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E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

2/12/13 - INCONTRI RAVVICINATI: CARD. JORGE MARIA MEJIA

JORGE MARIA MEJIA, UNA "ROCCIA" DELLA PALLA OVALE

Alla vigilia dei 91 anni, il cardinale Jorge Maria Mejia – nato a Buenos Aires il 31 gennaio 1923 – sfodera una memoria lucida, impressionante perché ricca di particolari. Il porporato argentino non ci nasconde che anche dopo l'elezione Papa Francesco lo chiama al telefono per qualche breve chiacchierata, per un saluto o per un consiglio. Il Santo Padre era accorso subito al "Gemelli" per essere vicino al presule sudamericano quando poco dopo il conclave era stato ricoverato in ospedale per sospetto infarto.
Amante del rugby, il cardinale Mejia ha dedicato la sua vita allo studio delle lingue e dei libri. Secondo di cinque fratelli maschi, raggiunge Roma sacerdote 22enne nel 1946, quando nella Capitale – racconta – scarseggiavano il sale, lo zucchero, il gas. Pioniere del dialogo con gli ebrei in Argentina, profondo conoscitore della cultura giudaica, fraterno amico di Henri de Lubac e soprattutto testimone – in veste di perito - del Concilio Vaticano II, indetto da Papa Giovanni XXIII, alla fine del 1962. Ed è in quell'assise ecumenica che Mejia conosce il futuro Papa Benedetto XVI, il teologo bavarese Joseph Ratzinger, e il futuro Papa Giovanni Paolo II. Viene proclamato vescovo l'8 marzo 1986, nel 1998 diventa Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Il 5 marzo 1994 Papa Giovanni Paolo II lo nomina Segretario della Congregazione per i Vescovi, elevandolo poi alla dignità arcivescovile. Conosce perfettamente l'italiano, lo spagnolo, il francese, l'inglese, le lingue bibliche ed alcune lingue orientali. Il 21 febbraio 2001, a 78 anni, viene creato e pubblicato cardinale da Papa Giovanni Paolo II, Diacono di San Girolamo della carità.

Senta, Eminenza, quand'è che si è commosso di grande gioia?

"Esattamente 68 anni fa, quando sono stato ordinato sacerdote, all'età di 22 anni e con licenza speciale perché in quel periodo l'età minima per poter diventare sacerdote erano 24 (oggi, invece, 25). Io avevo finito Teologia e ho chiesto l'ordinazione, e, dopo alcuni dubbi, l'arcivescovo di quel tempo di Buenos Aires – predecessore di Papa Francesco – mi ammise all'ordinazione".

Lei è nato il giorno di San Giovanni Bosco, il 31 di gennaio...

"Ma, allora non era ancora stato fatto santo (solo nel 1934), era solo beato, ma mia madre e mia madre erano devoti ai salesiani, erano cooperatori salesiani in Patagonia, regione che oggi è migliore di allora. Provengo da una famiglia con 5 figli tutti maschi, di cui solamente due ancora al mondo, io e il mio fratello più giovane. Sono arrivato a Roma nel 1946 e mancava, a causa delle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale, mancavano i beni primari, quali lo zucchero, il combustibile, già non c'era il gran traffico di adesso (e questo era il lato positivo), non c'erano le macchine, ma neanche il riscaldamento. I miei primi due anni li ho vissuti alla Chiesa Argentina, a Piazza Quadrata, cioè a Piazza Buenos Aires, senza riscaldamento".

Lei, Eminenza, ha avuto la fortuna di conoscere ben 6 pontefici: ci regala un ricordo di ognuno?

"La persona che contava in quest'Europa, e forse anche nel mondo, era Papa Pio XII".

Che ricordo ha di Papa Eugenio Pacelli?

"Ho avuto un'occasione di essere con lui in udienza privata, giovane come ero. Mio primo cugino in quel momento era diplomatico ed era quello incaricato dal Governo argentino a visitare l'Ambasciata, compresa quella della Santa Sede. E lui aveva fatto sapere a Sua Santità che voleva anche me all'udienza pontificia. Pacelli ha parlato con mio cugino con grande libertà. Ed espresse tutta la sua preoccupazione, inquietudine, compassione, dolore per la mancanza di cibo e la situazione in Argentina. Poi, ho visto gli ebrei in Piazza San Pietro ringraziare Papa Pacelli per quello che aveva fatto per loro durante la guerra. Una persona saliva con due, tre sulla colonna e lui li benediceva. Mi ricordo della sua morte e della sua sepoltura: fu una manifestazione simile a quella che accompagnò nell'ultimo viaggio Giovanni Paolo II".

Di Papa Roncalli, invece, che ricordo serba?

"Quando aveva inaugurato il Concilio – io ero un esperto – non riuscii a redermi conte come riusciì ad arrivare alla fine della lunghissima cerimonia di inaugurazione del Concilio, dopo un notevole ed estenuante per lui discorso, perché era già molto malato, e morì pochi mesi dopo".

Paolo VI?

"Fui ammesso da lui durante il Concilio più volte assieme agli altri esperti. Donò a ciascuno di noi una bella edizione del "Nuovo Testamento", con una bella rilegatura, e, quando arrivai davanti al mio arcivescovo che era in Concilio – il cardinale Juan Carlos Aramburu – ha messo la mia mano dentro quella del cardinale e mi ha detto "Tenga presente che il vescovo è il vescovo!"".

Ha fatto in tempo a conoscere Giovanni Paolo I?

"L'ho visto a Venezia, quand'era patriarca, e io ero già stato nonimato in Curia Commissario per l'Ebraismo. C'è stata una riunione a Venezia e il futuro Papa Luciani aveva voluto non mancare a quell'occasione e in quella sorta di ricevimento si offriva da mangiare le kosher, un mangiare tipico ebraico, e lui, Papa Luciani, ha detto – e questo mi è rimasto ben inciso nella mente - "questo cibo lo conosco bene perché mia madre è stata un tempo a servizio di una famiglia ebraica e serviva questo tipo di mangiare, di pietanza"".

Quindi, Giovanni Paolo II...

"Giovanni Paolo II è stato mio compagno di Università perché quando sono venuto qui a Roma a studiare nel 1946 nel mio corso c'era questo compagno polacco e che era riuscito ad ottenere l'autorizzazione dalla Polonia per venire a studiare a Roma. Abbiamo fatto lo stesso Corso e ci laureammo in Teologia con qualche mese di differenza. E lui non si è mai dimenticato di questo, poi non ci siamo più visti, anche perché in Polonia non ci si poteva andare per il regime comunista; avrebbe voluto venirmi trovare anche in Argentina, ma non riusciì ad ottenere il visto per il mio Paese sudamericano. In tutti quegli anni, ci siamo visti una sola volta ed io avevo lasciato l'Argentina per raggiungere a Roma il cardinale e grande amico Eduardo Francisco Pironio e lui predicava il ritiro alla Curia. Ma, Pironio disse a Whojtyla "io vorrei che tu sancissi il tuo condiscepolo!" e mi ha fatto entrare nella Cappella e mi ha fatto entrare, tra lo stupore di tutti i porporati che c'erano, e sono rimasto impressionatissimo della profondità di quella sua meditazione. Quando lui è uscito, ho voluto avvicinarmi a salutarlo, ma Wojtyla prese un'altra porta e non ci siamo più visti. Quando nel 1977 ero a Roma, con l'incarico che avevo, c'è stata una prima udienza di questo gruppo, della Commissione per l'ebraismo collegata con il moderno, attuale Pontificio Consiglio per l'Unione dei Cristiani, una grande udienza perché il Papa voleva conoscere le persone. E, il 26 novembre del 1978, dopo che era stato eletto pontefice, Giovanni Paolo II. Ma, prima dell'Udienza, il cardinal Jean Marie Villot che era il capo di tutti noi ci annunciò che il Santo Padre Wojtyla voleva salutare tutti noi membri, uno dopo l'altro, e lui si ricordò fin nei minimi particolari il nostro comune passato di tre anni vissuti all'Università di Teologia a Roma. Ed, arrivato il io turno, Villot mi ha annunciato come monsignor Jorge Mejia, argentino, Segretario della Commissione Pontificia per i rapporti con gli ebrei: e il Papa disse: "Sono 40 anni che ci conosciamo!" e tutti guardavamo stupiti, lasciandomi in piacevole imbarazzo, tant'è che diventai rosso in faccia. "Vorrei ancora baciare la mano", "No, no" mi rispose Whojtyla "abbracciamoci come facevamo prima, un tempo". Prima di andare via, ho voluto baciargli la mano, e Lui, il Santo padre disse "No, non se ne vada Mejia, voglio spiegare a tutti dove ci siamo conosciuti", ed allora illustrò la vita di noi condiscepoli ed aggiunse: "Dovete sapere che lui era miglior studente di me!". Ed allora io ero ancora più rosso, volli baciare di nuovo la mano, ma il Papa preferì un abbraccio forte, caldo. E da lì, sono stato a Lui molto vicino, sono stato nominato vescovo e vice-presidente del card. Roger Etchegaray per il Pontificio Consiglio della Pace e della Giustizia. Poi, da lì, fui nominato Segretario della Congregazione dei Vescovi".

Fu nominato da Wojtyla cardinale?

"No, arcivescovo. Una volta creatomi Segretario della Congregazione dei Vescovi, Giovanni Paolo II mi invitò a pranzo – come faceva lui spesso con noi membri - ed anche a cena, e gli dissi: "Santo Padre, mi permetta di farle questa domanda: " perché mi ha nominato Segretario della Congregazione dei Vescovi quando mi sono sempre occupato di altri compiti?" Mi rispose: "Molto semplice: perché lei parla più lingue, ed è facile che si faccia meglio intendere, ma, soprattutto perché lei ispira i vescovi che si occupino di più della giustizia e della pace"".

E, a 75 anni, le sue dimissioni, Eminenza, furono respinte al mittente...

"Monsignor Giovambattista Re, mio sostituto perché avevo raggiunto i limiti di età dei 75 anni, mi telefonò subito e mi riferì che "Il Papa – Giovanni Paolo II – non ha accettato di accogliere la lettera delle tue dimissioni, non ne vuole sapere proprio nulla della tua rinuncia. Anzi, resta in attesa perchè riceverai un altro incarico". Ma, a questa età?, replicai; "Sì, come Bibliotecario ed Archivista dello Stato Pontificio", e quella volta lì fui nominato cardinale da Wojtyla".

Cosa disse quando le furono respinte le dimissioni e le fu rivolto un altro incarico?

"Fu mandato dal Santo Padre, a comunicarmi il nuovo incarico di Vicario archivista e bibliotecario dello Stato Pontificio, il cardinale africano Bernardin Gantin, Prefetto della Congregazione dei Vescovi per 15 anni, con me da 6 come Segretario. "Per la grande esperienza di manoscritti, sono certo che il cardinal Mejia lo farà bene" mi mandò a riferire dal Papa queste parole il cardinal beninese Bernardin Gantin. Questo nel 1998, mentre sono stato fatto cardinale nel 2001, quasi ad 80 anni".

E, del Papa emerito Joseph Ratzinger che ricordi ha?

"Nella Consulta per la Congregazione della Dottrina della Fede, con Papa Ratzinger c'era ogni lunedì l'occasione di ritrovarci in veste di consultori. L'avevo conosciuto come esperti del Concilio Vaticano II ed eravamo nella stessa tribuna".

E quando l'ha rivisto Papa Ratzinger, cosa le disse l'attuale Papa emerito?

"Prima del conclave dell'aprile 2005, io non avevo alcun dubbio che lui sarebbe stato eletto Papa. Io non votavo più perché ero più che 80enne. Però, il giorno prima un cardinale venne da me e disse "Tu non dire nulla, ma non c'è altra soluzione che scegliere Ratzinger!". Ratzinger mi ha ringraziato quando io gli ho scritto una lettera, a nome di parecchi di noi cardinali, di omaggio per i suoi 80 anni, e lui, incontrandomi un giorno, mi disse "La ringrazio per quello che lei mi ha scritto". Quando ha espresso la sua rinuncia l'11 di febbraio 2013, io sono rimasto impressionato, come tutti. Quella volta Papa Benedetto XVI ha voluto convocarci il 28 di febbraio tutti quanti elettori e non. Nel breve discorso della sua fine di pontificato, della sua "rinuncia", discorso breve ma difficile da capire perché faticava ad articolare le parole, io mi misi in fila, alla pari di tutti gli altri miei porporati, e io soffrivo un pò perché lui era in piedi e sappiamo che lui non aveva le gambe più sicure come prima. Ci era stato raccomandato prima dal cardinal decano, Angelo Sodano, "per favore salutate il Santo Padre, ma non fate discorsi, perché in tutto siamo 140". Allora, io tra me e me, pensai di non proferire alcun discorso, ma ho pensato di dover dire lo stesso qualcosa. E ho pensato di dire a lui una frase della Bibbia, dell'Antica Scrittura, mi sono avvicinato, dicendogli "Santo Padre, purtroppo, non posso inginocchiarmi, mi costa molto, ma preferisco fare una ginuflessione interiore; e poi ho citato questa frase della Bibbia". E, prima che io la finissi di pronunciare, Papa Ratzinger l'aveva già completata: "Gesù Cristo è oggi e per sempre!" Mi disse: "E' splendida, perfetta, perché il Papa va via, ma Gesù Cristo è re e resta, sempre!"".

Abbiamo appreso dalle cronache che Papa Francesco è venuto a trovarla in clinica, a Roma, quando subì, poco dopo l'elezione del nuovo pontefice, un sospetto infarto...

"Ci eravamo visti prima perché anche i cardinali ultraottantenni tutti furono convocati nelle Congregazione Generali, cioé la Riunione dei cardinali prima del Conclave. Ci eravamo visti molte volte a Buenos Aires ed anche Papa Francesco ha fatto il suo intervento e mi disse che avrebbe tenuto molto presente uno dei due interventi che avevo illustrato. Disse: "Questo punto indicato dal card. Mejia bisogna tenerlo molto presente!" E, di fatti, lo ha tenuto presente; io non avevo alcun dubbio che lui sarebbe stato eletto".

Qual è stato il succo dell'intervento che piacque al Santo Padre?

"Alla fine di quel giorno, di quella riunione, il medico mi consigliò di recarmi in ospedale perché il cuore si era fatto debole. Oggi, no, risposi al medico, domani mi ricovererò, dopo il Conclave. Alla Clinica Pio XI. Papa Francesco, che aveva convocato quel giorno, quella mattina, tutti i porporati elettori e non elettori per salutare tutti, lui, il pontefice, disse "Lui, Mejia, non c'é, perché sembra che abbia avuto un infarto". Io gli risposi, una volta presentatosi il Santo Padre in Clinica quasi da solo, scortato da tre-quattro guardie e a bordo di una macchina comune, e tutti in Clinica correvano da una parte e dall'altra, "Grazie tante!". "Ma, non ci diamo del tu?" mi rispose il Papa. Ed ancora io: "Ma, guarda che io non ho nulla, mi applicano solamente il by pass, una cosa di normale routine, ma qui ci sono persone che sono molto gravi. Se tu puoi salutarli in Terapia Intensiva". E così Papa Francesco ha salutato 3-4 pazienti ricoverati vicino al mio letto, nel mio reparto".
Cosa le ha detto Papa Francesco?
""Come sono stato eletto io, non lo so, non chiedermelo. Ma, a un certo momento, mi ha detto, la frittata si è capovolta! E, io spero di poter essere ancora utile alla Chiesa!"".

Ma, qual è la sostanza del suo secondo intervento pre-Conclave, che tanto piacque a Papa Francesco?

"Io in quell'intervento ho voluto insistere che noi cardinali della Chiesa Romana come principio dovevamo essere meno "spettacolari", perché mi hanno impressionato alcuni che ancora ostentavano gioielli, croci pettorali costose ed altro. Questo – ho detto – non mi piace, e il Santo Padre ha preso nota di questo. Papa Bergoglio questo, poi, l'ha applicato perché lui ha la croce d'argento. E durante quella riunione, attraverso la bocca e gli scritti di altri cardinali, emerse lo stato delle nostre finanze, in cui sembrava che non tutte le spese erano giustificate. Ed anche questo ho detto quella volta, in quella riunione pre-Conclave".

E, lei, Eminenza, non ce l'ha neanche oggi...

"L'ho messa via!"

Ha mai giocato a pallone, da ragazzino?

"No, a rugby. Perché il mio paese vicino a Buenos Aires, Sant'Isidro, in quella diocesi lo sport più popolare, più praticato era il rugby. Il calcio non mi è mai piaciuto, non mi ha mai interessato, neanche quando sono entrato il seminario, dove non si pratica il rugby ma il calcio."

Dove finiremo un giorno, Eminenza, terminato il cammino terreno?

"Nelle braccia di Dio".

Quindi, i nostri cari li rivedremo o no?

"Certamente".

In che forma, fatti di spirito?

"Chissà, ciascuno avrà la propria identità, non c'è nessun dubbio. E un giorno, quando verrà la resurrezione finale della quale si parla nel "Credo", verso la fine assisteremo anche alla resurrezione del corpo".

Quali sono le paure per la Chiesa di oggi?

"Di non essere ancora adesso, alla mia età, all'altezza di quello che il Signore vuole. Tutti noi dobbiamo essere all'altezza. Io ho ricevuto tanti doni, sacerdote a 22 anni, vescovo non tanto ma con responsabilità serie, poi, Archivista e Bibliotecario. Poi, Papa Benedetto XVI ha voluto che io mi occupassi di un gruppo di dialogo con l'Ebraismo e intanto i rapporti erano già trasparenti. E il Papa volle che io fossi il referente per la parte cattolica di questo gruppo e questo l'ho avuto fino a due anni fa".

Il suo motto nello stemma araldico?

""Ispse est pax nostra" perché è una citazione nella Lettera agli Efesini: "Lui è la nostra pace"".

E, Papa Francesco, che lei sappia, ha giocato a calcio? E' nota la passione del pontefice per il San Lorenzo...

"Sabato scorso – ndr – ha ricevuto i giocatori del rugby. Non so se lui, quando era nel collegio dei gesuiti vicino a Buenor Aires, ha giocato a calcio; mi sembra di no".

Lei è gesuita, Eminenza?

"Sono stato formato in parte dai gesuiti perché in Buenos Aires avevano un seminario quando io ero studente. E lui è stato per un anno seminarista e poi ha deciso di seguire la vocazione sacerdotale. E dopo i tempi del seminario, è passato alla Compagnia di Gesù".

Il suo più grande dolore? Ha mai pianto?

"Non sono uno che piange".

Cos'è che l'ha turbata, scossa in maniera particolare?

"Ah, sì, adesso che mi fa venire in mente, mi ricordo quando ero in Argentina e la situazione politica era impossibile sotto i militari, facevano scomparire persone. Io mi sono impegnato, anche con grande rischio mio personale, di salvare due, tre persone, e uno dei miei più grandi amici è scomparso. C'è stato poi un gioco un pò sinistro: c'era qualcuno che telefonava anonimo ai figli di questo signore dicendo "Spettate tale giorno, se voi lasciate tanti soldi in tale parte, recupererete il vostro padre". Io non ci ho creduto, ma non potevi togliere ai familiari la speranza di riabbracciare il proprio caro. Lasciò un'enorme delusione in persone di una certa agiatezza economica. E la sera, quando si presentarono di nuovo, c'ero anch'io, la moglie e i figli e io ho capito che questo era un inganno. Passarono le ore e lui mai apparse. Ho sofferto veramente e ho cercato di consolare i figli. La moglie è scomparsa e qualche volta i due figli si sono comunicati che la loro mamma era vittima dell'Alzheimer e ha dimenticato tutto. E, questo, forse, è meglio".

Che cos'è che la fa star bene, che la rende felice?

"(sorriso): Vorrei stare qui ancora un pò, ho scritto tre libri recentemente".

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 26 novembre 2013

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