ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

4/6/13 - INCONTRI RAVVICINATI: ALESSANDRO RENICA

IL RIGORISTA DI MARADONA, RENICA

Alessandro Renica, terminati gli allenamenti, giocava a sfidare il grande Diego Armando Maradona a battere i rigori: “Una volta ci è capitato di calciarli ad oltranza, per un'ora e mezza, tanto si faticava a conoscere il vincitore!”

Nato ad Anneville, in Francia, il 15 settembre 1962, Renica è cresciuto nelle giovanili dell'U.S. Golosine, quartiere vicino allo stadio “Bentegodi”, Renica passava subito alle giovanili del L.R. Vicenza, fino a debuttare in serie C con i lanieri e a vincere la Coppa Italia, edizione 1982.

Poi, la Sampdoria del petroliere Paolo Mantovani, la Coppa Italia sollevata con i blu-cerchiati nella primavera del 1985, quindi, il passaggio del difensore all'ombra del Vesuvio.
Dove vive sei stagioni (dal 1985 al 1991), vince due scudetti (1987 e 1989), una Coppa Uefa (1989), una SuperCoppa Italiana (1990), totalizzando, con la maglia dei partenopei, 136 presenze e firmando 10 gol.

Poi, la chiusura della carriera in riva all'Adige, sponda Hellas Verona, dove disputa due stagioni(dal 1991 al 1993), colleziona 28 casacche e griffa un gol. Il libero del rione Golosine affronta poi la carriera di mister, debuttando in Eccellenza nel Caldiero (al posto dell'ingegner Maurizio Testi), poi, il Chioggia (a più riprese), la Primavera del Vicenza, e, quindi, quel Trissino-Valdagno, che sotto la sua regia conosce la promozione in serie D, massimo traguardo storico per il club della provincia vicentina.

Mister, partiamo subito chiedendole un aneddoto tra lei e “El Pibe de oro”, Diego Armando Maradona...

“Diego è stato per me – ma credo per molti altri compagni di squadra – un amico vero, generoso e umile. Ho apprezzato la sua grande disponibilità oltre alla sua immensa classe. Un aneddoto? Adesso che mi fa pensare, la prima cosa – buffa – che mi viene in mente è stata quella mattina di un interminabile allenamento. Dopo la consueta seduta atletica, ci siamo messi come due bambini a sfidarci nei tiri dei rigori. In porta si era offerto di andare, quella volta, Pino Taglialatela, e, siccome non riuscivamo mai a conoscere il vincitore, a furia di terminare in pareggio, lasciammo il campo quasi alle due del pomeriggio, dopo che eravamo arrivati al campo qualcosa prima delle dieci. I nostri tiri o finivano in rete o in pari misura sbattevano contro i pali o venivano respinti da Pino. Insomma, altro che rigori ad oltranza! Rigori calciati all'infinito!”

Quand'è che hai provato per la prima volta la pelle d'oca da calciatore?

“Sì, la ricordo, purtroppo!”

Perché purtroppo, mister?

“Perché l'ho provata facendo gol alla mia squadra del cuore, l'Hellas Verona”.

Ce lo può raccontare?

“E' stato un un gran bel gol nel mio stadio, il “Bentegodi”: tiro da una quarantina di metri, la palla si è infilata proprio sotto l'incrocio. Ripeto, purtroppo, realizzato contro la mia squadra del cuore. Dall'altra parte c'era quel Garella con cui poi ho giocato a Napoli. E' stato il gol del pareggio blucerchiato”.

Giocava nella Samp?

“Sì, ero nella Samp di mister Renzo Ulivieri, contro il Verona di Dirceu, Penzo, che poteva diventare campione d'inverno e venne frenato da quella mia invenzione balistica”.

Ha mai pianto di gioia e quando di rabbia?

“Di gioia, sì, mi sono commosso il giorno dello scudetto a Napoli, che era un traguardo storico, in un contesto unico, irripetibile. Ed essere riuscito assieme a compagni di livello qualitativo mondiale, con ciliegina sulla torta Maradona – il più grande calciatore di tutti i tempi -, a rendere felici una tifoseria calda ed appassionata come quella partenopea, oltre a noi stessi, è qualcosa di impagabile, di importante. Come lo è uno scudetto storico conquistato a Napoli, che tutti lo ricorderanno per sempre; al contrario di uno dei tanti vinti, che so, con la maglia della Juve”.

Pianto di rabbia, quando?

“Quando, sempre col Napoli, avremmo meritato di vincerne un altro di scudetti: mi riferisco a quello scucito dal Milan di Sacchi, dopo una gara persa al “San Paolo” per 2-3, e ho pianto sia per aver perduto uno scudetto che avremmo meritato di vincere fino all'ultimo. Il crollo verticale ci è costato lo scudetto e la reazione del pubblico è stata non bella nei nostri confronti”.

E di dolore?

“Di dolore, bé, andiamo su cose personali, di cui non vorrei trattare”.

Lei, Renica, da sempre è testimonial in prima fila della Lotta a favore dei bambini nati prematuri...

“Sì, è vero, ma faccio fatica a parlarne perché è stato un momento difficoltoso, che sono via via riuscito a gestire con la maturità e facendomene una ragione”.

Era scaramantico in campo?

“Si può dire una via di mezzo: non ci credo, ma...? Però, un pelino di folclore, di liturgia scaramantica la seguo, tipo spargere il sale dietro entrambe le porte di calcio”.

Perché su tutte e due?

“Per essere sicuro di non sbagliarmi: un tempo di qua e un tempo di là. E, alle volte, sembra che funzioni, anche”.

L'avversario più forte del suo periodo, chi è stato?

“No, perché di giocatori bravi ce n'erano ai miei tempi: allora giocavi contro i calciatori più forti del mondo, ti basta prendere i “tulipani” di Sacchi, Michel Platini, Zico, non paragonabili a quelli che giostrano oggi”.

I sorci verdi chi glieli ha fatti vedere?

“Me li ha fatti vedere più di tutti l'accoppiata Gullit, la sua forza fisica, e Van Basten: avevano classe immensa e potenza atletica devastante”.

Un tunnel alla Maradona non l'ha mai fatto a un avversario, esiste un rigore clamorosamente sbagliato?

“Rigori ne ho tirati pochi, ma fortunatamente tutti sono andati a buon fine. A un difensore il tunnel non è merce frequente, ma molto rara, proprio per le sue caratteristiche. La nostra scuola era la strada, quindi, poca tattica e scarsa cura dei particolari: solo tecnica di base e poi grande sviluppo della personalità. Sempre confidando ed affidandoti a quello che Madre Natura ti ha donato”.

Il gol più pesante e quello più stilisticamente valido di Alessandro Renica?

“Non mi è difficile rispondere, perché da Napoli continuano a pregarmi di rievocarlo: è stato quello segnato in Coppa Uefa, nella primavera del 1989, al 14mo del 2° tempo supplementare contro la Juventus, e che ci ha permesso di passare alla semifinale della competizione. Sì, ogni tanto mi ritorna alla mente quello spezzone di film molto intenso, anche perché il “San Paolo” brulicava di cento mila persone, così tante che non si riusciva nemmeno a parlarci tra noi giocatori”.

Riviviamola, dunque, quell'impresa, mister.

“Sembrava, ripeto, di vivere in una bolgia infernale e questo ti fa intuire l'atmosfera di quella notte al “San Paolo”. C'è stata quest'azione nata da un calcio d'angolo calciato dalla bandierina alla destra di Tacconi, allungata da Crippa, rincorsa e rielaborata da Careca – altro grande campione –, che elude la stretta marcatura di Bruno e che poi mette al centro. Ed io che seguo istintivamente la traiettoria e mi tuffo di testa – colpendo, a dir la verità, la palla con mezza fronte - e la incorno alle spalle di Tacconi per il 3-0 che ribalta il 2-0 maturato a Torino. E che vale l'accesso alla semifinale dell'Uefa. Però, per la grandissima emozione, per la gioia incontenibile, proprio in quel momento, muore sugli spalti un tifoso partenopeo sulla settantina d'anni. Morto di gioia, d'accordo, ma, sempre una persona umana ha cessato di vivere!”.

Quand'è che si è veramente liberi nella vita? Quali sono le sue paure quotidiane?

“Io mi sono sempre sentito libero, non solo di ruolo, ma anche di fatto. Non ho mai avuto, seguito comportamenti scorretti, né sleali, e di questo ne vado fiero. Mi sento libero adesso, ho raggiunto un buon equilibrio e ho una certa serenità per le scelte oneste e ben ponderate. Le paure quotidiane sono quelle tipiche che vive un genitore, un padre di famiglia nei confronti dei propri figli”.

La serenità è il punto di arrivo di un lungo percorso, oppure si nasce sereni?

“La serenità è il punto di arrivo di un lungo cammino di scelte che uno deve fare, di una lunga semina fatta apposta per raccogliere”.

Crede in Dio?
“Diciamo “ni””.

Laonde per cui, per lei non esiste dopo il black out della vita l'Aldilà...

“Non lo so: spero che ci sia qualcosa d'altro, ma, ho i miei dubbi”.

Forse non crede in che è chiamato a rappresentare Dio sulla terra? Le piace questo Papa?

“Io dico solo “ni”: non ho mai approfondito questi temi, ma, questo Papa qua mi piace, davvero”.

Cos'è che la commuove, mister?

“Vedere che nuove persone, sulle quali prima nessuno aveva puntato, riescono ad emergere, a sfondare. Esempio: “Ics factor”, la bella voce di Chiara, le sue lacrime di successo e di sofferenza mi coinvolgono, mi fanno sgorgare qualche lacrimuccia”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 19 maggio 2013

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