ULTIMA - 24/5/19 - FABIO BRUTTI (CALDIERO): "LA ROSA NON SARA' STRAVOLTA"

Per il giovane direttore generale del Calcio Caldiero Terme, l'ex portiere Fabio Brutti, al suo 7° anno consecutivo nel direttivo team giallo-verde termale, la società del presidente Filippo Berti è in continua crescita di gioco e risultati: "Sono contentissimo" ci confida Brutti "di come abbiamo giocato quest'anno, facendo
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INCONTRI VIP'S

25/8/07 - INCONTRI RAVVICINATI: MARCELLO LIPPI...

MARCELLO LIPPI: "QUESTIONE DI CUORE!"

Prosegue sul nostro sito www.pianeta-calcio.it la serie di interviste tenute dal nostro direttore Andrea Nocini a personaggi famosi del mondo dello sport italiano.

Lunedì 13 marzo 2006, presso il “Park Hotel Paradiso” in Peschiera del Garda (Vr), si è tenuto un incontro organizzato dall’Aiac di Verona e del Veneto presieduta da Luciano Semenzato (vice e segreatario l'altro veronese Silvano Vighini) con il commissario tecnico della Nazionale italiana di calcio, Marcello Lippi.

Un'occasione imperdibile per il nostro direttore, Andrea Nocini, il quale l’ha naturalmente sfruttata per avvicinare il cittì azzurro in una delle sue celebri, particolari interviste.

Un incontro, questo, che, al di là della sua effettiva durata (comunque non proprio breve: 18 minuti), deve aver coinvolto particolarmente il nostro direttore, se è vero che egli si è praticamente “isolato” dalla nostra stessa redazione per tutto il giorno: cellulari irraggiungibili (i suoi) e imprecazioni inscrivibili (le nostre) nell’arco dell’intero lunedì, ma, al nostro vulcanico direttore, soprattutto in un’occasione importante come questa, certe “stravaganze” le perdoniamo, dài!

Nocini parte “in medias res”, come sempre, dopo aver ottenuto dai dirigenti Aiac che l'intervista per motivi strettamente personali (stesura del libro “Piccoli e grandi dialoghi di Sport”, in tutte le edicole d'Italia lunedì 30 ottobre 2006) avvenisse a porte chiuse, lontano dai rumori di sottofondo e separata dalle domande dei suoi colleghi: "Partiamo dalla multietnicità dell’Inter" - chiede Nocini per prima cosa a Marcello Lippi - "che, magari, toglie forse qualcosa della specificità del suo ruolo..." "Mah" - risponde il coach azzurro, che alla stessa domanda aveva chiesto di sospendere l'intervista perchè si lambiva (contro gli accordi presi) il tema della Nazionale e facendo riprendere dal gelo della mancata chiacchierata il nostro direttore, dicendogli che il suo era uno scherzo per vedere la reazione stessa del Nocini e metterlo così in amichevole e innocuo contropiede - "toglie relativamente, se vogliamo... Intanto, l’Inter non fa altro che fare quello che le è permesso dalle leggi attuali. Credo che ci sia la voglia di un movimento diverso e, nel futuro, ci sarà la necessità per ogni squadra, credo, di diminuire al 50% il numero degli stranieri che fanno parte di una “rosa”, anche se ci vorrà del tempo... L’Inter non fa altro che fare quello che le è permesso dalla legge, se le scelte sono quelle lì, ed io naturalmente vado a pescare da altre parti e non a Milano, se non in minima parte. Questo non significa che non debbano nascere dei calciatori bravi in Italia...ci sono, vanno cercati da altre parti, come abbiamo fatto noi negli ultimi due anni, in realtà magari di seconda fascia, che non è bello da dire però è la maniera migliore per farvi capire...squadre come Palermo, Sampdoria, Udinese dell’anno scorso. Squadre che non facevano le Coppe, però, hanno “sfornato” e fornito alla Nazionale giocatori italiani molto validi e molto importanti che, ancora adesso con la dovuta esperienza, si sono rivelati importanti. Vediamo...se il futuro offrirà squadre con un maggior numero di italiani. Certamente, io ne trarrò grande beneficio."

"Se è vero che la Juve, l’Inter, il Milan, e le altre società blasonate della serie A sono delle aziende" - domanda, poi, Nocini - "secondo lei, cosa deve essere, cosa deve rappresentare il cittì della Nazionale? Un altro gestore di un'azienda ancor più grande?"

"No" - replica Lippi, con la sua nota voce calma e rilassante - "La Nazionale è la squadra di tutti, di tutta l’Italia, di tutti gli Italiani. Non è un’azienda. O meglio, è un’azienda perché produce comunque cose importanti: nell’ambito della Federazione, che coinvolge tutto il settore, c’è una squadra che è l’Italia e che cerca di difendere il nome del calcio italiano in tutto il mondo e in tutta Europa. Il cittì della Nazionale italiana è un selezionatore, nel momento in cui deve fare delle selezioni e valutare il valore del calcio italiano, ed è anche un allenatore: a me piace sentirmi allenatore, io mi sento allenatore quando sto una settimana, dieci giorni (o quaranta, come mi auguro per il prossimo Mondiale!) con la squadra, quattro-cinque ore al giorno sul campo. Sono selezionatore, invece, quando vedo la televisione e devo chiamare i giocatori. Secondo me, è un ruolo bellissimo, importantissimo, perché deve dimostrare che nel calcio italiano ci sono tanti giocatori importanti, bravi, e soprattutto noi abbiamo avuto anche un altro obiettivo, in questo mio biennio di lavoro: dimostrare alla gente che non è vero che il calciatore italiano non ama molto la Nazionale. Il giocatore italiano ama moltissimo la Nazionale, la ama alla pari dei brasiliani e dei sudamericani: la ama molto, ma, molto di più di quanto la gente possa pensare."

"Noi dilettanti" - eccolo, il momento-chiave: il passaggio, la “dantesca discesa” dal mondo professionistico a quello dilettantistico - "che rappresentiamo una radio e un sito veneti – e lei lo sa che il Veneto è il secondo “serbatoio”, “polmone” in Italia dopo la Lombardia – siamo utili? Li segue, ci segue, si interessa?" "Sì" - conferma il 29° cittì azzurro nonché mister della seconda, storica Coppa Campioni juventina - "li seguo, per quanto li possa seguire! Per esempio – le faccio un semplice e banale riferimento – il Viareggio, che quest’anno è in Eccellenza ed è avanti di cinque punti sulle altre, l’ho visto una volta soltanto perché una volta soltanto ha giocato di sabato, alle tre. Giocando di domenica, invece, io non posso mai andarlo a vedere. Comunque, il calcio dilettantistico lo seguo, ho tanti amici... Mi pare di capire, però, che ci sia un pochino di “fuga dal calcio dilettantistico”, magari non da serie D, Eccellenza o Promozione, ma dalle Seconde e Terze categorie...; si “scappa” per andare a giocare nell’ARCI, nel CSI, negli Amatori o negli altri sport alternativi... La causa maggiore dell’abbandono o del ridimensionamento del numero dei frequentatori del calcio non è tanto dipeso dal calcio che non ha più il suo fascino, ma è dipeso poi dalla grandissima offerta di altre discipline sportive e dalla possibilità e varietà di divertimento per i ragazzi, probabilmente. Dieci-quindici anni fa, i bambini di dieci anni avevano le figurine dei calciatori Panini, adesso, invece, hanno quelle del wrestling!"

"Io ho un ricordo particolare di lei, mister" - introduce il nostro direttore, con tono dolce e sommesso - "Lei è sempre stato un “signore”, come lo è adesso che è un personaggio celebre... Quando allenava la Sampdoria, un sabato pomeriggio piovoso all'antistadio “Bentegodi” la incontrai mentre stava salendo a bordo di un pullman che era mezzo scassato targato Genova; allenava – non vorrei sbagliarmi o la Berretti o la Primavera della Sampdoria. Lei mi pare - se non vado errato - avesse la “covata” dei ’62/’63/’64, e venne a Verona... Mi colpì la sua dolcezza, la sua premura di proteggermi con il suo ombrello affinchè io potessi sostenere l'intervista e il block notes non s'annacquasse: pioveva a dirotto, io avevo un ombrello sbertucciato e una vespa sgangherata come il pullmino della Samp..." "All’antistadio..." - ricorda Lippi. Del nostro direttore fai fatica a dimenticarti! - "Esatto!" - prosegue rincuorato dall'assenso Nocini - "e lei fu gentile, si mostrò quel gentleman che è sempre stato nella vita (la Juventus non s’era mai sbagliata quando gli Agnelli la chiamarono) e mi raccontò di quando, proprio dopo esser stato contattato dalla Juve, nel ‘91, si recò sulla tomba del suo babbo, socialista, e disse: “Babbo” - perché nella Toscana di Collodi, di Geppetto e di Pinocchio si dice “babbo”, e mio padre era romagnolo e si dice ancora così, nel senso affettivo massimo della parola in queste due regioni d'Italia – “guarda che questa carta qui, tu devi lasciarmela giocare, eh!”..."

Il ritorno di un argomento tanto caro ad Andrea Nocini, vale a dire “babbo Sinibaldo”, è un dolcissimo sentiero per arrivare a toccare i sentimenti di Marcello Lippi, e pizzicarne le corde del cuore: "Sì, sì, è vero" - ripete due-tre volte il mister viareggino, toccato nel profondo - "Sa, ognuno ha il suo carattere...io son sempre stato così, son sempre stato disponibile, non so se per gentilezza o altro... Io sono sempre stato gentile, cordiale e disponibile per tutti: chissà come mai, quando sono arrivato alla Juventus, sono cominciato a diventare arrogante e presuntuoso..." "Perché chi vince è sempre antipatico, mister..." - suggerisce Nocini - "Probabilmente è così. Fino che ero al Napoli, Atalanta, Cesena, tutti dicevano “toscano, simpatico, disponibile, gentile”... Poi, sono andato alla Juventus e sono diventato arrogante e presuntuoso! E, poi, fatto sta che la totalità delle persone che mi conosce, il 100%, quando mi conosce mi dice “ma sa che io non pensavo che lei fosse così, è totalmente diversa da come la credevo”... E’ vero, mio padre era un vecchio socialista..." "Ha fatto di tutto" - ricorda Nocini - "pasticciere, muratore..." "Sì, un sacco di lavori, con grandissima dignità e con poca fortuna... Però, non ci ha mai fatto mancar niente, ci siamo sempre sentiti importanti al pari degli altri che erano più ricchi di noi. E, perciò, lo ringrazio sempre, e ho sempre ringraziato sia lui che mia mamma..." "Come si chiamavano?" - domanda il nostro direttore - "Salvatore, mio papà, mentre mia mamma è ancora viva e si chiama Adele. Mio padre era un vecchio socialista che odiava il potere; e la Juventus ovviamente rappresentava il potere. Quindi, lui la criticava sempre... E io, quando andai alla Juventus (lui era già morto da tre anni), andai sulla tomba e dissi “Mi dispiace, io vado alla Juventus...tu da lassù capirai che è una carta che mi devo giocare!”"

"E’ un Lippi romantico, a cui piace moltissimo il mare" - il nostro direttore cavalca morbidamente l’onda del sentimentalismo - "è un Lippi che stravede, come ogni nonno buono, per il nipotino Lorenzo di 5 anni... Stefania, sua figlia, ha detto “A me piace ricordare il mio babbo quando si era messo Lorenzino a cavalcioni e a gattonare nella hall di un albergo, durante un ritiro della Juventus...Il mio babbo non era più lui! E’ forse il babbo che ho sempre voluto: onesto, bravo e che dà sicurezza alle donne!”"

"Eh, i nipotini!" - sospira Lippi - "Chi è nonno me l’ha sempre detto, i miei amici me lo dicevano: “vedrai che, quando ti nascerà un nipotino, perdi completamente la testa; è una gioia indescrivibile, è un amore nettamente diverso e più grande di quello per i figli...” ed infatti è proprio così! Infatti, ogni volta che vado a Roma, dove vive mia figlia, quando Lorenzo mi vede, mi viene sempre incontro e mi metto a giocare con lui... Sono momenti bellissimi, ma, purtroppo, lo vedo poco perché lui vive a Roma."

"A molti, juventini ed anti-juventini" - Nocini ed il suo ospite di lusso (Nocini, a tal proposito, continua a dire che è un'impresa epocale e titanica intervistare un cittì della Nazionale a due mesi di distanza dai Mondiali; è come avvicinare – ha per giorni ripetuto - un cardinale prima che entri in conclave! Proseguono, indisturbati e come due amici che si conoscono non da 10 minuti ma da anni, il loro giro sull’ottovolante dei sentimenti e dei ricordi, continuano a provare dribbling, tackle sul passato) - "sono rimaste davvero impresse le sue lacrime durante il giro di campo al gremitissimo “Delle Alpi” di Torino, coi suoi ragazzi che la salutavano e la applaudivano... Ma, il Lippi che si è commosso è un Lippi, mi sembra, maturo, ma anche con un grande cuore..."

"Beh..." - la risposta del selezionatore azzurro è concisa, ma sentita - "credo che stare dieci anni in una società, abbracciarsi tutti i giorni, vincere tutto quello che abbiamo vinto noi (non c’è bisogno di elencare, ogni anno vincevamo una o due cose...), vivere esperienze così fantastiche, stimare le persone così come le ho stimate io e come mi sentivo stimato...starci dieci anni...non ti puoi non commuovere quando saluti tutti!"

In seguito, il nostro direttore cambia argomento: "La Nazionale preferita di Lippi, tra quelle di tutti i tempi..." "La Nazionale del ’78 è quella che giocava meglio" - sceglie il cittì azzurro - "però, quella che ci ha fatto sognare è stata quella dell’82...quando ha vinto con Brasile e Argentina, aveva già vinto il campionato del mondo; chi altro l’avesse incontrata sarebbe stato battuto... E quello era un blocco granitico, molto forte psicologicamente, umanamente, qualitativamente, e con un grande personaggio che era Enzo Bearzot."

Altra pagina: "I suoi miti calcistici..." - introduce Nocini - "Qual è, secondo lei, il giocatore più forte di tutti i tempi secondo Marcello Lippi?"

"Le dico..." - riflette Lippi - "dei miei tempi, dei primi anni che giocavo anch’io, io ero innamorato di Rivera: Gianni Rivera era un calciatore fantastico. Non era l’unico, però, era quello che a me piaceva di più... Poi, chiaro, Mazzola, Riva, tutta quella gente lì...ma un po’ dopo. E poi, dopo, io non vado a toccare Pelè o Maradona, perché sarebbe troppo facile... Io dico che il più grande calciatore del periodo mio, e che ho allenato, è Zinedine Zidane. In assoluto, il più bravo di tutti. Noi abbiamo avuto la fortuna di lavorarci assieme, di allenarci assieme a lui: c’era quello che faceva in partita, quello che ha visto la gente, e poi c’era quello che faceva in allenamento...noi ci fermavamo e ci mettevamo a ridere, tanto che era bravo e spettacolare!" "Pensi che il cardinal Ersilio Tonini" - aggiunge Nocini - "in direttissima con noi, il 6 gennaio 2002, ha detto “Ho goduto molto per la gioia di Zidane, per quel suo abbraccio “ecumenico” esteso a tutto il mondo dopo il gol che fruttò, mi sembra, la conquista degli Europei alla Francia, e realizzato dallo stesso nazionale dei transalpini; lui che è franco-algerino”.

E, sempre a proposito di “Zizu”, lei, Lippi, mi ha confessato, quel lunedì 23 aprile 2001 - ospite della Sez. Aiac di Vicenza – che una sera lo scoprì giocare a calcio nei quartieri-bronx degli algerini..." "E’ vero, è vero" - conferma l’allenatore della Nazionale - "Io tornai a casa alle undici di sera, dopo essere andato al ristorante, lo trovai che giocava a pallone con gli amici algerini per strada. Mi fermò e mi disse “Sa, mister, sono miei amici, siamo cresciuti insieme, li faccio felici...” Per dire che persona era, che persona tutt'ora è..."

Il ricordo di un altro giocatore di quegli anni, marchiato a fuoco nel cuore dei tifosi bianconeri: "Il suo rapporto con Gianluca Vialli..." "Ho avuto un ottimo rapporto con lui" - premette il mister - "Non è vero come dice lei, dottor Nocini, che Vialli mi deve dire grazie; io ho sempre detto che ho dato una grande mano a lui e lui ha dato una grande mano a me. E’ stata una collaborazione reciproca e importante, di grande stima. Un personaggio fantastico, una persona capace di coinvolgere e di sfruttare al massimo le risorse di tutte le persone che gli gravitano intorno. Qualunque cosa farà nella vita, la farà bene."

"Lei ha giocato nella Samp tra A (molta) e B (poca) per quasi una decina di stagioni e per tutti gli anni Settanta, con una breve parentesi nel Savona e un finale nella Pistoiese" - continua il nostro direttore - "contro il mitico Hellas Verona di Garonzi, Luppi, Zigoni, Mascetti; elegante in campo e fuori dal campo questi, come era lei quando nella Doria giocava libero definito dalla critica di allora “saggio e razionale” ... Un suo ricordo, un suo anneddoto relativo a un Verona-Sampdoria?" "Quella partita non la giocai!" - svela Lippi - "Di Verona, però, ho ricordi bellissimi, primo fra tutti una persona fantastica, che è Osvaldo Bagnoli, che ho apprezzato tantissimo e ho conosciuto professionalmente. Poi, l’ho affrontato anche come allenatore, al mio esordio da allenatore in serie A... Mi ricordo che abbiamo avuto la fortuna di vincere due partite col Verona: una vincemmo 2-0 qua, con gol di Turchetta e Agostini, e poi vincemmo la partita-spareggio, l’ultima di campionato, Cesena-Verona 1-0 con gol di Agostini, e lui era l’allenatore, e ci salvammo. Lui è stato un grandissimo, è stato veramente un punto di riferimento preciso, come esempio da imitare, uno dei pochi. Il Verona l’ho vissuto in quelle situazioni lì, ecco, non in molte altre. Poi, ricordo una bella vittoria, quando giocavo nella Pistoiese, in serie B...anche lì vincemmo due partite, una a Pistoia e una qui a Verona... Diciamo che è un campo che mi porta bene, via, il “Bentegodi”!"

"Che idea si è fatto, mister" - stesso argomento - "come commissario tecnico, del Verona dalla grande e lunga storia (lo scudetto conquistato dall'Hellas con Osvaldo Bagnoli è il vero e unico scudetto conquistato da una provinciale italiana; non accostiamolo – per carità – a quello vinto nel 1969-70 dal Cagliari, perchè quella volta vinse non solo un capoluogo di regione, ma un'intera isola, la Sardegna tutta). E del Chievo, che è in serie A, cosa pensa, che idea si è fatto?"

"Che sono realtà" - dichiara Lippi - "che nella storia di una città accadono, e vanno vissute con grande gioia, per quanto riguarda il Chievo, e con grande apprezzamento per la capacità professionale e l’intelligenza, con grande amore... Si è riusciti a creare una realtà così importante dal niente, praticamente. E, con altrettanta serenità, bisogna accettare i momenti meno felici, quando possono capitare alla città, e ad una società importante come il Verona."

L’ultima domanda, infine, è immancabilmente “nociniana”: "Mister, quand’è che si è commosso l’ultima volta per un fatto calcistico?" "Io mi commuovo molto spesso" - ammette Lippi - "quando vedo la televisione e lo sport e vedo vincere... Quando vedo che qualcuno vince e si commuove mi commuovo anch’io, perché so che cosa c’è dietro una vittoria, quanti sacrifici ci sono, quante rinunce, quanta voglia di allenarsi...quanta “roba” c’è dietro alla vittoria. E, allora, siccome l’ ho passata anch’io, mi commuovo anch’io." "Col cuore si vince sempre?" è l'ultima domanda-razzo strappata dal nostro direttore mentre Marcello Lippi si è alzato dal tavolo per accogliere la folla di giornalisti che sta inondando la stanzetta della conferenza; folla stanca di pazientare davanti alla stanzetta blindata – sorvegliata dalle forze dell'ordine per garantire il sereno confezionamento dell'intervista “dolce” (non si è toccata né lambita minimamente – come concordato – la Nazionale odierna, in quanto la chiacchierata, rivisitata da noi collaboratori del sito, confluirà assieme agli altri “Incontri ravvicinati” nel libro “Piccoli e grandi dialoghi di sport” che Nocini presenterà alla stampa lunedì 30 ottobre 2006, in occasione del 3° anniversario della morte di “babbo Sinibaldo”.

"Certo" chiude, ringrazia e saluta con un largo sorriso che la dice tutta Marcello Lippi, prima di riaccomodarsi, e di sottoporsi nuovamente alle domande di altri colleghi della tivù e della carta stampata, veronesi, veneti e lombardi.

E, allora, mister, agli ormai prossimi Mondiali di Germania, lo dica bene ai suoi, ai nostri ragazzi, di giocare col cuore.

Luca Corradi 16.03.2006 ore 13.59












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