ULTIMA - 21/5/19 - MARCOLINI SCARPA D'ORO, PASSARIELLO SUPER-BOMBER DI TERZA

Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

1/1/14 - INCONTRI RAVVICINATI: FRANCO SUPERCHI

IL DIAVOLO FA LE PENTOLE MA NON I SUPERCHI

Portiere molto forte tra i pali, spassoso lontano dal rettangolo di gioco, Franco Superchi (Allumiere, Roma, 1° aprile 1944) ha iniziato a compiere i balzi e a sfoderare parate nei campi di grano vicino a casa, quelli che nascondevano spigolosi sassi o pietre appuntite. Dalla Bettini Quadrano – società che ha forgiato Francesco "Ciccio" Graziani e Francesco "Kawasaki" Rocca – passa – dal 1963 al 1965 – alla Tevere Roma, club semiprofessionistico, esattamente di serie C, nel quale si laurea campione d'Italia a livello Juniores. Poi, la Fiorentina, dal 1965 al 1976, il tirocinio fatto crescendo all'ombra di un gigante dei pali qual era Enrico Albertosi, alternandosi anche allo spericolato portiere-medico, successivamente in forza anche al Cesena, Lamberto Boranga. Con Albertosi al Cagliari, a conquistare lo storico ed unico scudetto dell'isola, e Boranga al Brescia, ecco finalmente schiudersi per Superchi il palcoscenico della serie A e la maglia di titolare inamovibile per anni (227 le presenze nei gigliati). Il suo, in maglia viola, è stato un debutto di fuoco e prestigioso al contempo, in quanto mister Bruno Pesaola lo lancia nella mischia alla penultima giornata del campionato 1968-69 al "Comunale" di Torino, in casa della Juventus; che, battuta per due reti a zero, vede, a conclusione della gara, cucito sul petto dei vincitori toscani il secondo scudetto della loro storia. Tre le Coppe Italia conquistate da Superchi: due con la Fiorentina (1966 e 1975), una con la Roma (nel 1981), club che lo vedrà indossare per 4 stagioni (dal 1980 al 1984, per un totale di 126 presenze) la casacca giallo e rossa, prima di chiudere definitivamente nel Civitavecchia, a due passi da casa. Quattro le stagioni che l'hanno visto difendere i pali dell'Hellas Verona (dal 1976 al 1980), anni difficili per i giallo e blu, che incapparono pure in una retrocessione in serie B. Mai una volta in Nazionale Maggiore Superchi, sul quale è pesata prima l'ombra di Ricky Albertosi, vice-campione del Mondo a Messico 1970, e poi quella del Campione del Mondo in Spagna 1982, il friulano Dino Zoff.  Ha allenato a lungo le giovanili della Roma.

Mister, quand'è che le è venuta la pelle d'oca?
 
"Al "Comunale" di Torino, contro la Juventus, con la maglia della Fiorentina, alla penultima giornata del campionato, 968-69, in cui abbiamo vinto lo scudetto. Dopo il gol di Maraschi e di Chiarugi, ho provato un grande brivido sulla schiena, una cosa mai provata, una sensazione mai provata, una cosa davvero fuori dal normale. Al punto che mi sono dovuto aggrappare ad una rete per potermi reggere in piedi".
 
Questo il pianto di gioia; quelli invece di commozione e di dolore invece quand'è che li ha provati?
 
"Ho avuto mio figlio di soli 3 anni operato al cuore, al "San Camillo" di Roma, per un'anamolia al cuore, detta tetralogia di Fallot o più comunemente morbo blue. Quando ha superato l'intervento ho provato la gioia più bella della mia vita. Non l'avessimo operato, sarebbe morto prima dei 5 anni di vita. E' del 1970 e si chiama Enrico, il secondo di una lunga serie, visto che sono arrivato a sfornarne sei. I primi due maschi e quattro femmine, le ultime due genelle".
 
La sua infanzia, mister, com'è stata?
 
"Abbastanza povera: mio padre, minatore, lavorava in una miniera vicino di caolino, vicino a casa mia, ad Allumiere, e piazzava le mine per far esplodere la montagna e ricavare le pietre di caolino. La mamma casalinga: erano altri tempi, avevo altri due fratelli".
 
I primi tuffi?
 
"Ho iniziato qui ad Allumiere, al campetto del paese, che era pieno di sassi e pietre. Ogni volta che cadevi a terra, ti rialzavi scorticato, sbucciato dai lapidei".
 
La Tevere Roma, poi, la Fiorentina e il gran salto...
 
"A Firenze, ho vestito la maglia viola per 11 anni. Quando ho esordito, in panchina c'era Giuseppe Chiappella, una bravissima persona. Lui era titubante, aveva un pò di timore, voleva fare giocare per forza Albertosi, poi, su consiglio dello stesso Albertosi che me l'aveva promesso, mi ha fatto debuttare. Il debutto, l'anno prima della vittoria dello scudetto, e in cui ho totalizzato 7 presenze. Ci hanno pareggiato grazie a un rigore, regalato, come al solito".
 
Rigori parati clamorosi?
 
"E sono stati anche famosi: uno a Boninsegna, che proveniva da una serie ininterrotta di 19 rigori realizzati. Gliene parai, quell'anno, uno sia a Firenze che a Milano. Già, "Bonimba", che ha giocato anche con me a Verona, poi, mister Ferruccio Valcareggi. Che avevo avuto a Firenze".
 
Quindi, la Roma...
 
"Con quel Liedholm, che avevo avuto come mister a Firenze. A Roma dovevo far crescere Tancredi, ed avevo già 33 anni".
 
Tre le Coppe Italie vinte...
 
"A Roma l'ho vinta contro il Milan, la prima a Firenze non mi ricordo più contro chi, ero in panchina. A Torino contro il Toro, e a Roma contro il Verona".
 
E' stato una sorta di "bestia nera" delle torinesi...
 
"Sì, ma la Juve m'ha fatto anche parecchi gol, eh, vinceva sempre lei".
 
Superchi e la Nazionale?
 
"Ho iniziato a militare in azzurro a 17 anni, nella Nazionale Juniores, poi, giocando in serie C, ho fatto la Nazionale di Serie C, quindi, in Under 23 e Nazionale di Lega".
 
E in Nazionale "A"?
 
"Ho portato un paio di volte la valigia perchè sono stato convocato in Romania e in Bulgaria, ma non ho giocato. Una volta la riserva a Zoff, la seconda ad Albertosi".
 
Era amico di Albertosi, o no?
 
"Sì, molto; è stato lui a farmi crescere alla Fiorentina ed è stato uno dei più forti portieri del mondo".
 
Mai battuto un rigore?
 
"No, non l'ho mai battuto, qualche volta – sorriso - l'ho parato. L'ho parato a Rivera a "San Siro", ad altri, ma come si fa a ricordarseli tutti? L'ho battuto una volta da ragazzo al paese mio e m'è bastato: la palla è finita contro la bandierina del calcio d'angolo. Sempre portiere, fin da bambino".
 
La sua "bestia nera"?
 
"Gigi Riva me ne ha fatti tanti di gol, ma ricordarmi di uno specifico, ora non riesco a farlo".
 
L'avversario più forte contro cui ha giocato?
 
"E' il numero uno del mondo, un certo Edson Arantes Do Nascimento, ovvero Pelè. E' stata una partita a Firenze, Fiorentina-Santos, sì, un'amichevole. Posso vantarmi di dire che non mi ha fatto gol quella volta, ma ha scoccato una rovesciata fuori dal normale, centrando un incrocio dei pali, in maniera così forte che la palla è tornata al centro del campo, una botta devastante".
 
Invece, in Italia, ai suoi tempi, chi era il più forte in assoluto?
 
"Gianni Rivera, poi, Gigi Riva. Questi mi ha fatto gol in tutte le maniere. Però, a "San Siro", io con la maglia del Verona, sono riuscito a parare un rigore - adesso che mi ricordo – a Rivera, quello sì".
 
Quattro anni in riva all'Dige: qualche ricordo?
 
"Si lottava per obiettivi minori rispetto a Firenze. Ricordo una retrocessione senza drammi, il pubblico meraviglioso, le continue lotte per non retrocedere in B".
 
Era superstizioso?
"Mica tanto".
 
Qual era il segreto nell'intercettare i calci di rigore?
 
"Guardavo sempre alla televisione come gli specialisti li calciavano. Me li studiavo alla domenica sera, alla "Domenica Sportiva"".
 
Stare fermi e buttarsi all'ultimo istante: è questo uno dei maggiori segreti per neutralizzare un rigore?
 
"Eh, sì c'erano quelli, tipo Gianni Rivera, che guardavano fino all'ultimo istante se ti muovevi, se facevi il piccolo passo e poi ti batteva dalla parte opposta. Io l'avevo studiato il "pallone d'oro" milanista, sapevo che partiva piano, è arrivato sul pallone che io ero fermo al centro della porta. E non ha vuto più la forza per calciarlo forte il pallone, sono rimasto fermo, l'ha tirato piano alla mia sinistra e io ho bloccato la palla".
 
Mai espulso?
 
"No, ma mi hanno squalificato dentro lo spogliatoio, a partita finita, contro la Ternana, in Coppa Italia, con la Fiorentina. Mi hanno dato due giornate di squalifica, l'anno in cui si vinceva il campionato. Eravamo, a Firenze, sull'1-1, turno eliminatorio di Coppa Italia, uno ha preso la palla con le mani, non ci ha dato la punizione a favore ma ci ha fischiato contro il rigore. A fine partita, ho detto qualcosina che non dovevo all'arbitro".
 
Giusto che i portieri siano un pò matti?
 
"Piuttosto li definirei un pochino estrosi, più che matti. Del resto, il portiere è un ruolo un pò particolare, deve capire l'intenzione dell'avversario, guidare la difesa, non deve mai perdere di vista il pallone, conoscere il modo di calciare degli avversari, è un ruolo con delle responsabilità. Se uno vuole andare in campo a guardarsi solamente la partita, non può fare il portiere".
 
Lei crede in Dio?
 
"Sì, oh Dio; sono cattolico anch'io".
 
L'Aldilà esiste, non c'è più niente dopo la morte?
 
"Mah, io penso che quando è finita la vita è finito tutto. Non lo so, non lo, è difficile capire. Comunque, è bene credere che esista qualcosa nell'Aldilà".
 
Non vedremo più i nostri cari?
 
"Mi auguro che ci possiamo incontrare un giorno, di poter sciogliere a favore questo dubbio il più tardi possibile: per il solo sentito dire è difficile crederci. Me lo auguro, ma credo che una volta che è finita è finita davvero. L'Aldilà? E' difficile dare una risposta perché non ho mai visto nessuno ritornare di qua, sono sempre parole, non fatti".
 
Suo padre ha fatto in tempo a vedere la sua parabola di calciatore?
 
"No, perché quando ho esordito con la Fiorentina a Firenze contro la Juventus (2-2), nel novembre 1967 (il 26), lui era già morto il 15 di agosto. Si chiamava Angelo".
 
Come se l'immagina l'Aldilà, se ci fosse davvero?
 
"Sarebbe molto bello che fosse come un campo da calcio, senza cartellini rossi, senza fiamme, senza l'inferno, una vita tranquilla insomma. Il Paradiso? Il giusto premio di chi se l'è meritato qui in terra".
 
La sua più bella parata?
 
"Quando paravo era sempre importante, era sempre la più bella, soprattutto in una partita difficile, delicata, senza strafare, senza parare uno o due rigori nella stessa gara, voglio dire. Contro la Spal, quella volta, parai tutto, ma la aiutai ad andare in B, perché i ferraresi cercavano, in quell'ultima giornata, con l'acqua alla gola la vittoria a tutti i costi per raggiungere la matematica permanenza in serie A".
 
Rimpianto di non essere andato in un grande club?
 
"Qualcuno, certo, ce l'ho. Quando stavo a Firenze, mi voleva l'Inter, la Juve invece quando andai al Verona. Ed anche al Napoli avrei dovuto andare. Rimpianti no, non ne posso avere perché ho giocato fino a 40 anni".


Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 21 dicembre 2013


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