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Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

26/9/13 - INCONTRI RAVVICINATI: FAUSTO PARI

PARI & DISPARI

Nel firmamento dei mediani italiani del calcio degli anni 80-90 un posto autorevole merita, senz'altro, Fausto Pari, nato il 15 settembre 1962 a Bellaria – come tiene a precisare la stessa ex "bandiera" della Sampdoria -. Con i blucerchiati ha vinto tutto quello che c'era da vincere in Italia e in Europa (tranne quella Coppa dei Campioni negata ai doriani, a "Wembley", nel maggio del 1992, da quella punizione calciata con potenza a pochi istanti dalla fine del secondo tempo supplementare da Ronald Koeman del Barça). Il palmares di Fausto Pari è ricco di trofei conquistati soprattutto con la Doria: lo scudetto edizione 1990-91, una Coppa delle Coppe (1989-90), una Supercoppa italiana (1991), tre Coppe Italia (1985, 1988 e 1989). Ma, in precedenza, nelle due stagioni vissute con la maglia dell'Inter, il giovanissimo cursore di centrocampo romagnolo aveva conquistato lo scudetto dell'edizione 1979-80. Il debutto in serie D con la maglia del Bellaria, poi, le due stagioni in C1 a Parma, prima di vivere i "migliori anni della sua vita pedatoria" a Genova, sponda doriana. In blucerchiato l'omimo settepolmoni di Bellaria colleziona oltre le 400 partite, poi, dopo gli undici anni (dal 1983 al 1992) a Genova, passa all'ombra del Vesuvio (4 stagioni, dal 1992 al 1996). Una stagione in A nel Piacenza, e salvezza con i bianco-rossi emiliani, un'altra come capitano di quella Spal che contribuisce a riportare in C1. Dal 1998 al 2000 è al Modena, società in cui chiude il rapporto di collaborazione il 30 giugno 2012, questa volta in veste non di giocatore ma di direttore sportivo.
Come lo era stato in precedenza a Brescello, a La Spezia e a Bari (ma, ha anche collaborato coll'allora direttore tecnico del Parma ed ex cittì della nostra Nazionale, Arrigo Sacchi).

Mister, ma quando le è venuta per la prima volta la pelle d'oca da calciatore?

"Nell'esordio vero in serie A, in quanto io avevo già debuttato giovanissimo con la maglia dell'Inter nel marzo del 1981 a Pistoia. Quella volta, con i nerazzurri vincemmo per 2-1, con una doppietta firmata da Beccalossi, una partita molto contestata da parte dell'allenatore della Pistoiese, l'ex cittì azzurro Mondino Fabbri. Ma, l'esordio vero e proprio fu due anni dopo, con la maglia della Sampdoria, a "San Siro", contro l'Inter, sì, proprio contro la mia ex squadra, battuta per 2-1. Quello fu, per me, l'esordio da pelle d'oca".

Può essere più preciso circa quell'esordio: dormì la sera prima?

"No, non ho avuto problemi di insonnia la notte prima. Ho dormito tranquillamente prima della gara".
La sua grande fidanzata calcistica è stata la Samp, squadra con cui ha vinto tutto o quasi...
"Sì, senza ombra di dubbio".

Lei ha vinto, giovanissimo abbiamo detto, uno scudetto con l'Inter, poi, ha trionfato con la Doria. Ma, qual è la copertina con cui le piace essere ritratto?

"La foto più bella della mia carriera di calciatore è la conquista dello scudetto con la maglia della Sampdoria, anche se ho vissuto tante altre pagine belle con quella casacca. Il mio piccolo mattoncino l'ho messo anch'io quella volta".

Esiste un pianto di gioia, uno di rabbia: scegliamoli!

"La notte in cui a "Wembley", durante il secondo tempo supplementare, perdemmo la Coppa dei Campioni contro il Barcellona, subendo gol su calcio di punizione battuto da Ronald Koeman: ho pianto di rabbia, perché l'eventuale trionfo sarebbe stato il coronamento di un ciclo, nell'arco del quale con la Samp avevamo vinto scudetto, Coppa Italia e Coppa delle Coppe".

E chissà il dispiacere provato dall'amatissimo presidente doriano Paolo Mantovani...

"Ci ha rincuorato, non si è fatto prendere assolutamente dalla disperazione. Mantovani era uno dal carattere molto forte. Probabilmente quella finalissima era segnata dal destino e noi dovevamo essere fieri lo stesso di quello che eravamo riusciti comunque a raggiungere".

Il giocatore più forte con cui ha giocato e l'avversario più ostico con cui ha duellato?

"Mancini, Vialli, Tonino Cerezo, della Sampdoria; mentre da avversario ho dovuto fare i conti con Platini, Maradona, Zico, Roberto Baggio. Ho avuto la fortuna e la sfortuna di incontrare i più grandi interpreti del ruolo di centrocampista offensivo degli anni 80-90".

Ci può regalare qualche aneddoto nelle sfide contro uno di questi big?

"Mi ricordo un gennaio del 1986, la temperatura media in Italia toccava i -20 gradi. A Genova, quella volta, il clima era più mite, mi sembra fosse il 6 di gennaio, e si era soltanto (si fa per dire) a -6, -7, il campo del "Luigi Ferraris" era gelato. Io mi improvvisai in un'incursione in avanti, calciai alle stelle la palla dall'altezza circa del limite dell'aerea. Bene, rientrando nelle retrovie, a centrocampo, m'imbattei in Platini, il quale mi spiegò come dovevo caricare il tiro e mi suggerì un "quando calci, stai col corpo in avanti!" Fu una cosa molto carina, un consiglio che ricordo ancora molto volentieri oggi".

Tunnel, lei, non li ha mai fatti nella sua carriera?

"No, anzi, adesso che me lo fa venire in mente, uno me lo fece Zico, me lo ricordo benissimo: è successo a Udine. Purtroppo, io nel girarmi di scatto gli sferrai una gomita nei denti così micidiale che l'asso brasiliano rimase a terra per buoni due minuti. Ma, giuro, non l'avevo fatto in maniera volontaria, eh!"

Rigori?

"Ho battuto un rigore – questo è un altro buffo aneddoto che lei mi fa tornare in mente – all'ultima di campionato, in casa, al "Ferraris", contro la Cremonese; il mercoledì successivo dovevamo disputare la finale di Coppa dei Campioni contro il Barcellona a "Wembley". Io ero stato già ceduto al Napoli – e lo sapevamo tutti – e sull'1-1 venne fischiato a favore della Sampdoria un calcio di rigore. Tutta la Curva doriana e qualche mio compagno di squadra mi spronò a batterlo io quel penalty. E feci gol a Rampulla, mio caro amicom fra l'altro. Questo è stato l'unico rigore che ho avuto la fortuna di calciare e di realizzare".

Il gol più importante e quello stilisticamente più riuscito di Fausto Pari?

"Il più importante è stato il primo che ho fatto al Napoli con la Samp: li ho fatti tutti con la casacca blucerchiata, se è per quello; a Napoli nessun gol ho fatto. Ne ho fatto un altro di bello al Milan, ed anche quello ha un suo sapore, un altro ancora al Milan, uno all'Udinese, uno alla Cremonese, uno alla Fiorentina. Il più bello quello segnato a Udine: un tiro da fuori area da 25-30 metri e palla all'incrocuio dei pali".

Espulso?

"Sì, una volta, a Firenze, con la maglia del Napoli, in seguito a fallo sull'ultimo uomo, Ciccio Baiano; che, fra l'altro, non era neanche l'ultimo uomo".

A Napoli ha giocato assieme a Maradona?

"No, era già andato via "El pibe de oro"; ho giocato con Careca, Fonseca, Ciro Ferrara, Zola, Crippa, altri grandi del calcio".

Pianto di grande dolore?

"Ho pianto molte volte per la perdita di amici, per il calcio quando ho lasciato la Sampdoria. Mi chiusi in una stanza, non mi feci vedere neanche da mia moglie, e ho pianto perché lasciavo una società eccezionale, tifosi stupendi, però, avevo capito che era finita la mia avventura doriana, che si era chiusa un'epoca".

Lei crede in Dio?
"Sì".

Ci sarà qualcosa nell'Aldilà, oppure niente, il buio assoluto, eterno?

"Io spero, mi auguro di ritrovare i miei cari, mio papà che ho perduto. Faceva l'operaio, era muratore, manovale. In famiglia eravamo in quattro, tre sorelle, più una zia zitella che viveva con noi".

Scaramantico?
"No, no".

Le paure che ha nella vita quotidiana?

"Paure no, direi timori; per esempio, non so quale futuro riservi il domani alle mie figlie, una di 18 e una di 22 anni. Ho il timore che non riescano a trovare la loro strada, c'è troppa nebbia all'orizzonte".

Lei è stato un grande mediano: però, Ligabue si è dimenticato di lei, ricordando in una sua canzone solo Oriali...

"Ligabue ha fatto bene a ricordare uno come Oriali, perchè Gabriele ha fatto la storia dell'Inter, di quell'Inter. Io mi vanto di aver conosciuto Oriali, di avergli giocato assieme per due anni. Mi sono allenato spesso con lui. Poi, ci siamo incontrati da avversari parecchie volte, io nella Sampdoria e lui nella Fiorentina".

Cos'è che le dà fastidio, e cosa invece riesce ancora a stupirla, a commuovere?

"Quando vedo trionfare una squadra di calcio italiana o un atleta nella sua disciplina mi fa felice. Ma, anche quando si vince un premio Nobel o trionfa un nostro marchio aziendale, un nostro brand".

La Nazionale e Fausto Pari: è il rammarico più grande per lei il mancato debutto in azzurro?

"Un pò di delusione, certo, non la nascondo, anche perché io ho giocato in tutte le Nazionali azzurre tranne che in quella Maggiore. Sacchi una volta mi convocò a Genova, contro la Norvegia, ma non mi fece entrare, preferendo al sottoscritto De Napoli. Ma, non ho rimpianti: sono contento di quello che la vita mi ha dato".

Le certezze di Fausto Pari?

"Le eccellenze che abbiamo in Italia, la voglia, il coraggio solo di difenderle e di farle trionfare nel mondo, perché noi italiani non siamo mai stati, nè lo siamo ora, inferiori a nessuno. Io, poi, provo e trovo certezze nella mia famiglia".

Di cosa non può fare a meno nella vita di tutti i giorni Fausto Pari?

"La salute porta alla felicità, è un elemento imprescindibile, indispensabile: se stai bene, sei più felice. Della telefonata di una mia figlia che è fuori: se non mi avvisa, mi innervosisco e lo stesso capita a mia moglie. E, poi, della mia terra, della mia Romagna: dopo un pò che manco, soffro una sorta di crisi di astinenza. Sono legato al cibo della mia terra, alla piedina, a un buon pesciolino, a un buon piatto di vongole".

Un'autorete clamorosa?

"Devo averla fatta una, ma non mi ricordo bene. Vediamo un pò che ci penso: una ne ho rischiato di farne in Europa. Vincevamo 3-1, in casa avevamo perso 1-0, e sul finale, sugli sviluppi di un out chilometrico, io ero dietro a Wierchowod e al suo giocatore. La palla mi ha preso in testa, è volata verso l'incrocio dei pali e Pagliuca ha fatto un miracolo, evitando il gol della nostra clamorosa e, per me, dolorissima eliminazione. Gli avversari? Mi sembra il Legia di Varsavia".

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 21 settembre 2013












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