ULTIMA - 27/5/19 - AIAC VR: INCONTRO FORMATIVO CON STEFANO BIZZOTTO

L’Associazione Italiana Allenatori Calcio sezione di Verona informa che organizza per lunedì 3 giugno 2019, con inizio alle ore 20.30, un interessante serata formativa dal titolo "La comunicazione nel mondo del calcio". L'incontro si terrà presso l’aula 1 del palazzotto Gavagnin (difronte alla sede della società Virtus Vecomp) in via
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INCONTRI VIP'S

9/7/13 - INCONTRI RAVVICINATI: ERALDO PECCI

AUTENTICI PECCI...DA 90

Il simpatico (è stato uno spassoso opinionista televisivo della Rai con Bruno Pizzul, ma, anche con altri giornalisti), talentuoso e intelligente centrocampista un tempo del Toro dello scudetto 1975-76, del Bologna e della Fiorentina, Eraldo Pecci nasce in Romagna, a San Giovanni in Marignano, a due passi da Cattolica, il 12 aprile 1955. Dalle giovanili del Superga Cattolica passa alle giovanili del Bologna, e con i felsinei debutta in A nel 1973. All'ombra delle torri della Garisenda e degli Asinelli vi rimane un paio di stagioni (fino al 1975), conquista una Coppa Italia (edizione 1973-74), quindi, passa al Toro di Gigi Radice e del presidente Orfeo Pianelli in cambio dei granata Angelo Cereser e di Rosario Rampanti. Ed ecco lo scudetto (1975-76) con l'altra metà del calcio torinese e il clamoroso secondo posto – l'anno successivo - a un solo punto dagli eterni rivali bianco e neri; i quali avevano appena vinto la Coppa Uefa contro l'Atletico di Bilbao.

Nel Torino fino al 1981, Pecci colleziona 154 presenze, quindi, lo accoglie a braccia aperte la città dell'Arno, dal 1981 al 1985, e indossa per 138 volte la maglia gigliata (13 i gol complessivi a Firenze, a fronte dei 10 firmati col Toro). Poi, dopo una stagione all'ombra del Vesuvio (1985-86) e assieme a Maradona e a Careca (24 presenze, un gol), Pecci ritorna a Bologna per restarci fino al 1989 (101 gare e 3 reti). Quindi, il L.R.Vicenza (1989-90, 2 sole le presenze).
In Nazionale Maggiore, il centrocampista romagnolo disputa 6 gare spalmate tra il 1975 e il 1978.
Oltre che opinionista televisivo molto preparato e pungente, è stato anche editorialista del quotidiano “Il Giorno”.

Pecci, ha qualche rimpianto calcisticamente parlando, se davvero ne serba qualcuno?

“Eh, bravo, bravo, perché non ce ne sono di rimpianti, perché quando uno ha la fortuna di fare un mestiere che gli piace, di realizzare un sogno che ha sempre nutrito da bambino, di farla poi con passione e la fortuna di guadagnare qualche soldino, penso che non debba avere rimpianti. Le città, le squadre in cui ho militato, tutte mi hanno regalato qualcosa, quindi, sono contento”.

Qual è stato il momento in cui ha provato una fortissima emozione?

“Ci sono state varie occasioni, in primis, il fatto di giocare assieme o contro giocatori che prima avevi conosciuto sulle figurine, da bambino, e delle quali hai avuto sempre una grande ammirazione”.

Facciamo dei nomi, o riviviamoli questi momenti indimenticabili...

“Beh, quando ho conosciuto Pelè, al quale dissi “Ho molto piacere di conoscerla” e lui mi ha risposto “anch'io, se è per quello, sono molto contento di conoscerti”: mi sembrava una cosa fuori dal mondo! Avrà anche lei, direttore, fatto caso che quando incontra dei geni, dei campioni in altri campi non solo calcistici, questi sono persone semplici, umili e molto disponibili, non dei montati, come quelli meno dotati. Si vede che, oltre le qualità tecniche, c'è anche una cultura mentale superiore, ha meno ombre ed è più sicuro di sé probabilmente”.

Il giocatore più forte assieme al quale ha giocato?

“Domanda scontata e risposta altrettanto facile: senza dubbio, Maradona. Un fenomeno, che, secondo me, è stato il più grande di tutti i tempi, anche se io non ho conosciuto Di Stefano, del quali quelli più vecchi di me indirizzano elogi sperticati. Quando si parla di questi grandi fenomeni, le differenze tra di loro si fanno sottigliezze: è gente che abita l'attico del calcio, stiamo parlando, aggiungendo ai primi due menzionati Platini, Cruiff, dei giocatori più forti di tutti i tempi”.

Un anno a Napoli con “El Pibe de oro”: un aneddoto?

“Io, nell'unica stagione vissuta a Napoli, abitavo sotto a Maradona, per cui l'ho conosciuto bene; abitavamo un appartamento nello stesso palazzo, e devo dire che probabilmente non aveva la cultura per gestire un così grande talento, perché poi sono venute fuori sul suo conto anche delle cattiverie, e non sempre ha dato l'esempio. Ma, posso assicurare era un ragazzo meraviglioso: infatti, quando era in disgrazia, non ho mai sentito un collega, un avversario muovergli appunti, perché è un ragazzo di una disponibilità e bontà unica”.

Non ha fatto mai un tunnel a Diego Armando in allenamento? A lei, Pecci, non le hanno mai osato un numero del genere a sfavore?

“Me l'avranno anche fatti, non me ne sarò accorto, non sono permaloso. I tunnel fanno un po' ridere, non sono gesti che lasciano un gran segno. Mi piace di più la sostanza, poi, appollaiato sulla poltrona e davanti alla televisione mi piace qualche fronzolo”.

Cosa continuava a consigliare ad Eraldo Pecci: dai via subito la palla, mettimela sulla fronte?

“(sorriso): Niente: tra professionisti, ognuno sa quello che deve fare, non succede quasi mai che ci scambiamo consigli tecnici particolari. Si discute, magari, sulla partita, sull'avversario, sul mancino al quale bisogna andare via sulla destra, ma, non altri suggerimenti”.

Ci sembra impossibile!

“Mah, è inutile che spinga ancora, direttore; ma, se non mi viene in mente niente in questo momento, porti pazienza!”

Il giocatore che l'ha messo più in difficoltà?

“Ho giocato in diversi periodi e quindi ho vissuto la trasformazione del calcio e dei singoli ruoli. Ho smesso piuttosto tardi. Quando ho iniziato, ci si marcava a distanza, c'era il confronto diretto con l'altro regista, ognuno aveva il suo spazio, i suoi respiri, possibilità di giocare a testa alta. Poi, coll'avvento del pressing, l'avversario ti dava meno possibilità di pensare. Io mi sono trovato molto bene quando hanno iniziato ad attaccarmi perché pensavo un attimo prima, invece, nella vecchia marcatura, contro giocatori molto e molto bravi, era una scoperta ogni domenica: una festa contro De Sisti, una contro Suarez, un'altra contro Bulgarelli, un'altra contro Mascetti, contro Cordova”.

La sua “bestia nera”, chi era?

“Non ho mai trovato avversario, contro i quali non ho mai preso la palla, o visto la bilia, o contro i quali perdevo sempre. I giocatori che ho citato erano giocatori capaci con la palla, anche se hanno vissuto pure loro qualche domenica storta”.

Il gol più bello stilisticamente e quello più pesante, più decisivo?

“Il più bello, penso, a Torino, contro la Lazio...La Lazio, adesso che mi fa pensare, mi portò sempre bene, perché ne feci uno anche con la maglia della Fiorentina oltre che con quella del Toro (da 30 metri e all'incrocio dei pali). A Torino, invece, quando in dribbling feci fuori diversi avversari, anche il portiere, e depositai la palla in rete, a porta vuota. Sì, la Lazio era la mia vittima prelibata”.

Non ha mai pianto dalla gioia, che so il giorno dell'apoteosi dello scudetto del Toro?

“Spesso mi è venuta la pelle d'oca, ma devo dire che quando vai dai 17 ai 30 anni – proprio perché è una professione – li vivi come se fossero dovute. Pian piano, poi, le gusti in maniera diversa: con qualche compagno del Toro e del Bologna, col presidente Orfeo Pianelli, sono riuscito a creare dei rapporti umani stupendi”.

Bravo commentatore, grande calciatore, perché non ha mai fatto l'allenatore? Ci ha provato almeno?

“No, non ho mai preso in considerazione quest'ipotesi, e non mi piaceva e non mi piace”.

Sei le maglie con la Nazionale Maggiore: scegliamo il ricordo più bello...

“Ne ho anche qualcuno di brutto, se è per quello: è successo negli Stati Uniti, nella città di New Haven, nello Stato del Connecticut, in occasione del bicentenario, giocammo contro il Brasile, mi sentivo in forma strepitosa, pensavo di prendermi il posto definitivo in Nazionale perché Fabio Capello cominciava ad andare su con gli anni, e, invece, dopo 5-6 minuti, un brasiliano Lula (attaccante della classe 1946) che picchiava tutti mi fece male e provai un grande sconforto, un forte senso di frustrazione. E, quindi, al momento di dover dare il meglio, non ci sono riuscito e, quindi, non sono mai in azzurro riuscito ad esprimermi al meglio delle mie possibilità. Ecco, questo è un rimpianto, rispondendo in maniera ritardata alla sua prima domanda. Il ricordo bello, bé, l'esordio con la maglia del mio Paese all'”Olimpico” di Roma, contro la Finlandia (0-), gara valida per la qualificazione agli Europei del 1976”.

Un'autorete, un rigore clamorosamente mancato?

“Di rigori ne ho sbagliati due, e in due finali di Coppa Italia, uno contro la Roma, dopo essere arrivati in finale senza mai aver vinto una partita da settembre a maggio. E pi sempre contro la Roma”.

La Roma calcistica sua croce e delizia...

“Sì, mi ha portato bene la Lazio, non invece la Roma: mettiamola così”.
Lei è di Cattolica; anche di religione?
“Il problema è un po' grosso, non le so dire se lo sono, è un problema che non ho mai affrontato, che prima o poi dovrò affrontare, e non so come andrà a finire”.

Le famose bestemmie dei sanguigni romagnoli...

“Eh, delle volte sono degli intercalari...”

Di vero dolore non ha mai pianto?

“Sì, spesso, diverse volte. Però, nonostante questo mio carattere un po' estroverso, ci sono nella vita delle cose un po' personali”.

L'ultima volta che ha pianto è stato magari quando ha perso un amico?

“Bravo, ha indovinato! Sono cose che secondo me so bo personali e non ho mai amato esternare questo tipo di sensazioni”.

Era scaramantico, non si toccava...?

“No, però, qualche volta con la squadra si faceva la solita passeggiatina, lo stesso posto in pullman, lo stesso mezzo di trasporto, ma, mai oltre”.

Il più bel complimento ricevuto da un avversario?

“E' successo anche il contrario, ma è successo”.

La sua infanzia?

“Vengo da una famiglia di contadini e una volta venuti al paese – mio padre faceva il tassista, mia madre la casalinga – e d'estate ho cominciato ad andare a lavorare a dieci anni e sono stati momenti comunque molto belli; che alternavo a grandi partite di pallone con i miei amici. Eravamo gente povera, ma ho passato una bella infanzia”.
Non le hanno mai detto che lei è omonimo di un grande Papa, Leone XIII (il nobile romano Gioacchino Raffaele Luigi, 1810-1903), quello della “Rerum novarum” (fondamento della Dottrina Sociale della Chiesa), piccolo, malaticcio (al contrario di lei), di breve pontificato secondo tutti, ma che invece regnò fino a 93 anni?
“Mah, c'era un mio zio che ha fatto delle ricerche e raccontava che era un nostro parente alla lontana: così almeno diceva lo zio. Io, personalmente parlando, non me ne sono mai interessato”.

Questo Papa, Francesco, le piace?

“Sì, mi piace, è uno di noi, è vicino a noi, ai nostri affanni. I suoi parenti, poi, sono piemontesi”.

Cosa la riesce a commuovere, cosa invece le dà più fastidio?

“Oramai abbiamo la scorza abbastanza dura, però, quando ci sono dei momenti di solidarietà di tutti i tipi, mi toccano. Però, sempre in silenzio, altrimenti non diventa più una cosa apprezzabile. Non mi piace il fatto che in questo mondo contano solo il successo e i soldi, non si porta oramai via più niente”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 6 aprile 2013

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