ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

5/6/13 - INCONTRI RAVVICINATI: CARD. ENNIO ANTONELLI

ANTONELLI, MEZZALA DAL TOCCO GENTILE

Anche il cardinale Ennio Antonelli, nato a Todi di Perugia il 18 novembre 1936, ha giocato a calcio, in parrocchia e in seminario. Ruolo? Centrocampista, con la passione anche per il ping pong e il tennis. Nominato vescovo di Gubbio (nel 1982), viene promosso ad arcivescovo di Perugia-Città di Castello il 6 novembre 1988 e viene poi nominato da Giovanni Paolo II Segretario Generale della Cei, carica che coprirà dal 1995 al 2000. Nella primavera del 2001 viene nominato arcivescovo metropolita di Firenze e il 21 ottobre 2003 riceve sul capo la berretta cardinalizia. Nello stesso tempo diventa anche membro del Pontificio Consiglio per i Laici e del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni sociali. Nel 2008 è nominato Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia – carica oggi occupata dall'arcivescovo Vincenzo Paglia, già vescovo in Umbria come Antonelli. Oggi è membro della Congregazione delle Cause dei Santi.

Eminenza, ha mai giocato a calcio?

“Sì, da ragazzo e da giovane. In seminario, anzi, ho riportato curiosamente nello stesso anno scolastico due infortuni allo stesso braccio, una volta al gomito l'altra al polso. E mi è capitato il giorno dopo di Natale e il giorno dopo di Pasqua”.

In che ruolo giocava?

“A centrocampo, spostato verso l'ala; ma, non è che fossi un campione”.

Ala destra o ala sinistra?

“Giocavo in entrambe le posizioni. Ma, più che a calcio giocavo a ping pong. Nel Seminario Romano, il più forte era l'attuale arcivescovo emerito di Udine, monsignor Pietro Brollo, però, io venivo subito dopo di lui. Nelle nostre sfide la maggior parte dei presenti faceva tifo per me perché lui era un fuoriclasse e non ne aveva bisogno. In Seminario e poi da giovane prete ho giocato anche a tennis”.

Ha una squadra del cuore?

“Al termine di un campionato, mi pare quello del 1949-1950, sono diventato tifoso del Milan, perché quell'anno la Juventus vinse lo scudetto e il Milan arrivò secondo. Allora, istintivamente simpatizzai per chi non era salito sul gradino più alto del podio. E da allora ho sempre tifato Milan, ammirando i suoi molti campioni a cominciare dal famoso Trio di assi svedesi, soprannominato Gre-No-Li”.

Una volta convertitosi al...“Diavolo”, qual era il giocatore che più stimava allora?

“Un po' curioso, eh – sorride il porporato – che un religioso parteggi per il Diavolo. Mi piacevano, in successione temporale, Gren, poi Liedholm, “Pepe” Schiaffino e Gianni Rivera. Ma, a dire il vero, più tardi, ho cominciato ad avere simpatia anche per la Fiorentina (sono un umbro, vicino, dunque, al club più prestigioso della Toscana) e per la Roma”.

Cos'è che la commuove nella vita di tutti i giorni?

“Il rapporto con Dio: per me è decisivo sentirsi amati da Dio e il desiderio di riamarlo. Questo mio rapporto con Dio ha sempre avuto bisogno di un'esperienza concreta. Le donne che mi accompagnavano in chiesa da bambino mi dicevano che c'era Gesù nel tabernacolo, e io insistevo dicendo a loro che volevo vederlo. Ecco, questo desiderio, questa caratteristica che esprimevo fin da bambino mi ha accompagnato per tutta la vita. Da adolescente, ho letto molte biografie di Santi, perché così facendo mi sembrava di percepire la presenza del Signore. Poi, diventato un giovane prete, esploravo tutte le realtà più vive nella chiesa – i nuovi movimenti, le nuove comunità, i monasteri di clausura, le missioni – proprio perché volevo in qualche modo toccare con mano la presenza del Signore. Poi, come teologo, la mia categoria fondamentale è la visibilità dell'invisibile: Dio attraverso i segni si rende percepibile nel mondo, nell'uomo, nella storia, in modo incomparabile nel Signore Gesù e poi nella Chiesa, nei Santi, nei miracoli”.

Bisogna, però, avere gli occhi giusti (quelli della Fede) per poter interpretare, leggere questi segni...

“Sì, verissimo. In televisione non vedo quasi niente, ma, le cose che più mi affascinano sono i documentari che ti rappresentano la bellezza, la perfezione della natura, del creato. Qualche volta mi domando come si fa a non credere davanti a certe meraviglie”.

Come sarà l'Aldilà, Eminenza?

“Non possiamo immaginare. Però, sappiamo e crediamo fermamente che è un compimento: tutto ciò che di bello, di vero, di autentico, di buono abbiamo ricevuto in questa vita, non viene indebolito ma accresciuto, viene portato a compimento, alla perfezione. Il concetto di Risurrezione non indica una vita diversa che sostituisce quella di adesso, ma, piuttosto, una vita nuova che l'assume e la porta a compimento. Però, lo dice San Paolo nella prima Lettera ai Corinzi, non conosciamo come saranno i corpi delle persone risorte e non possiamo rappresentarci la vita futura”.

Ma, non saremo solamente fatti di spirito?

“No, saremo persone complete perché l'uomo non è solamente spirito, ma spirito incarnato. Il risorto sarà un uomo completo, formato di corpo e di spirito, ma, non possiamo immaginare. Dice San Paolo: “Altra è la carne dei pesci, altra è la carne degli animali della terra, altra è la carne dei volatili. Ma, è sempre carne. Così altro sono i corpi che noi abbiamo sulla terra, altro sono i corpi risorti, ma sono sempre corpi”. C'è una discontinuità nella continuità e una continuità nella discontinuità”.

Cos'è che la commuove?

“Vedere i bambini non solo quelli che soffrono, ma anche quelli felici; tutto quello che è autentico, ma, innanzitutto le persone e i rapporti tra loro. Io adesso lavoro nella Congregazione per i Santi e ho la gioia di leggere storie straordinarie, stupefacenti, con personalità affascinanti”.

L'ha aiutata essere nato in una regione come l'Umbria, dove non si può non respirare una certa santità?

“Sono nato a Todi, però, sono cresciuto in un piccolo paese, Casteltodino, a mezza strada tra Todi e Terni. Da piccolo sono stato impressionato dall'esperienza della Seconda Guerra Mondiale: Terni è stata bombardata un centinaio di volte e da Casteltodino si sentiva il frastuono delle bombe, a volte tremava perfino la terra. Ricordo, in particolare, la prima volta in cui piovvero le bombe su Terni: mia madre aveva cotto il pane al forno e io ricordo che le dissi “mamma, prendiamo un filone di pane e un prosciutto e scappiamo nel bosco, a trovar rifugio!””.

Eravate tanti in famiglia?

“No, io avevo solamente una sorella, ma, allora vivevamo insieme con i nonni paterni e uno zio. Il babbo, Luigi, all'inizio faceva il contadino, poi, diventò operaio; la mamma, invece, si chiamava Giuseppa, tutti credenti”.

Quindi, la religione cattolica era di casa...

“La nonna paterna era una santa donna: durante il passaggio del fronte, proprio all’ultimo giorno è stata percossa dai miliziani delle SS, che venivano per le case a prendere gli uomini e portarli via.Tutti eravamo andati a rifugiarci nel bosco. Accanto alla nonna malata era rimasto solo il nonno, però, all'ultimo momento lui preferì andare a nascondersi in un campo di grano per evitare che finisse vittima del rastrellamento dei tedeschi. Era un momento drammatico. Mio nonno pensava che alla nonna malata, inchiodata al letto, non le potesse venire toccato nemmeno un capello. E, invece, hanno ucciso il cane che le faceva compagnia, hanno preso lei, l’hanno percossa, l’hanno fatta camminare per alcune centinaia di metri e da quello choc la nonna non si è più ripresa”.

Eminenza, immaginiamo che l'ultima volta che lei ha pianto di grande dolore è stato quando ha perduto i suoi due genitori...

“Sì, anche se devo dire che ho avuto la fortuna di averli qui vicino a me, a Roma, fino a pochi anni fa. Mio padre è morto a 99 anni e mia madre a 97”.

Quand'è che saremo veramente liberi?

“Siamo liberi nella misura in cui crediamo in Dio e siamo persuasi di essere amati da Lui, perché la vera libertà è credere che siamo amati da un Amore Assoluto e nella misura in cui crediamo a questo, abbiamo il coraggio di affrontare le difficoltà della vita, abbiamo il coraggio di amare non solo Dio ma anche gli altri, abbiamo anche la gioia in mezzo alle difficoltà”.

Giustizia e libertà sono separabili? E la giustizia è un'utopia?

“No, la giustizia e la libertà non sono separabili e si realizzano autenticamente solo nella solidarietà e nella fraternità, in misura sempre limitata e precaria su questa terra e pienamente solo nell’eternità, quando ognuno sarà se stesso nella comunione totale con gli altri. Ora, nella storia, dobbiamo impegnarci seriamente per anticipare il più possibile la realizzazione di questi valori”.

I timori, le aspettative, le speranze del cardinal Ennio Antonelli?

“Io le chiamerei preoccupazioni. Riguardano specialmente la crisi della famiglia nel mondo che provoca molte sofferenze alle persone, molti danni alla società, allontanamento dalla Chiesa e dalla fede cristiana. Certo, il Signore è capace di ricavare il bene anche dal male, ma questo dilagare, specie in Europa, della disgregazione familiare e della secolarizzazione culturale fanno pensare. A volte mi sono fermato a fare riflessioni di questo tipo sulla storia: Israele doveva essere il primo popolo ad entrare nella nuova alleanza con Cristo, ma ha perso il momento opportuno e, secondo San Paolo, entrerà per ultimo, dopo che sarà entrata la pienezza delle Nazioni; poi il cristianesimo dei primi secoli, si è affermato specialmente nel Medio Oriente in Asia Minore, in Africa settentrionale, ma oggi questi Paesi che furono i primi ad essere evangelizzati, non sono più cristiani o lo sono in minima percentuale; poi il primo continente interamente cristianizzato è stata l’Europa, ma proprio in questa area oggi sono più forti la secolarizzazione e la crisi della famiglia di cui accennavo sopra. La fede non diventa mai un possesso acquisito: è una grazia che sempre di nuovo dobbiamo essere pronti ad accogliere e a vivere seriamente. Conforta il fatto che in Asia, in Africa e in America Latina le chiese giovani stanno emergendo in maniera molto promettente”.

E le speranze, quali sono?

“Mai come oggi ci sono state delle minoranze vive, impegnate, gioiose, missionarie, di laici, o meglio, ecclesiali, composte di laici, consacrati, sacerdoti. Comunità, movimenti ecclesiali, realtà varie; forme di aggregazione che vedono protagoniste le famiglie. Stanno emergendo comunità e reti di famiglie che integrano e sostengono la famiglia nucleare, che, da sola rimane esposta a gravi difficoltà. Il mio sogno, le mie esperienze sono queste minoranze che Benedetto XVI chiamava “minoranze creative”. Dio non ci lascia mai; noi possiamo scegliere di lasciare Lui, ma, Lui non ci abbandona mai: questa è la mia speranza incrollabile”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 23 aprile 2013

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