ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

24/2/13 - INCONTRI RAVVICINATI: UMBERTO COLOMBO

TRE IMBECCATE DI COLOMBO...

Tra i mediani più forti della Juventus degli anni Sessanta un posto autorevole merita Umberto Colombo, nato a Bergamo il 21 maggio 1933. Il numero “3” segue sempre la carriera del giocatore, che in azzurro invece indossò il “6” per ordine prima del cittì Giovanni Ferrari e di Gipo Viani poi. E, così nell'esordio in azzurro, contro l'Ungheria (il 29 novembre 1959 a Firenze: 1-1), idem allo stadio “San Paolo” contro la Svizzera (3-0 per l'Italia, il giorno dell'Epifania del 1960) e a Barcellona (13 marzo 1960), dove le “furie rosse” di Di Stefano e Gento trionfarono nell'amichevole per 3-1. Tre gli scudetti con i bianco-neri (1958, 1960 e 1961), tre le Coppe Italia (due con la Vecchia Signora – 1959 e 1960 - ed una con l'Atalanta 1963, durante i sei anni vissuti con gli orobici). La Juve intravede subito le sue buone doti di mediano sinistro, il quale viene spedito al Monza a farsi le ossa, a far tirocinio, dal 1952 al 1954. Le sei stagioni juventine, puntellate da 173 presenze e da 22 reti, altrettante nell'Atalanta (142 gare e 3 reti), infine, quattro presenze con la casacca dell'Hellas Verona (1966-67). Umberto Colombo è stato anche un brillante opinionista sportivo dell'emittente Telelombardia, partecipando a dibattiti svolti nella nota rubrica “Qui studio a voi stadio”.

Il momento più bello da calciatore?

“Quando ho esordito a “San Siro”, in casa dell'Inter, con la maglia della Juventus e ho firmato una doppietta al grande Ghezzi. Abbiamo vinto 1-3, ma eravamo fuori entrambi dalla corsa scudetto. Da mediano ho provato grande soddisfazione, ed anche quando ho giocato in attacco, anche se in questo ruolo sono stato meno decisivo. Feci un gol partendo palla al piede da l centrocampo. Gol e soddisfazioni ne ho fatti e provate a Monza, come attaccante, in serie B. Alla Juve ero partito in attacco per chiudere come uomo di fatica, in mediana con Emoli. Con la Juventus abbiamo vinto tre scudetti e due Coppe Italia. Era il periodo di Charles, Sivori e Boniperti”.

Qual è stato lo scudetto che ricorda più volentieri?

“Il primo, quello conquistato nel 1957-58 perché non eravamo favoriti, si partiva con Brocic, uno jugoslavo molto bravo, e senza grandi ambizioni, con il Milan candidato alla vittoria finale. Due fuoriclasse come Charles e Sivori hanno fatto la differenza quell'anno”.

Rigore sbagliato, un'espulsione?

“Sono stato espulso una volta, con la maglia dell'Atalanta, ma ingiustamente perché in fase di marcatura era stato l'attaccante del Milan, a “San Siro”, a lasciarsi cadere. Ma, per l'arbitro Concetto Lo Bello era fallo volontario ed espulsione: ha abboccato in pieno il direttore di gara”.

Qual è stato, in fase difensiva, l'avversario più forte che ha dovuto marcare?

“Pelè, con la maglia del Santos, a Torino, in occasione della tournè che il club brasiliano aveva sostenuto per celebrare il centenario, nel 1961, dell'unità d'Italia. Partecipava anche il River Plate. Pelè, non essendo neanche tanto alto, sarà stato infatti un metro e 72, un metro e 73, riusciva lo stesso andare in cielo a colpire la palla con la testa; continuava a chiamare palla, i traversone erano tutti per lui e riusciva bene a coprire la palla. Un grandissimo atleta! Però, ancora più grande di Pelè è stato Valentino Mazzola, che ho visto giocare quando io ero una promessa bianco-nera a Torino. Non ci ho mai giocato contro, perché lui perì nella tragedia di Superga nel 1949, mentre io iniziai a giocare nei professionisti nella stagione 1952-53. La qualità dei giocatore è sempre dipesa dal suo bagaglio tecnico e dalla velocità, rapidità di esecuzione. Valentino Mazzola e Pelè furono due perfetti ambidestri”.

Lei ha giocato, con la Nazionale italiana, anche contro la Spagna di Alfredo Di Stefano, leggenda del Real Madrid...

“Sì, ho giocato contro di lui, Suarez, Gento, a Barcellona, dove abbiamo perso per 3-1 nel 1960. Di Stefano era anche lui un giocatore completo perché in attacco era un gran esecutore e a centrocampo era forte lo stesso. Altro fuori classe era lo juventino Charles, perché nel Leeds United giocava mediano, mentre alla Juventus era anche centravanti: fortissimo di testa, giocatore onnicomprensivo, velocissimo, nonostante le gambe corte. E idem quel furbo di Sivori, che chiedeva in area la sponda di petto (anche di venti metri) o di piede a John (Charles). E grazie a Charles, Sivori firmò un sacco di gol”.

L'avversario che le ha fatto vedere i sorci verdi?

“Un giocatore della Fiorentina, che ora non ricordo, ma anche la Nazionale dell'Ungheria dei Tichy (numero dieci, regista), Albert (centravanti), Sandor (ala destra), Gorocs (mezz'ala destra) e Fenyvesi (ala sinistra). Facemmo 1-1 a Firenze, ma, mi rimase impresso per rapidità ed esecuzione di gioco. E, poi, il Santos di Pelè e di Coutinho. E c'era anche l'ala del Santos era fortissima!”

Mai un'autorete?

“Sì, ne ho fatta una a “San Siro”, in Inter-Atalanta: avevo deviato in rete col corpo un tiro dalla bandierina. La sfera mi rimbalzò contro e schizzò in rete, un'autorete involontaria”.

Era superstizioso?

“Sì, abbastanza: me la avevano insegnato fin da ragazzo, da promessa bianconera i vecchi della Juve a non indossare sempre gli stessi scarpini, gli stessi calzettoni. La superstizione era abbastanza diffusa, anche tra certi allenatori; che ci proibivano di indossare certe scarpe o certi calzettoni”.

Che ricordo, aneddoto conserva dell'allora presidente bianco-nero, il dottor Umberto Agnelli?

“Ricordo che eravamo in ritiro a Villar Perosa e io ero stato lasciato a riposo. A un certo punto, incavolato dopo che mi fu comunicato che non avrei giocato, salii nella mia macchina, abbandonai il ritiro di Villar Perosa, e tornai a casa a Como. Il dottor Umberto Agnelli mi raggiunse telefonicamente a casa mia e mi offrì una cena assieme a due belle ragazze in centro a casa sua, a Torino. Lui era ancora scapolo come il sottoscritto. Così passammo la serata a casa sua, vicino a via XX Settembre e vicino al cinema Multisala “Reposi”. Io ho anche scritto un libro intitolato “Non c'è scudetto senza sospetto”, nel quale racconto tante cose”.

Nell'Atalanta, invece, che ricordi conserva?

“Mi ricordo del presidente Daniele Turani, un imprenditore del settore delle pelli, massimo dirigente degli anni gloriosi degli orobici, nelle cui file militavano i vari Karl Hansen, Sorensen, Humberto Maschio, Da Costa. Ricordo la conquista della Coppa Italia, il massimo trofeo messo in bacheca dall'Atalanta, nella stagione 1962-63. Io ho avuto la fortuna di giocare negli anni d'oro non solo della Juventus, ma anche nel periodo di maggior gloria del Monza e dell'Atalanta. E, mi vanto di averci messo anch'io lo zampino nel 6° (1961-62) e nei due ottavi posti degli orobici in serie A”.

Che tipo di giocatore era?

“Un poco come Marchisio oggi: magari lui è più veloce, però, avevo una buona falcata ed ero forte di testa. Ho fatto quasi tutti i ruoli, tranne il portiere e il terzino. Il periodo migliore l'ho vissuto a centrocampo con Flavio Emoli. Ed anche a Bergamo ho avuto la fortuna di giocare a grandi calciatori, quali il portiere Pizzaballa, Maschio, Da Costa”.

Lei ha chiuso la carriera a Verona, nell'Hellas, stagione 1969-70...

“Ho giocato poche partite perché andai in disaccordo con la società e a 33 anni mi capitò un'offerta di lavoro interessante, cui non potevo dir di no. Ricordo, adesso che me lo fa venire in mente, la gara Verona-Sampdoria. Terminò sullo 0-0 e io facevo stopper; centravanti era Sergio Brighenti, ex mio compagno in Nazionale ed ex Padova”.

Il giocatore dell'Atalanta che le è rimasto più impresso?

“Umberto Maschio, un argentino, apparentemente lento, ma, dotato di un gran palleggio e tocco di palla e un fulmine nell'esecuzione, dribblomane”.

Lei crede in Dio?
“Sì, sì”.

E l'Aldilà?

“Bisogna avere una fede incrollabile per immaginare che di là c'è una vita migliore. Ogni tanto ci penso e mi chiedo che senso ha essere venuti al mondo sapendo che poi dobbiamo morire. Eppoi, mi domando la perfezione del cosmo, della mente umana, degli animali, delle piante: ci deve essere per forza qualcosa o Qualcuno”.

Cos'è che le fa rabbia?

“Non capire che le varie guerre mondiali, le bombe atomiche che hanno fatto milioni di morti, non sono servite a far capire che l'odio, la cattiveria non portano tanto lontano”.

I suoi genitori, cosa facevano?

“I miei genitori erano commercianti di seta e prima di aprire alcuni negozi hanno fatto per anni la dura vita di ambulanti. Esponevano a Como, ma, anche a Busto Arsizio”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 20 febbraio 2013












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