ULTIMA - 27/5/19 - AIAC VR: INCONTRO FORMATIVO CON STEFANO BIZZOTTO

L’Associazione Italiana Allenatori Calcio sezione di Verona informa che organizza per lunedì 3 giugno 2019, con inizio alle ore 20.30, un interessante serata formativa dal titolo "La comunicazione nel mondo del calcio". L'incontro si terrà presso l’aula 1 del palazzotto Gavagnin (difronte alla sede della società Virtus Vecomp) in via
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INCONTRI VIP'S

22/2/13 - INCONTRI RAVVICINATI: FRANCO JANICH

UN LIBERO MOLTO...FRANCO

Franco Janich (Udine, 27 marzo 1937) è una delle più prestigiose “colonne” difensive del Bologna degli anni Sessanta e metà degli anni Settanta.
Personaggio squisito, sa colorire le risposte caricandole di una piacevole e sana ironia. E, chissà che spasso sarà stato per i compagni di squadra di quel Bologna e, specialmente, della difesa. Difensore elegante, libero carismatico ed anche capitano, Janich vanta di aver modificato sia il proprio nome (da Francesco a Franco) sia il cognome (da Ianich a Janich).
Dopo la gavetta nell'Atalanta e le due stagioni con gli orobici (38 presenze), passa alla Lazio, con la quale è subito (1958) Coppa Italia.
Dopo tre campionati con le “Aquile” laziali, nell'estate 1961 passa al Bologna, per rimanerci fino al 1974. Ed è il Bologna che si cuce il settimo (e per ora ultimo) scudetto della sua storia, battendo per 2-0 allo spareggio giocato all'”Olimpico” di Roma la favorita e la Grande Internazionale, appena rientrata dall'Europa con tanto di Coppa dei Campioni in mano.

Alza al cielo anche due Coppe Italia (1970 e 1974), una Coppa Mitropa (1961) e una Coppa di Lega italo-inglese (1970). Il Bologna, lo scudetto, gli conferisce notorietà e, ahilui, fa parte delle due Nazionali che non incontrano fortuna né ai Mondiali del Cile, nel 1962, né in quelli successivi, svoltisi in Inghilterra nel 1966. Una mezza dozzina esatta di maglie azzurre, nessun gol, così come nella sua lunga carriera di professionista non ha mai griffato una rete. Nemmeno nelle tante (294) partite disputate con la maglia che più gli ha dato soddisfazione: quella a bande verticali rosse e blu del Bologna. Conclude la carriera a Lucca, nella stagione 1972-73, poi, rimane nel mondo del calcio, ricoprendo l'incarico di direttore sportivo di Napoli, Como, Lazio, Triestina, Bari e Pomezia Roma (dilettanti di Eccellenza).

Quand'è che si è commosso di gioia nella sua carriera di calciatore?

“Quando fai delle buone partite, quando ottieni dei risultati importanti, come aver vinto lo scudetto nel 1964 e la Coppa Italia. Nel calcio vinci quando hai buoni compagni di squadra, nel tennis devi avere un buon compagno per vincere il doppio, però, nel singolo se non hai certe valide caratteristiche non fai niente. La pelle d'oca sa quando mi è venuta? Quando ho cominciato a giocare a calcio perché è la cosa più bella che il Padre Eterno mi ha fatto fare”.

I primi calci nella sua fredda (intendiamoci, dal punto di vista meteorologico!) Udine...

“Quando ero bambino io, il riscaldamento in casa era relativo: per avere caldo dovevi mettere la vasca piena di acqua al sole. Erano periodi un po' diversi, che, se non altro, sono serviti a temprare il carattere e il fisico di alcuni buoni giocatori del Friuli. Adesso, forse, sono un po' meno perché il benessere forgia di meno la passione ed anche l'applicazione”.

Non conserva aneddoti del gran trionfo contro la Grande Inter di Sarti, Burgnich, Facchetti?

“E' che non siamo ritornati subito a Bologna, ma siamo andati subito a Torino per disputare la semifinale di Coppa Italia, in cui beccammo quattro gol. La vita la godi in proprio e nella famiglia: se ti manca quella, godi un po' meno. In centro a Bologna certamente avremmo potuto beneficiare di qualche osanna in più, invece, mister Bernardini aveva stabilito questo tipo atteggiamento verso una partita che si giocava o il mercoledì o il giovedì successivo alla conquista dello scudetto”.

Si ricorda un gol suo?

“No, guardi, io sono stato coerentissimo: difensore, non ho mai segnato, sta a scherzare. Magari, avrò fatto qualche autogol”.

Allora, ricordiamo un'autorete clamorosa...

“Ricordo quella che mi ha rovinato la permanenza alla Lazio: un tiro da quaranta metri, l'ho deviato e Lovati, pur essendo lungo, non ha potuto farci niente. E quello è servito a perdere il derby con la Roma e a farmi più simpaticamente accogliere dai tifosi romanisti”.

Roberto, “Bob”, Lovati è stato anche in Nazionale, o no?

“Gran brava persona, un uomo molto simpatico, mancato di recente: oggi è difficile trovare gente allegra, non sorride più nessuno”.

Un suo ricordo in azzurro?

“Ho partecipato a due Mondiali, ho giocato le due partite, al termine delle quali siamo tornati a casa. Quando qualcuno mi rimprovera che io non contavo niente, io rispondo che forse è vero, però, ho mandato a casa due volte di seguito la squadra dai Mondiali di Cile e Inghilterra, nel 1962 e nel 1966”.

In Cile non fu coinvolto in quella scazzottata che vide protagonista il cileno Toros?

“No, io con i pugni non ci ho mai saputo fare; con i piedi, qualche randellata l'ho tirata con piacere. Io c'ero, ma le hanno prese gli altri, anche perché la mia struttura non era tra le più leggere”.

E le verdure di Genova, al rientro dalla debacle subita dalla Corea?

“Da quella volta ho provato allergia per la verdura e la frutta. Tornando a quella partita, il nostro Bulgarelli non c'era a fine gara a consolarci perché era già da tempo nello spogliatoio perché si era infortunato”.

Dopo quell'amara eliminazione, si è sentito più brocco o più umano?

“Brocco, no; io non sono stato mai un grande calciatore, ma un buon calciatore. Ho perso una partita, non mi ha cambiato il profilo umano, anche perché voleva dire che le mie qualità umane e caratteriali sarebbero state modestissime”.

I giornali imputarono all'allora cittì Edmondo Fabbri la causa della disfatta: aveva preferito il blocco del Bologna, visto che era un grande tifoso dei rosso e blu emiliani...Che non fu più lui, tanto rimase traumatizzato!

“Lei non è bene informato! Non cerchi di sviare i discorsi sul piano dei numeri: Fabbri non è vero che tifava Bologna, e poi c'era una larga rappresentanza dell'Inter. Mi scusi per questa mia entrata a gamba tesa, ma, ci tenevo a mettere i puntini sulle “i””.

Mai un'entrata a gamba tesa da parte di Franco Janich?

“No, qualcuna ne avrò fatte, ma non ho mai rotto la gamba a nessuno. A parole avrò rotto scatole certamente a qualcuno”.

Chi l'ha fatto ammattire in campo?

“Giocare contro Altafini, era un castigo di Dio, giocare contro Sivori era un pericolo pubblico perché era uno che se ti diceva che ti rompeva la faccia o una gamba, correvi il rischio. Sul piano umano erano divertentissimi, come tutti i grandi giocatori. Raramente, un grande giocatore è triste. Ed è una follia umana pretendere che un asso sia un fenomeno per tutti i novanta minuti della partita: è una follia umana pretendere questo! Il fenomeno ha i colpi di genio, poi ha delle pause, altrimenti agli altri cosa resterebbe da fare? Noi modesti giocatori saremmo stati tutti rovinati, o no?”

Ha pianto di più di dolore per la scomparsa – quattro giorni prima del trionfo – del presidente del Bologna Renato Dallara o per quella di Giacomo Bulgarelli?

“Dallara l'ho avuto come presidente e con lui avevo un rapporto non molto idilliaco perché mi imputava di pretendere tanti soldi e essere il sindacalista della squadra. Anche di aver fatto lievitare la paga di tutti i giocatori del Bologna, quando arrivai io. Con Giacomo ci ho giocato undici anni assieme, lui era un fratello minore, io, invece, un fratello minorato”.

Ha mai pianto tanto per un dolore suo, Janich?

“Quando se ne va qualcuno, all'età che ho io, cominci a dire che non me ne rimangono molti di anni da vivere. Per farci degli amici, come era anche Helmut Haller, ci vuole del tempo; poi, quando se ne va via qualcuno, è un disastro. Non sembra, ma io sono un emotivo e certo che ho pianto per la scomparsa di qualche mio caro. Se sento in televisione l'inno di Italia, mi viene il lacrimone: è dal di dentro che mi sgorga, non dal ragionamento. Un'altra canzone che mi tocca è l'inno dei Mondiali in Italia, quello delle “!Notte magiche”.

Che cosa la commuove?

“Quando alla mattina apro gli occhi, scorgo il sole e sono contento perché il Padre Eterno mi ha fatto un uomo felice perché mi ha fatto fare quello che mi piaceva fare. Da ragazzino andavo a scuola, ma, tanto dicevo, tra me e me, io farò il calciatore. A 36-37 anni ho chiuso la carriera di calciatore e ho fatto il direttore sportivo, altro mio sogno. E son riuscito a farlo per 22-23 anni. Cosa potevo pretendere di più? Ho avuto tutto quello che sognavo di fare? Adesso, dovesse capitarmi qualcosa di storto, pazienza, o no?”

Esiste l'Aldilà, li ritroveremo un giorno Bulgarelli, Haller, tutti i nostri cari?

“Nella vita la certezza di un'Aldilà non ce l'ha mai nessuno, però, nella vita bisogna anche raccontarsi un po' di fantasie. Da bambino, mi raccontavano le favole, da grande me le racconto. E mi danno più allegria queste cose”.

Quindi, dopo la morte il nulla?

“No, questo l'ha detto lei. Perché mi deve togliere questa possibilità di pensiero? La certezza non l'abbiamo, anche perché uno che torna dall'Aldilà non c'è mai stato e nemmeno ce l'ha descritto. Io con Bulgaro, e le sembrerò matto o strano, ma ogni tanto parlo, “Ciao, Giacomo, come va lassù?”. Nella vita bisogna anche essere fuori dagli schemi, poco tedeschi: Haller aveva poco di tedesco, era un napoletano”.

L'avversario più forte incontrato?

“Come centrocampista è stato Bulgarelli, poi, c'era un grande centravanti ungherese, che si chiamava Nandor Hidegkti, poi, allenatore, persona di grande qualità. Per non parlare di “Pepe” Schiaffino, un giocatore così grande che se ci fosse oggi varrebbe venti-trenta milioni di euro”.

Rimpianti da calciatore?

“No, ho avuto la fortuna di fare il lavoro che mi piaceva di più. Mi sarebbe nel 1968 andare a giocare in Inghilterra perché si giocava due volte alla settimana, al mercoledì e al sabato, e, quindi, se perdevi al mercoledì non dovevi aspettare una settimana di attesa e di sofferenza per rifarti della delusione. E il Bologna non mi diede la possibilità di andare in Inghilterra. Mi aveva richiesto il Leeds United, che aveva uno stopper eccezionale, il fratello di Bobbie Charlton, Jackie”.

Allenatore, mai?

“L'ho fatto una sola volta: quando Suarez si è dimesso dalla panchina del Como, in serie B. Però, al lunedì ho convocato il Consiglio direttivo, dichiarando “Scusate, ma il mal di testa a un altro!”. Ho fatto sempre il direttore sportivo o il direttore generale – a seconda delle parolacce – e sono pronto a fare causa a uno che dimostri che io abbia preso una lira, oltre allo stipendio riconosciutomi”.

Superstizioso?

“Per allacciarmi gli scarpini, mettevo il piede sinistro prima. Poi, quando ho avuto la caviglia gonfia, ho dovuto passare ad azionare prima il destro”.

Rigori?

“No, con i ragazzini dell'Atalanta, contro l'Inter. Per fortuna, quella volta, fui assistito da un colpo di vento, che corresse un pallone destinato a uscire sul fondo direttamente alle spalle del portiere. Quindi, la natura mi ha aiutato (sorride). Poi, un paio di gol in Quarta serie a 17 anni, a Spilimbergo”.

Friulano anche il suo ex compagno di squadra del Bologna Paride Tumburus...

“Sì, un friulano acquatico perché lui è di Aquileia, quindi, vicino al mare. Friulani seri e Tumburus era un bel mastino, dal carattere molto forte”.

Lei, allora, carnico?

“I miei bisnonni lo erano. Erano gli anticipatori della razza friulana perché questa regione era la porta di ingresso di tutti gli stranieri. Ed occupavi un terreno valido sotto il profilo agricolo, ma ti sbattevano più in su, e al carnico, poveretto, rimanevano altro che le pecore e le capre”.

Il più bel complimento ricevuto, la “partita perfetta” di Franco Janich?

“Il più bel complimento, al debutto in A, al Vomero, nel 1956, l'ho ricevuto da Luis Vinicio. Perdemmo due a zero, e la punta brasiliana, a fine gara, disse ai giornali di me: “E' un ragazzo che promette bene, farà buona strada”: un gran bel complimento, davvero, pur avendo perso la partita”.

I suoi genitori?

“Mio padre è stato direttore all'Ente Maremma del Mutuo bestiame, mio fratello Edo è uno dei più grandi incisori d'Italia, per bocca di Leonardo Sciascia nel 1946 “Dopo la morte – disse il grande scrittore siciliano – di Barbolini, Viviani e Morandi, di incisori in Italia ce ne saranno al massimo cinque; e tra questi, certamente dentro il quarto posto, ci sta il giovane Janich. Nome? Edo, accorciato anche lui - è un vizio di famiglia! Il nostro - : io, da Francesco, mi sono fatto chiamare Franco, da Ianich ho portato a “j” la “i”” E' più artistico così, o no?”.

Un ricordo di mister Bernardini?

“Ero il maschio che non aveva avuto dopo due figli; e mi trattava da padre energico. Una persona di grandissima qualità, ma, ho avuto la fortuna di avere grandissimi allenatori, da Manlio Scopigno a Gipo Viani, da Edmondo Fabbri a Fulvio Bernardini, Luis Carniglia, tutti grandi allenatori con ciascuno il proprio carattere, e tutti diversi. Il bello nella vita è frequentare gente che ha qualità”.

E Mondino Fabbri?

“Mi ha fatto debuttare in Nazionale, in Turchia, poi, mi disse “sai, voglio vedere come va Salvadore”: e così mi ha fatto la sostituzione. Poi, ai Mondiali, c'è stata un po' di maretta all'interno della squadra, e, forse, ha preferito far giocare il sottoscritto in una partita che abbiamo perso”.

La libertà, la giustizia, nella vita di tutti i giorni esiste, o sono solo paroloni?

“La libertà, sa, uno se la procura, se la lavora secondo i propri modi di vivere. Se lei parla con uno che di professione fa il ladro non può aspettarsi che le risponda che non esista se non lo beccano con le mani nel sacco. Se, invece, parla con delle persone, tranquille, normali, sanno che la vita è fatta di alti e bassi: non si po' illudere di avere tutto in discesa. I risultati non possono essere sempre positive, così come le cose le gusti quando incontri la difficoltà: se riesci a superarla è un buon vantaggio. Come vado come filosofo (sorride)?”

La vita è dura oggi per gli onesti, per le persone corrette?

“No, non è vero, perché c'è un detto in Romagna che ricorda che “chi non nè ha deve fare come quello di Faenza: deve fare senza!””

Janich fa rima con Burgnich...

“Burgnich sul piano del temperamento e della grinta era un po' più rigido di Janich. Io, bene o male, ho fatto anche il libero, e devi sapere comandare, guidare la difesa. Ci sono due detti nel calcio: o corri, e se corri non puoi parlare, e se devi parlare non devi correre troppo. Io ho fatto il libero per quello: perché mi veniva meglio parlare che correre”.

Lei crede che ci attenderà un Dio misericordioso o un Dio, chiamiamolo così, “giustizialista”?

“No, il Dio cattivo non può esistere! Sarà un Dio equilibrato, giusto, che saprà dare la randellata a chi se l'è meritato e saprà dare la carezza a chi si è comportato bene sulla terra. Ma, gustiamoci l'oggi, no? La bellezza di vedere un tramonto, come lo vedo io dalla mia casa in affitto, non ha eguali: io sul lago di Neni, il lago di Caligola, e di fronte il lago sacro, quello del Vaticano, del Castelgandolfo. Ha visto (sorride ancora una volta Janich) come mi sono inserito in mezzo ai due uomini?”

Parliamo della sua squalifica?

“Continuano a riportare delle inesattezze: io sono stato squalificato “per frequentazione”, perché conoscevo uno che mi diceva che si vendeva le partite. Da ragazzino avevo fatto l'abbonamento all'Informatore Agrario” perché per parlare con mio padre dovevo sapere di tutto sui vitelli e le mucche da latte o da macello. Dovevo sapere che il vitellone cresce se mangia così e questo, la vacca fa il latte se beve questo, il porco si ingrassa bene se si ciba di questo o di quest'altro, e tutti i giorni così mio padre. Allora, mi sono detto, per stargli a ruota devo sincerarmi, aggiornarmi sulla sua materia. E per un anno e mezzo, ho frequentato il mercato bestiame a Bologna tutti i venerdì mattina; e credo sia stato il più bell'ambiente che ho frequentato nella mia vita. Se alle otto del mattino davi la mano e stabilivi che il vitellone valeva 200 lire al chilo, se a mezzogiorno faceva 180 o 250, pagavi sempre la cifra con cui ti eri accordato alle otto della mattina. Altrimenti, non ti facevano entrare più dentro il mercato, non partecipavi più a una trattativa”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 15 febbraio 2013

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