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INCONTRI VIP'S

26/3/07 - INCONTRI RAVVICINATI: GIANFRANCO FINI

IL CALCIO E' PER PALATI...FINI!

Prosegue sul nostro sito www.pianeta-calcio.it la serie di interviste tenute dal nostro direttore Andrea Nocini a personaggi famosi del mondo dello sport, della politica e del giornalismo italiano.

Dopo la lunga serie di personaggi famosi intervistati da Andrea Nocini, in quanto strettamente legati al mondo sportivo (e più in particolare calcistico) italiano, il nostro direttore è riuscito questa volta ad avvicinare nientemeno che il ministro degli Esteri e vice-presidente del Consiglio, l’on. Gianfranco Fini.

Si è trattato di una conversazione privata, durata circa nove minuti e gentilmente concessa al dottor Nocini dal leader di Alleanza Nazionale in occasione dell’inaugurazione di “Luxury & Yachts”, il salone internazionale del lusso in atto in questi giorni presso la Fiera di Verona.

Un’intervista particolarmente gradevole, crediamo, anche per lo stesso ministro che, più per la precisa intenzione del nostro direttore che per l’effettiva impossibilità di trattare temi politici in periodo pre-elettorale, per una volta è stato interrogato su un argomento “leggero” e piacevole come il calcio, piuttosto che su Romano Prodi o su Silvio Berlusconi. Gustiamocela, allora, perché questa non è certo la solita minestra scodellata ogni giorno dalla tivù.

"Lei ha mai giocato a calcio?": la prima domanda è già un preciso segnale della direzione nella quale il nostro direttore intende accompagnare il suo illustre interlocutore.

"Chi è che ha più di 50 anni e non ha mai giocato a pallone?" - risponde il leader di AN, con la voce calma e pacata che tutti conosciamo. E ci fa piacere, dopo una risposta così “normale”, riscoprirlo più vicino, in fondo in fondo, a noi cittadini comuni. - "Nessuno! Quindi, certo che ho giocato a pallone." "Lei tifa, se non vado errato" - prosegue Nocini - "per la Lazio e la sua Bologna, dove è nato il 3 gennaio 1952..." "La squadra del cuore" - conferma il ministro - "quella che mi fa soffrire sempre e gioire quasi mai, è il Bologna, dato che sono nato in quella città. Ricordo gli anni dello scudetto, il 1964...preistoria... Vivendo a Roma da trent’anni, poi, ho una spiccata simpatia per i colori biancazzurri della Lazio, anche per garantirmi una certa pace familiare perché, con una moglie e una figlia ultrà, mi sarebbe difficile avere atteggiamenti diversi!" Problemi, o meglio, disguidi, ai quali di certo non avevamo mai pensato, parlando del vice-presidente del Consiglio!

"I suoi miti..." - Nocini percorre il binario - "Il calciatore-modello di ieri e quello di oggi..." "Il calciatore-modello di ieri" - replica Fini, senza bisogno di pensarci tanto su - "è legato per l’appunto alla mia giovinezza, e, quindi, al Bologna che vinceva gli scudetti. Un grande signore sul campo e un grande signore anche fuori dal campo, un uomo che si è realizzato anche professionalmente: Giacomo Bulgarelli. Il giocatore di oggi...mi è più difficile individuarlo, proprio perché sarà il tempo a dire se, oltre ad essere campione sul campo, sarà campione anche nella vita, perché credo che questa sia un po’ la differenza: ci sono dei grandi calciatori che, quando smettono di calcare i campi di calcio (alcuni anche prima di smettere, n.d.a.), non sono altrettanto grandi nella loro vita personale, professionale, familiare. Mentre, al contrario, vi sono degli esempi di comportamento, in campo e fuori." E ci piace sottolineare come, ad una domanda sul “calciatore-modello”, il ministro abbia preso in esame non tanto la bravura tecnica del giocatore, quanto piuttosto l’onestà e l'esemplarità del suo comportamento: qualità, è vero, sicuramente meno appariscenti e mitizzabili rispetto ad indiscutibili virtù calcistiche, ma relegate troppo spesso in secondo piano al momento di definire un giocatore “campione”. Personalmente, chi vi scrive è d’accordo con l’onorevole Fini: non si può scindere la bravura sportiva di un atleta dall’aspetto umano. Sarebbe come descrivere un popolo senza conoscerne la storia, innamorarsi di una poesia senza mai averne capito il significato. L’atleta è uomo, prima di tutto.

"Si esalta di più" - Nocini riprende a macinar spunti e a spulciare appunti - "per una “scucchiaiata” del “Pupone” Totti o per una “pennellata” diretta all’incrocio di un veneto, Alex Del Piero?" "Mi piace il bel calcio" - semplifica Fini - "quindi, al di là delle modalità con cui viene fatta una bella giocata, quando capita di vederla (e certamente campioni ce ne sono) per chi ha la passione è certamente un bello spettacolo. Se mai, gradirei (ma questa è, come dire, la nostalgia del tempo antico!) tornare ad un calcio più tecnico e meno agonistico... Oggi sono davvero degli “atleti” nel senso letterale della parola, e l’agonismo, qualche volta, va a discapito dello spettacolo."

"Ministro Fini" - impastata e ben imburrata, eccola qui l’immancabile domanda “nociniana”, sfornata calda calda. Un po’ come la mitica torta della nonna, che non ti tradisce mai perché frutto di una ricetta sana e genuina. - "che ruolo ha giocato lei nella sua vita politica: attaccante, centrocampista, fantasista, difensore? Credo di no, l’ultima ipotesi proprio no..." "E, invece, è l’unica esatta!" - colpo di scena! - "Perché adesso siamo le tre punte Berlusconi, Casini e Fini...; in realtà, quando giocavo (nel senso dilettantistico del termine, con gli amici), con la squadra del Parlamento, giocavo in difesa." "Anche perché" - rilancia Nocini - "c’era l’onorevole Alberto Giorgetti (che ha favorito questa intervista), che ha detto che lei ha giocato nella Nazionale dei Parlamentari..." "Sì" - conferma il ministro degli Esteri - "Io sono stato eletto in Parlamento nel 1983, a 31 anni, nel MSI-DN: all’epoca demmo vita a una squadra di parlamentari che affrontò numerose compagini, anche di altri parlamenti, e sicuramente ci divertimmo. L’aneddoto: fu eletto Gianni Rivera e, ovviamente con il massimo rispetto e la devozione nei confronti di un “mito del football” come l'asso rossonero, andammo in delegazione a chiedere al collega, Gianni Rivera, di giocare con noi... Gianni ci guardò e ci disse: “Ragazzi, io ho fatto il calciatore per tutta la vita: adesso che son deputato, non mi potete far fare il calciatore!”"

"L’onorevole e ministro Gianfranco Fini" - dà sfoggio della sua preparazione non solo calcistica, ma anche storico-politica, il nostro direttore - "è laureato in Pedagogia, indirizzo, psicologico, col massimo dei voti, all'Università “La Sapienza” di Roma dopo aver conseguito la maturità Magistrale (votazione 54/60mi), ed è anche giornalista professionista dal 1979. Io rappresento, insieme al nostro sito www.pianeta-calcio.it, il mondo e il grande movimento del “calcio di povertà economica, ma, di grande cuore” (qualcosa come circa 900 società iscritte e operanti in tutto il Veneto). E il Veneto, signor ministro, è il secondo “polmone”, il secondo maggior serbatoio d'Italia per numero di società iscritte e di tesserati praticanti, inferiore solo in questa statistica alla regione Lombardia. Cosa rappresentiamo, secondo lei, noi che rappresentiamo la base di una piramide forse corrotta quale quella del calcio professionistico?"

Il grande e imponente mondo della politica nazionale e internazionale – rappresentato in quel momento da Gianfranco Fini - si affaccia, per una manciata di minuti, sulla piccola realtà del calcio dilettantistico veronese.

"Beh, non ho gli elementi per giudicare" - risponde il vice-premier - "In generale, credo che si debba essere preoccupati del futuro del calcio italiano, nel senso che, se non continuiamo ad avere attenzione per i vivai, e quindi per il calcio fin dalla più tenera età, poi rischiamo di trovarci, come purtroppo è accaduto nel calcio dei grandi professionisti, con squadre nazionali composte per 10/11mi da giocatori stranieri... Allora, non è il bècero nazionalismo (conosco bene la sentenza Bosman, figuriamoci), però, quando poi va in campo la Nazionale, quando vanno in campo gli Azzurri, non dobbiamo lamentarci se non abbiamo più i campioni. Che in questo momento ci sono, ma, penso ai prossimi 10-15 anni, perché i campioni nascono se c’è un vivaio numeroso, da cui poi possono emergere."

"L’ultima volta che lei, onorevole Fini, si è commosso, calcisticamente parlando..." - domanda impegnativa: ecco perché, in riferimento all’argomento-calcio, avevamo messo tra virgolette l’aggettivo “leggero” - "Quale è stata la tragedia che l’ha più colpita? Ce ne sono state tante, purtroppo, dalla tragedia di Superga, nella quale perì il “Grande Torino” di Valentino Mazzola, Loik, Gabetto, Ossola, alla morte dello juventino Andrea Fortunato per leucemia..." "La tragedia che mi colpì di più" - afferma il ministro, parlando forse in questo momento prima ancora come cittadino che come politico - "fu l’Heysel (fine maggio 1985). Quella fu veramente una delle pagine più dolorose non solo del calcio, ma anche dello sport italiano, e direi, in generale, della società italiana". La violenza negli stadi: un tarlo che continua a rodere la nostra domenica calcistica. Un suo giudizio, Ministro Fini... "Lì, tutto quello che accade troppo spesso (e non soltanto nei grandi stadi, ma anche nei campi più periferici), vale a dire episodi di intolleranza, di violenza, di fanatismo... Il tifoso (e mi considero appartenente a questa nobile categoria) deve innanzitutto basarsi sul rispetto per la squadra che eventualmente vince. E, da questo punto di vista, la nostalgia per l’epoca in cui si andava in trasferta a 12-13-14 anni da Bologna a Verona, a Ferrara per il derby con la Spal, a Modena, e veramente ci si mescolava con i tifosi dell’altra squadra...; il peggio che poteva capitare era lo sfottò finale se si perdeva, insomma! Non dico che bisogna tornare, perchè non si torna e non si potrà mai tornare indietro, però, dobbiamo insegnare a chi va negli stadi che la violenza, e, in particolar modo, la politica, devono rimanere al di fuori."

Un’analisi con la quale, e sarebbe drammatico constatarne il contrario, siamo tutti d’accordo: in particolare, ci piace rimarcare come, nel momento in cui il ministro Fini dice "dobbiamo insegnare", siamo sicuri egli intenda riferirsi a un dovere e a una responsabilità spettanti non solo alla classe politica (di cui, comunque, si fa giustamente portavoce), ma, anche all’intera società “cosiddetta civile”, se come tale vuole (e deve) essere riconosciuta. Lo sport, si è sempre detto, rappresenta una delle espressioni più belle, vivide, passionali di una società contemporanea: sta alla società stessa, responsabile della propria educazione e civiltà, fare in modo che questo meraviglioso libro non abbia mai pagine imbrattate di sangue e di ingiustificata inciviltà, da strappare, censurare, dimenticare. Solo così, finalmente, quella del tifoso si potrà davvero definire una "nobile categoria", come ha appena ricordato l'on. Gianfranco Fini.

"Tra le nostre Nazionali, qual è quella che le è piaciuta di più? Quella di Messico ’70, quella di Argentina ’78, quella che ha vinto il Mondiale in Spagna nel 1982, quella di Usa 1994 o quale altra?"

"La partita dell’Italia, che rimane nella mente di tutti coloro che l’ hanno vista, è stata sicuramente la semifinale Italia-Germania Ovest terminata 4-3 dopo i drammatici tempi supplementari, quella dell'indimenticabile pomeriggio 17 giugno 1970 (notte piena in Italia), giocata nel ribollente di gente e... bollente di caldo “Estadio Azteca” di Città del Messico. Certamente, anche le nostre Nazionali successive hanno scritto pagine bellissime, ma, credo che quella partita sia “La Partita” che è rimasta nel cuore di tutti gli italiani, almeno quelli che hanno più di 50 anni!"

"Lei aveva dodici anni" - continua il nostro direttore, pronto a sfoderare un’altra delle sue celeberrime dimostrazioni di memoria storico-calcistica - "quando il Bologna, quel “Bologna che faceva il mondo tremar”, quello guidata da “Fuffo” Fulvio Bernardini (il primo mister laureato in Scienze Politiche e che aveva già trionfato prima come giocatore dello stesso Bologna nei campionati '38-39 e '40-'41, e poi come mister alla guida della Fiorentina del 1° scudetto viola nella stagione 1955-56). Bernardini – si disse - aveva impartito ai rossoblù felsinei “Un calcio così splendido, che non si giocava neanche in paradiso!”. Un trainer, “Il Fuffo”, così umile – fu anche in seguito cittì degli Azzurri 2 – da nascondersi alle tivù - che lo volevano riprendere in panchina e in campo - dietro il soprabito di ghiaccio vinse lo scudetto, il 7° e finora ultimo della storia dei felsinei. Però, il primo grande Bologna – quello degli storici 4 scudetti ravvicinati (1935-36, 1936-37, 1938-39 e 1940-41), arrivati dopo la lunga “egemonìa” bianconera dei 5 consecutivi (dal 1930 al 1935, e conquistati dalla Juventus di Combi, Rosetta, Caligaris, Varglien I°, Varglien II°, Orsi, Renato Cesarini...guidati da mister Carlo Carcano, che in occasione della conquista del 5° tricolore bianconero fu sostituito dal tandem Bigatto-Gola) - fu quello di Amedeo Biavati, quello diventato famoso per il suo “doppio passo”, di Andreolo, di Andreoli, di Ettore, “Testina d'oro”, Puricelli (in seguito allenatore a lungo del L.R. Vicenza di Cinesinho, del veronese Sergio Carantini e del futuro avv. Sergio Campana), di Sansone, della punta Reguzzoni... Lei, Ministro Fini, ha un ricordo di questo primo leggendario Bologna?"

"Sinceramente, non ricordo il Bologna dell’anteguerra perchè non c’ero!" - replica Fini - "Nel ’64 - vincemmo lo scudetto in uno spareggio, l’unico spareggio del campionato italiano, 2 a 0 con l’Inter, ed era l’Inter mitica di Helenio Herrera, “il mago”, allo stadio “Olimpico” di Roma. Segnarono Fogli e Nielsen... Ricordo a memoria la formazione: Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich, Fogli, Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. Pascutti era infortunato: Bernardini, che era un genio, schierò all’ala sinistra Capra, che era un terzino. Herrera non capì quel modulo, Facchetti fu bloccato dal suo collega terzino sulla fascia, e vinse il Bologna."

Andrea Nocini ci ha raccontato che, terminata l'intervista, mai così sofferta dal nostro direttore per i pressanti impegni che l'on. Fini alle 17.50 circa doveva ancora sostenere, fumando la classica sigaretta della “liberazione”, si era rammaricato di aver dimenticato il Chievo e il Verona, vincitore quest'ultimo di uno scudetto: "Ahaiai – si è quasi rimproverato Fini – non abbiamo ricordato il Chievo e il Verona, che ha vinto un titolo, che rappresenta quel magico che può esistere ancora nel calcio italiano. Infatti, quell'avvenimento passerà alla storia perchè il primo posto di una provinciale come la squadra gialloblù segna un'inversione di tendenza degli scudetti vinti sull'asse Torino-Milano. Chiedo sommessamente scusa ai suoi radio-ascoltatori e ai suoi visitatori del sito per questa innocente, veniale - mi creda - dimenticanza, negligenza storico-calcistica".

Si chiude così l’incontro di Andrea Nocini con il leader di AN, ministro degli Esteri e vice-presidente del Consiglio, l'on. Gianfranco Fini.

Un’intervista sicuramente diversa da quelle cui i politici sono abituati a farci vedere e sentire, lontana dai marmi intonsi dei palazzi e più vicina, invece, al mondo di fango, sudore, lacrime del nostro calcio dilettantistico.

E, ci piace pensare che a Gianfranco Fini, in fondo in fondo, anche se solo per pochi minuti, questa sensazione di tele-trasporto non sia nemmeno dispiaciuta più di tanto; anzi – come ci ha riferito il nostro direttore – il Ministro si è sottoposto con grande piacere alla chiacchierata distensiva di calcio, una sorta di bicchier d'acqua sorseggiato molto volentieri tra un'intervista e l'altra di “dura e pura dialettica politica” pre-elettorale.

Questa chiacchierata concessasi generosamente dal vice-premier Gianfranco Fini rappresenta la nostra piccola, ennesima illusione. Lasciatecela gustare!

Luca Corradi per www.pianeta-calcio.it












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