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Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

28/6/13 - INCONTRI RAVVICINATI PUPI AVATI

PUPI...EMILIANI

Giuseppe, “Pupi”, Avati nasce a Bologna il 3 novembre 1938.
Regista, sceneggiatore, inizia la carriera dopo non essere riuscito a diventare clarinettista di jazz, la sua grande passione; ma un certo Lucio Dalla gli “rubò” il posto. Ma, un'altra passione avanza, batte nel cuore e nella mente di Avati: quella del cinema. Ed, ammaliato dal film “8 e mezzo” del grande maestro Federico Fellini, si convince di dedicarsi a questo tipo di passione-professione. 45 i film diretti fino ad ora, con Mariangela Melato e Katia Ricciarelli che conoscono il loro debutto in pellicola proprio dopo il “Motore!”, il “Ciak” impartito dal regista bolognese. Che ha collaborato, oltre che con Federico Fellini, anche con Pier Paolo Pasolini. Le trame dei suoi film spaziano dal thriller-horror (“Zeder” del 1983) alla commedia (“L'amico di infanzia” del 1993, “L'arcano incantatore” del 1996), al sentimentale (“Il cuore altrove” del 2003).

Maestro, come vede la vita?

“La vita è una cosa straordinaria, che viene però vissuta da gente depressa, che non sa vederla con le lenti giuste, perché la lezione che oggi ci viene impartita è di rifiuto, di negatività, di pessimismo”.

Perché la voglia di scrivere un libro biografico, “La grande invenzione” (Rizzoli editore)?

“Perché a 74 anni sono in prossimità dei titoli di coda, per usare una metafora cinematografica. E, mi pareva doveroso raccontarmi sia perché ne ho commessi di tutti i colori sia per spiegare ai giovani che si rendano conto di cadere nei miei stessi errori”.

Lei ha scritto che sua mamma le rimproverava di essere molto buono, ma, troppo bugiardo...

“Sì, per via del lezzo di infiorettare ogni volta la realtà di aggettivi fantasiosi. Ed è stata questa mia indole a portarmi a diventare regista e sceneggiatore. Assieme anche alla capacità di credere all'incredibile perché sono convinto che le persone che adoperano la ragionevolezza non faranno mai cinema”.

Ha sempre immaginato di vincere un Oscar per il cinema, mai invece di fare il cinema...

“Ho preparato un discorso in inglese per un Oscar mai ricevuto, ho dato grande spazio ai sogni, la mia più grande immaginazione era quella di fare cinema. Sono del 1938, allora si andava spesso al cinema, anche se non si era documentati come oggi. Sono figlio della cultura contadina, e da ragazzo andavo spesso al cinema senza avere la documentazione che i giovani oggi hanno. Si entrava a metà della trama e si usciva senza ricordare poi quello che si era visto. Non successe invece quando fu proiettato “Otto e mezzo” di Federico Fellini: è stato un amore a prima vista, ho subito una sorta di folgorazione. Ricordo che corsi subito dagli amici dicendo che avremmo dovuto fare il cinema!”

45 i film, fino ad ora, messi in pellicola. Mica uno scherzo, eh!

“Sì, ce l'ho fatta perché me l'ero raccontato; ai nostri figli abbiamo sottratto il rischio e la possibilità di immaginarsi le cose: noi ci siamo riusciti, ma, oggi lo impediamo a loro. Il peccato più grave? E' proprio questo!”

Lei ha scritto che sua madre le ricordava di essere bugiardo...

“Da giovane, molte volte ho vissuto il mio momento di impunità, quello in cui uno racconta la menzogna a se stesso. Adesso, io mi preparo il discorso di ringraziamento dell'Oscar tutto in inglese; ma, a me finora quello sforzo non è ancora servito, però, me lo sono preparato. Già, la menzogna, è la grande questione, necessaria menzogna che racconti a te stesso perché poi certe cose accadono. Quando lavoravo alla Findus, non potevo immaginare che dopo qualche tempo avrei fatto cinema; né che avrei girato 45 film. Avete un'idea di cosa possono essere 45 film in 45 anni di vita? E perché ci sono riuscito nell'impresa? E' perché me la sono raccontata, me la sono inventata. E' evidente che se uno vive la propria vita confrontandola con la ragione, è evidente che la ragionevolezza la spunta sempre. Io sono nato nel 1938 e quando ero giovane, negli anni Sessanta, si cercava in banca il posto sicuro: una forma mentis durata così per molti anni. Il rischio di immaginarsi le cose noi, di quella generazione, l'abbiamo sottratta ai nostri figli”.


Qual è il peccato più grave della vostra generazione?

“L'ingiustizia più grave è che noi genitori trasferiamo, trasmettiamo soltanto negatività, depressione; ai nostri figli abbiamo sottratto il rischio e la possibilità di immaginarsi le cose. Noi ce la siamo permessa, ma adesso la impediamo a loro. Lo palpo per mano a casa mia, dove ho figli 40enni, i quali non si interessano più della vita degli altri, e non mettono in campo l'ipotesi che anche a loro un giorno possa accadere la possibilità di aver girato non dico 45 film, ma qualcosa di assolutamente eccezionale, che in qualche modo li gratifichi. Io credo che la vita debba risarcire, ma solo a patto che tutti diventino uno, cioè se uno di noi si rende conto che ha un'identità, se ognuno di noi si rende conto che è un'eccezione, che qualcosa o qualcuno si sta occupando di lui, di noi”.

Questo, allora, il suo significato della vita?

“Faccio una comparazione: la vita è come l'acqua. Se tu ti butti nell'acqua e credi che l'acqua ti tiene su, ebbene, l'acqua non ti affonda. Ma se tu dubiti dell'acqua, è evidente che poi affoghi. Bisogna restituire a questo Paese la grande fiducia in se stesso perché è un Paese estremamente straordinario e, le persone singolarmente prese, non nell'ambito della loro collettività, sono assolutamente eccezionali”.

La sua idea, il suo rapporto sulla morte? Ne tratta nel film “La gita scolastica”, in cui due giovani sposi vengono recuperati dal fiume annegati e vengono trasportati su un carretto, e, durante il viaggio, improvvisamente con stupore si alzano, si mettono a sedere ed accennano a un sorriso...

“Sono nato – ho ripetuto prima – nel 1938, in un periodo in cui c'erano ancora le regine, i re, i dittatori, e ho trascorso l'infanzia imbevuto della cultura contadina. L'imprinting è quello, e l'idea della morte era inclusa, intrisa allora in quella cultura contadina: le nonne, le zie parlavano di guerra e della morte, a noi piccoli fanciulli dicevano che i morti ci venivano a tirare i piedi. Ricordo mia zia Marta: faceva, come seconda occupazione, la vestitrice di morti, avendo imparato da una zia di Bari. Lei sapeva dove era la scatola, cioè la cassetta con tutto quello che la defunta desiderava indossare ed era posta sotto la cassapanca o addirittura sotto il letto. E, qualche volta, portava anche il sottoscritto ad assistere la vecchietta che era morta. Ed, una volta aperta la scatola, non trovavi mica il tailleur, perché in paradiso, davanti al Signore, dovevi andarci rigorosamente o preferibilmente con una camicetta bianca con bottoncini di madreperla. La morte, dunque, metteva paura. Mio nonno Carlino quando doveva andare in giro al sabato o alla domenica, andava a fare una capatina al cimiterino dove sapeva che un giorno sarebbe stato trasportato. E ricordo che chiedeva a mia nonna se poteva andare bene qui, dove camminano le formiche, o là, dove riflette sempre il sole? Mia zia Lina, al cimitero di San Leo, megalomane come tutte le donne piccole, si era fatta fare una foto in porcellana, che non era capace di fare nessuno; e sulla lapide aveva fatto scrivere la frase “Non ti dimenticheremo mai!”: la morte, dunque, era parte integrante, era “dentro” quella cultura contadina, e non faceva paura. Non è che gioissero le persone davanti alla morte, ma, era un qualcosa, un avvenimento, un evento incluso in ognuno di quelle persone. A casa mia, ho una parete – che chiamo “La via degli angeli” - dove ci sono più di un centinaio di fotografie e di ritratti di tutte quelle persone che non ci sono più, ma che hanno significato qualcosa nella mia vita. E tutte le sere io le saluto, queste persone, perché credo che sia sufficiente solamente un attimo anche con uno sguardo affettuoso o con una preghiera perché in qualche modo ci siano ancora. E' un modo mio di pregare, di farle esistere, sopravvivere, non cancellarle così in fretta”.

Ci vuole parlare di quelle che lei chiama “lontananze”, una sua invenzione?

“Non è una mia invenzione, magari le avessi inventate io! Le lontananze – riguardano il tema centrale delle ragazze e di quando ero adolescente – sono quegli sguardi che si scambiano le persone di sessi diversi (oggi si dovrebbe dire anche di ugual sesso), quando entro in un ristorante o in locale con la mia fidanzata o con mia moglie e vedo una signorina che sta già col suo compagno. La guardo, la fisso con intensità e voglia e lei cerca il mio sguardo, e lo trova; ebbene, in quel momento nasce una forma di adulterio teorica (perché mica stiamo facendo le corna, veh!). L'adulterio, dunque, si risolve solo in uno sguardo, per carità; guai se la signora o signorina si alza, lascia il suo posto al tavolo e si reca da me: succederebbe il finimondo! Però, lei l'adulterio l'ha consumato, e mentre l'uomo sta da solo in un momento di processo auto assolutorio”.

Una vena malinconica, la sua, maestro, provocata dalla morte del padre in un incidente automobilistico, quando lei era ancora un ragazzino...

“La mamma, io e gli altri due miei fratellini (il più piccolo dei quali è Antonio) eravamo al mare. Era il dieci di agosto, San Lorenzo, quando un amico di famiglia ci annunciò che il papà e la nonna materna erano morti in un incidente automobilistico nella stessa curva cantata nella “Cavallina storna” dal Pascoli. Ricordo l'improvvisa accesa di luci, l'urlo straziante di dolore della mamma – che, trentenne e con tre figli, non si sposò mai più, nonostante le forti insistenze delle zie -, le gravi difficoltà economiche in cui cademmo. La mamma, in una sorte di premonizione, si commuoveva sempre recitando le poesie del Pascoli”.
E, concludiamo ricordando quello che diceva il grande Fellini: “L'unico vero realista è il visionario”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 23 giugno 2013












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