ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

16/11/13 - INCONTRI RAVVICINATI: PIERLUIGI MARZORATI

MARZORATI, "L'INGEGNERE VOLANTE"

Ha colpito tutti quelli del suo mondo e non quando, a 54 anni, ha deciso di scendere nuovamente sul lucido parquet per giocare con la casacca del club che lo ha reso famoso, la Pallacanestro Cantù, e con la quale ha vinto tutto quello che c'era da vincere. E, questo, per celebrare i 70 anni di vita del club canturino, conscio anche di essere l'unico nella storia del canestro ad aver militato per 5 decenni in campionati di serie A1, di massima serie. Soprannominato per la sua velocità e rapidità di impostare i ficcanti, devastanti contropiedi "l'ingegnere volante", Pierluigi Marzorati, dal 26 luglio 2010 Presidente del Coni della Lombardia (che conta 800 mila affiliati), è stato il capitano plurimedagliato, pluridecorato della Pallacanestro Cantù, dopo essere partito dall'oratorio San Michele della stessa cittadina brianzola, provincia di Como, dove è nato il 12 settembre 1952. Ricco il suo "palmares": 2 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 4 Coppe Korac, 2 Coppe Intercontinentali, 4 Coppe delle Coppe. Detiene il record di maglie con la Nazionale Maggiore italiana per aver giocato nel periodo tra il 1971 e il 1986, totalizzando 278 presenze per 2209 punti messi a segno. Ha militato nei canturini dal 1969 al 1991, totalizzando 693 presenze e cogliendo 8659 punti. Dal 1991 al 1996 è stato vice-presidente della Pallacanestro Cantù, laureandosi il più anziano cestista mai sceso in campo. Ingegnere civile, esperto nella progettazione di impianti civili e sportivi, due figli, sempre in veste di atleta, questa volta azzurro, ha conquistato 3 bronzi agli Europei (Germania Ovest 1971, ex Jugoslavia 1975 e nuovamente Germania Ovest 1985) e un oro a Nantes in Francia 1983. Argento, invece, alle Olimpiadi di Mosca 1980, quelle disertate dagli atleti Usa a causa della Guerra Fredda tra la vecchia Unione Sovietica e gli Stati Uniti d'America. Bronzo anche agli Europei 1970, con gli azzurri dell'Under 18, svoltisi in Grecia. E, sempre con la casacca n.14 sulla spalle, il numero indossato e preferito dal più volte "pallone d'oro", l'asso olandese Johan Cruijff. Per tre volte, esattamente, il capitano dell'"Ajax dei sogni", alla pari di Michel Platini e di Marco Van Basten.

Ingegner Marzorati, quand'è che le è venuta per la prima volta la pelle d'oca?

"La prima volta che ho messo la maglia azzurra; che è stato l'inizio di 278 partite, che è il record tutt'ora ancora imbattuto e che sarà imbattibile perché oggi l'attività della Nazionale è ridotta rispetto a una volta, quando si disputavano 25-30 partite all'anno, ora, invece, quando ti va bene una quindicina".

Cos'è che non ha vinto?

"Lo sport mi ha insegnato che non è la medaglia che conta, perché il record nello sport è fatto per batterlo. Le medaglie sono una conseguenza della mentalità vincente. Il più grande rammarico è stata la mancata qualificazione, alle Olimpiadi di Montreal, quando al termine del primo tempo eravamo avanti di 20 punti nei confronti della Jugoslavia, e poi siamo riusciti a perderla, giocando un secondo tempo da sciagurati. E che avrebbe potuto significare medaglia sicura, visto che avevamo già sconfitto il Canada, e una medaglia di bronzo alle Olimpiadi con moloch come Usa, Russia e Jugoslavia, avrebbe voluto significare un grande successo di squadra".

Qual era il cestista più forte a livello mondiale e continentale?

"A livello mondiale, ho avuto il piacere di giocare contro Michael Jordan, per anni l'icona dello sport americano, e ci ho giocato contro due volte e giocarci contro è stata un'emozione che è valsa una carriera. A livello continentale, ne cito due-tre: Juanito Corbalan, che è stato playmaker della Spagna dei miei tempi, Jeroslav Eremin, playmaker della Russia e Drazen Petrovic, playmaker della Jugoslavia. In tempi diversi, in Italia, direi Ossola, Iellini e Carlo Caglieris. Meneghin, l nostro pesce-pilota come lo definiva Coach Sandro Gamba, punto di riferimento per tutta la squadra nazionale, mio avversario a Varese e a Milano, è stato il numero uno in assoluto nella storia del basket italiano, poi, Iellini, Masini, Villalta, Antonello Riva, Romeo Sacchetti (attualmente è un grande allenatore a Sassari): prima le avevo fatto i nomi di giocatori italiani ed esteri del mio stesso ruolo. La mia concezione è che nello sport ci sono avversari, non nemici da battere, perché poi ci trovavamo assieme a competere in Nazionale".

Se io le dico Praja Dalipagic?

"E' un amico, abbiamo giocato assieme con la Selezione Europea, è stato uno dei grandi con Kresimir Ciosic. Era, con Kicanovic, un punto di forza del Partizan di Belgrado, che non solo hanno furoreggiato per diversi anni in Jugoslavia ma anche a livello di Coppa dei Campioni per clubs e ha giocato anche in Italia. Praja, dirigente serbo (il presidente è un altro grande del basket, Vlade Divac) ha giocato anche a Venezia, parla benissimo l'italiano, ha giocato con una grande dell'NBA americana".

Quali sono le certezze cui lei si aggrappa e quali invece le paure quotidiane?

"Le certezze è che i qualità di Presidente del Coni lombardo, abbiamo qualcosa come 850 mila affiliati, che rappresentano qualcosa in più di una certezza. Lo sport pur in un momento in difficoltà è una disciplina che ancora costa di meno rispetto agli altri divertimenti. Paure no, ma la preoccupazione è il diffuso malcostume che essere professionisti è solo in funzione del salario e non una vera opportunità di crescita di mentalità professionale da trasferire anche nella vita extrasportiva. Per questo a me piace più parlare di professionalità, non di professionismo".

Le preoccupazioni in generale, oltre lo sport, nella vita civile?

"Come dicevo paure, in genere, non ne ho perché lo sport mi ha insegnato a combatterle, affrontando i problemi a viso aperto. Ho due figli e il desiderio è che facciano il più possibile sport e che stiano bene di salute. Bisogna consigliar loro che tutto non è dovuto, ma bisogna conquistarselo. Lo sport è l'unica esperienza di vita che ti insegna a essere determinato, leale, a ottenere soddisfazioni attraverso la fatica, il sudore, gli allenamenti continui".

Cos'è che le dà più fastidio, cosa la riesce ancora a colpire, a commuoverla?

"La cosa che mi dà più fastidio è la gente che ha la doppia faccia, che non è leale, l'ipocrisia. E non riesco ad accettare queste persone, e non essendo io un personaggio politico, non ci impiego molto a mandare a quel paese gli ipocriti. Mi colpisce molto quando riesco attraverso lo sport dare una mano a persone in difficoltà: grandi soddisfazioni che solo a ricordarle mi fanno venire la pelle d’oca. Non ci vogliono i soldi, basta anche un gesto per far felice una persona".

Lei crede in Dio, l'Aldilà esiste?

"Sono cattolico, io credo, credo nell'Aldilà. Mio padre è mancato dieci anni fa e questo è il dolore più grande che fino ad ora ho provato. Mia mamma è ancora viva, ha 90 anni, gode di ottima salute". Spero che quando passerò a nuova vita possa incontrarli ancora .

Come se l'immagina l'Aldilà?

"Non rinnego l'opera e la tripartizione dantesca, nè immagino in maniera drastica che i cattivi arderanno nel fuoco, perché non ci saranno più i corpi e l'anima non puoi mica bruciarla. E, non credo che lassù ci sia San Pietro che organizzi a tutto spiano partite di basket. Immagino un'Aldilà che premierà chi ha fatto bene, ma, che non castigherà in maniera crudele, drastica chi ha sbagliato. Perché bisogna sempre vedere cosa c'è dietro la vita di ogni uomo, la sua buona o cattiva educazione, altre cose. Le parole di Papa Francesco circa il perdono che può esserci di qua, non solo di là. Di là, secondo me, ci sarà la possibilità di fare penitenza e di salire a livello superiore e di guadagnare una dignità anche dopo questa vita terrena".

Quand'è che saremo veramente liberi e se esiste la giustizia sulla terra?

"La giustizia? Esiste eccome, peccato che spesso la facciano applicare e rispettare da certi tipi di uomini, non persone al di sopra di ogni interesse La libertà esiste quando una persona non fa quello che vuole, ma nell'ambito delle regole riesce a fare quello che più gli piace, lo soddisfa, lo motiva. Il grande vantaggio di chi fa lo sport come atleta, allenatore o dirigente è di utilizzare il verbo aver piacere di fare una cosa e non dover fare una cosa. Il dovere è un obbligo e quindi un fattore negativo, aver piacere è un'opportunità e quindi un fattore positivo".

Qual è stato il canestro più bello di atleta e di uomo, ingegnere?

"Direi l'ultimo tiro, della prima partita degli Europei di Nantes, nella partita di esordio a Limoges contro la Spagna, che dopo aver ballonzolato, danzando sul ferro tre-quattro volte, alla fine è entrato e ci ha permesso di vincere la partita, a cambiare il morale della squadra fino a portarci al trionfo europeo. I canestri più belli della mia vita i miei due figli, mia moglie e quello più bello spero sia quello che mi aspetto di fare domani".

Le sue origini?

"Non borghesi: mio padre faceva il posatore d'opera di pavimenti, mia madre faceva la casalinga, ho una sorella maggiore di quattro anni".

Il suo motto?

"Poter scegliere nella vita la cosa che più ti piace fare e soprattutto con lealtà".

Che ruolo sta ricoprendo nella vita?

"Da atleta ero playmaker, nella vita cerco di applicare lo stesso concetto, direi una sorta di coordinatore, il collettore. Non prendo mai decisioni perché non sono un leader, ma mi riesce bene fare il coordinatore, il capitano esecutore".

Dove schiererebbe, fosse coach di una ipotetica Nazionale di basket (o di calcio) degli ultimi pontefici?

"Papa Francesco come coach bravissimo nell’impostare il gioco partendo dalla difesa e che in attacco sfrutta il contropiede. In difesa perché deve difendersi da certe croste depositatesi e che per mille motivi non si vogliono sbloccare, da certi dogmi, e lui li sta demolendo; sta agendo come Wojtyla vent'anni fa a Berlino. Wojtyla? Lo incontrai una volta allo stadio "Olimpico", nell'ambito del Giubileo del 2000, e lui mi disse che lo sport è un'ottima opportunità per i giovani per dare un valore all'amicizia. Giovanni Paolo II lo metterei a Capo del Comitato Olimpico del Coni, perché è una persona di ferro, in grado di fare capire una meta da raggiungere con determinazione e nel rispetto delle regole".

Il papa emerito Joseph Ratzinger invece?

"Lo metterei alla Presidenza della Federazione del Golf: aristocratico, un papa che a mio parere non ha capito i grandi valori umani della chiesa. Paolo VI? Papa Montini mi ha cresimato, era un personaggio molto ansioso, lo metterei in una Federazione di tiro al volo, uno sport dove c'è bisogno di concentrazione, di rilassamento, di precisione per scrollarsi di dosso tutte le ansie che si è portato dietro nella sua vita. Papa Roncalli nell'atletica, perché è la regina, è lo sport più genuino, la madre di tutti gli sport, che accoglie tutti. Come faceva il "Papa buono", Angelo Roncalli".

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 9 novembre 2013












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