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Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

8/11/13 - INCONTRI RAVVICINATI: GIOVANNI UDOVICICH

"NIN" UDOVICICH, "IL NOVARA"

E' stato "La bandiera" del calcio Novara, che ha garrito il più a lungo: 19 stagioni consecutive (dal febbraio 1958 al maggio 1976), dovendo smettere solamente per una frattura riportata a un menisco, lui che eccelleva per le doti atletiche e per il fortissimo attaccamento alla maglia. Già, in porta, in quegli anni, nei suoi anni, anche Zelo Petrovic, di Pola, Croazia, portiere novarese dal 1969 al 1973, ma poi anche al Catania e al Rimini: altro giocatore – classe 1948 -, che ha dovuto lasciare la sua terra per trovar rifugio in Italia. Fosse dipeso da lui, oggi – si fa per dire – sarebbe ancora in campo e si sarebbe tolto la grande soddisfazione – unico suo più grande rammarico – di calcare la massima ribalta. Giovanni, ma da sempre e per tutti "Nin", Udovicich ha totalizzato 516 presenze, firmando 10 reti con la maglia degli azzurri piemontesi, nelle cui file è cresciuto, una volta arrivato bambino in Italia come esule da Fiume (Istria, ex Jugoslavia, dove è nato il 1° gennaio 1940) nel 1946.

Senta, Giovanni, lei è venuto via prsto da Fiume e dall'Istria...

"Non ci potevano vedere, mamma mia!, le parole che ci gridavano contro: "Italiano, fascista!", una roba da matti. Ho dei ricordi amari veramente. Gli slavi ce l'avevano con noi italiani, mamma mia!, non ci potevamo vedere, una roba allucinante, mamma mia, mamma mia!, i comunisti slavi, per quello che siamo venuti via".

Che lavoro facevano i suoi genitori a Fiume?

"Mio papà era meccanico specializzato in una raffineria ed era specializzato in un settore, mentre la mamma era a casalinga. Era nato a Fiume, anche la mamma, i cugini, tutti, tutti eravamo nati lì. Siamo venuti via nel 1947".

Sono state le truppe del maresciallo Tito a cacciarvi?

"No, no, da quel lato lì, avremmo potuto rimanere lì, però, insomma, arrivato il Comunismo, non eravamo ben visti da loro. Io ero cattolico, alla pari dei miei. Per qualche mese siamo stati a Trieste, poi, siamo arrivati a Novara, nel giugno del 1947".

Ha pianto quando, da piccolo, ha dovuto lasciare Fiume, i suoi compagni d'infanzia, tutto?

"No, ero un bambino, avevo 7 anni. Magari qualche lacrima l'ho versata, i miei genitori sì perché si trovavamo una vita da rifare, senza casa, iniziare di nuovo tutto, la casa e fino all'ultimo quattrino fu consegnato allo Stato slavo".

Giocava a pallone già a Fiume, oppure ha iniziato una volta arrivato definitivamente a Novara?

"A Fiume giocavo in spiaggia o dentro la raffineria dove lavorava mio padre; ma, mica si calciava una palla, ma un gomitolo di stracci".

Un'infanzia povera, dunque, la sua?

"Mah, no, bob direi perché la fame non l'abbiamo mai sofferta, mio padre lavorava, aveva un ruolo importante in una raffineria dove lavoravano il petrolio, ma, non è mai mancato il mangiare. No, non ero il più piccolo, ma anche un fratello, del 1930, e una sorella del 1934, ma, già scomparsi".

Come mai così tanti anni consecutivi nel Novara?

"Tra ragazzo, a partire da 16 anni, ed adulto, ne ho collezionati 20 di anni. Mi sono rotto il menisco, altrimenti sarei andato avanti ancora".

Mai corteggiato dai vicini club piemontesi, il Torino e la Juve?

"A quei tempi, i contratti erano stipulati tra le società, non c'erano i procuratori come adesso, quindi, non l'ho mai saputo se c'erano altri club prestigiosi a volermi. Oggi il giocatore fa tutto da solo, una volta dipendevi dal club che ti reclutava per primo, che ti scopriva per primo".

Proprio nessun club, dunque, è venuto a bussare alle porte del Novara?

"Ai tempi del militare, la Roma e il Bologna, l'anno che eravamo in C. Quando incrociavo i miei stessi colleghi di queste due squadre, mi sentivo dire "Ma, sai che dovevi venire alla Lazio!", ma, ripeto, i contatti erano solo tra le società".

Il gol più bello con la maglia del Novara?

"Sì, il gol del 4 a 1, in Coppa Italia, a "San Siro", contro il Milan, al volo e con palla finita all'incrocio. In porta non ricordo chi c'era, Ghezzi forse".

Difensore a vita "Nin" Udovicich?

"Sono partito come stopper, poi, sono arretrato, col passare degli anni al ruolo di libero".

Si ricorda un duello sprizzante scintille contro quale avversario?

"A Novara, Giovanni Fanello, ex Catanzaro, Catania, Alessandria, Napoli e Torino: era piccolo, mi passava tra le gambe. Soffrivo i piccoletti, mentre quelli della mia taglia, della mia statura facevano fatica a saltarmi, eh, lì andavo sul sicuro".

Mai un'autorete?

"Non so, forse, non una vera e propria autorete; magari una deviazione su un tiro sporco dell'avversario".

Il più prestigioso avversario che lei ha marcato?

"Graziani, Gianni Bui che era alto come me ed andavano bene".

Mai battuto un rigore?

"Non ricordo bene, mi pare uno, e in una gara, che, terminata sullo 0 a 0, richiedeva di andare subito ai rigori. E feci gol, con portiere da una parte e palla dall'altra".

Dov'era imbattibile lei?

"Nell'anticipo, poi, di testa, essendo alto, non facevo fatica, poi, non potevi sempre iniziare a cento e terminare a cento; era naturale per tuti i calciatori andare incontro a un momento di calo di tenuta fisica e di rendimento della propria performance. Però, capivo dove la palla finiva, ed io già anticipavo il mio attaccante, il mio avversario".

Il rimpianto più grande?

"Di non avere fatto una partita una in serie A. Torno a ripetere, qualche richiesta l'avevo avuta, soprattutto la Lazio, pazienza, va! Però, suvvia, dai, le mie belle soddisfazioni me le sono tolte lo stesso. Ho giocato 521, 522 partite con il Novara, per 4, 5, 6 gol".

Mai infortunato in un duello fisico?

"No, mai, solo la rottura del menisco, con la gamba che sembrava un orsetto, tanto era gonfia. Avevo tentato di riprendere, i dirigenti erano perfino venuti a casa mia per incoraggiarmi a tornare in campo, ma, io, quando vedevo che il ginocchio, la gamba continuavano a farmi male, ho deciso di chiudere col calcio. Ma, avevo fatto di tutto per non dire addio al calcio, per ritornare in campo".

Non ha mai guidato la Prima squadra del Novara?

"No, solamente i ragazzi, perché mi sono trovato bene a lavorare con loro, mentre con la Prima squadra io ho sempre avuto poco a che fare".

Non avesse fatto il calciatore, cosa le sarebbe piaciuto fare nella vita?

"Studiare, a dire la verità, non è che mi piaceva tanto, eh, però, insomma, magari ragioniere o ingegnere mi sarebbe piaciuto diventare".

Lei crede in Dio? "Io, sì".

Esiste l'Aldilà?

"Io sono cattolico, vado a messa ogni domenica. Se, poi, i preti si comportano come vogliono loro, io non ci bado più di tanto, pazienza: io sono un fedele per la Chiesa, vado, vado; sono un credente".

Come se l'aspetta, come se l'immagina l'Aldilà?

"Mah, da quel lato lì, non ci ho mai pensato".

Non ha mai pianto di grande dolore?

"Di grande dolore quando mi sono mancati i miei genitori, i miei fratelli".

Di rabbia?

"Per non aver fatto una partita, ma una dico, in serie A. C'è stato un anno che eravamo in ballo, bastava un pareggio, abbiamo perso, insomma; non ricordo bene contro chi, mi sembra il Catanzaro".

Di cosa non può fare a meno nella vita di tutti i giorni?

"Della moglie, dei miei figli, dei nipoti".

Era scaramantico? "Eh, sì, eh!"

E quali riti celebrava?

"Facevo le corna e quando i tifosi avversari tentavano di prendermi in giro, io, tieh, facevo a loro le corna! Sì, qualcuno mi vedeva, certo".

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 29 settembre 2013

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