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Nel girone B di Terza categoria, domenica scorsa si è giocato il 1° turno dei play-off che hanno registrato la vittoria per 2 a 0 della Dorial di mister Alessandro Bruni che ha quindi eliminato dai giochi promozione il Roverchiara di mister Simone Brunelli. Promozione in 2^ categoria che i "doriani" del presidente Gabriele
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INCONTRI VIP'S

7/7/13 - INCONTRI RAVVICINATI: ALESSIO TACCHINARDI

IL “TACCHINA-SCUDETTI”

Alessio Tacchinardi ha vinto tutto: non a caso, infatti, gli abbiamo chiesto subito cos'è che manca nel suo ricco palmares. Juventino dalla punta dei piedi fino ai capelli, Tacchinardi inizia nel Pergocrema, la squadra a pochi chilometri dalla sua nativa Crema (23 luglio 1975), per debuttare in A, nelle file dell'Atalanta nella stagione 1991-2. In orobico, gioca fino al 1994, collezionando 9 maglie e firmando zero reti. Ma, è il suo passaggio alla Juventus di Marcello Lippi che segna la sua consacrazione: 5 scudetti vinti (94-5, 96-97, 97-98, 2001-2 e 2002-3), uno addirittura revocato (2004-5), una Champion's League (95-96), una Coppa Intercontinentale (95-96), una Supercoppa Uefa (1996), una Coppa Italia, 4 Supercoppe italiane (1995, 97, 2002, 2003), una Coppa Intertoto (1999), un Campionato europeo vinto nell'Under 21 (in Spagna 1996). Un po' meno pingue il bottino con la Nazionale Maggiore: solo 13 presenze e nessun gol. E' tra i 50 giocatori più rappresentativi della Juventus, club in cui ha totalizzato 261 presenze ed autografato 9 reti. Tacchinardi ha anche giocato all'estero: nel Villarreal, dal 2005 al 2007 (45 maglie, tre reti), chiudendo la carriera (2007-08) nel Brescia (9 gol in 36 gare disputate). Poi, la carriera di allenatore iniziata alla guida per 3 stagioni (dal 2009 al 2012) degli Allievi del Pergocrema, quindi, gli Allievi Nazionali del Brescia e la nomina, a giugno 2013, sulla panchina della Pergolettese, a un tiro di schioppo dalla sua Crema di Cremona.

Mister, ma cos'è che non ha vinto nella sua sfavillante carriera? E qual è il suo più grande rimpianto?

“Onestamente, nella vita, non ho alcun rimpianto, mentre nello sport ho qualche rimpianto per non essere riuscito a vincere più Coppe dei Campioni, più Champion's League, avendo partecipato a 4 finali ma perse 3. Forse, posso rimpiangere, avendo poi fatto la carriera che ho fatto, di non essere cresciuto subito in una Scuola Calcio di stampo professionistico. Ricordo che a dieci anni andavo avanti e indietro da Bergamo tutti i giorni, mi addormentavo sul pullman che mi accompagnava da casa all'impianto sportivo, ed arrivavo stremato. Ma, poi, per fortuna, il professionismo mi ha dato tanto, la vita una moglie (conosciuta a Torino quando avevo vent'anni) splendida e due altrettanto meravigliosi bambini. Ho avuto genitori fantastici, fratelli unici, ho vissuto la vita, in fondo, che ho sempre sognato”.

Cosa le ha insegnato la sua famiglia?

“Il rispetto, la professionalità e la serietà questo mi hanno inculcato i miei genitori; valori che cerco di trasmettere oggi ai miei giocatori”.

Si nasce o si diventa vincenti?

“Io penso che ce l'hai già dentro il fatto di essere vincente; poi, allenatori, contesto di lavoro ti aiutano a farlo crescere questo germe che già possiedi. Ci sono atleti, uomini di altri campi del lavoro che questa mentalità ce l'hanno già, altri che invece devono essere supportati in questo. Il voler arrivare, la sua molla devi averlo già nella testa e già da ragazzino. Poi, anche la competitività aiuta ad accrescere la mentalità vincente”.

Il rigore clamorosamente sbagliato, il gol più bello stilisticamente e quello più pesante?

“Ne ho sbagliato qualcuno a Brescia, ma, non posso dimenticare il primo sbagliato a dieci anni in un Torneo importante: ho pianto per tutta la notte, non volevo più mangiare, mi ha fatto passare una giornata terribile. Di gol ne ho fatti pochi: penso quello segnato a Buffon in Juve-Parma, un gol molto importante, e poi Gigi (Buffon) era il portiere più forte al mondo. Il più pesante, con diversi significati, all'ultima partita del campionato, in una Juventus-Atalanta, in cui si sapeva già che Carlo Ancelotti non sarebbe stato più riconfermato in bianco e nero. Un gol incredibile da 25 metri, io e Del Piero a correre subito verso la panchina ad abbracciare il mister, perché per noi due Ancelotti era stato prezioso per la crescita, per l'umanità e per il rispetto dei ruoli. Un gol importante, quello della vittoria del 3-1, non significativo a livello di modifica di risultato ma a livello di valori importanti. Io e Del Piero amici anche fuori avevamo trovato in Ancelotti una persona perbene”.

Il più bel ricordo in Nazionale?

“L'esordio a Udine contro la Slovenia a 21 anni, momento di grande tensione e pressione, convocato da Arrigo Sacchi: mi è sembrato davvero di toccare il cielo con un dito, sentendomi ripagato di tutti i sacrifici spesi per il calcio. Mi sono detto ce l'ho fatta!”

Quali sono i suoi timori, le sue paure quotidiane?

“Le paure sono sempre dietro l'angolo, soprattutto ora che sono padre e quelle della salute, in quanto su quest'argomento se ne sente di tutti i colori, si sente l'insorgere di nuove malattie. E la preoccupazione, l'ansia più grande è che loro stiano bene. Io credo che la gente andare un po' meno di corsa, cercando di sfruttare ogni minuto, secondo della vita i propri cari, le persone che ti vogliono bene. Godere con buon senso tutti gli attimi della vita, senza gli sballi, le droghe ed altri vizi, ma con la gioia di godere della persona e delle piccole cose. Di ascoltare e di imparare da tutti; ognuno sente se stesso e va per i fatti suoi. Mi riconosco la dote di saper ascoltare tutto e tutti e di non essere un presuntuoso e un nevrotico come vedo moltissime persone. Dobbiamo vivere di valori “normali” e fare capire ai giovani e alle persone che la vita è bella, senza che la gente si sfascia come sta facendo adesso”.

Quand'è che saremo veramente liberi?

“La libertà? Purtroppo, non siamo in un Paese dove mentalmente si ragione nella maniera in cui ragiono io”.

La giustizia esiste in terra?

“La giustizia non è per tutti, e l'Italia, rispetto ad altri Paesi, si è scelto qualcosa che non va”.

Lei crede in Dio?

“Sì che credo in Dio, perché credo che Dio esista, così come credo che esista un Aldilà”.

Non avesse fatto il calciatore, cose le sarebbe piaciuto fare?

“Mi sarebbe piaciuto fare l'architetto, mi piace creare, perché penso che la casa sia lo specchio e l'immagine della persona che la abita. Una persona può apparire nella vita lavorativa in un modo, ma, nel privato in un altro: io ho dovuto sempre difendermi da falsi amici, che cercavano di sfruttare la mia fama di calciatore riuscito”.

Cos'è che le dà più fastidio e cosa la riesce ancora a commuovere?

“Mi fa schifo la mancanza di rispetto, la carenza dei valori – che non ci sono proprio più -, l'invidia e la presunzione della gente: deficit o peccati che non tollero e che non concepisco. Io passerei ore e ore con i bambini, perché credo che siano lo specchio della felicità, dell'umanità e della sincerità: valori ancora puri. Un bambino ti dice sempre quello che pensa, senza secondi fini. Mi commuove l'abbraccio dei miei figli al mattino, appena levatisi dal letto, mi fanno sciogliere i discorsi che fanno ad ogni ora della giornata”.

Un aneddoto tra lei e l'Avvocato Gianni Agnelli...

“Il primo giorno di ritiro con la Juventus, arrivato a 19 anni da Bergamo a Villar Perosa con altri giocatori, i nuovi, e mi tremavano un po' le gambe quando mi sono trovato davanti a Gianni Agnelli. E, l'Avvocato, davanti al mister e a tutti gli altri giocatori bianco-neri, credendo che non mi conoscesse neanche, ebbene, il presidente invece uscì con un “Io, Tacchinardi, lei l'ho già vista giocare l'anno scorso contro di noi, però qua alla Juve negli ultimi anni abbiamo avuto solo pippe passateci dall'Atalanta, e mi auguro che lei mi faccia cambiare idea, sperando che non sia una pippa come i suoi predecessori, perché non è che andremmo tanto bene, eh!”. Allora, io mi sono detto: qua c'è pressione, bisogna pedalare!”

Era scaramantico?

“Ero superstizioso in campo e fuori del campo e come allenatore”.

Che liturgia scaramantica seguiva?

“Alex Tacchinardi faceva sempre, prima di entrare in campo, un passo col destro, come lo faccio ancora adesso da mister; e a pranzo o a cena, nel ritiro, cercavo di accaparrarmi sempre il solito posto (anche a tavola), ripetevo sempre le stesse cose e facevo gli stessi giochi alla play station”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 22 maggio 2013

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