ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

28/10/13 - INCONTRI RAVVICINATI: GIANLUCA PESSOTTO

UN PESSOTTO DI GRANITO

Si è distinto nel ruolo di bravo difensore, caratterizzato da una costanza di rendimento formidabile e da una correttezza e sportività davvero uniche. Gianluca Pessotto lascia presto Latisana, centro udinese dove è nato l'11 di agosto 1970, e cresce nel vivaio del Milan. Ma, scherzi del destino, magie del calcio, è con la maglia del Toro che conosce il debutto in serie A, al vecchio "Comunale", contro l'Inter, il 4 settembre 1994.
La gavetta lo vede impegnato a Varese, alla Massese, al Bologna e all'Hellas Verona. Poi, il Toro, e l'anno dopo inizia la sua avventura alla Juventus, una lunga parentesi che va dal 1995 al 2006, e che lo vede in campo con la casacca della "Vecchia Signora" nel campionato italiano per 243 volte, e a segno due volte. 22 le maglie indossate con la Nazionale azzurra, con la quale si laurea vice-campione d'Europa nel 2000. Con la "Zebra" vince tutto quello che a livello di competizioni internazionali si può vincere: dai 4 scudetti (più uno revocato), alle 4 Supercoppe italiane, dalla Champion's League (edizione '95-96) alla SuperCoppa Uefa; dalla Coppa Intercontinentale (1996) alla Coppa Intertoto (1999).

E' uno dei pochi calciatori laureati (in Giurisprudenza); l'alloro gli fa conquistare l'appellativo di "professorino". Rimasto alla Juventus come dirigente (team manager), la mattina del 26 giugno 2006, in piena crisi, si lancia impugnando un rosario da un abbaino della sede bianco-nera a Torino, ma si salva miracolosamente, anche perché termina il volo sulla capotte dell'automobile di Roberto Bettega, allora vice-presidente della Juve. Vince il suo calvario di crisi spirituale e di dolore fisico, e continua la sua carriera di dirigente bianco e nero, ricoprendo oggi l'incarico di responsabile organizzativo del Settore Giovanile della Juventus.

Quand'è, direttore, che le è venuta per la prima volta la pelle d'oca?

"La prima volta mi è venuta quando ho giocato una partita vera, in uno stadio pieno; lì sentii veramente un'emozione unica. Quindi, ogni esordio, ma, soprattutto, quella partita che ti immagini da bambino, no, quando affronti grandi squadre, quando debutti in Champion's League, quando debutti in campionato. Ma, più di tutti, l'esordio in serie A è stato da pelle d'oca: con la maglia del Torino, al vecchio "Comunale", contro l'Inter, anche se perdemmo 0-2".

Cos'è che le manca nel suo ricco carnet?

"A livello di trofei, qualche Champion's League in più, vistro che abbiamo conquistato quattro finali e ne abbiamo perse tre. Nella mia vita desideravo disputare un Mondiale con la Nazionale, desideravo vincere una Champion's League, ma non ho rimpianti. Non sono solito avere rimpianti, anche se mi sarebbe piaciuto vincere qualche Coppa dei Campioni in più".

Il gol più bello e quello più pesante di Gianluca Pessotto?

"Il gol più bello è quando Gianluca Pessotto si è sentito felice di quello che ha fatto, perché convinto di aver dato il meglio di sè. Il gol più bello è essere soddisfatti di se stessi. Poi, il riconoscimento da parte degli addetti ai lavori di essere stato un esempio positivo a livello di sportività. Per l'uomo Gianluca è una grande vittoria".

"Schemi e Patemi", questo il titolo del libro: quali sono le certezze e quali invece le sue paure quotidiane?

"I patemi sono quelli di domandrami se ogni giorno, lavorando con i giovani del vivaio della Juventus, riesco a trasmettere messaggi utili a livello di comportamento e di passione che ho dentro di me. Il mondo pazzo del calcio è bellissimo. Voglio mettermi alla prova nel cercare di riuscire ad aiutarli a raggiungere i loro sogni. E di realizzare gli obiettivi che la mia società si è posta: quello, in testa, di far crescere tutto il movimento giovanile: questa è la mia mission ed anche il mio patema. Il mio schema, quello che ha contraddistinto la carriera di Pessotto calciatore, è stato il lavoro e l'attenzione ad ogni particolare. Sopravvivo ai patemi attrvaerso al lavoro, lavoro, lavoro, continuando a rimboccarmi le maniche".

Cos'è che le dà fastidio e cosa la riesce ancora a colpirla, a stupirla, a commuoverla?

"Mi fa arrabbiare l'idea generale dell'opninone pubblica di un non futuro, la sensazione di un Paese che non vuole crescere, che è convinto di non farcela a uscire dalla crisi, dalle difficoltà ad ogni livello; anche nel mondo del calcio. Mi emoziona la semplicità e la fiducia della gente comune, quando si incontra per strada. Nel vedere come ci si emozioni per le piccole cose: io mi emoziono ogni volta che vedo un campo da calcio pieno di bambini che giocano e dentro di me dico che, nonostante tutte le difficoltà che si sentono in giro, economia, guerre ed altro, però, alla fine un campo da calcio pieno di bambini vocianti e che rincorrono, spensierati e divertiti, la palla mi riempie di gioia e dà l'idea di una grande sollievo e di una palpabile distensione".

Fosse il cittì di un'ipotetica Nazionale degli ultimi pontefici, dove schiererebbe Wojtyla, Ratzinger, Bergoglio?

"Premesso che in questo momento, in ogni ambito della vita sociale, la gente avrebbe bisogno di sentire veramente con la pancia e con il cuore e con le orecchie chi comanda, chi determina, chi guida il mondo di sentirlo parte vera e vicina alla gente. La capacità di Papa Francesco, come è stata quella di Whojtyla, è stata la capacità di entrare nella pancia e nel cuore della gente perché hanno un linguaggio caldo, sincero, immediato, che si avvicinava alla gente. Ed oggi la gente avrebbe bisogno di questo, non di tante belle parole, che poi vengono portate vie dal vento. Per cui mi piacerebbe che i nostri capi dessero veramente fiducia alla gente, entrando nel loro cuore, nella loro testa, nella loro pancia".

Ed, allora, Papa Giovanni Paolo II, dove lo schieriamo?

"Wojtyla gli farei fare l'allenatore; che è quello che determina. Ratzinger lo metterei centromediano metodista, Papa Francesco può invece giocare ovunque, lo lascerei libero per il campo, libero di determinare perché ovunque giochi lascia il segno. Sì, un grande jolly in mezzo al campo".

Di che cosa non può fare a meno Gianluca Pessotto nella vita di tutti i giorni?

"Del calcio, di sicuro, sotto tutti i suopi aspetti. Mi piace vederlo, mi piace trattarlo, mi piace condividerne le amarezze e le gioie che ti trasmette, ed è veramente la mia vita".

Lei, direttore, crede in Dio?
"No, io ci credo in Dio. Sono cresciuto in una famiglia religiosa, soprattutto, da parte di mamma, credo che esista Qualcosa più grande di noi, e credo che l'umanità abbia bisogno in qualcosa in cui credere, un pò per le proprie fragilità, perché la filosofia dell'interpretazione degli uomini, la filosofia di vita di aiuta a centrare quelli che sono gli obiettivi veri e non quelli effimeri, superficiali".

Come se l'immagina allora l'Aldilà, chi vorrebbe abbracciare un giorno lontanissimo?

"Vorrei riabbracciare le persone che mi sono mancate, e con le quali ho vissuto poco: i miei nonni, le persone che non ho potuto sentire, amare fino in fondo".

Andrea Fortunato, Gaetano Scirea, come se li immagina?

"Me li immagino mentre continua a vivere felici le idee, le cose in cui credevano quaggiù, e, quindi, nella semplicità e serenità".

Gianluca Pessotto juventino da sempre?

"No, da piccolo ero milanista, ma, devo dire che poi ho trovato la società – la Juventus – in cui completarmi e realizzarmi. Anche caratterialmente, oltre che dal punto di vista calcistico. Ho avuto la fortuna di crescere in una società vincente come il Milan, che ti aiuta a creare la mentalità vincente, e poi sono riuscito a completare il mio percorso in una società come la Juventus, con più di 100 di storia e vincente. Ed è il massimo dei miei sogni, delle mie ambizioni".

Ha seguito qualche liturgia scaramantica?

"No, quasi mai: quando avevo paura, pregavo".

Il suo santo preferito?

"San Francesco, ma, negli ultimi anni della mia vita mi sono avvicinato molto a Padre Pio".

Un Pessotto più forte, più limpido e più equilibrato da quel tragico mattino del 26 giugno 2006, o no?

"No, no, la sofferenza vissuta in quei mesi, prima e dopo, in quegli anni in cui il percorso della mia rinascita è durato del tempo, al dilà delle cicatrici nel corpo rimaste e qualcuna nel cuore, sicuramente mi ha aiutato molto a ridifinire alcune cose. La sofferenza ti aiuta a crescere, io ho conosciuto un punto davvero basso della mia anima, di me stesso e della mia vita, dove ho avuto paura di morire, ed oggi non ho smesso di avere paura ma la vivo meglio. E, quindi, sicuramente, da questo punto di vista, mi sento molto più sicuro, molto più forte e molto più semplice. Il grande insegnamento di tutto quello che ho vissuto è che la mia voglia di sentirmi perfetto è stato l'errore più grande che io potessi commettere, è stata la mia debolezza e la mia forza e viceversa".

Quindi, il suo più grande, sommesso pianto è stato quando ha potuto, riaprendo gli occhi, rivedere la moglie e le sue due figlie?

"Bravissimo!, esattamente: il primo sorriso che ho riconosciuto è stato quello delle mie figlie, la prima parola che ho potuto pronunciare è stato il nome delle mie figlie, la prima parola che ho potuto dire di nuovo è stato il mio nome ed è come se fossi tornato bambino, quando ti insegnano a pronunciare il tuo nome. Ecco, il paragone mi sembra che calzi per quello che ho vissuto in quei momenti".

Cos'è che l'ha aiutata a venirne fuori?

"In quei giorni lì, di dolore, io mi sono portato nel cuore una poesia, un salmo che mi ha donato un'infermiera delle "Molinelle", e che porto ancora oggi con me, nella testa, nel cuore, e che diceva: "Camminavo sulla spiaggia, a fianco di Dio, ed a un certo punto mi guardo dietro e vedo solo due orme. Alzo gli occhi al cielo e chiedo ma perché Gesù mi hai abbandonato?" "Lui mi guarda e mi dice: "Sciocco, non vedi che non ti ho abbandonato, ti sto solo tenendo in braccio!" Ed è una cosa che mi ha segnato e che mi guida tutt'ora in ogni mio percorso".

E' una frase tratta da un anonimo brasiliano...

"Sì, è vero! Non sono uno abituato ad esternare poco le mie emozioni, ma oggi dover riuscire a descrivere le emozioni che ho vissuto, anche quelle di paura, è la più grande battaglia ed è anche la mia grande mission con i giovani. Sono convinto che non bisogna avere paura di emozionarsi, le emozioni non sono debolezze".

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 12 ottobre 2013

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