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INCONTRI VIP'S

15/7/13 - INCONTRI RAVVICINATI: ANDREA ICARDI

ICARDI E QUEL NASTRINO ROSSO...

Specialista delle promozioni dalla cadetteria alla massima serie A, Andrea Icardi (nato a Milano il 14 giugno 1963) è stato un buon centrocampista frutto del vivaio milanista.
Il debutto con il “Diavolo” avviene nella stagione 1979-80, e per due volte riesce a trascinare i rossoneri dalla serie B alla serie A. Anche una Mitropa Cup con il Milan (stagione 1981-82), con cui gioca ben 7 campionati collezionando 117 presenze a fronte di 5 reti; poi, il trasferimento all'Atalanta in cambio di Roberto Donadoni. La retrocessione in B con gli orobici viene riscattata l'anno successivo e il lungo cammino in Coppa delle Coppe degli atalantini reca la firma del centrocampista milanese. Poi, il Verona, dove riesce a portare gli scaligeri nella massima ribalta, l'esperienza all'estero nei Marconi Stallions di Sydney, che gli fa conoscere il Paese dove si è trasferito con la famiglia da alcuni anni.
Come allenatore, Icardi ha guidato (1994-95) i Marconi Stallions, poi, le giovanili del Milan, quelle del Monza e dell'Alessandria. Quindi, la prima squadra del Derthona e del Voghera. In Nazionale ha collezionato 9 presenze con l'Under 21.

Mister, quand'è che da giocatore le è venuta la pelle d'oca?

“Senza dubbio, la prima volta che ho messo il piede a “San Siro”, in occasione del mio debutto in serie A, con la maglia del Milan e contro l'Inter, alla presenza di 80.000 spettatori. Uscire dal tunnel ed entrare in campo – sono nato a Milano e tifo fin da bambino Milan – è stato il miglior debutto che un giovane potesse vivere: in un derby e in serie A. Sinceramente, nei primi cinque minuti tremavo tutto, avevo la pelle d'oca, poi, siccome dovevo marcare Bagni – che all'epoca giocava ala destra – non è stata impresa facile, ma, sono rimasto alla fine molto contento della mia prestazione”.

Con che numero ha debuttato nel derby meneghino quella volta?

“Col 7: era un numero che si sposava bene con la mia filosofia. Ho interpretato parecchi ruoli del campo, da terzino basso ad esterno alto, a centrocampista con il compito di marcare gli avversari centrocampisti più importanti e rilanciare poi l'azione”.

Il gol stilisticamente più belo e quello invece più pesante?

“Stilisticamente, essendo stato un giocatore più difensivo che offensivo, ho fatto pochi gol – 7 – in tutta la mia carriera. Ne ricordo uno in particolare contro l'Inter, dove, vincemmo il derby a due minuti alla fine, e, quindi, particolarmente apprezzato da tutti e non soltanto da me: mi sono inserito con un uno-due con Virdis, che poi mi ha ridato la palla tra due avversari e poi ho battuto Zenga in uscita. Valido, dal punto di vista balistico, è stato invece quello segnato a due minuti alla fine alla Fiorentina, di sinistro, a girare, Galli non è riuscito a prenderlo tanto era liftato”.

Rammarichi?

“A me piace dire che tutte le scelte importanti sono state frutto di una profonda ed attenta riflessione; forse, tra virgolette, il rammarico più grande è stato quello di aver lasciato il Milan per l'Atalanta, con il Milan la mia squadra del cuore, e club dove sono nato e cresciuto, in un momento in cui è arrivato Sacchi, che, viste le mie caratteristiche, avrei potuto andargli a genio nel suo gioco. E avrei potuto dare tantissimo al suo Milan”.

Pianto dalla rabbia?

“Giocavamo con l'Atalanta, in Coppe delle Coppe, eravamo in B, però arrivammo in semifinale, dove incontrammo il Malines di Predome, dal calcio molto concreto, e ci hanno battuto in rimonta per 1-2. Una gara persa, quando invece l'avevamo dominata in lungo e in largo. A Bergamo lo stadio era pieno di 45.000 spettatori, delusi alla fine, e saremmo stati felici di giocarci la finalissima contro l'Ajax battuta dal Malines”.

Rigori sbagliati, autoreti clamorose, espulsioni?

“Una in particolare – partiamo dall'ultima – a Cremona; ero in panchina, mister Ilario Castagner mi disse di entrare e la gara era sul 2 a 1 per il Milan. Niente, feci un primo contrasto, un tackle abbastanza determinato, l'arbitro Nicchi mi sventolò il giallo. Dopo due minuti, ho commesso la medesima infrazione, e Nicchi mi ha mandato nello spogliatoio per doppia ammonizione. Sì, davvero, un record di espulsione. Rigori? Non ero uno specialista dal dischetto; ne ricordo uno sbagliato in Coppa Italia con l'Arezzo, la palla finì clamorosamente contro la traversa. Nel settore giovanile non ne sbagliavo uno fino a quando , sbagliatone uno, non mi misi più a calciare i rigori. Autorete? Una clamorosa, sfortunata, contro il Milan: io giocavo nel Verona, Ancelotti a Milano tentò la conclusione da distante, da una trentina di metri, il pallone rimbalzò davanti a me in maniera beffarda, io lo presi con lo stinco e sorpresi Gregori. E' stata una delusione per me, perché le autoreti si fanno in una certa maniera, ma, quella lì fu proprio infelice”.

L'avversario più forte incontrato e il giocatore più forte con cui hai giocato assieme?

“Bé, con cui ho giocato assieme, Dragan Stojkovic; che venne in Italia con un ginocchio, il sinistro, che non riusciva a piegare, e usava solo la gamba destra. Nonostante questa sua parziale defezione, disputò un campionato strepitoso, dribblava tutti: è l'unico giocatore he ha messo già sia Maldini che Baresi ai tempi del Milan di Sacchi. Stiamo parlando di un giocatore di grande talento, tecnica e classe. L'avversario più forte? Ne ho avuti tanti, chiaramente Maradona – aveva 24 anni – dotato di un passo, di una velocità inverosimile, la palla l'aveva sempre appiccicata al collo del piede. Ma, un altro forte è stato Zico: fece un gol contro di me, contro il mio Milan con cui si vinceva 3-2, lui controllò un pallone in area di rigore, all'altezza del dischetto del rigore, io ci stavo proprio dietro, lui ha controllato la palla col petto e improvvisò una sforbiciata con palla che finì giusto nel sette”.

Superstizioso?

“Ho conosciuto anche scienziati, che operavano anche in Nazionale, e mi ricordo che un po' di cabala si faceva. A Verona, essendo giallo e blu i colori sociali, conobbi questo scienziato veronese, che mi consigliò di mettere un nastrino di seta color rosso con tre nodi sotto il calzettone, e a tutti i tuoi compagni. Perché i colori giallo e blu sono buoni, ma manca la forza, la determinazione che solo il rosso può esprimere. Da quella volta, sono riuscito a convincere tutti i miei compagni a mettere il nastrino rosso con i tre nodi sotto i calzettoni ed abbiamo vinto il campionato di B, senza mai perdere una partita”.

Icardi e la Nazionale?

“E' stato un rapporto bellissimo perché ho iniziato a vestire l'azzurro a 14 anni per finire nell'Under 21 e con l'Under 21; per cui, bellissime esperienze, ottime conoscenze, quali Vialli, Mancini, Dossena, Paolo Monelli, Bergomi, Ferri, Evani, Battistini – tutta gente che ha razziato quello che in quegli anni si poteva razziare -. Il rammarico è stato quello di non essere arrivato a giocare nella Nazionale A, soprattutto nel periodo in cui giocavo nella Lazio e durante il quale avevo disputato un grandissimo campionato. Sono stato lì lì per accedere alla Nazionale Maggiore, peccato, però, bellissimi ricordi, per la Coppa del Mondo giovanile, i Tornei di Montecarlo”.

L'avversario che l'ha fatta sudare di più, che le ha fatto vedere i sorci verdi?

“Quando si giocava ad Avellino, c'era un brasiliano fortissimo, di nome Juary: fece un campionato bellissimo – ti ricordi i balletti festosi attorno alla bandierina dopo un suo gol? -, fortissimo, rapidissimo, bé, quella volta mi ha fatto veramente vedere i sorci verdi, mi mandò letteralmente in bambola: fece gol, abbiamo perso 2-1, siglò la doppietta, con un gol a me e uno a Collovati. Era un buon giocatore, tant'è che poi passò all'Inter. Nell'Avellino di quei tempi, c'era un giocatore che si tagliava la pelle, si feriva apposta, faceva uscire il sangue e se lo spalmava sotto gli occhi e ti intimava di non passare la metà campo, ti urlava di dover perdere, insomma, cercava di metterti la paura addosso”.

Giustizia, libertà e le paure quotidiane di Andrea Icardi?

“Io ho fatto una scelta di vita 6-7 anni fa e mi sono trasferito in Australia, a Sydney. Stanco di mille promesse false, mai concretizzatesi di gente con cui mi ero relazionato. In Italia, parlare di giustizia e di libertà oggi è veramente difficile. Credo che stiamo vivendo un momento molto delicato, difficile e credo che sarà molto arduo tornare ai tempi di unA volta, siamo nella globalizzazione, per cui tutte le Nazioni guardano cosa facciamo, copiano anche la nostra creatività, e non siamo più liberi di essere inventivi, ora siamo castrati. Liberi? Credo che in Italia possiamo ritagliarci la nostra fetta di libertà”.

Icardi si sente uomo libero; mai patteggiato un compromesso?

“I compromessi fanno parte della vita, a volte sei costretto a farli”.

Esiste una ricetta per essere o mantenersi o diventare liberi?

“La ricetta è quella di cercare di essere sempre te stesso, di guardarti allo specchio e dire che hai fatto ed agito secondo quello che più ti andava. A me piace ricordare la mia persona in questo modo e se sono in Australia è perché in Italia non esiste più la meritocrazia; fondamentale in tutti i campi e per tutte le riuscite. Questo è quello che manca un po' ancora in Italia: si vive troppo di conoscenze e di legami che esistono e non esistono”.

Le paure quotidiane di Icardi?

“Ho una famiglia con tre figli, quindi, portare a casa quello che serve ai miei cari. Anche in Australia, posto economicamente forte ora, ma, bisogna sempre lavorare in un certo modo. Il mio timore è quello di aver creato a Sydney qualcosa di importante e di non poterla mantenerla a un certo livello poi in futuro”.

Cos'è che le dà più fastidio o le procura rabbia; cosa invece commozione forte emozione?

“Mi dà fastidio e mi delude l'ipocrisia, mi commuovo ancora vedendo il successo di uno sportivo, di un atleta perché è frutto di grandi sacrifici e di tanta volontà”.

Crede in Dio?

“Credo, credo in Dio, ho fede, ma non pratico”.

Esiste l'Aldilà o è tutta un'invenzione, magari per calmare i miliardi di abitanti del nostro pianeta?

“Mah, bisogna avere sempre nella vita una speranza, ma, non puoi pensare che non esiste niente. Qualcosa ci deve essere di là, per forza. Mi manca la mamma, il papà ce l'ho ancora e per fortuna è sano”.

Quand'è che ha pianto l'ultima volta di forte dolore?

“Quando è morta mia madre: ci ha lasciato nel 1998 e quell'addio suo è stato uno strazio per tutti noi. E' quella che ti ha messo al mondo”.

La sua infanzia, com'è stata?

“Ah, sono stato fortunato, ho avuto una famiglia media italiana, la quale non m'ha fatto mai mancare nulla. Un fratello; una normale fanciullezza, immersa nel gioco del calcio”.

Non avesse sfondato nel mondo del pallone, cosa le sarebbe piaciuto fare?

“Lo skipper: la vela mi piace moltissimo”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 10 aprile 2013

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