ULTIMA - 18/3/19 - LA VIRTUS VINCE A TERAMO E INTRAVEDE LA SALVEZZA

Continua la serie positiva della Virtus Verona di mister Gigi Fresco che vince per 2 a 1 allo stadio “Bonolis” a Teramo e la salvezza ora sembra davvero possibile. I rossoblu veronesi hanno un ottimo approccio alla gara e all’11° sono già in vantaggio. Onescu dalla destra con un traversone basso taglia l’area biancorossa e sulla palla arriva in spaccata
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INCONTRI VIP'S

23/4/13 - INCONTRI RAVVICINATI: MARCO TARDELLI

L'URLO DI...MARK

Siamo riusciti a raggiungere nella capitale britannica il grande Marco Tardelli, l'icona più significativa del trionfo degli azzurri del cittì Enzo Bearzot in Spagna 1982. La corsa accompagnata dalle note di “Vincerò”, cantate da Luciano Pavarotti, il volto smunto dalla fatica e dalla grande emozione per aver visto la propria conclusione abbattere il “muro” della Germania non dell'Est, ma, quella Occidentale. Insomma, il preludio al terzo campionato del Mondo vinto dai nostri azzurri. Ebbene, Marco Tardelli nasce in Lucchesia, più precisamente a Capanne di Careggine il 24 settembre 1954.

Le prove generali del difensore e centrocampista toscano si tengono nelle due stagioni nel Pisa, poi, il debutto di fuoco nella Juventus, con la quale vince tutto quello che c'era da vincere e disputa dieci stagioni esatte (dal 1974 al 1984), collezionando 259 e firmando in tutto 34 reti. Cinque scudetti (1977, 1978, 1981, 1982 e 1984), uja Coppa dei Campioni (1984-85), una Coppa delle Coppe (1983-84), una Coppa Uefa (1976-77), due Coppe Italia (1983 e 1984), dieci anni – come alla Juve – vissuti in Nazionale, 81 le maglie azzurre indossate, a fronte di 6 reti siglate.

Poi, due campionati all'Inter (dal 1985 al 1987) – sempre con mister Giovanni Trapattoni, del quale è il più stretto collaboratore nella gestione della Nazionale Irlandese dal 1° maggio 2008 -, quindi, chiude la propria carriera negli svizzeri del San Gallo (1987-88). Tardelli intraprende anche la carriera di allenatore, iniziando a guidare l'Italia Under 16, poi, è a Como, e a Cesena, e trionfa in sella all'Under 21, agli Europei della categoria tenutisi nel 2000. Ritorna sulla panchina dei professionisti, partendo dall'Inter, ma, assapora l'esonero.
Stessa sorte a Bari, in Egitto e ad Arezzo.

Il 15 giugno 2006, poco dopo il noto scandalo che sconvolse il mondo del calcio italiano e penalizzò più di tutte la Juventus, la nuova dirigenza bianco-nera gli apre la porta del Cda, ma, si dimette, da lì a poco, come riconfermerà nel corso della nostra intervista, per un incarico di ragioniere o di fiscalista, in cui il campione del mondo non si è mai rispecchiato nella sua vita.

Mister, quand'è che le è venuta la pelle d'oca?

“Bé, dopo il gol che ho segnato alla Germania ai Mondiali di Spagna nel 1982”.

Non è che l'hanno fatto rivedere troppe volte quella corsa, quell'urlo alla tivù?

“Sì, ad essere sincero, anche a me hanno dato un po' di fastidio, quelle tante ripetizioni, eh”.

Più juventino o più interista Marco Tardelli?

“Juventino quando giocavo con la Vecchia Signora, interista quando militavo ed allenavo l'Inter”.

Ha, insomma, rappresentato il “Derby d'Italia”...

“Sì, sotto quell'aspetto, certo”.

Il suo “matrimonio” da dirigente della Juve è durato poco, però...

“Mi sono dimesso perché dopo gli scandali di “Calciopoli” scoppiato nella tarda primavera del 2006, la nuova “stanza dei bottoni” bianco e nera mi aveva ritagliato, mi aveva proposto, una sorta di ruolo di ragioniere, di fiscalista della Juventus. Incarico che proprio non ha mai avuto nulla a che vedere con le mie inclinazioni, quelle di dirigente o di allenatore”.

Un aneddoto di Marco Tardelli e l'indimenticato Avvocato Gianni Agnelli?

“Quando me ne sono andato via dalla Juventus, lui mi ha detto: “Ricordati, Marco, che io ci sarò sempre per te!”

Un attestato di grandissima stima, una sorta di nomina, di elezione di “figlio adottivo” di Marco Tardelli da parte di quello che fu chiamato dal grande Enzo Biagi in uno dei suoi celebri libri, il “Signor Fiat”...

Grande “chicca”, “perla” del mitico Avvocato, mister, davvero!

“Non le so dire, ma, mi ha fatto molto piacere quell'esternazione, quelle parole di un grande presidente, del mio presidente”.

Perché Marco Tardelli piace a tutti: quasi quasi viene voglia di eleggerla Presidente della Repubblica...

“Io non credo di piacere a tutti; di sicuro, sì agli juventini, dove con la maglia bianco e nera ho avuto modo di togliermi tante soddisfazioni, di regalarne tante ai tifosi. All'Inter, invece, non ho vissuto gli stessi grandi momenti assaporati alla Juventus, e, forse, qui perderò un po' di consensi; ma, non si può piacere a tutti nella vita, o no? No, la nomina di Presidente della Repubblica la lascio volentieri a chi è di mestiere, anche perché esistono ancora in Italia persone perbene; basta solo cercarli. E volerli eleggere!”

Di cosa non riesce a fare a meno un campione nel calcio e nella vita come Marco Tardelli?

“Dei miei due figli, un maschio e una femmina, juventini pure loro, così non ci sono sfide, lotte in famiglia (e giù un sorriso dell'ex Nazionale azzurro)”.

Lei crede in Dio, e, se sì, come se l'immagina l'Aldilà?

“Io credo in Dio, ma non sono uno che pratica. Nell'Aldilà, mi piacerebbe incontrare, prima di tutto, le anime care che ho avuto la fortuna di conoscere quaggiù, mio padre Domenico, operaio Anas, che ho amato in terra e che continuo ad amare anche se è volato lassù. E, parlando del nonno, dico sempre ai miei figli che io non sono mai stato bravo come lui, che è riuscito ad allevare 4 figli”.

La mamma, invece, mister?

“E' ancora al mondo, si chiama Maria, ha 90 anni, e mi ricordo che da piccolo mi menava perché non voleva che giocassi troppo al calcio”.

Lei è di origini toscane, terra molto “rossa” politicamente...e con Lucca la meno rossa di tutte le altre province toscane...

“Mah, io ricordo che mio padre Domenico era molto cattolico; della serie non bisogna fare, come si dice, di un'erba un fascio. Anime buone, perbene e giuste, voglio dire, ci sono in tutti gli schieramenti politici, le trovi dappertutto”.

A proposito di politica, come ci vedono gli inglesi?

“Se lei mi parla dal punto di vista politico, male, molto male, perché in politica dimostriamo di non volerci bene, continuando a litigare. Per il resto, gli inglesi hanno della storia, dell'arte, della terra Italia una grandissima opinione”.

Era scaramantico in campo?

“Ero solito appiccicarmi una monetina su uno stinco, prima di affrontare una partita”.

Ma è vero che quasi ogni settimana un falegname passava nello spogliatoio juventino per rammendare la porta o le panchine per le tante botte, per gli scontri tra voi giocatori bianco-neri, che non v'accontentavate solo di vincere, ma volevate anche convincere ogni volta in campo?

“Non mi pare che fosse vero; comunque, eravamo una squadra, quello sì, molto solida e determinata nel raggiungere quello che voleva ottenere”.

Cos'è che la fa commuovere nella vita di tutti i giorni?

“La trama toccante di un film, gesti di altruismo, di generosità. Adesso che sono vicino alla sessantina, devo dire che mi commuovo di più e più facilmente”.

Non avesse fatto il calciatore, cosa le sarebbe piaciuto di più fare nella vita?

“Io ho conseguito il diploma di geometra, ma mi sarebbe piaciuto disegnare grandi fattorie o grandi ville”.

Di cosa, invece, non può fare a meno nella vita Marco Tardelli?

“Non posso fare a meno sicuramente dei miei figli e di chi mi è a fianco nella vita di tutti i giorni (ho avuto tre compagne)”

Viviamo nell'era della Grande Comunicazione, ma, anche nell'era, a nostro giudizio, della “Grande Incomprensione” tra generazioni e generazioni, tra le stesse generazioni, specie le più giovani. E' d'accordo?

“Io non so usare le sue parole, direttore, ma, essendo più un pratico che un teorico o un intellettuale, dico che si passano troppe ore al computer, ad interagire con twitter, a dialogare su face book, a giocare alla play station, e non ci sforza di comprenderci di capirci come una volta, viene a cadere la gioia del contatto umano e tutti gli altri valori, che fan parte dell'io dell'uomo”.

I calciatori di adesso “se la tirano” che è un piacere, sono protetti da tanti filtri...

“E' il calcio di adesso, come dice lei, una volta non era così. Oggi ci sono i procuratori, i diritti televisivi, quelli d'immagine, e i calciatori li avvertiamo sempre più lontani da noi, dai tifosi, Verissimo!”

Eraldo Pecci, da noi intervistato in questi giorni, ha detto che chi nella vita, in qualsiasi campo (non solo in quello calcistico), è un campione, è una celebrità, un luminare, un numero uno, risulta essere anche la persona più avvicinabile e più semplice; chi invece è meno campione, se la “tira” maggiormente. Perché, secondo lei questa diversità contrastante di atteggiamento?

“Conosco Eraldo, è un amico, e devo dire che ha ragione in pieno. Ma, forse, chi se la tira soffre di timidezza”.

Le piace il nuovo pontefice Francesco?

“Sì, molto, mi sembra uno di noi. Speriamo di godercelo a lungo, di averlo per tanto tempo: è umile, diretto, semplice. Sta scendendo verso la folla, mi sembra più “nostro”!”

Quali sono le paure, i timori quotidiani più ricorrenti, più frequenti in Marco Tardelli?

“Che i miei due figli, la mia famiglia stia bene di salute, prima di tutto; che sia felice, che stia bene dal punto di vista non solo corporeo ma anche spirituale”.

Il giocatore più forte con cui ha giocato assieme, e l'avversario più forte che ha incontrato in tantissime ed epiche battaglie?

“Platini, per la sua naturale genialità, per la sua capacità di sdrammatizzare i momenti più pesanti e delicati della squadra. Ho giocato contro Pelè, anche se era sulla via del tramonto, ma, credo contro tutti i grandi campioni della mia epoca, Maradona in testa. Dirne uno, mi sembra antipatico e riduttivo per il rispetto dei tanti altri campioni con cui mi sono misurato. No, contro il grande Johan Cruijff, non ho giocato”.

Quand'è che saremo veramente liberi?

“Ma, uno che decide di fare un figlio, inizia ad essere meno libero, a concedersi meno svaghi di un altro che non è sposato né legato sentimentalmente a qualcun altro. Io ritengo che la libertà è un cammino che noi dobbiamo costruirci gradualmente nel percorso della nostra vita”.

La giustizia esiste o è un'utopia?

“Esiste o non esiste, dipende sempre da noi, da come ci approcciamo con la nostra vita di tutti i giorni, la relazione con gli altri nostri simili. Per il resto, sono del parere che, proprio perché interpretata da noi essere umani, quindi, con dei limiti, possa avvicinarsi di più a un'utopia”.

Chi, oltre all'adorato papà Domenico, vorrebbe rivedere: immaginiamo Gaetano Scirea, o no?

“Sì, è vero: Gaetano è stato un grande amico, un ottimo, se non il miglior compagno di squadra che un giocatore potesse ambire ad avere nella Juve, o nella propria squadra. Ha lasciato un grande segno di signorilità anche tra gli stessi avversari. Ma, non vorrei tralasciare altri amici, persone od affetti che ora rischio di non citare”.

Si nasce o si diventa vincenti?

“Io non so se sono la persona adatta a raffigurarmi in questa etichetta o a rispondere a simile domanda; diciamo che io nella vita mi reputo un fortunato perché ho vinto molto, e che l'essere vincente è un percorso, un cammino che bisogna battere con serietà, coerenza, sacrificio e professionalità”.

Un vincente, un fortunato: nessun rammarico, allora?

“Mah, forse come allenatore all'Inter avrei potuto fare meglio, come allenatore in generale, ho commesso anch'io i miei sbagli. Nessuno, credo, nemmeno il sottoscritto, è perfetto, ma, soggetto a sbagliare, a commettere qualche sbaglio. Altrimenti, non saremmo neanche umani, ma dei marziani, dei mostri veri e propri!”

Cos'è, mister, che la preoccupa di più oggi come oggi in Italia?

“Non vedere i miei due figli; ma, sto scherzando, perché ci sentiamo sempre e io non posso fare a meno di non sentirli tutti i giorni. Diciamo che la situazione odierna in Italia è resa drammatica dalla crisi e dai tanti suicidi cui siamo, purtroppo, costretti a registrare, a sentire quasi tutti i giorni (terribile la recente tragedia familiare a Civitanova Marche; ma, anche nel Veneto diversi imprenditori si sono tolti la vita, bruttissimo!). Dei giovani d'oggi, poi, temo la fragilità, la non capacità di reagire alla prima sventura, la difficoltà a rialzarsi in piedi, di reinventarsi un altro sbocco, la non fiducia verso il futuro, la mancanza di ottimismo circa la possibilità di raggiungere un'occupazione, non solo la più adeguata, quella che ti può far vivere e mantenere la famiglia, ma anche quella più sognata, più perseguita da giovane o dopo anni di studi all'Università”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 12 aprile 2013












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