ULTIMA - 21/5/19 - MARCOLINI SCARPA D'ORO, PASSARIELLO SUPER-BOMBER DI TERZA

Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

10/11/13 - INCONTRI RAVVICINATI: CIRO FERRARA

IO NON PRENDO...IN CIRO

Per non dimenticarsi, ha perfino tatuato sull'avambraccio del braccio destro il numero VIII in romano: sono gli scudetti vinti, 2 all'ombra del Vesuvio, con la maglia di quel Napoli che gli ha poi pernesso di conoscere la Juventus, i grandi trofei internazionali, la maglia azzurra, e 6 (uno revocato, quello della stagione 2005-6, in seguito agli scandali di "Calciopoli") con la Vecchia Signora piemontese. Un Ciro Ferrara (Napoli, 11 febbraio 1967) a tutto tondo, carico sempre di quell'ironia soft ed intelligente che ha sempre accompagnato i partenopei a vivere, ad inventarsi ogni giorno la vita, a cavarsela in tutte le situazioni inimmaginabili dell'esistenza. Un cognome, Ferrara, che ricorda tanto la Piamura padana – ha avuto modo di evidenziare qualcuno – e un sangue, un carattere di ragazzo scafato, intelligente, capace di sapersi arrangiare fin da piccolo come sei costretto ad imparare da quelle parti. Un volto, un sorriso, che ricorda meno Totò e Peppino De Filippo, di più il grande Massimo Troisi. Andatosene improvvisamente da questa terra troppo presto, l'attore rerso celebre anche ne "Il Postino", in "Ricomincio da tre". Non tutta in discesa, eh, la sua carriera: a 14 anni è costretto a restare seduto per un certo periodo su una carrozzella perché affetto dalla Sindrome di Osgood-Schlatter, ma, poi, fortunatamente ripresosi perfettamente. Esordisce al "San Paolo" – incredibile fatalità! – con la maglia del suo Napoli, dove è cresciuto calcisticamente, proprio contro quella Juve, con cui qualche stagione più tardi conquisterà tutto quello che c'era da conquistare. Dopo l'addio di Maradona, nel 1991 diventa capitano dei partenopei, dopo aver vinto (1986-87) con gli azzurri scudetto e Coppa Italia. Poi, due secondi posti consecutivi, un altro scudetto all'ombra del Vesuvio (1989-90), trionfo in SuperCoppa contro la Juve, e, precedentemente, la Coppa Uefa (suo primo trofeo internazionale), battendo lo Stoccarda. Con la maglia del Napoli colleziona 323 presenze in 10 stagioni, 28 invece le maglie nelle competizioni europee per club continentali con un gol segnato. Nel 1994 a Torino, sponda bianco e nera, ritrova quel Marcello Lippi che era stato suo mister a Napoli. L'anno dopo è Coppa dei Campioni a spese dell'Ajax di mister Van Gaal, ed è suo il primo rigore trasformato, che spinge la Juve a battere gli olandesi nella lotteria di una gara che non voleva mai terminare. In tutto, totalizza con la maglia bianconera 358 presenze, firmando 15 gol. All'ombra della Mole Antonelliana, conquista 6 scudetti (di cui uno revocato), una Coppa Italia, 4 SuperCoppe italiane, la Coppa dei Campioni già ricordata, una SuperCoppa Uefa, una Coppa Intertoto Uefa e una Coppa Intercontinentale. La sua ultima partita, con la Vecchia Signora, e l'addio definitivo al calcio il 15 maggio 2005, a 38 anni compiuti e dopo aver giocato 49 gare in Nazionale. Tra Napoli e Juve, arrivano a 500 le presenze, è al 12mo posto dei giocatori con più presenze in serie A. Come allenatore, Ferrara diventa il vice del cittì degli azzurri Marcello Lippi e conquista il Mondiale di Germania 2006. Lo è anche, vice, dal 2010 al 2012, quando sulla panchina degli azzurri viene richiamato – al posto di Roberto Donadoni - il trainer viareggino. Ciro Ferrara diventa mister "assoluto" o "in proprio" dell'Under 21 italiana dal 2010 al 2012, poi, nella stagione 2012-13 è alla guida della Sampdoria, nella quale conosce il primo esonero da coach. Terzo, come giocatore, ai Mondiali di Italia 1990, secondo agli Europei di Belgio-Olanda del 2000, oggi è un apprezzato commentatore televisivo.

Quand'è che le è venuta la pelle d'oca, mister?

"Sono stati tanti i momenti, direi tutti quelli che sono coincisi con i successi indimenticabili. Il momento più importante per un calciatore è stato il debutto in serie e per me è stata inaspettata e, quindi, ancor di più bella. La notte prima, come l'ha vissuta? Bene, perché non sapevo di giocare: subentraia l posto di un compagno che s'infortunò, Moreno Ferrario, e quella partita era Napoli-Juventus, al "San Paolo". Nel lontano 5 maggio 1985 significava battere, con il Napoli di Maradona, la grande rivale, la Juve di Platini, e io dopo una ventina di minuti mi ritrovai in campo. Ricordo perfettamente l'attimo in cui il mister, Rino Marchesi, mi chiese di scaldarmi perché avrei dovuto entrare in campo e di marcarmi Boniek. Come debutto niente male, vero?"

Che cos'è che le dà più fastidio, cosa invece riesce ancora a commuoverla nella vita quotidiana?

"Sarebbero tanti gli episodi da censurare, frutto di una male educazione. Così ci sono tante persone che fanno del bene verso i meno fortunati di noi, chi in pubblico, chi in privato. La maleducazione e l'arroganza non è che mi piacciano tanto".

Il gol più importante e quello stilisticamente meglio riuscito?

"Il più importante" risponde subito Ferrara senza tentennamenti "quello di Stoccarad, finale di Coppa Uefa, tra Stoccarda e Napoli e io feci un bellissimo gol; sia come gesto tecnico che come importanza. Però, anche il rigore trasformato nella finalissima di Champion's League a Roma assume una forte valenza. Da un punto di vista stilistico, sceglierei due gol, uno segnato alla Roma, all'"Olimpico", con la maglia del Napoli, nel 1994, con i partenopei: tiro all'incrocio dei pali dal limite dell'area, molto bello, e un altro fatto con la Juve in Juve-Piacenza in rovesciata".

Lei ha vinto tutto o quasi...

"No" ci interrompe Ciro, pregandoci di scrivere: "Tutto, scriva che ho vinto tutto, non quasi tutto!"

Bene, allora, mi dica il suo più grande rammarico, il rimpianto, se ne ha?

"Non ho avuto la fortuna di vincere un Mondiale da calciatore ma di far parte della spedizione azzurra di Germania 2006 e in veste di collaboratore del cittì Marcello Lippi; quindi, in un'altra veste. Ma, credo che non mi manca nulla. Forse, la Coppa delle Coppe mi manca, ma devo riconoscere di essere stato molto fortunato. Dispiaciuto per aver saltato due appuntamenti importanti, come gli Europei del 1996 e i Mondiali del 1998: per due volte, sono dovuto rimanere a casa a causa di due infortuni, uno dei quali mi ha tenuto lontano dai campi per un bell'annetto. Resta il rammarico di non aver dato il contributo in quelle due occasioni, ma gli incidenti fanno parte delk mestiere e bisogna saper ritornare in campo poi più forti di prima. Forse, quei due infortuni, chissà, mi hanno pure allungato la carriera".

Dovesse uscire a cena con Papa Francesco, lo farebbe sorridere con una battuta di Totò, di Peppino De Filippo o con una di Massimo Trosi?

"Trovarmi davanti a Papa Francesco mi susciterebbe una forte emozione, anche se, in occasione del Giubileo del 2000, ho avuto la fortuna di conoscere Papa Wojtyla, ma, Papa Francesco ha un carattere ed origini argentine che conosco molto bene, visto che ho avuto la fortuna di giocare col più grande del secolo, Maradona, argentino come lui. Si somigliano molto con noi napoletani, quindi, sono sicuro e lo intuisco già adesso attraverso la sua ironia, che sia un personaggio di questo stampo e carattere. Credo che abbia la facoltà di mettere ciascuno a proprio agio, col sorriso, e lo metterebbe a proprio agio".

Ma, torniamo, mister, alla domanda che le avevo prima porto...

"Sono più vicino, anche per una questione di età, a Massimo (Troisi) che a Totò che ha fatto la storia del cinema e della nostra comicità. Io ho avuto la fortuna di apprezzare da vivo la sua ironia, la sua auto ironia, e, secondo me, il Papa ne rimarrebbe piacevolmente colpito se gli porgessi qualche battuta di Troisi".

Dove schiererebbe gli ultimi pontefici che lei ha fatto in tempo a conoscere, anche per averli visti in televisione: quelli da quando lei è nato, insomma?

"Wojtyla (sorriso) non in attacco, ma lo farei giocare nella posizione cara a Pirlo, davanti alla difesa".

Mentre Ratzinger – qui la vogliamo sentir rispondere, eh -...

"Un mediano arcigno, un mediano alla tedesca, mentre Papa Francesco lo metterei al numero 10 e per tutta la vita. Non ho mai conosciuto Papa Roncalli, nè Paolo Paolo VI".

Qual è stato l'avversario più duro?

"Di falli ne ho subiti tanti e non voluti, altrimenti avrei fatto una brutta fine per reazioni. Io di falli ne ho commessi qualcuno, ma quello che mi ricordo l'ho fatto, in maniera del tutto casuale, a Figo, nell'ultima partita tra "vecchie glorie" a Madrid. Poi, ne avrò fatto a qualche altro, ma non ricordo e sono certo non in maniera volontaria, voluta".

Il giocatore che le morsicato i calcagni, che l'ha fatto impazzire?

"A mordere i calcagni agli avversari, a dir la verità, sono sempre stato io, nel mio compito difensivo, ma, detto questo, le sembrerà strano, ma anche se non ha fatto grande carriera, è stato Montesano, giocava nell'Udinese, ed era un grande dribblomane. Io ero alla 2^ partita come titolare in A col Napoli, a Udine, dopo il debutto contro la Juventus, e non erano poche le difficoltà per marcarlo. Non essendo dei più noti, ti poteva diventare un ostacolo proprio perché li affrontavi con meno concentrazione, senza prenderli con le giuste molle. Ma, quella domenica in friuli, lui, Montesano mi mise in seria difficoltà".

Una battuta di Platini verso di lei, una di Maradona?

"Platini? Ogni tanto, quando mi capita di rincontrarlo, mi dice "Ciao, Ciro!". Quando lui ha smesso, io avevo ancora una lunga carriera davanti. Maradona? Gli piaceva scherzare con me, gli piaceva prendermi in giro".

Ma, che scherzo lei ha fatto al "Pibe de oro"? Gli ha messo in testa, a Carnevale, un cappello di Totò, il Principe De Curtis?

"No, no, quello no, anche perché si parla delle volte che Diego veniva a fare l'allenamento – altro sorriso che la dice tutta -. Non potevi dirgli niente, fare alcun rimbrotti, anche perché lui difficilmente sbagliava il passaggio o la partita. Adesso che mi fa pensare, ricordo il mio debutto in Nazionale contro Maradona, in una gara amichevole, ed ero molto teso, sapendo che avrei dovuto marcare Diego...".

Due debutti di fuoco per lei: in A contro Platini e in Nazionale contro Maradona, tanto di cappello!

"E' vero. Io ero teso, molto teso, non gli rivolsi quasi la parola, sì, lo salutai prima della partita, ma, poi, per tutta la partita restai molto concentrato; bé, lui mi diceva "Ma, Ciro, stai tranquillo, Ciro, Ciro, non ti preoccupare!"".

Insomma, si invertirono quasi gli atteggiamenti mentali dei due sfidanti...

"Forse – altro bel sorriso di Ciro – Maradona aveva paura che gli rifilassi qualche botta".

Le paure, le inquetudini e le certezze su cui si aggrappa Ciro Ferrara?

"Le paure sono rivolte alla crescita dei miei figli, in modo particolare, le difficoltà di oggi. Non basta trasmettere a loro dei valori, ma bisogna essere anche fortunati affinché loro stessi facciano propri i valori che noi genitori cerchiamo di inculcare a loro. E sperare nella fortuna, che non abbiano nella loro strada incontri spiacevoli. Chiaro che loro debbano farsi le proprie esperienze".

Le certezze?

"Ho basato tutta la mia vita sulle certezze che mi hanno dato i miei genitori, due persone semplici che hanno cresciuto quattro figli. Chiaro, durante la vita, ognuno ha fatto le proprie scelte, ha fatto qualcosa di giusto, qualcosa di sbagliato, ma abbiamo sempre avuto come punti di riferimento mamma e papà, i quali hanno fatto sempre di tutto per tenere legata la famiglia e noi fratelli. E sapersi comportare nei confronti degli altri: con rispetto, con educazione, anche se purtroppo ce n'è sempre meno oggi. A volte entro in contrasto con mio padre perché io sono più duro, mentre lui è più accomodante, più elastico".

La sua è stata un'infanzia normale?

"Sì, un'infanzia normalissima, ma, molto felice. Mia mamma, dovendo badare a 2 scugnizzi, mio padre tecnico ortopedico, con un suo studio portato avanti per anni. Io da piccolo l'ho seguito nella sua professione, poi, ho pensato che fosse meglio fare il calciatore e ho avuto ragione. Ciononostante, ho trascorso un'infanzia tranquilla, in cui i miei genitori non ci hanno mai fatto mancare nulla ed oggi possono essere soddisfatti del lavoro che hanno fatto".

Di che cosa non può fare a meno Ciro Ferrara e se era superstizioso?

"Della musica e del buon mangiare".

Quale piatto, magari, un bel piatto alle vongole, o allo scoglio?

"Alle vongole gli spaghetti mi piacciono. Quelli che fa mia madre. Non ero più di tanto superstizioso in campo ma anche nella vita".

Se lei non avesse fatto il calciatore?

"Quasi sicuramente avrei continuato il lavoro in studio avviato da mio padre, aggiornandomi di continuo e cercando di carpirne tutti i segreti, l'arte, come fare una protesi, un busto, una doccia di gesso. Però, in poco tempo, mi è cambiata la vita, perché a 14 anni ho cominciato ad allenarmi con la squadra della mia città, il Napoli, e a 17-18 anni ero già con la Prima squadra. Mi è cambiato così tutto in fretta, che non ho fatto in tempo a rendermi conto che cosa potevo fare".

L'Aldilà esiste, lei ci crede, come se lo aspetta tra un secolo?

"Eh, eh, bella domanda. Io voglio immaginare che anche di là si possa fare dell'attività fisica, giocare, che ci sia il campionato, che si riproponga tutto quello che abbiamo vissuto in terra, ma, con ritmi più sereni, senza ricorrere ai soldi e agli stress".

Magari, senza più nè vinti nè vincitori...

"Non lo so, perché, sa anche lei, che quando si parla di calcio o di sfide anche lì ci sarebbe da litigare".

L'ultima volta che ha pianto di grande dolore?

"Per la scomparsa di alcuni familiari, ma qualche volta per cose più futili, che facevano parte del mio lavoro, tipo un insuccesso nei secondi finali. Stiamo parlando, ora, di un pianto di rabbia, ovviamente".

Per la morte di Andrea Fortunato? L'ha conosciuto lo sfortunato giocatore juventino falciato dalla leucemia?

"Io, quando scomparve Andrea Fortunato, ero appena arrivato alla Juventus. Ci avevo giocato contro, anche se la morte per la scomparsa di un ragazzo così giovane ingenera in qualsiasi cristiano un dolore immenso, grande. Così come per altre giovani vite in tutti gli altri campi anche civili. Ricordo il dolore per il vuoto lasciato dai miei nonni, ma, poi, dobbiamo abituarci".

Lei, Ciro, allora ci crede in Dio?

"Sì, anche se non sono un grande praticante".

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 7 ottobre 2013

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