ULTIMA - 21/1/19 - GLI ACCOPPIAMENTI DELLA COPPA DELEGAZIONE DI VERONA

Si è chiuso ieri il 1° turno della Coppa Verona 2018-19 riservata alla formazioni di Terza categoria, denominata “Memorial Gianni Segalla”, che ha visto il passaggio ai quarti di finale delle prime classificate dei 7 gironi, Lessinia, Saval Maddalena, Borgo Trento, Dorial, Gazzolo 2014, Roverchiara, Ausonia Calcio e la migliore seconda classificata
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INCONTRI VIP'S

23/2/13 - INCONTRI RAVVICINATI: MAURO BERRUTO

SCHIACCIATE ALLA BERRUTO

Ricca il curriculum vitae di Mauro Berruto, anzi, del dottor Berruto, visto che ha conseguito la laurea in Filosofia. Il cittì della Nazionale italiana di pallavolo (dal 18 dicembre 2010 fino al 2014) nasce a Torino - “sponda granata” - ed esordisce come coach del Lecce Pen, in A2. Inizia le sue preziose esperienze all'estero, allenando in seconda battuta i greci dell'Olympiakos di Atene, laureandosi campione ellenico e conquistando nel 1998 la Coppa di Grecia. Il ritorno in Italia, alla guida del Copra Piacenza (2001-2) e la vittoria in Coppa Italia di A1.

Nel 2003 collabora, entra a far parte dello staff tecnico della Nazionale azzurra di volley, e viene chiamato dalla Unimade Parma. Il 2003 è l'anno della medaglia d'oro agli Europei, mentre l'argento scintilla nel 2004 alle Olimpiadi di Atene. Ancora argento nel 2011 agli Europei di Austria e Repubblica Ceca.
Nel 2004-5 lo chiama la Lube Banca Marche di Macerata, con cui conquista la Coppa CEV. L'anno seguente è al Giotto città di Padova e guida pure la Nazionale finlandese, laureandosi miglior allenatore dell'anno 2007.
La sua esperienza in Scandinavia dura fino al 2010, mentre il ritorno in Grecia è datata 2007-8, dove trionfa con i Panathinoikos in Coppa di Grecia.

Dal 2008 al 2010 è alla guida del Gareca Montichiari di Brescia e nuovamente torna alla Lube Banca Marche di Macerata. Il bronzo recentemente conquistato alle Olimpiadi di Londra 2012 è davvero bene augurante per i prossimi Giochi Olimpici di Rio de Janeiro 2016. Ma, la passione di Mauro Berruto non si limita solo alla pallavolo: ha anche scritto due romanzi, Andiamo a Vera Cruz con quattro acca” (2005) e Independiente Sporting” pubblicato nel 2007.

Quand'è che nella carriera - e nella vita - le è venuta la pelle d'oca?

"Grazie al cielo tante volte e in tanti momenti e contesti diversi. Difficile scegliere. Preferisco non citare momenti privati e personali ma nella mia carriera di allenatore se proprio devo scegliere due immagini mi vengono in mente due momenti legati ai Giochi Olimpici. Il primo ad Atene, nel 2004 quando da assistente allenatore abbi la fortuna di partecipare alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici. Il momento indelebile, da pella d'oca, fu il momento del mio ingresso nello Stadio Olimpico. Ricordo perfettamente ogni dettaglio, una specie di esplosione di luci, di suoni. Davvero difficile da descrivere. Il secondo momento da pelle d'oca è stato a Londra. Vedere la squadra, che in questa occasione era la mia squadra in tutto e per tutto, salire sul podio olimpico. 12 atleti e 13 maglie, con quella di Vigor Bovolenta tragicamente scomparso pochi mesi prima è stata un'emozione incredibile."

Ha mai giocato a calcio da ragazzo, in che ruolo, e ha una squadra del cuore?

"Ho giocato solo a livello amatoriale ma amo profondamente il calcio. Ho una squadra di cui vado pazzo, una squadra unica e speciale che ha nel suo dna storia, sofferenza, tragedie, passione, rabbia, voglia di combattere. Dire che sono "tifoso" non è esatto: ho un amore viscerale, praticamente una malattia, per la maglia granata della squadra della mia città: il mio Toro."

Il gioco di squadra, come il volley, esercita ad educare il "noi" e non l'"io": il trionfo, o l'amarezza è di tutti cioè. Quand'è che ha pèianto di gioia e quando, invece, di rabbia, di delusione sportiva?

"In entrambi i momenti che ho descritto e che si riferiscono ai Giochi Olimpici hanno inevitabilmente portato con loro lacrime di gioia. Quel momento bellissimo in cui ti rendo conto che qualcosa di straordinario è successo ed è...appena finito. Le lacrime (e non solo quelle) di rabbia più recenti le ricordo alla finale dell'Europeo di Vienna nel 2011, il mio primo anno da allenatore degli azzurri. Perdemmo in una maniera rocambolesca e dopo aver subito una serie di ingiustizie di cui ancora oggi non mi capacito. Fu un momento davvero di rabbia che però mi insegno davvero un sacco di cose e che un po', in meglio, mi ha cambiato. Di sicuro non rimpiango nè rifiuto tanto le lacrime di gioia quanto quelle di rabbia. Servono entrambe."

Lei, ora, dottor Berruto, è all'apice ed alla guida della Nazionale: qual'è il traguardo più grande che si propone di tagliare?

"Io vorrei con tutte le mie forze portare questa squadra a Rio de Janeiro nel 2016 e vincere quell'unica medaglia che manca nella storia della pallavolo italiana: l'oro olimpico. Non riesco a immaginare nulla di più grande."

Quand'è, nella vita di tutti i giorni, che ci si sente liberi? Esiste la giustizia quaggiù, oppure sono - assieme alla giustizia - due grossi paroloni e basta?

"Libertà e giustizia sono il fondamento della democrazia. Sono le due più grandi conquiste dell'umanità. Ma sono valori da difendere, ogni giorno. Non esistono quaggiù ne' una libertà ne' una giustizia perfetta. Ma i concetti di libertà e di giustizia ideali devono essere la nostra stella cometa. Quella linea dell'orizzonte che, come scrive Galeano, quando cerchi di avvicinare di tre passi si allontana di tre passi...quando cerchi di avvicinarla con dieci passi, si allontana di dieci passi ma è li proprio per ricordarci che dobbiamo continuare a camminare."

Lei crede in Dio e perché?

"Ho incominciato ad allenare nel posto dove da bambino sono diventato ragazzo e da ragazzo sono diventato uomo: l'oratorio di San Bernardino di Siena, parrocchia francescana di Borgo San Paolo a Torino. La mia formazione nasce da li. Credo in Dio e, come tutti noi, ne ho un rapporto molto individuale. Senz'altro ho un'idea di Dio molto vicino alla Chiesa che lavora per gli ultimi, con umiltà e senso della misura. Mi ha cambiato molto un periodo abbastanza lungo passato in Madagascar dove ho conosciuto uomini e donne di Dio che sono veri e propri santi e che vedo molto lontani, purtroppo, da un altro modello di Chiesa che invece non mi rappresenta."

L'Aldilà esiste, e, se si, come se lo raffigura?

"Questa è davvero una domanda troppo difficile..."

Cos'ha il volley italiano, di suo, da poter esportare nel mondo; e cosa invece da dover importare?

"In realtà il volley italiano ha esportato tanti tecnici (io stesso per 6 anni ho lavorato con la nazionale finlandese e per tre anni in Grecia) e un modello vincente. Da Atlanta 96 e per cinque edizioni consecutive dei Giochi Olimpici la nostra squadra maschile ha giocato per una medaglia e per quattro volte l'ha vinta. Manca solo quella d'oro a questa incredibile collezione che ha fatto diventare il volley italiano un modello nel mondo.
Da importare, perché sempre si può migliorare, soprattutto se penso alla mia bellissima esperienza in Finlandia, direi la capacità di organizzazione, progettazione, rispetto dei patti."

Meglio essere primattori, con tutta la difficoltà che comporta il ruolo, anche nello Sport, o essere delle diligenti, appassionate, zelanti comparse? Nel ciclismo si èparlava di campioni, di numeri uno e di gregari...

"Posta cosí la domanda sembrerebbe a risposta chiusa... Chi, se potesse scegliere, non vorrebbe essere uno di quei campioni che fanno sognare? La realtà è che ognuno di noi è diverso dagli altri. La cosa fondamentale è quella di realizzare al pieno il proprio potenziale che sia esso di campione o di gregario."

Il più bel "gol" che ha fatto finora nella vita (sportiva, familiare, civile e sociale) e il più clamoroso "autogol"?

"Ci sono tanti "gol" metaforici che ricordo con affetto. Momenti di sport o gioie vissute in famiglia. Non è bello fare classifiche. Sull' autogol invece posso essere preciso. Proprio l'occasione a cui facevo riferimento prima, la finale dell'Europeo 2011. In una di quelle ingiustizie capitate, ho perso la testa e a fronte di mie proteste molto... appassionate, l'arbitro mi ha rifilato un cartellino giallo che ha fatto perdere un punto alla mia squadra. Non mi sono ancora perdonato e non credo lo farò mai ma quell'esperienza è stata davvero fondamentale per insegnarmi a gestire alcune situazioni in modo diverso. Insomma: anche gli autogol qualche volta sono utili!"

Esistono cori razzisti nella grande pallavolo oppure è un malcostume, una maleduicazione pericolosa circonstanziata ai soli stadi di calcio?

"Faccio e vivo pallavolo da piu' di vent'anni. Ho girato tante citta', tante nazioni, tanti palazzetti. Ho all'attivo quasi 600 partite da capo allenatore, credo altrettante da assistente. Non ho mai e sottolineo mai, sentito un coro razzista.
Ma questo non perchè la pallavolo sia un posto perfetto...semplicemente perchè la pallavolo è seguita da praticanti o ex praticanti che seguono il nostro sport godendo anche degli aspetti tecnici, tattici, armonici del gioco. Ne hanno una lettura piu' consapevole. Questo fatto mi fa continuamente pensare all'importanza della cultura dello sport praticato (e non solo tifato) e alla sua capacità potenziale di cambiare il mondo in meglio."

E' superstizioso, compie qualche liturgia scaramantica?

"Ho delle routine, che non sono superstizioni, sono solo il modo di arrivare il piu' pronto possibile alla partita. Gli unici oggetti che qualche volta porto con me come "portafortuna" sono delle cose che mi regalano i miei bimbi Francesco e Beatrice."

Per Lei, il gesto di "rinunzia" recente di papa Benedetto XVI va letto come un gesto di schiacciata o di alzata di palla a beneficio di un altro compagno "schiacciatore"?

"Secondo me è una schiacciata fragorosa. Spero se ne colga la portata."

La solitudine l'ha mai provata? E, se sì, come l'ha combattuta?

"Non mi entusiasma particolarmente dirlo ma la solitudine è una compagna irrinunciabile del tipo di lavoro che faccio io. Vivo in una squadra, ho uno staff di persone meravigliose intorno a me ma in certi momenti è inevitabile che io sia in ... perfetta solitudine. In realtà non la combatto affatto. Me la sono fatta amica."

Più difficile arrivare o mantenersi in alto?

"Entrambe le cose. Arrivare in alto richiede passione, energia, fatica, sacrificio, quantità. Mantenersi in alto richiede qualità, agilità, intuizione."

In questo mondo di grande confusione e di carenza di valori, quale è la ricetta per uscire? E' vero che l'onestà, la lealtà, la correttezza ripagano anche se a lunga scadenza?

"In generale penso di si e credo che dobbiamo continuare a insegnarlo ai nostri figli. Altrimenti in che mondo vivremmo? Certo i casi di grandi campioni che cadono fragorosamente proprio su questi temi non aiutano a creare modelli di riferimento. Ma io, forse sarò all'antica, credo che i modelli più solidi di riferimento si costruiscono nella propria famiglia."

La sua famiglia, le sue origini, i suoi primi passi nel volley?

"Sono sposato da 12 anni con Margherita, ho un figlio che si chiama Francesco che ha 9 anni e una bimba che si chiama Beatrice Athina che ne ha 7. Sono torinese da generazioni, con un ramo famigliare canavesano, meravigliosa parte del Piemonte che si affaccia alla Val d'Aosta. I miei primi passi nel volley, tanto da modestissimo atleta che da allenatore, sono stati nell'oratorio che citavo sopra. Tuttavia il luogo dove ho incominciato a fare le cose piu' sul serio e che ancora oggi considero la mia "casa" sportiva è il CUS Torino."

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it






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