ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

25/4/13 - INCONTRI RAVVICINATI: CLAUDIO DESOLATI

TUTT'ALTRO CHE...DESOLATI

Una vita piena di sacrifici, rinunce e sofferenze, quella di Claudio Desolati, nato a Genk, in Belgio, perché il padre Ubaldo era emigrato a fare il minatore con la moglie al fine di sfamare i suoi dieci figli. Poi, la scomparsa di Roberto, il fratellino più piccolo, a seguito di un tragico incidente automobilistico, la rabbia scaricata la domenica successiva ai funerali in quel gol contro la Roma e con la maglia della Fiorentina. La sua seconda pelle (10 le stagioni consecutive, dal 1971 al 1981, 152 le presenze, 43 le reti), il club che gli ha permesso di togliersi tante soddisfazioni (come la tripletta all'Inter di Ivano Bordon) e vincere la Coppa Italia dell'edizione 1974-75. Ma, ha giocato, successivamente, anche a Pistoia, a Foggia (due stagioni), a Siena e ad Imperia (serie D, 1988). I primi calci al pallone li ha dati a 12 anni in Belgio, poi, l'apprendistato lo pratica al Genoa, fino a quando la Fiorentina lo catapulta in serie A a soli 16 anni (1971).

Quattro gravi infortuni alla stessa gamba non gli hanno però impedito di correre, saltare più in alto di tutti (lui alto 172 cm) e di segnare nonostante potesse contare su un arto più corto di 1,5 cm: la grandezza di Desolati sta nelle piccole cose e nelle tante sfide cui il destino l'ha continuamente sottoposto. E che lui ha vinto, stringendo i denti, mangiando lacrime, con la sola forza della disperazione. Il calcio è stato il sogno a lungo cullato quand'era bambino in Belgio, nel Genk, ed ascoltava “Tutto il calcio minuto per minuto italiano”, sogno, in seguito, grazie a Dio, avveratosi. Ancora oggi, lui, classe 1955 (è nato il 24 gennaio), si dedica al gioco più bello del mondo, trasmettendo la sua grande esperienza di giocatore prima e di allenatore-allevatore-educatore, poi, in una Scuola Calcio di sua personale gestione. Una bella favola, certamente, la sua: da scoprire e da leggere tutta di un fiato.

Mister, come mai è nato in Belgio, a Genk?

“Papà era minatore e si era trasferito lassù tanti anni fa. Ho fratelli maggiori che sono nati in Italia, mentre io in Belgio nel 1955, quando mio padre era già là da diverso tempo”.

Il babbo, ce l'ha ancora?

“No, né papà Edoardo né mamma Annunziata Manfredi: sono deceduti 5-6 anni fa. Erano originari di Massa Carrara, sì, come dice lei, una terra di cavatori”.

Quand'è che le è venuta per la prima volta la pelle d'oca da calciatore?

“Prima di tutto quando ho esordito a 16 anni in serie A, davanti a 60.000 persone al “Comunale” di Firenze, contro la Sampdoria. No, quella volta, non segnai, ma presi una traversa. L'impatto fu bello, perché entrare nella ripresa facendo riscaldamento in campo invece di farlo dentro lo spogliatoio e davanti a tutte quelle persone, credo che per un ragazzino simboleggiò un evento straordinario. Mi venne la pelle d'oca, però, mi scaldavo, eseguivo gli esercizi come se fosse una vita che giocavo da titolare. Mister? Era Nils Liedholm, e mi fece entrare al posto di Chiarugi”.

Un debutto di fuoco?

“Fino a un certo punto perché sapevo di avere attorno tutti giocatori di una certa esperienza e che davano del tu alla palla: De Sisti, Orlandini, Merlo, Esposito, gente che mi dava una mano, una sorta di fratelli più grandi. E, mi hanno insegnato che quando dovevo parlare con calciatori più grandi di me, dovevo dare a loro del lei e non del tu. Mi hanno preso come un loro figlio, che come un fratello più piccolo”.

Il gol stilisticamente più belo e quello più importante?

“Il più importante, direi quello segnato a Zoff della Juventus a sei minuti alla fine. Su una palla datami da Merlo, feci la finta di tirare in porta, Zoff andò una parte e io di sinistro la mandai nel verso opposto. No, non ero mancino: sono nato ambidestro, calcio alla stessa maniera con entrambi i piedi e con la stessa forza. Invece, il più bello dal punto di vista stilistico, quello segnato di testa e in tuffo all'Inter di Ivano Bordon. Si vinse 2-1, e poi ne feci un altro di bello, a Firenze, con calibrato pallonetto ad evitare l'uscita di Bordon, sempre dell'Inter. Ed era nel contesto di una tripletta segnata ai nerazzurri. Mi ricordo che, sempre quella volta, il secondo gol lo feci saltando più alto di Bini e di Facchetti, che erano dei grattacieli umani”.

Perché mai una volta in azzurro?

“Ho giocato in tutte le Nazionali giovanili, però, nel 1977 ho riportato un grave infortunio (doppia frattura alla tibia), e io dovevo smettere dopo essermi fatto vedere a tutti i migliori luminari ortopedici. “Nossignori!” risposi loro, aggiungendo: “il calcio mi ha dato tutto e voglio continuare, voglio essere più forte della sfortuna!” E, dopo 3 anni, ho ripreso a giocare. Nel 1982 ero tornato, come in precedenza, nel 1978, nel giro della Nazionale, ma, anche quella volta riportai un'altra volta la frattura della tibia della stessa gamba. Al mio posto giocarono Roberto Pruzzo e “Spillo” Altobelli. Che avevano la mia stessa età, tant'è che avevamo fatto la Nazionale militare assieme”.
Mi racconti la sua infanzia a Genk, in Belgio...

“Sono stato in Belgio fino a 12 anni e mezzo, giocavo nel Menim fiammingo e con il club (Wincelask), che ora si chiama Genk. E mio fratello abitava a pochi chilometri dallo stadio del Genk. Quando mio padre, vedendo che me la cavavo, ebbe la bella idea di riportarmi in Italia presso suoi parenti. E, quando venni via, il Genk chiese a mio padre di ripensarci, di non lasciarmi andare in Italia. E il sogno di poter giocare un giorno in Italia, mi accresceva ogni domenica, quando mentre mio papà nell'unica giornata libera poteva lavarsi l'automobile, ascoltavamo “Tutto il calcio minuto per minuto in italiano”. E sentivo parlare dell'Inter di Milano, del Milan, della Juventus, seguivo con passione le gesta di Anastasi, Suarez, Facchetti, Jair. E dentro il mio cervello piccolino covavo l'idea di poter giocare un giorno contro questi mostri sacri del calcio favoleggiati dalla Rai. C'era la diretta italiana in Belgio, a beneficio dei tanti connazionali emigrati. E io me l'aspettavo di viverla quella favola, di entrarci dentro, almeno per un minuto”.

Il più forte avversario e il più grande compagno di squadra?

“Il più forte è stato Francesco Morini della Juventus perché era l'unico giocatore che non ti faceva giocare la palla senza toccarti, senza picchiarti, giocando, sì, d'anticipo. Non mi dava gomitate come tutti gli altri: era intelligente e un signore nella marcatura. Il più grande compagno è stato De Sisti, un campione e un fratello maggiore. Poi, dopo “Picchio”, Giancarlo Antognoni, la migliore mezz'ala, per me. Il più grande giocatore italiano? Ce ne sono stati tanti, è difficile dirlo. Credo Boninsegna, per la potenza, per la grinta, perché aveva colpi acrobatici, perché era ambidestro. Ma, il migliore di tutti, a centrocampo, è stato Gianni Rivera, il quale giocava a occhi chiusi. Riva? Sfruttava la potenza del suo sinistro su punizioni, lavorava molto di gomiti, ma, non è che faceva gol straordinari, mirabolanti come Boninsegna”.

Una Coppa Italia nel suo personale bottino?

“E' stato nel 1975, dopo aver battuto all'”Olimpico” di Roma il Milan grazie a Paolo Rosi”.

Rammarichi, rimpianti?

“Nessuno, perché il calcio era tutto e ho dato tutto. Il calcio mi ha dato l'opportunità di guadagnare, di stare bene, di vivere in un ambiente di un certo tipico. Certo, non mi fossi infortunato così tante volte a quella gamba, avrei potuto giocare più in alto. Ti basti pensare che ho continuato a giocare, dopo il professionismo, anche nei dilettanti e in tutte le categorie, compreso il calcio a 5. E sempre con un arto più corto di un cm e mezzo. Ma, pur essendo menomato, io i miei gol in serie B e in Serie C li ho sempre fatti, e continuo ancora oggi a giocare. E, sentendo i medici, avrei dovuto smettere, eh...”

Rigore sbagliato, espulsione?

“Un rigore l'ho sbagliato con la maglia della Fiorentina alla Sampdoria. In porta c'era Battara, ho preso la traversa”.

Quand'è che ha pianto di vero, profondo dolore?

“Quando è morto mio fratellino, Roberto, in seguito a incidente motociclistico. Occupava il sellino posteriore e dopo una settimana è deceduto anche il suo amico che era alla guida del centauro. Aveva 17 anni, era nato il 17 luglio: ho pianto senza farlo vedere a nessuno, soprattutto, ai miei genitori, che già rischiavano il crepacuore. E' successo in Italia, io giocavo nella Fiorentina e mister Carosi mi sconsigliò di giocare la domenica successiva contro la Roma. Pensa che me l'ero sognato di notte l'incidente a Roberto, mi tenni l'incubo dentro di me, senza dirlo a mamma e a papà né al mio mister e ai miei compagni della Fiorentina. Era domenica pomeriggio, verso le 16.30, 17.00, a Firenze, vedo l'allenatore dirigersi cupo verso di me, ed io che mi dico “Eccoci, ci siamo, si è consumata la tragedia, si è avverato il tragico sogno!” E, mister Carosi non è che mi ha detto “tuo fratello è molto grave, ma, soltanto, guarda, Claudio che tuo fratello è morto in un incidente stradale...”. Avevo 24 anni. La domenica dopo, a seguito di una settimana di pianto, chiesi al mister, che mi voleva invece lasciare fuori “rosa” per dieci giorni, di giocare a Roma. Feci anche il gol del vantaggio della Fiorentina, anche se si perse alla fine 2 a 1 all'”Olimpico”. Io, quella volta, a Roma, giocai per due: con la mia disperazione e dentro la rabbia che avevo per la scomparsa del mio fratellino. Era una promessa viola: giocava negli Allievi della Fiorentina e non era male, mi creda!”

Scaramantico?
“No, assolutamente, no”.

La libertà, la giustizia esistono sulla terra? Crede in Dio, chi vorrebbe rivedere nell'Aldilà?

“Se penso per quale motivo un giovane debba mancare in così tenera età, mi verrebbe la voglia di voltare le spalle a Dio. C'è tanta gente che ruba, che corre ai 300 all'ora, e un paio di ragazzi che giravano in moto in due muoiono sull'asfalto, perché? E perché tanti bambini muoiono piccoli per malattia o vittime della guerra o della fame? No, io ci credo, però, dopo averti inculcato la religione cristiana attraverso la dottrina da bambino, quando cresci cominci a porti degli interrogativi”.

Allora, lei non crede in Dio?

“No, io ci credo in Dio, prego e tutte le notti prima di coricarmi mi faccio il segno della croce. E' che vedendo tante brutte cose, mi chiedo ma perché il Signore permette tutto questo, non guarda in giù? L'Aldilà? Vorrei rivedere i miei fratelli, perché, oltre a Roberto, ho perduto anche mio fratello maggiore, Ubaldo, minatore anche lui in Belgio, una quindicina di anni fa, morto a casa per polmonite, dopo che lavorava come meccanico alla Ford in Germania, a soli 45 anni”.

Il Paradiso, l'Inferno, il Purgatorio, come se li immagina?

“Come un bel campo di calcio e io a fare il mister, che convoca tutti i miei ex compagni di squadra che mi hanno lasciato: da Ferrante a Rognoni, perché dicano guarda che siamo ancora vivi! Li riporterei in vita e li farei giocare di nuovo a calcio”.

Quand'è che saremo veramente liberi, da morti?

“Mi sa di sì: se uno vuole essere libero, non dovrebbe avere figli, quando ci sono i genitori ammalati. Uno si sente libero quando arriva alla fine”.

Cos'è che le dà più fastidio e cos'è che la commuove?

“Io mi commuovo quando vedo delle situazioni non dico analoghe alla mia – a 12 anni lavoravo, facevo il marmista, e in casa chi si svegliava prima al mattino poteva trovare qualcosa sul piatto, andavo a scuola con le scarpe bucate, eravamo in dieci fratelli e per uno quasi mio babbo avrebbe potuto fare una squadra di calcio (sorriso) -, quindi, la povertà. E sono riuscito così ad aiutare tanta e tanta gente, ma, senza che nessuno venisse a saperlo: ho provato la povertà e, quindi, ho cercato di scongiurarla, per quanto mi è stato possibile, ad altri. A chi aveva bisogno di mangiare, ho dato i soldi per andare a fare la spesa, o pagare le bollette: mi fa star bene dare una mano a chi ha meno di me o a chi è stato più sfortunato di me”.

E cos'è che le dà più fastidio?

“I tradimenti, le bugie sono all'ordine del giorno: uno pensa di avere un grande amico, di poter contare su di lui nel bisogno e poi ti dà la mazzata dietro la schiena. Io mi fido di me stesso, oltre che della mia famiglia, cioè di mia moglie e di mio figlio Emanuele, 32 anni”.

Quali sono le paure, i timori quotidiani di Claudio Desolati?

“No, mio figlio ha oramai un'età che non mi crea quei problemi che avrebbe potuto crearmi quand'era più piccino. Ha vissuto con me per tanti anni, e io gli ho insegnato a vivere anche quando uno è solo e nessuno ci dà una mano. E' un ragazzo molto bravo, cosciente e responsabile. Cerchiamo di vivere la giornata, tanto oggi ci siamo, domani forse”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 19 aprile 2013

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