tramontana, non difende più la ragione, prima di tutto. Io credo che ci sia una grande carenza di buon senso, proprio perché noi abbiamo smarrito la sìnderesi, la capacità di distinguere il bene dal male e l’umano dal disumano. Quindi, il ruolo di difensore, anche ardito e apològetico, che mette pepe nella polemica, mi si attaglia alla perfezione."

Il nostro direttore, poi, da bravo "anfitrione", fa gli onori di casa al suo ospite, enunciando solennemente: "Hanno scritto di Stefano Lorenzetto: “al servizio della gente, Lorenzetto si fa leggere” (Sergio Romano); “consiglio le pagine di Lorenzetto ai pessimisti, gli sfiduciati, gli italiani che dubitano del loro paese” (Enzo Biagi); “il suo è un giornalismo da bottega rinascimentale, un giornalismo che va per cascine, che scende i dirupi, che scrive stretto, perfetto, molato” (Mario Cervi); “la capacità di Lorenzetto è quella tipica del segugio, del bracco da tartufo, capace di stanare sempre nuove figure, figurette, figuri” (Vittorio Messori); “Lorenzetto il Magnifico", come lo ha ribattezzato Mario Cervi, è "un fustigatore di luoghi comuni, che si commuove quando ritrae i suoi tipi italiani” (Aldo Busi)... Lei ha detto che si commuove... Ecco, non si è mai commosso, magari in qualche avvenimento sportivo? O quando, a livello giornalistico?"

"Mah" - riflette Lorenzetto, dopo aver pazientemente ascoltato l’elenco - "Direi che io, come peraltro mio padre (credo sia anche una “malattia” di famiglia), sono abbastanza incline a commuovermi, e ho rovesciato questo che, come dotazione di partenza, purtroppo è un handicap nella società attuale. L’ho ribaltato a mio favore, cioè non cercando di vincere questa emozione, ma, coltivandola con cura, perché poi ho sempre visto che dal “commoziometro” o dal “lacrimometro”...(perché, a volte, quando io stavo a Milano, a “Il Giornale”, mi capitava anche di commuovermi solo a vedere le facce delle persone defunte riprodotte sul giornale della mia città - che era uno dei 50 che mi venivano messi sulla scrivania ogni mattina...-). L’ho coltivata, dicevo, perché penso che questo “commoziometro” dìa, infine, la vera misura di quello che può piacere o non piacere, emozionare o non emozionare il lettore... Poche settimane prima che morisse, ricordo, intervistai Carlo Alberto Cappelli, sovrintendente dell’anfiteatro areniano, e..." "Lorenzetto" - lo interrompe Nocini, con tono trionfale - "io ho scoperto una via dedicata a lui, tra Borgo Venezia e Santa Croce..." "Mi fa estremamente piacere" - continua l’ospite, compiaciuto - "perché è stato in assoluto il più grande sovrintendente che l’Arena abbia avuto e forse uno dei più grandi sovrintendenti italiani di enti lirici, al pari di Ghirindelli quando stava alla Scala... Beh, a Cappelli chiesi “Ma lei come fa a capire che un’opera, nell’allestimento, con quei dati regista, scenografìa, tenore, soprano, avrà successo?”E, allora, mi spiegò che lui, la sera della prima, confuso tra il pubblico, senza farsi riconoscere, si metteva in fondo all’Arena e, se alle prime note, gli veniva da piangere o, meglio ancora, piangeva calde lacrime, quello sarebbe stato il segno che l’opera avrebbe avuto successo. E, credo che si sia fatto guidare così fino alla fine. E non ha mai sbagliato."

"Ecco" - continua Nocini - "Vorrei dire anch’io la mia su Stefano Lorenzetto, vorrei dipingerlo... così. Io mutuo quel grande artista del Novecento, il pittore bolognese Giorgio Morandi - che ha fatto, a differenza di Lorenzetto, poche opere, pochi quadri - ma, che ha lasciato sempre la polvere sulle bottiglie nelle sue nature morte: questo, per dire che Lorenzetto, secondo me, ha sempre cercato la veridicità del personaggio, oltre che l’aspetto introspettivo, la sua specificità, la sua interezza. Persone semplici o grandi, per Lorenzetto sono tutte importanti perché sono uomini, espressione di Dio, specchio del cristianesimo..."

"E’ un giudizio che mi piace molto" - lo “psicanalista” Nocini colpisce ancora - "che trovo anche azzeccato. Come ho avuto occasione di dire anche in un’altra intervista, alla fine dell’incontro con una persona, grande o piccola che sia, a me interessa portar a casa la “sua” verità, cioè capire chi ho di fronte. E, devo dire che, dopo averne incontrate ormai tante, cioè negli ultimi anni settimanalmente e senza soluzione di continuità più di quattrocento (perché si tratta di 400 interviste di una pagina intera), raramente ormai mi sbaglio sul conto di una persona, anche dopo averci parlato insieme tre ore. Quando succede è proprio un inganno, una delusione talmente cocente per me, che mi sorprendo. Ma, mi è capitato poche volte!" Da uno “psicanalista” ad un altro, insomma.

"Torniamo sul ruvido, sempre che ci sia stato" - cambia, poi, discorso il nostro direttore - "Il “flop” di Stefano Lorenzetto?" "Aaahhh..." - sospira, affettuoso e comprensivo verso se stesso - "...sono innumerevoli! Tutti quanti noi siamo portati piuttosto ad amarci e a perdonarci le colpe" - riemerge la fiducia di Lorenzetto nella bontà intima delle persone - "ma son sicuro che i lettori, soprattutto, ne hanno visti di clamorosi, e noi facciamo anche fatica a vederli... Per me, negli ultimi anni, coincide sicuramente con un flop il fatto di non riuscire a far parlare alcuni personaggi: ho imparato un po’ da Biagi, che mi ha sempre detto che l’importante è portare a casa il servizio... Quando non sono riuscito a condurre un’intervista, per me è una delle delusioni peggiori, professionalmente e anche umanamente. Devo dire che mi è capitato poche volte. Mi è capitato, non so...ricordo Mamma Ebe, che rintracciai dopo ricerche durate 3-4 mesi, ma che mi disse di no...Il Ministro del PLI Renato Altissimo, che raggiunsi in maniera avventurosa a Londra e mi disse di no... e un piccolo libraio di Reggio Emilia, che metteva in vetrina (e continua a farlo, credo tutt'ora...) tutti i libri che vende sottolineati con la matita rossa e blu, come fosse un professore, per mostrare gli errori o le scemenze che ci sono dentro i libri... di questo mi è dispiaciuto, perché non mi ha spiegato perché non voleva essere intervistato: ha detto “no, guardi, non voglio fare l’intervista perché è così. Punto e basta.” Questi sono sicuramente dei flop, oltre a tutte le altre stupidaggini che, sicuramente, ho seminato a piene mani nei miei scritti."

"Tu citi sempre Cesare Marchi" - introduce Nocini - "che diceva: “scrivi sempre poco, devi riuscire ad esprimere il concetto con poche parole”..." "Sì" - conferma l’ospite - "Questa è una delle grandi lezioni che mi ha dato..." "Anche il Carducci lo diceva all'ArciGinnasio..." - interviene il direttore, chiamando in causa il suo poeta preferito - "Carducci poi copiato da Mussolini" - Lorenzetto prende il testimone - "dal che adesso si dice che lo ha detto Mussolini e, in realtà, l’ha detto Carducci, cioè disse che “l’uomo, che dice con dieci parole un concetto che può essere rappresentato con tre, è capace delle peggiori azioni”... A me, in maniera molto più ruspante, molto più amichevole, Marchi ha lasciato un’indicazione che era anche di tipo economico, essendo lui una persona molto parsimoniosa, mi disse “Stefano, ricordati sempre che, quando scrivi, dopo che hai scritto è come dovessi spedire un telegramma: più togli, meno spendi!”. Poi, diceva “brodi ristretti, non brodi lunghi”, e, quindi, usa con parsimonia gli aggettivi. Un altro grande giornalista veronese, Bruno Roghi di Sanguinetto - che era poi lo zio del mio amico Giulio Nascimbeni - lasciò appunto a Giulio questo insegnamento: “usa poco gli aggettivi, perché sono come i trampoli: le parole sembrano più alte, ma, camminano male”."

"A proposito di Nascimbeni" - riprende Nocini, in questo gradevole ping-pong di citazioni - "così dice Giulio, editorialista del “Corriere della Sera”: “Se uno vuole imparare l’arte dell’intervista e poi metterla su un foglio, passi da queste parti...”" "Questo l’ ha detto Renato Farina!" - lo corregge Lorenzetto, sorridendo - "Beh, insomma, cambia poco la sostanza!" - si salva in corner il nostro direttore - "Cambia poco, è vero, è il vice-direttore di Feltri, è stato vice-direttore con me a “Il Giornale”...è un caro amico, lo considero uno dei giornalisti italiani che scrivono meglio, è di una velocità rapinosa, da lasciare annichiliti... e, soprattutto, è uno nelle cui vene circola sangue, e non acqua..."

"Ecco" - introduce Nocini, preannunciando un cambio di argomento - "tornando al cameriere marchigiano di Hitler, a me viene in mente cosa disse Anna Frank nel “Diario”: “io credo, comunque, nella bontà degli uomini”..." "Devo dire" - racconta Lorenzetto - "che questo cameriere non era ovviamente né un filo-fascista né un filo-nazista; era uno che fu preso a 19 anni perché era di bella presenza e lavorava a Roma, dove c’era un quartier generale dei tedeschi... Mi ha descritto il dittatore, visto nell’intimità di questo rifugio delle “aquile”, dove era con Eva Braun e tutti i grandi del Terzo Reich... me lo ha descritto come una persona gradevolissima che, dopo i pranzi, ringraziava uno per uno tutti i camerieri, diceva che le pietanze erano state molto buone, uno molto rispettoso, insomma... Poi, mi ha detto “è l’unico ristorante dove ho lavorato in cui, finito il nostro turno, si poteva prendere il tè, sul terrazzo, insieme con i gerarchi nazisti.” Quindi, mi descriveva bene perfino Hitler! Io non credo che ci fosse questo fondo di bontà in Hitler, però, uno che lo ha visto da vicino sicuramente ha avuto occasione di vedere la parte che i libri di storia non ci hanno lasciato... Avesse voluto il cielo che fosse stato il contrario, ci avessero lasciato solo questa parte, e non quella che conosciamo!"

"Lorenzetto" - chiede,poi,il nostro direttore - "nella tua "Nazionale dei giornalisti" chi convocheresti?" "Ce ne sono tanti che mi piacciono..." - ci pensa su un momento, un po’ spiazzato - "Uno di quelli che mi piacciono di più è sicuramente Massimo Gramellini. Poi, convocherei sicuramente Renato Farina... mi cogli anche alla sprovvista" - come volevasi dimostrare - "perché devo dire che le firme dei giornalisti che io stimo ...non so, per esempio, ieri su “Il Giornale” ho “bastonato” Michele Serra, che è lontano anni-luce da me anche politicamente, però, continuo a considerarlo, nel suo genere, uno dei più bravi... E, poi, insomma, ce ne sono... dovrei farne cinque di "nazionali";ecco, non avrei il problema della panchina!"

Il nostro direttore, successivamente, chiede al suo prestigioso ospite di fargli una promessa, cioè di "fare la prefazione al mio primo libro, che uscirà il 30 ottobre 2006, ovverosia il terzo anniversario della morte di babbo Sinibaldo..." "Prometto solennemente." E’ la decisa, fiera risposta di Lorenzetto. Che aggiunge: "Perché penso che, altrimenti mi prenderei una mitragliata dal cielo da tuo papà, al quale ho voluto bene e che, peraltro, è stato anche il mio medico di famiglia, e, quindi, gli ho voluto bene nelle duplici vesti di mio compaesano (anche se eravamo abitanti in un borgo) e di medico, perché è stato vicino fino alla fine, fino a quando si è ritirato... Quindi, figùrati se non te la faccio!"

Dopo questo toccante momento di commozione e di ricordo, in onore dell’indimenticato e indimenticabile “babbo Sinibaldo”, il nostro direttore congeda il suo ospite. Il quale, di sicuro, si sarà accorto di una cosa: anche ad Andrea Nocini, sensibile e bonario “psicanalista” dei suoi intervistati, interessano la verità, l’essenza, la natura più intima ed autentica delle persone che ha di fronte.

(Luca Corradi, 27.01.2006) ore 13.59









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