ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

9/4/14 - INCONTRI RAVVICINATI: MAURIZIO CORNIANI

CORNIANI, "I FILI LI TIRO IO!"

A Quingentole, paesino di qualcosa di più di mille anime, nell'Oltrepo mantovano, tra argini del vecchio, leggiadro Eridano (Po) puntellato dal pallido tremolio, dal leggero fruscio smeraldino di pioppi di pascoliana memoria, abbiamo incontrato, quasi per caso (eravamo passati a salutare il "pittore fantastico", il 94enne Lanfranco Frigeri), l'ultimo dei maestri burattinai: Maurizio Corniani, nato il 3 agosto 1961. Un mestiere antico, il suo, che non esiste quasi più, soprattutto qui al Nord, in quanto al Sud, a Napoli e in Sicilia, resistono alcuni coraggiosi ed appassionati maestri "pupari".
Già, i burattini: quante volte ci hanno fatto sorridere da bambini!

La tivù, il cinema, internet hanno cercato di sconfiggerli, di farli fagocitare dalla notte e dalle polveri dei tempi, ma, loro – immortali come sono dal Rinascimento – hanno resistito al modernismo, alle ultime trovate, anche le più sofisticate tecnologie avanzate. Commuove la frase che Augusto Corniani (1927-2008), il maestro burattinaio nonché padre di Maurizio, un giorno pronunciò: "Il burattino è come un amico, che ti prende sotto il braccio e ti porta avanti, nella tua vita!"

Fagiolino, Sandrone e Colombina rappresentano una tradizione antica, che si tramanda come qualsiasi altra arte nobile di padre in figlio, di nonno in nipote. Rivivono, per fortuna, anche oggi, attraverso i sacrifici, l'arte e la fantasia creativa e creatrice di Corniani jr; la moglie, Elisa Gemelli, fa anche la costumista e la restauratrice dei pezzi di legno, dei "pronipoti" di Pinocchio, scappati via alle regole ed alle mode dei tempi, ed evasi dalle casse arrugginite, forzieri-prigioni impolverati, in cui erano stati rinchiusi dentro il "Museo dei Burattini" creato apposta per loro qualche decennio fa.

Vogliono ritornare ad essere il teatro di piazza, anche se non arriveranno più nel cuore dei paesi col palco issato sul manubrio di una sgangherata bicicletta prima, di un silenzioso moschito poi o di una vecchia, scoppiettante Fiat Cinquecento: come si aiutava il vecchio Augusto. E gli anziani spettatori del paese si portavano dietro le vecchie seggiole cigolanti, rudimentali poltroncine. Nè Augusto Corniani terrà più spettacolini, come alla fine degli anni 60 e all'inizio del boom economico, nelle corti di campagna delle famiglie più agiate, o nelle assolate ed afosissime aie, rinfrescate nelle sere d'estate dalla brezza che spira dal vicino Po, e di proprietà delle famiglie benestanti. Quello, non più, di certo!

Fagiolino, Sandrone e Colombina, per fortuna, sono scampati alle bombe della Seconda Guerra mondiale, continuando a rivivere - come se nulla accadesse di tragico - giù nelle umide, scomode cantine, strappando sorrisi a chi aveva la morte nel cuore o la testa orientata altrove, ai poveri parenti impegnati a portare a casa la pelle sul fronte bellico. Hanno vissuto il loro quarto d'ora di celebrità, per essere stati ospiti – negli anni Settanta – della famosa rubrica televisiva della Rai "Portobello", diretta magistralmente da Enzo Tortora. Fagiolino, Sandrone e Colombina sono sbarcati fino in Russia, ad Omsk (la seconda città più grande della Siberia), a far sorridere i bambini di uno dei Paesi più "matrioska" e vasti del pianeta, possono contare, in media, su circa 30 mila spettatori all'anno.

Oggi, quelle testoline fatte del materiale più caldo al mondo, il legno, viaggiano in un furgone moderno, accessoriato, in cui campeggia – ed è quella foto in bianco e nero, col padre Augusto in azione e lo sguardo incantato di chi un giorno gli succederà, Maurizio, appunto,-, auto-furgone parcheggiato nella piazza principale di un'addormentata Quingentole bagnata dalle prime gocce di una pigra pioggerellina primaverile e di un rinfrancante aprile che ci ha incuriosito, ebbene, quei "legnetti magici, incredibilmente vivi e vivaci" sbarcano i confini della Lombardia, dell'Italia e dell'Europa. Quello che il grande Enzo Tortora definì "L'eterno, intramontabile incanto del teatro dei burattini" è sempre attuale perché i problemi, le vicende, le gioie, le amarezze, i rimpianti, le delusioni dell'essere umano sono identici in qualsiasi tempo, in qualsiasi stagione in cui vive, respira, anela l'essere umano.

Perché l'uomo è sempre quello, senza distinzioni di censo, di classe, di colore della pelle: è fatto, indistintamente, di acqua e di sangue. I burattinai, allora, sono artisti da strada, che coinvolgono, appassionano la gente, una sorta di "teatro interattivo", l'ha definito qualche sociologo o pedagogista di grido. E' la grande alternativa a certi cartoni giapponesi, gelidi come certe notti d'inverno di queste parti, con la differenza che questi pupazzi di legno li puoi anche toccare con mano, non solo sfiorare col pensiero, od accarezzare con la fantasia. Quei burattini sono l'anima, la voce, il pensiero, la luce, il rumore, la gioia, il respiro, il sospiro lungo che l'uomo avverte attraversando il tempo e lo spazio; le schegge che scandiscono, come una vecchia, silenziosa, assolata meridiana, la sua vita, la sua esistenza, il suo mondo, il suo essere: il suo "io", il suo spirito.

In cosa consiste l'arte del burattinaio?

"E' una forma molto completa e molto distante da quella che è la visione normale dell'arte. Secondo me, è un'arte e molti non la considerano tale: ma diventa forse di più artigianato che arte, anche se, in effetti, guardandola attentamente, siccome l'arte è passione, è presa di coscienza di una forma, e, in questo caso di una scrittura e di linguaggi molto particolari, ritengo che sia arte a tutti gli effetti. Dico anche che quest'arte va oltre quello che uno potrebbe aspettarsi di dire è un attore. Il burattinaio deve essere essere molto di più, perché è il braccio, la mente, è tutto quello che il burattino può emanare e il burattino non è nient'altro che un mezzo, uno strumento. Molte volte mi chiedono di spiegare cos'è un burattino e la cosa difficile è spiegarlo. Io, per esemplificare il ragionamento, rispondo che il burattino è un oggetto che ti fa dire cose che non diresti mai. Perciò, è un transfert talmente forte, talmente pregnante, che quando ce l'hai in mano e hai con lui una certa relazione – perché non nasce così, dal caso – diventa uno strumento forte, talmente potente, che può superare te stesso".

Il concetto di bellezza per un burattinaio come è lei?

"Bellezza e vanità sono concetti molto vicini al teatro dei burattini, perché la bellezza deve essere una bellezza che parte dal linguaggio, dalla musica, dall'oggetto che si muove in un certo modo, dalla situazione in cui ti trovi, perché la bellezza è una serie di cose. La vanità deve esserci nel burattinaio, perché se non è vanitoso, non è egocentrico, se non vuole trasmettere un messaggio diretto al pubblico, è difficile che riesca a fare il burattinaio a tutti gli effetti. Io ricordo mio padre Augusto, che era molto vanitoso e molto egocentrico, tant'è che la famiglia passava veramente in secondo piano. Ma, la stessa cosa gliel'ho detto anche a mia moglie: "Ma, guarda che tu sposi un burattinaio, non sposi una persona. Perché il burattinaio non è una persona come un'altra, perché prima c'è il burattino, il suo mondo, e poi c'è tutto il resto. Perciò, la bellezza fa parte del suo mondo, la bellezza sono i burattini in sè, la bellezza sono come i burattini sono stati costruiti. In questi giorni, qui a Quingentole, stiamo facendo l'inventario, la catalogazione di tutto il materiale, ed abbiamo scoperto di avere delle bellezze straordinarie di burattini, che non sappiamo neanche chi l'abbia costruiti nè per quale occasione nè per quale burattinaio. La bellezza è un qualcosa che c'è dentro e quella bellezza lì esce talmente forte che fa parlare il burattinaio e così diventa la bellezza della bellezza".

Perché è più difficile far sorridere che piangere al cinema, in tivù, al teatro?

"Perché il dolore è il dolore, non ce nulla da fare; il sorriso è inalterato, non cambia mai".

Parliamo un pò dei suoi burattini?

"Li costruisce mia moglie, Elisa Gemelli. Che è un'artista, una pittrice, una restauratrice, una che lavora il legno, una che, se passate nella stanza di là, vedete delle sagome in legno stupende fatte ad intaglio: ed anche lì ci vuole una grande arte, l'arte dell'immaginazione di vedere questi corpi, visi feminili intagliati nel legno. La stessa cosa bisogna scoprire nella faccia, nella bocca, nello sguardo del burattino;che non fanno altro che trasmettere le modalità di linguaggio, di parola al burattino attraverso il burattinaio. Ma, deve essere tutto equilibrato, concentrato, preciso perché la precisione deve conciliarsi col gesto, la luce, i movimenti, le battute, il suono".

Deve essere anche un ottimo scenografo e un buon regista delle luci?

"Mia moglie Elisa è una scenografa, io sono soltanto colui che mette in bocca le parole".

Le parole che più frequentemente escono dalla bocca dei suoi burattini, quali sono? Deve essere anche un valido pedagogista, o no?

"Mah, il teatro pone sempre delle domande e non dà sempre delle risposte; l'importante è fare le domande giuste al momento giusto ed avere un orecchio per potere ascoltare il pubblico che ti ascolta. Cioé, la capacità di improvvisazione è fondamentale in un burattinaio e ci vuole una mente molto veloce, molto elastica e molto aperta. E, tutto che quello che succede ogni giorno deve passare da questo teatro, perché è un teatro popolare".

E' cambiato il bambino che eravamo io e lei, coetanei, degli anni 60, quello degli anni 90 e quello del Duemila: ma come si fa a far sorridere i bambini, che oggi hanno tutto?

"Il sorriso è inalterato, non cambia mai, le ho già detto sopra: possono cambiare i tempi, le modalità, ma un bambino resterà sempre un bambino, e il bamboino -soprattutto quello autentico, quello non filtrato, quello non soggetto a condizionamenti da adulti – è l'autentico, come dire, "giudice", feed-back, quello che ti dice se una cosa è bella o no, è la miglior verifica, risposta a quello che è andato in scena. Lui è libero, non sopporta le cose antipatiche e brutte, lui guarda solo le cose belle. La cosa bella del bambino è che guarda le cose belle".

E cos'è, maestro, che fa sorridere un bambino?

"A volte anche la poesia, a volte anche un semplice movimento, come quello di guardare dall'alto al basso l'altro che hai davanti, ecco questo normalmente fa sorridere un bambino; perché sono quelle cose che noi solitamente non facciamo, cioè quello di guardare attentamente una persona che hai davanti, ma prim'ancora di guardarla hai paura del silenzio e parli. E, perciò, forse, è meglio prima guardare, sorridere e poi guardare".

Si sarà confrontato certamente con altri suoi colleghi, maestri di pupi, marionette: come si colloca come tipologia, ambito di comunicazione?

"Io mi colloco nella fascia non verbale, nel senso che noi ci tramandiamo, di famiglia in famiglia, quella letteratura che non è mai stata scritta, ma solamente raccontata. E, perciò, nei ci riteniamo dei narratori, degli affabulatori, dei raccontatori di storie, che stimolano molto la fantasia e l'immaginazione del proprio pubblico".

Qual è la parola che fa sorridere di più i bambini d'oggi: la parolaccia?

"No, assolutamente, non la parolaccia. La semplicità per dire di un Fagiolino, che è il mio personaggio principale quando lui dice che si accontenta di una piatto di tagliatelle al ragù, "perché tutto il resto è di più!"".

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 5 aprile 2014  









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