ULTIMA - 26/3/19 - IL PUNTO SULLE NOSTRE SQUADRE GIOVANILI ELITE E REGIONALI

Facciamo il punto sulle squadre giovanili veronesi dei tornei Elite e Regionali delle categorie Juniores, Allievi e Giovanissimi, quando mancano poche gare alla fine dei campionati. Nella categoria Juniores Elite, girone A, comanda ora il Camisano che con 50 punti precede il San Giovanni Lupatoto di mister Matteo a 46 punti dopo la sconfitta 1 a 0 contro il
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INCONTRI VIP'S

6/11/13 - INCONTRI RAVVICINATI: BRUNO PESAOLA

BRUNO PESAOLA, "IL PETISSO"

Personaggio straordinario, Bruno Pesaola, detto "Il Petisso" ("Il piccoletto"), nato a Buenos Aires il 28 luglio 1925 da genitori marchigiani (il padre faceva il calzolaio) emigrati in cerca di un lavoro sicuro in Argentina.
Un attaccante veloce, brevilineo, abile nelle finte, cresciuto nei ragazzi dello Sportivo Dock Sud, per poi passare a 14 anni nel River Plate guidato da Renato Cesarini, club prestigioso sudamericano, in cui ha giocato assieme anche – nelle Riserve - al grande "Saeta Rubia" Alfredo Di Stefano, la "leggenda del Real Madrid", e più giovane di lui di un anno. Nella seconda metà degli anni Quaranta, "Il Petisso" sbarca in Italia e passa alla Roma. Si ritaglia pure una particina, recitando con gli attori Walter Chiari in "L'Inafferrabile 12" e con Carlo Dapporto in "L'Inafferrabile 13". Il 26 febbraio 1950, in Roma-Palermo, un duro intervento del giocatore dei siciliani Gimona – sembra per reazione a un presunto torto inflitto al compagno rosa-nero Gino Giaroli –, che volutamente gli zompa addosso, gli procura la frattura di tibia e perone. Pesaola perdona l'autore del fallaccio e la squalifica scende da "vita" a soli undici mesi. Veste una sola volta la maglia della Nazionale italiana, a Lisbona, in Portogallo-Italia 3 a 0, con i nostri privi degli infortunati Beppe Chiappella e dell'oriundo uruguagio Alcides Ghiggia. Sei le presenze con la Nazionale "B", mentre nell'estate del 1950 lascia i giallo-rossi capitolini per salire a Novara (64 presenze e 15 gol). Dal 1952 al 1960 milita nel Napoli (240 presenze e 27 reti), dal 1960 al 1962 è al Genoa, per poi chiudere la carriera nella Scafatese. Intensa anche la carriera di allenatore, con i tanti ritorni di "fiamma" al suo Napoli – che nel 2009 lo eleggera "cittadino onorario", e lui che ricorda ai politici partenopei che si è sempre sentito "un napoletano nato all'estero" -. Lavora all'ombra del Vesuvio dal 1962 (conquista della Coppa Italia) al 1963, poi, passa sulla panca del Savoia, quindi, ancora Napoli (dal 1964 al 1968), infine, lo scudetto alla guida della Fiorentina (1968-69), con i tifosi gigliati che beneficeranno della sua sagacia, acume tattico fino al 1971. Ma, anche Bologna (dal 1972 al 1976) lo vede vincente: conquista la Coppa Italia edizione 1973-74, fa crescere parecchi talenti (tra cui Eraldo Pecci, Beppe Savoldi, Franco Colomba), per poi tornare a guidare nuovamente i partenopei (dal 1976 al 1977); ed ancora, ma per l'ultima volta, nella stagione 1982-83. Di nuovo al Bologna (dal 1977 al 1979), quindi, l'esperienza in Grecia al timone del Panathinaikos, il Siracusa, ed, infine, la Puteolana (1984-85). Mister eccelso nell'interpretazione delle gare, consegue il "seminatore d'oro" nella stagione 1969-70. Il calcio è il suo primo amore, assieme alla moglie, che purtroppo viene a mancargli alcuni anni fa e che gli procura il più grande dolore: ma, lui non si immalinconosce, combatte la sua battaglia ed eccolo brillante opinionista in trasmissioni televisive nazionali e locali. Nel 2013, però, anche la Firenze calcistica si ricorda del 2° scudetto conquistato sotto la sua sapiente guida, e lo fa entrare nella "Hall of Fame" viola. Personaggio spassoso, carico di quell'ironia, che, giustamente, lo hanno fatto credere da sempre un "napoletano nato all'estero". Anche se non l'avesse confessato lui stesso, tutti ne avrebbero profetizzato le origini partenopee.

Mister Pesaola, perché il soprannome di "Petisso"?

"In Argentino, vuol dire "Piccolo". Da ragazzo, l'unico divertimento era quel pallone che mi avevano regalato e mi divertivo da solo cercando di trovare in qualche modo di passare il tempo".

Come ha conosciuto l'Italia?

"L'Italia sono venuto perché mi aveva acquistato la Roma nel 1947, a 21 anni".

Come allenatore, molto più tardi, lei ha vinto lo scudetto con la Fiorentina: è stata questa la gioia più bella che ha provato nei tantissimi anni di calcio?

"Sì, ricordo la partita vinta a Torino, per 0-2 (Marschi e Chiarugi), contro la Juventus e che ci proclamò campioni d'Italia. Ci fu una grande festa a Firenze, anche se io non sono tornato, sono rimasto in alta Italia".

Quali altre gioie, soddisfazioni ha provato da mister?

"Col Napoli, quando riuscii, chiamato a dicembre, a scongiurare quella che pareva oramai una retrocessione certa. Ci salvammo in un modo abbastanza difficile, avendolo preso con soli 7 punti all'inizio del girone di ritorno. E nessuno siu era mai salvato con così pochi punti al termine dell'andata".

Il giocatore più forte che lei ha allenato?

"Ce ne sono stati parecchi: Sivori, Altafini, De Sisti, insomma, parecchi".

Il più forte oppure quello che le assomigliava più di tutti?

"Io giocavo all'ala, all'ala sinistra. Sivori era una mezz'la, forse, Chiarugi".

Faceva anche lei, alla pari di Luciano Chiarugi, i gol direttamente dalla bandierina del calcio d'angolo?

"(Sorriso): Quando il portiere dormiva. Sì, mi è capitato una volta, ma il portiere è andato a prendere le sigarette. Sì, quando giocavo nella Roma. Poi, ho riportato una frattura alla tibia e al perone, quindi, in prestito al Novara, e da qui al Napoli, dove sono stato fino a 35 anni. L'ultimo anno al Genoa".

Napoli, dunque, è la sua città...

"Sì, Napoli, Firenze e Bologna: con i felsinei sono stati sei anni stupendi, lavorando sui giovani. Ho lanciato 13 ragazzi che venivano dal settore giovanile, tra cui Pecci e Colomba, ed anche Beppe Savoldi".

Mai giocato nella Nazionale italiana?

"Sì, ho giocato 6 partite in Nazionale "B" ed una in quella Maggiore. Ho esordito a Lisbona, contro il Portogallo, no, non c'era Eusebio, prima di Eusebio. Abbiamo perso 2-1, ma abbiamo giocato il secondo tempo in dieci perché hanno espulso Chiappella, il nostro difensore".

Era scaramantico?

"Bè, non molto; diciamo che non lo ero, ma ci credo alla scaramanzia. Se avevo un cappotto che gli altri dicevano che portava fortuna, lo indossavo anche la festa dopo, ma solo perché lo dicevano gli altri. Con la Fiorentina avevo un giradischi che facevo ascoltare prima della partita, con su una canzone di un cantante napoletano Peppino Gagliardi, titolo "Come le viola"".

Se non avesse fatto il calciatore e poi il mister, cosa le sarebbe piaciuto fare in alternativa?

"Avrei fatto il calciatore, no, no il professore: anche perché era l'unico divertimento che avevo da bambino e poi mi sono evoluto calcisticamente".

Era di origini umili?

"Sì, ero povero di famiglia, il papà l'ho perso a 13 anni. Avevo solo un fratello. In Italia sono arrivato solo io, mamma e il fratello sono rimasti in Argentina. E, la vita è dura in tutti i settori!".

Si considera un uomo fortunato?

"Sì, sì, molto. Ho 88 anni e sto ancora parlando al telefono con lei; più fortunato di così!"

Ci svela un segreto di questa sua eterna giovinezza?

"Altro sorriso: Sì, sì, il contatto telefonico col Padreterno, è un amico".

Ma, lei ci crede in Dio?

"Come, ci credo sì: se sono arrivato fino a quest'età qui, ci credo sì".

Come se l'immagina l'Aldilà?

"Mah, io penso, mi auguro, spero che sia meglio di qui. Me l'immagino tutto celeste".

Come la maglia del suo Napoli e della Nazionale italiana?

"Appunto, appunto. Ed anche quello, appunto, appunto".

Non è mai stato espulso come giocatore o come allenatore?

"No, sono stato uno calmo, uno che ha preso tanti calci, non mi sono mai arrabbiato, non ho mai reagito, non mi sono mai lamentato".

Chi l'ha marcato fisso?

"Bè, c'è stato uno che da dietro mi ha sferrato un calcio che mi ha fratturato tibia e perone. Eh sì che mi ricordo chi è stato, ma non voglio dirlo. Era un giocatore del Palermo".

Il più forte giocatore con cui ha giocato assieme e contro?

"No, Boniperti, no, i difensori non era di molta classe, sono dei marcatori. Maldini, Beraldo del Milan? No, non erano dei miei tempi. I miei avversari non avevano bisogno di fare falli".

Cos'è che le dà più fastidio nella vita?

"Gli stupidi, la mamma dei cretini è sempre incinta".

Cos'è che riesce a colpirla, a commuoverla?

"Le persone per bene, qualcuno c'è. I napoletani anziani erano persone molto per bene".

Contro quale squadra, quale club le procurava la soddisfazione, la gioia maggiore? Contro la Juventus?

"No, contro chiunque, vincere contro chiunque fa sempre piacere, le vittorie sono tutte belle. Maggiormente quelle che ti fanno arrivare in alta classifica".

I giocatori tatuati, con la cresta, le danno fastidio?

"Non li ho mai avuti".

Era un duro come mister?

"No, no, ma quando ci voleva, sì; ero più per il dialogo".

Con Sivori non ha mai litigato?

"Mai, mai, mai. Sa, quando ci voleva, qualche volta uno si arrabbia, ma quando veramente era necessario".

Sulla panchina della Fiorentina o su quella del Napoli è stato più felice?

"Sono molto affezionato a Napoli e al Napoli, certamente che il ricordo di Firenze è il più piacevole".

Il complimento più bello, più grande?

"Non lo ricordo perché io a queste cose non ci ho mai fatto caso. Sì, quando vincevi i complimenti ti arrivavano, quando si perdeva qualcuno ti criticava, ma era normale. Ed è normale che avvenga anche oggi".

Fumava? Sigari o sigarette?

"Sì, quello sì, purtroppo, tanto: è stata la cosa peggiore che mi è capitata nella vita è stata quella di essere stata un grande fumatore".

Però, è arrivato bene fino ad ora?

"Sì, ma potevo stare meglio, o no?"

L'ultima volta che ha pianto di grande dolore nella sua vita?

"Il dolore lo provi quando perdi un familiare, come la perdita di mia moglie Ornella, Miss Novara; è stato il dolore più grande. Mi è mancata tanto tempo fa, ho un figlio che lavora a Roma".

L'Italia le ha dato la famiglia, il benessere, la notorietà...

"Sì, sì, benessere, insomma, non c'è male: non c'erano i guadagni di adesso. Adesso il calcio è molto più fisico e veloce di prima, quando era più tecnico, più lento e si poteva ragionare di più".

Il suo più grande rammarico?

"Mah, non ne ho: tutto quello che ho fatto lo rifarei. Una Coppa dei Campioni, lei dice, con la Fiorentina? Bè, con la Fiorentina siamo arrivati a fare 6 partite, delle quali una a Kiev, battendo in quel momento la migliore squadra della Russia e club con quasi tutti i nazionali dell'ex Unione Sovietica".

Non ha mai incontrato da allenatore il grande Johan Krujff?
"No, no".

Oltre al calcio, che hobby coltivava?

"Il gioco delle carte, in tutte le sue versioni".

Lei ha giocato nei giovani del River Plate con il mitico Alfredo di Stefano...

"Sì, è vero, Di Stefano era fortissimo, "Saeta rubia". Era fortissimo anche da ragazzo, era il periodo in cui il miglior River Plate della sua storia aveva una prima linea che faceva sognare, con Mugnol, Moreno, Pedernera, La Bruno, Lozano. E, Di Stefano era il futuro del River, solo che in Argentina è scoppiata un pò di confusione e lui andò in Sudamerica, e poi, lo prese il Barcellona in comproprietà con il Real Madrid, ma alla fine la spuntò il club più influente, la società del re, il Real Madrid, riscattandolo completamente. E con i "bianchi di Spagna", "Saeta rubia" ha vinto 5 Coppe dei Campioni. Aveva una velocità superiore a tutti gli altri, e poi era un centravanti atipico, nel senso che era uno che faceva gol e poi lo difendeva, completo sia in fase offensiva, come si dice oggi, che in quella difensiva".

Le raccomandava qualcosa, il formidabile "Saeta rubia"?

"No, eravamo ragazzi, lui aveva soltanto 17 anni, io 18".

Papà Gaetano, marchigiano di Montelupone, nel Maceratese, era calcolaio: è stato, forse, lui a forgiarle le prime scarpe da calcio?
"(Sorriso): No, no, col calcio non centrava assolutamente niente; sì, aceva le scarpe, ma non di calcio. L'ho perso che avevo 13 anni, e il calcio non era in programma".

Ci può parlare della sua breve esperienza col cinema? E' stato lì che ha conosciuto la moglie Ornella?
"No, no, l'ho conosciuta l'anno a Novara; sì, era Miss Novara".
Come ha fatto ad entrare nel set cinematografico?

"Ero nella Roma, e nel film ho recitato la parte che svolgevo la domenica in campo. Ero molto, ma molto, fino alla fine, amici di Walter Chiari. E, poco prima che se ne andasse, abbiamo cenato a San Remo, ci trovavamo nel dopo partita e iuo lo andavo a vederlo al teatro".

E, a Novara ha giocato due stagioni col grande Silvio Piola...

"Era uno della storia del calcio italiano, era uno spettacolo vederlo. A 36-37 anni fece 22 gol e giocò in Nazionale a Firenze. Avevo un terzino della Juve che mi stava dando un sacco di calci e lui mi ha detto vieni al posto mio, all'ala, che lo sistemo io quello lì: era uno possente, che, saltando, quando poteva, si aiutava con le braccia. Lui aveva due gambe che arrivavano sopra la testa dell'avversario. Un suo gol? Un sacco me li ricordo, non uno: erano tutti acrobatici e lui, da buon ex, ci teneva a far gol contro la Lazio, si caricava parecchio, faceva grossissime partite. Aveva due gambe che valevano per quattro".

Lei, mister ha giocato, contro la Juventus, la partita dell'inaugurazione dello stadio "San Paolo"...

"Battemmo la Juve 2-1, e noi chiedemmo al presidente e comandante Lauro "Maccome, presidente, facciamo l'inaugurazione proprio contro la Juventus, avversario difficile da battere in quel periodo là". E vincemmo 2-1 con un gol dei bianco neri firmato proprio all'ultimo minuto. Per la Juve su rigore dato per fallo su Boniperti non ricordo chi l'ha fatto; per il Napoli, invece, Vinicio e non mi ricordo più l'altro (Vitali)".

In Nazionale, quell'unica sua volta con la Maggiore, ha giocato con il romanista e campione uruguagio Alcides Ghiggia...

"Alla Roma lui venne dopo di me, dopo essersi laureato Campione del Mondo con l'Uruguai contro il Brasile, battendo i carioca per 1-2 ai Mondiali del 1950, finalissima tenutasi proprio al "Maracanà" per la disperazione finale dei brasiliani, eh, con un gol di Pepe Schiaffino e uno di Ghiggia".

Lei prima ci ha detto di non essere superstizioso, ma quella volta, campionato 1982-83, strinse forte tra le mani il rosario quando batteva il rigore – concesso troppo generosamente da Rosario Lo Bello – quello della salvezza dei partenopei Moreno Ferrario, battendo il Cagliari di Malizia, tra i pali, e in panchina mister Gustavo "Colbacco" Giagnoni...

"Perché in quel momento, stagione 1982-83, provai maggiore soddisfazione che lo scudetto vinto a Firenze; è stata un'impresa impossibile salvare il Napoli con soli 7 punti all'andata, e ci salvammo facendo un solo punto in meno di chi vinse lo scudetto. Quel rosario me l'aveva dato mia madre, era un ricordo di mia madre: l'ho sempre tenuto in tasca il rosario, quel rosario di mia mamma".

Omar Sivori, cosa le ricorda?

"Un grande, un grande campione del calcio; un pò sfortunato nella vita perché è mancato presto, poi, ha perso un figlio, prima un fratello".

Mister, la salutiamo, la ringraziamo e ci sentiamo quando compirà i cent'anni, visto che lei ha detto "di essere in collegamento col Padreterno"...

"Sì, d'accordo – altro sorriso - è una promessa, è una promessa, eh".

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 21 settembre 2013

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