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L’Associazione Italiana Allenatori Calcio sezione di Verona informa che organizza per lunedì 3 giugno 2019, con inizio alle ore 20.30, un interessante serata formativa dal titolo "La comunicazione nel mondo del calcio". L'incontro si terrà presso l’aula 1 del palazzotto Gavagnin (difronte alla sede della società Virtus Vecomp) in via
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INCONTRI VIP'S

26/5/13 - INCONTRI RAVVICINATI: LANFRANCO FRIGERI

LANFRANCO, CHE “FANTASTICO VISIONARIO”!

Il suo nido, la sua bottega è a Quingentole, dove è nato nel 1920: un piccolo e tranquillo (al sabato addormentato) paese dell'Oltrepo mantovano, a un tiro di schioppo dal fiume Secchia e dal basso modenese. Lanfranco Frigeri, in arte Lanfranco, è considerato il padre del movimento visionario italiano, il “pittore fantastico”, ammaliato fin da piccolo dai temi della fantascienza da lui già trattati come vignettista nel giornalino “L'avventuroso” quand'era studente. Il padre, Mauro, è stato un apprezzato scultore militare, ha realizzato monumenti ai caduti della Guerra, allievo com'era del palermitano Domenico Trentacoste nel suo soggiorno a Firenze. Anche in Lanfranco c'è l'accostamento alla scultura, ma, è nella pittura che il maestro esprime il suo anelito al fantastico: quella fiaccola, quella scintilla che ancora oggi gli fa brillare gli occhi azzurri, il viso di bell'uomo, rimasto vedovo da pochissimo (un legaccio, una cordina proibisce a chiunque di sedersi nella poltrona della sua amata consorte), ma, mai produttivo come adesso. Lavora, infatti, quasi tutta la notte, ha quel codino che raccoglie i capelli cinerei, che manifesta ancora una bella carica di gioventù, voglia di vivere, desiderio di dire la sua (è in programma un'altra sua mostra a Parigi).

Le spalle sono larghe, frutto – come ci dirà poi lui stesso – della sua passione per l'acqua e ricordo delle sue nuotate nel Po, mai così gonfio e rabbioso come in questi ultimi giorni di un fradicio, umido, freddo maggio.
Uomo di una cultura straordinaria (“Da ragazzo, mi sarebbe piaciuto tanto fare lo scrittore: studiavo il vocabolario, per conoscere bene tutte le parole, i loro significati, il loro utilizzo”), parla l'italiano forbito, anche se la cadenza non tradisce le sue origini quasi modenesi. Ha studiato, dopo aver conseguito il diploma dell'Artistico, presso le Accademie di Bologna e di Milano, diretta, questa, dal grande Giacomo Manzù, dedicandosi alla pittura ed alla scultura. Definisce le sue opere un “passo più avanti del vecchio surrealismo”, tratteggiandosi come un fantastico visionario.

Nel 1940 combatte sul fronte greco, viene fatto prigioniero, poi, terminato il conflitto, ritorna a Milano, dove frequenta l'Accademia delle Belle Arti diretta dallo stesso Manzù. E' il 1951 quando realizza la statua del beato Michele Carcano, da porre sulla guglia del Duomo di Milano e poco dopo vince il concorso per decorare la facciata, ma rinuncia perché non ha i soldi per acquistare il gesso che occorre. Fu introdotto negli ambienti, nei cenacoli internazionali da un noto mercante d'arte, a Parigi ha conosciuto il mondo dei surrealisti e la cerchia di Andrè Breton. Come pittore, ha eseguito il ritratto dello scrittore Dino Buzzati e dell'imprenditore Vittorio Valletta (facenti parte dei “ritratti psichedelici”), non solo, ma come scultore ha trattato anche temi religiosi, come la statua (1955-56) dell'angelo San Giovanni dell'Apocalisse nel Cimitero Monumentale di Milano, opera che gli valse gli elogi dello scrittore inglese Henry Moore.

Pregevole la statua della contessa Matilde di Canossa (abbazia di Polirone a San Benedetto Po); splendido il “Sabbiaiolo del Po”, con cui non ha vinto il “Premio Suzzara”, ma la scultura ci è stata richiesta cinquant'anni dopo dallo stesso Comune suzzarese ed oggi è esposta nel Giardino della Galleria del Premio. Ha ricevuto l'ammirazione di Salvador Dalì e di Renè Magritte. Ha esposto in tutta Europa ed anche negli Stati Uniti, sue opere si trovano presso diverse collezioni private e pubbliche di molti paesi (ha trattato temi religiosi per basiliche e pievi). Nel 1970, l'autore di fantascienza Brian W. Aldis sceglie il dipinto di Lanfranco, “I grandi maestri del sogno” per la copertina del suo libro “A Romance of the Equator”. Dopo una pausa, durata dalla fine anni Settanta alla fine anni Novanta, riprende a lavorare ed a esporre con grande slancio, entusiasmo e produttività. Con i soggetti femminili in primo piano (che lui titola “l'apridonna”), ma non trascurando le solite tematiche.

Maestro, che messaggio ha voluto esprimere con la sua arte, la scultura prima e la pittura poi?

“Bé, fin da ragazzo, nel 1934, ai tempi in cui frequentavo le Medie, qui vicino, ad Ostiglia, avevo comperato un giornalino, che si chiamava “L'avventuroso” e sopra c'era una storia di Flash Gordon, disegnato da un americano bravissimo. Che si chiamava Alex Raymon. E, in questo mondo così ingenuo, molto lontano dal sogno che aveva quest'autore, cioè di far muovere i suoi personaggi su un altro pianeta, di cui aveva conquistato il concetto di spazio. Allora, il concetto di spazio era una cosa nuova, cui nessuno aveva pensato. Solamente dopo la guerra è capito cos'è lo spazio, inviando in orbita i satelliti, e, quindi, mi ha affascinato questo mondo diverso che si proponeva allora. E continuavo a fare il paragone tra quello di qua e quello di là, e la mia mente è sempre stata fuori dal tempo. Di notte, ancora da ragazzo, quando ero in piazza a Quistello, dicevo sono sopra un'astronave. Sono sempre stato portato a dipingere un mondo reale sì, però a contatto con l'universo”.

Un mondo fantastico...

“Infatti, la mia arte è fantastica: la concezione della natura umana riportata su un mondo diverso. Infatti, non ho mai dipinto un paesaggio terrestre: ho sempre dipinto dei fondi spaziali, siderali. Però, quand'ero a Milano, negli anni Cinquanta, era comprensibilmente molto difficile portare avanti questo tipo di discorso, di tematica; ma, c'era un noto gallerista, che si chiamava Carlo Cardazzo, che mi organizzava le mostre, perché mi considerava un bravo pittore. Mi metteva vicino a De Chirico, a Delvò, ad altri. I miei amici pittori milanesi erano molto distanti da questo; anch'io, se è per quello, perché avevo un'altra cultura, una cultura moderna. A me piaceva quella scientifica, quella che stava scoprendo tante cose, frutto delle novità della tecnologia”.

L'ammaraggio sulla luna nel luglio del 1969 l'avrà certamente affascinato...

“Sì, lo seguii in televisione, perché è un mondo che mi ha sempre affascinato, ma, anche adesso quando dipingo avverto il livello dell'aldilà, e questo mi piace perché sento una sorta di trasporto verso una vita più completa. Perché l'essere umano è dentro in questo eterno. Prima parlavano delle esplosioni, del BigBen, ma il tempo – lo dicevo fin da ragazzo – non esiste. Se la terra è rotonda, dicevo, facciamo cento, duecento, trecento chilometri, dove si va?, non c'è fine. Quindi, fin da dopo la Guerra ho concepito avvertito la possibilità di inserire la raffigurazione umana in questo stato”.

Come se l'immagina l'Aldilà?

“Quando sarà il “mio giorno”, penso di entrare in un altro mondo”.

Fatto di che cosa?

“Fatto di piccole faville energetiche che vanno nello spazio”.

Si può definire un neo-realista?

“No, ma io non sono mica un pittore, eh, non mi identifico mai nella pittura contemporanea. Quand'ero ragazzo, volevo diventare uno scrittore e studiavo il dizionario a memoria per apprendere l'uso del linguaggio in un modo perfetto. Poi, diventarlo era difficile ed allora ho cominciato a studiare alla Accademia delle Arti”.

E' stato anche uno dei vignettisti più grandi d'Italia...Come mai il suo passaggio, la sua trasformazione in scultore e pittore?

“La prima spinta è stata data da Flash Gordon, che si era spinto su un altro pianeta, e che a me aveva dato l'idea che ci fosse un modo di vivere anche oltre la terra. L'essere umano piantato, radicato sulla terra è solo un'apparenza, è una forma dell'universo, e mi piaceva conoscere anche l'aldilà, e mi ha portato a dipingere delle cose fuori del normale”.

Extra reali, surreali?

“No, perché surreale è una letteratura: l'uomo, fin dalla preistoria, è sempre stato fantastico. Oggi ha inventato il telefonino”.

Ha detto che non si sente pittore; allora come si auto definisce, maestro?

“Mah, non lo so, ho vissuto una vita bella, ricca di soddisfazione. Mi piace pensare ma quando vedo che la pittura contemporanea è legata alla contemporaneità sociale. E non mi interessa. Quello che si vede, si sente, c'è già. C'è anche qualcosa che l'uomo deve cercare come le ultime scoperte della scienza, deve sempre cercare qualche cosa di più”.

Lanfranco, allora, è un astronauta con il pennello, oppure un argonauta, come l'hanno già definita alcuni critici del settore?

“Brian Aldiss è uno dei più grandi scrittori (anche poeta) della fantascienza mondiale, vive in Inghilterra e la regina Elisabetta l'ha insignito del titolo di Gran Ufficiale del Regno Unito. Con questo signore abbiamo stabilito subito un rapporto di amicizia ed è stato, per me, quello che ha dato la più bella interpretazione della mia creatività: io, mia moglie e i miei bambini – mi ha scritto – abbiamo osservato con attenzione la tua pittura ed abbiamo stabilito che è una delle esperienze più belle della nostra vita perché, guardando i tuoi quadri, c'è l'insieme della meraviglia, ma, le tue opere sprigionano anche la serenità. Ed è venuto ad 85 anni a Rimini a presentare le mie opere. Tanti mi hanno detto che, tornando a casa dopo una giornata di lavoro stressante, guardandoli creano pace, serenità”.

Il complimento più bello ricevuto nella sua lunga carriera da un grande artista?

“Henry Moore: mi disse che la mia era la più piccola ma più avanzata rivista che esisteva in Italia. L'avevo incontrato a Venezia, abbiamo tenuto una lunga corrispondenza, gli ho inviato alcune fotografie delle mie opere, e lui mi ha scritto che il mio linguaggio era molto interessante. Ma anche René Magritte ha speso parole di elogio. Si trovava in Belgio con Adamo, il noto cantante italiano di quegli anni, e in un piccolo convegno trattavamo dell'arte italiana ed eravamo tutti d'accordo che non c'era qualcosa di importante. Ma, lui, poi, mi ha scritto che non era vero, perché esisteva Lanfranco che “è il più bravo pittore italiano”. Gli avevo mandato anche dei quadri in Belgio”.

Non ha mai trattato lo sport?

“Sì, da giovane mi piaceva molto nuotare nel Po, ed ero diventato anche campione provinciale di velocità nello stile libero. Anche l'occhio era portato alle forme umane e lo sport ne dà un bel risalto”.

Sport, nuoto in particolare, praticato ma mai ritratto?

“Sì, a dir la verità, una volta ho dipinto “l'atleta sfinito”, ma, non con un interesse preciso”.

Cos'è che le dà più fastidio e cos'è che la riesce a commuovere oggi in un mondo che pare andare alla rovescia?

“Oggi mi dà fastidio la falsità, viviamo in un mondo bugiardo; ciò che mi commuove è sempre la bellezza. La bellezza è la più grande consolazione che ci si può dare. Un tramonto, certo, una bellissima donna: in lei ci vedo tante di quelle cose, che mi sento pervadere quasi da una corrente elettrica”.

Ha mai pianto?

“E' molto difficile: sono abbastanza invulnerabile sotto questo aspetto. Non so cosa mi può colpire. La violenza? Mi colpisce in negativo, mi irrita. Il gesto d'amore più grande? Quando due persone, uomo-donna, si capiscono, corre un'intesa, passa attraverso un certo linguaggio: quello caotico, universale, perché sono cellule della vita, di questo dono che è la vita; sono la continuità, e tutti insieme si affronta questo tempo terrestre”.

Un pittore che le è piaciuto: De Chirico, Semeghini, Gentilini, Casorati, Guidi?

“Per me, questi artisti non mi trasmettono alcuna emozione. Da ragazzo, mio padre mi avevo portato a Venezia, per vedere la mostra di Hieronymus Bosch, artista della metà del 1500. C'era un piccolo quadro che rappresentava il Paradiso: ed era un turbine. E questo quadro mi ha dato una visione completamente diversa dalla pittura classica e mi colpì. Anche adesso dipingo un angelo, che attraversa il tempo e lo spazio per un mercante d'arte di Parigi: era venuto fino qui, e mi chiese cosa mi metti di fantastico. Allora, mettimi un angelo! E, poi, mi raccontò che durante una sua permanenza negli Stati Uniti si imbatté con a bordo della sua automobile in una lepre e si fermò. La lepre lo osservava a lungo, per 3-4 minuti. E, aggiunse che secondo una leggenda indiana, chi è guardato dalla lepre è un uomo sacro. E gli ho detto che quando nel 1957 comprai la prima macchina, in una strada vicino al mio paese, trovai per strada una lepre. Non volevo investirla e scesi giù dalla macchina per toglierla dalla strada. Ma, questa, abbagliata dai fanali, mi fissava e camminava piano piano, quasi non volesse lasciarmi la precedenza. Ma, questa è una storia rara, come una lepre che cammina davanti alla macchina per due-tre chilometri. Quindi, mi sono chiesto: sarò sacro anch'io?”

Quando – un giorno, il più lontano possibile! - si farà buio tutt'intorno a noi e un silenzio eterno, cosa succederà?

“Me lo sono sempre domandato nel corso della mia vita. Se potessi essere una lampadina e spegnerla, sarebbe la cosa più bella del mondo. Perché? Perché partirei per un altro viaggio”.

Sicuramente fantastico, maestro!

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, Quingentole (Mn) 25 maggio 2013

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