ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
...[leggi]

INCONTRI VIP'S

8/6/13 - INCONTRI RAVVICINATI: CARD. ANTONIO MARIA VEGLIO'

QUEL PORPORATO...VEGLIO' DA MEDIANO

Marchigiano di Macerata Feltria (PU), dove è nato il 3 febbraio 1938, il cardinale Antonio Maria Vegliò ha praticato il calcio da ragazzino, la pallavolo da adulto e il tennis in età più matura. Il 27 luglio 1985 viene nominato pro-nunzio apostolico in Papua Nuova Guinea e nelle isole Salomone. Il 6 ottobre dello stesso anno viene elevato alla dignità arcivescovile dall'allora Segretario di Stato Agostino Casaroli, concelebranti l'Ufficiale della Segreteria di Stato monsignor Achille Silvestrini e da Sua Eccellenza monsignor Gaetano Michetti, vescovo di Pesaro. Il 21 ottobre 1989 è pro-nunzio apostolico per il Senegal, la Guinea Bissau, Capo Verde e Mali, diventandone nunzio apostolico nel dicembre 1994. Il 2 ottobre 1997 diventa nunzio apostolico in Libano e in Kuwait, l'11 aprile 2001 riceve l'incarico di Segretario della Congregazione per le Chiese Cattoliche in Oriente. Il 28 febbraio 2009 è Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Riceve da papa Benedetto XVI sul capo la berretta cardinalizia della diaconia di San Cesareo in Palatio nell'ambito del concistoro tenutosi il 18 febbraio 2012.

Eminenza, ha mai giocato a calcio, da ragazzino?

“Da piccolino ho praticato il calcio, poi, da adulto la pallavolo e, da più maturo, il tennis. A Pesaro, da piccolo, si giocava sulla sabbia e lascio a lei immaginare la fatica; ma, non sapevano dove andare. Purtuttavia, ci temprava al punto che vincevamo sempre contro le squadre delle altre parrocchie. Una cosa è correre sulla sabbia, un altro correre sull'asfalto: ci creava una grande resistenza”.

In che ruolo giocava?

“Mediano. Ricordo che quando ero al servizio diplomatico per il Vaticano in Perù noi italiani sfidavamo gli americani. Allora, c'era un grande attore messicano della soap opera che andava per la maggiore, costui giocava a calcio ed io un po' per divertirmi, un po' per fargli pagare tutti quei piagnistei che faceva vedere in televisione per commuovere la gente, le ragazze, non gli facevo mai prendere il pallone, a tal punto che lui alla fine si lamentava e diceva in spagnolo ”il prete è troppo sporco quando gioca”. Ho sempre amato il calcio, vedendolo praticare dai professionisti, tifavo il Milan, mi piaceva Rivera”.

E, sulla pallavolo, che ricordi conserva?

“L'ho praticata quando ero a Fano, ma, senza voler peccare di immodestia, la mia squadra vinceva quasi sempre. Eravamo davvero forti, ben equipaggiati e ben affiatati; eravamo tre alzatori e tre schiacciatori. Un certo Stacchiotti, di Osimo, dava certe sventole impressionanti, ma erano così prevedibili che dall'altra parte gliele prendevano sempre, cosa che invece – senza voler peccare di immodestia – con me non succedeva perché riuscivo a stare in aria più degli altri, non giocando in maniera prevedibile, ma cercando di spedire la palla nell'angolino più distante, nel punto in cui non potevano arrivarci gli avversari. Al Seminario di Fano, dopo aver vinto un concorso che mi promosse al Seminario romano, tutti aspettavano il mio arrivo perché sapevano di contare su uno forte a pallavolo. Invece, non toccai più palla perché quello sport mi aveva quasi disgustato a furia di sostenere tornei. Creai uno stato di disillusione, di grande amarezza in chi aveva riposto tante speranze sul mio arrivo”.

Infine, il tennis, Eminenza...

“L'ho praticato fino a qualche anno fa, perché un po' per l'età, un po' perché l'amico mio è morto. Non mi è mai piaciuto il doppio: la responsabilità nel gioco della racchetta non mi piace condividerla con nessuno. Edè stato male che io abbia abbandonato la racchetta perché, a una certa età, non si ricomincia più. Ed anche in questa disciplina ero un autodidatta, perché giocavo un tennis brutto, ma molto efficace, ma, anche a più di sessantanni sfidavo ragazzi di venti, vincevano e loro si arrabbiavano. Gli spiegavo che loro giocavano con intelligenza e forza, io invece giocavo male, ma, avevo dalla mia l'esperienza, il mestiere, dovutemi dall'età. Una volta a Pesaro riuscii ad arrivare o secondo o terzo – non ricordo bene -, guadagnai una posizione del podio e una pergamena con su scritto “Don Antonio, mina vagante del tennis pesarese”. Non cedevo mai, anche se perdevo 5-0, io speravo sempre nella rimonta perché mi impegnavo molto, ce la mettevo tutta fino all'ultima goccia, fino all'ultimo minuto. Ho giocato a tennis anche quando ho svolto la mia ultima nunziatura apostolica in Libano. In un colloquio con l''allora Presidente della Repubblica, mi chiese dove avevo imparato a giocare a tennis: ed io, dopo avergli domandato da chi aveva preso informazioni a riguardo, lui mi disse che frequentava, ogni tanto, quel Circolo dove io mi dilettavo a giocare con la racchetta, e più di una volta rimaneva a guardare alcune mie fasi di gioco. Il tennis mi aiutò a creare relazioni umane molto utili con il massimo esponente politico libanese”.

Lei è stato nunzio apostolico in vari Paesi; qual è il ricordo più doloroso che le è rimasto impresso?

“La povertà, la miseria incontrata in qualsiasi parte, dall'Africa all'America Latina. Ho sofferto vedere un bambino che, per mancanza di 500 lire italiane allora, diventava cieco a causa di un insetto proveniente da qualche fiume d'Africa. Sono stato nel Senegal, a Capo Verde, in Guinea Bissau, Malì e in Mauritania, nell'Africa Occidentale. Un essere umano di quelle parti è costretto a sopportare una minoranza di persone ricche a svantaggio della maggioranza ridotta in stato di povertà. Per noi sacerdoti è importante conoscere i canali giusti, attraverso i quali far giungere l'aiuto. Ricordo che quando ero nunzio a Dakar, il Presidente della Repubblica mi sconsigliò di non indirizzare ai suoi Ministri i sussidi perché quelli se li sarebbero tenuti per sé. Io risposi che li avevo dati sempre a vescovi e a missionari”.

Giustizia e libertà vanno di pari passo? E quand'è che saremo veramente liberi?

“Queste sono domande così astratte, che preferirei che mi ponesse una domanda più concreta; libertà e giustizia sono bei termini, d'accordo, ma cosa vogliono significare?”.

Noi crediamo in Dio: bene, come dovremmo raffigurarci l'Aldilà?

“(Un sorriso) So che ci sarà l'Aldilà, perché io credo. Ci sarà l'inferno e il Paradiso. Come sarà? Eh, non lo so. Noi siamo abituati a ragionare nel tempo e nello spazio e là non c'è né l'uno né l'altro. Infatti, ogni volta che si immagina l'inferno si deve pensare a qualcosa che ci faccia male fisicamente. Io credo che l'inferno sia essenzialmente assenza di Dio perché, se l'uomo è fatto per raggiungere Dio, se non Lo raggiunge, è un povero disgraziato. Ci sarà proprio il possesso di Dio: quindi, è fatica concepirlo, pensarlo perché noi in questa vita, in questa valle di lacrime, non si vorrebbe mai morire ma si muore, noi vogliamo avere sempre riferimenti materiali, vedi il caldo, il freddo, il bisogno di un bicchiere d'acqua, un maglione. L'uomo è fatto per Dio, come diceva Sant'Agostino, e non ha pace finché non raggiunge Dio, per cui, se non raggiunge lo scopo per cui è stato creato, è un poveraccio. L'anima è anima, l'uomo soffre se non raggiunge Dio. Gli occhi sono fatti per vedere la luce, e se non c'è la luce, cosa stanno a fare i nostri occhi?”

Cos'è che la commuove di più nella vita di tutti i giorni e cosa invece le dà più fastidio?

“Fatti di sofferenza, gesti di amore, riappacificazioni mi fanno molto commuovere; mi dà molto fastidio la violenza compiuta da un forte contro un debole, la vigliaccata”.

Ma, cos'è, Eminenza, che in particolare la muove a l pianto?

“Sarà che sono diventato vecchietto, vedere qualche trama di un film in cui c'è un bambino che soffre, un amore non corrisposto. Ma, non mi vergogno di confessarle che quando in Concistoro Papa Ratzinger ha detto che non si sentiva più in forze per guidare la Chiesa e che rinunciava al potere petrino, io mi sono commosso nel vedere questo grande uomo, ricco di umiltà – cui, alla pari di tutti, volevo molto bene -. Ho avuto, grazie al mio lavoro complesso svolto qui in Vaticano, modo di vederlo molte volte. Vedere quest'uomo così forte, così signore, così rispettoso, così intelligente, che ha detto “io non ho più le forze per andare avanti, quindi, mi metto nelle mani del Signore, e mi dimetto”. Sono dei sentimenti forti, questi”.

Le paure di tutti i giorni di monsignor Antonio Vegliò e le attese per il prossimo futuro?

“Io non ho né paura né sono ansioso, grazie a Dio, non soffro crisi di identità – che affiorano in tanti poveracci depressi per amori che naufragano, per il lavoro che perdono, per figli che danno problemi -; ringrazio Dio di avere un lavoro, di godere della serenità, di essere un prete felice, e sono sempre stato felice di esserlo. Quindi, che ansie, che aspettative posso nutrire? Siamo nelle mani di Dio, saprà Lui quella che è la nostra vita. Certo, arrivati a una certa età, uno comincia a pensare che dovrà andare in pensione, anche se a me la pensione non piace: io se potessi, lavorerei sempre, però, io pure devo seguire le regole, le norme, lasciare lo spazio ai giovani, che devono andare avanti. Prima di prendere una decisione, nell'ambito del mio lavoro, penso, ripenso, e questo mi dà un po' di tensione”.

Quand'è l'ultima volta che ha pianto di grande dolore?

“Non ho mai pianto, arrivo solo a commuovermi”.

Nemmeno quando ha perso i genitori?
“Anche, è chiaro”.

Era figlio unico, i suoi genitori cosa facevano?

“No, siamo in sette figlioli. Mio padre, Colombo, lavorava in banca, la mamma, Ettorina, ha allevato sette figli, per cui ha lavorato più lei che il babbo. Erano originari delle Marche. Mio padre per i suoi impegni bancari ha fatto tanto vari trasferimenti e solo due di noi sono nati a Fano, tutti gli altri chi a Sulmona, chi a Macerata Feltria, chi a Pesaro, chi a Pesaro. Quando le chiedevano che lavora faceva e lei rispondeva niente, io la riprendevo dicendo che lei aveva, allevando sette figli, lavorato più degli altri. Quando mamma e babbo se ne sono andati, mi sono commosso perché hanno insegnato veramente quello che i genitori dovrebbero insegnare ai figli: l'onestà intellettuale, l'onestà morale, il rispetto degli altri e la Fede nel Signore. Uno la Fede ce l'ha perché ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia che l'osservava; se invece nascevo in Africa, forse, sarei stato un animista, se nascevo in Tunisia sarei stato musulmano. Non ho sofferto per abbracciare la Fede, a differenza di molti che la cercano; mi reputo fortunato perché io la Fede ce l'ho, è un dono del buon Dio, dei genitori”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 8 maggio 2013

Visualizzato(1714)- Commenti(8) - Scrivi un Commento