ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

24/8/07 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. MONARI

"SONO UN DIFENSORE DEGLI ORATORI"

"Etica e sport": un tema profondo, importante, ricco di spunti e riflessioni, ma, allo stesso tempo, delicato da affrontare.
Molto spesso ci limitiamo a osservare come negli ultimi anni lo sport, inteso come “show-business”, abbia alterato, inquinato, degradato, impoverito i valori e le virtù dell’autodisciplina, della stima di sé e del duro lavoro, ottenuto con sforzi e sacrifici veri.
Forse, ci si è dimenticato del valore sociale dello sport, di quanto possa aiutare i giovani a identificare le loro capacità e i loro limiti, a superare le difficoltà, alle quali sono chiamati nella vita di tutti i giorni e, pertanto, di raggiungere i loro obiettivi e acquisire la loro autonomia.
La preziosa testimonianza dell’ospite di oggi, ci aiuterà senz’altro a fare un po’ di chiarezza su questo tema intricato e complesso.
Il nostro direttore, Andrea Nocini, è riuscito infatti a raggiungere monsignor Luciano Monari, vescovo di Piacenza-Bobbio, e vice-presidete della Cei.
Un’intervista che va a toccare i “cardini” dell’etica sportiva, un dialogo che ci permetterà di ritrovare alcuni “tasselli perduti”, per ricostruire il vero e autentico “puzzle valoriale dello sport”.
Luciano Monari è nato a Sassuolo (Modena) il 28 marzo 1942. Ordinato sacerdote il 20 giugno 1965, ha ricoperto per molti anni il ruolo di insegnante di Sacra Scrittura nel Seminario di Reggio Emilia. Dal 1970 al 1980 è stato Assistente Diocesano di Azione cattolica e dal 1980 Direttore Spirituale del Seminario di Reggio. Dal 1991 è Preside dell’Istituto Teologico Interdiocesano di Reggio.
Eletto vescovo della Diocesi di Piacenza e Bobbio il 23 giugno 1995, ha ricevuto poi l’ordinazione episcopale a Reggio Emilia il 2 settembre, e ha preso possesso della diocesi il 3 settembre 1995.
Attualmente, è vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), e caso vuole che a ricoprire la carica di presidente ci sia un suo compaesano, il cardinal Camillo Ruini, nato proprio a Sassuolo il 19 febbraio 1931.
Il vescovo Monari, quindi, è a capo di una diocesi importante e prestigiosa, quella di Piacenza, la quale diede i natali a Tebaldo Visconti, conosciuto come Papa Gregorio X.
Egli pontificò dal 1271 al 1276 e, al momento dell’elezione non era né cardinale, né vescovo, ma un semplice arcidiacono di Liegi, impegnato in Palestina a seguito delle Crociate.
Ma, ora sbobiniamo l’intervista sostenuta dal nostro direttore Andrea Nocini con monsignor Monari, chiacchiarata sostenuta proprio nel Vescovado piacentino.
Allora, ci troviamo nel Vescovado di Piacenza e Bobbio, abbiamo di fronte Sua Eccellenza monsignor Luciano Monari. Nato a Sassuolo nel 1942, il 28 marzo, il vescovo di Piacenza e Bobbio è anche vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).
Monsignor Monari, l’abbiamo chiesto a tutti, lo chiediamo anche a lei: ha mai giocato a calcio da ragazzo?
«Beh, è evidente che all’oratorio si giocasse a calcio. Abbiamo giocato a pallone, abbiamo giocato a tennis... erano le due maggiori possibilità che ci venivano offerte, e anche a pallavolo».
In che ruolo giocava nelle partitelle? Attaccante, centrocampista, difensore?
«Mah...difensore».
E, la Nazionale azzurra? L’ha seguita quest’estate?
«Poco, poco».
Si è fatto un’idea di questa squadra che ha vinto i Mondiali, dell’entusiasmo di un’intera Nazione? Immagino che tutti gli italiani si sentissero uniti, non solo dal punto di vista religioso, ma anche sportivo...
«A dirle la verità, mi trovavo in Brasile al momento della finale. Quindi, ho partecipato in modo indiretto. Ma, il bello era che i brasiliani stavano dalla nostra parte per un motivo ovvio: giocavamo contro quelli che li avevano eliminati».
Sì, i francesi! Mi può dire il nome di un giocatore che stima particolarmente della nostra Nazionale?
«Mah, il problema è che non me ne intendo!».
...Ma anche per sentito dire...non è che deve conoscere tutto di una squadra di calcio. Senta, cambiamo decisamente argomento: la violenza negli stadi. Un suo pensiero? Tuttora nelle curve troviamo ancora atti di teppismo...
«Evidentemente, una violenza in uno stadio diventa un qualcosa di particolarmente grave perché tocca uno di quei luoghi che dovrebbero essere franchi. Luoghi, dove le persone si incontrano, dove gioiscono di rapporti che solitamente sono di gratuità. L’aspetto conflittuale dovrebbe stare solo nel gioco e non altrove. Nel gioco, lo stesso aspetto conflittuale è però controllato secondo regole precise, che conducono le persone al rispetto dell’avversario.
Il fatto che, dentro a uno spazio di questo genere, si insinui una realtà come la violenza è negativo. È brutto, non solo per lo sport, ma per il nostro rapporto con gli altri. Quindi, bisogna che il cammino educativo in questo campo diventi più profondo, più efficace possibile».
Ecco, monsignor Monari, lei investirebbe ancora in un campo da calcio vicino alla parrocchia? Lei crede, in poche parole, alla funzione altamente etica dell’oratorio? Bisogna ricordarsi sempre che siamo in una società multi-etnica, multi-confessionale...
«Sì, su questo credo che non ci siano mica dubbi! Offrire ai giovani dei luoghi dove possano incontrarsi, confrontarsi e soprattutto esprimere sé stessi, credo sia vitale per la nostra società. Di fatto, di questi luoghi, proprio la società non ne offre tanti. Se un ragazzo cerca di esprimere le sue gioie, le sue paure, le sue sofferenze, la sua storia, le sue relazioni che costituiscono la trama grande della sua vita, non trova dove tutto questo possa essere o diventare significativo.
L’oratorio lo era e lo è ancora adesso, dove esso esiste. E, lo sport è ancora uno di quei luoghi dove è possibile un confronto con le persone, un luogo controllato positivamente, dove, alla fine, chi ha vinto e chi ha perso possono riconoscersi con lealtà e con rispetto grande.
Quindi, credo che ce ne sarebbe un immenso bisogno».
Papa Eugenio Pacelli - vero atleta - il 9 ottobre 1955 ha detto - in occasione del decimo anniversario del CSI - che lo sport avrebbe avuto una grandissima rilevanza nella vita sociale di tutti noi.
Secondo lei, Pio XII° aveva visto giusto? Era stato lungimirante?
«Non occorre dimostrarlo. I fatti sono abbastanza evidenti da questo punto di vista. La sola importanza che lo sport ha acquistato e acquista nella nostra società, nel nostro modo di pensare, nel nostro modo di relazionarci con le persone: credo abbia previsto in modo corretto la sua funzione.
Probabilmente non poteva prevedere tutto quello che di fatto si è sviluppato nel campo dell’intreccio tra la vita dello sport e il fattore economico e della comunicazione. Sono intrecci evidentemente attuali, che si sono sviluppati col tempo. E col tempo si svilupperanno ancora di più, andranno avanti. Ma tutto questo nasce dal fatto che lo sport in quanto tale ha un suo posto che non è ormai cancellabile nella nostra società».
Cos’è che le dà fastidio dello sport in generale o del calcio in particolare? Il divismo, forse? Quali sono i rischi legati ai valori etici? Questi ultimi sembrano venir sempre meno...
«Quello che è problematico nello sport - questo vale per tanti altri campi della vita dell’uomo - è che alcuni fattori, che di fatto dovrebbero essere ausiliari o secondari, alterano invece la struttura dello sport stesso.
Un’attività sportiva funziona secondo le sue regole che sono regole di rispetto, di confronto, di competizione, di squadra, di capacità e tutte queste cose qui. Quando questa realtà viene alterata dalla dimensione, per esempio, di interesse, di consumo, o simili, di potere o di affermazione, si rovina qualche cosa di bello. Il giocattolo non funziona più così bene come dovrebbe e, quindi, non dà quelle soddisfazioni alle persone che invece dovrebbe dare.
Lo sport ha una dimensione fondamentalmente umana ed educativa perché aiuta l’uomo a misurarsi con sé stessi e con gli altri. Aiuta a confrontarsi con le regole e aiuta a confrontarsi con la squadra. Ecco, quando questa struttura utile, che aiuta l’uomo a maturare personalmente, viene rovinata, manipolata da interessi di tipo diverso, c’è qualcosa di brutto, qualcosa che perdiamo. C’è una diminuzione della capacità dello sport di arricchire la nostra vita sociale».
Usciamo dalle rovine di “Calciopoli”, abitato da un uomo in piena crisi. Il calcio è lo specchio di una società che davvero non è tranquilla con sé stessa, ma, che, forse, è alla ricerca di valori. Studiando al liceo classico, abbiamo imparato che anche all’inizio e alla fine di ogni secolo, puntualmente l'uomo accusa il “Mal du siecle”, "Il male del secolo". L’uomo, cioè, avverte la mancanza di valori, ma questi valori li potrebbe ritrovare nel Vangelo; quindi, saprebbe anche come trovare una panacea, un rimedio per essere contento di sé e nei confronti del bellissimo e amabile Dio...
«Non c’è dubbio che dentro l’esperienza dello sport c’è una possibilità di esprimere sé stessi - è il discorso ce facevo prima -. Le realtà come quelle di "Calciopoli" ci hanno tolto un’immagine pulita, anche se del tutto pulita non lo era neanche prima. Hanno macchiato questo mondo e ci hanno resi tutti più poveri dal punto di vista umano. Abbiamo una risorsa in meno su cui contare per una maturazione personale e sociale.
Bisogna che ci sia uno sforzo per recuperare quella dimensione che sta alla radice del calcio. Partendo da una percezione che a noi un pochino sfugge: la felicità dell’uomo non è data dalla quantità di ricchezza che riesce ad accumulare, ma dall’autenticità delle relazioni che riesce a stabilire. Se una persona vive delle relazioni sane, buone con gli altri, inevitabilmente è una persona felice. Allora, bisogna riuscire a mettere questo come criterio di fondo, come obiettivo.
Poi, evidentemente la dimensione del consumo, quella del possedere, fa parte della vita dell’uomo e deve essere tenuta in considerazione, ma, non può diventare quella che condiziona gli altri elementi perché sennò diventiamo tutti un po’ più infelici».
“Etica e Sport”. Si è tenuto a Verona un grande dibattito-convegno su questo tema. Sono intervenuti professori emeriti delle università di Verona e Venezia, il tecnico della Marmi Lanza - squadra di pallavolo della città scaligera -, un’avvocatessa esperta di Diritto sportivo, e monsignor Carlo Mazza, che è direttore dell’Ufficio Nazionale CEI, della Pastorale Sport, Turismo e Tempo libero.
Ecco, monsignor Monari, che domanda o quale riflessione avrebbe potuto suggerire a questo proposito?
«Questo si lega a ciò che dicevo prima, cioè c’è un discorso teorico che si potrebbe fare in termini che ricordavo: lo sport ha una sua logica interna e bisogna che questa logica interna sia conosciuta e rispettata, in modo da raggiungere quegli obiettivi che gli sono propri. Il discorso diventa invece più concreto quando si parte dai fatti e dalle situazioni concrete, cioè dalla squadre di football, dalle situazioni economiche, dalle dimensioni della comunicazione - quindi, di monopoli di trasmissione - dai giorni in cui si gioca e tutte queste cose qui. Trovare delle strade teoriche è abbastanza semplice, ci potrei riuscire pure io, pensandoci un attimo, ma, il fatto è che lo sport non è fatto solamente di strade teoriche, ma anche di quelle concrete.
Penso che per rendere efficace un nobile convegno, come quello che avete organizzato voi, si debba rimanere il più aderenti possibile alla realtà dello sport di oggi».
Torniamo un attimo alla Nazionale: l’è piaciuta? Ha ammirato le prestazioni della squadra di Marcello Lippi? Forse, essendo lei in Brasile, aveva a cuore tutti gli sportivi del mondo...
«Guardi, le posso parlare dal punto di vista sportivo. Alla Nazionale sono molto legato. E in Brasile questo sentimento si amplifica. Quando si è all’estero, c’è un senso di orgoglio per le gesta degli Azzurri».
Il cardinal Tarcisio Bertone - nuovo Segretario di Stato Vaticano - prima di lasciare l’Arcivescovado di Genova, ha detto che farà una Nazionale di tanti seminaristi brasiliani. Lei la farebbe una partita, qui a Piacenza e dintorni, con una multinazionale di cittadini immigrati? Una squadra formata da persone di diverse etnie?
«È evidente che bisogna essere in grado di farlo. C’è bisogno di gente che sia dentro a certe realtà, alle situazioni che lei cita. Ripeto, tra i valori dello sport c’è quello del rispetto dell’altro e in una società come la nostra, multi-culturale, dove si incontrano esperienze, lingue e culture diverse, lo sport aiuta: permette alla gente di avere fiducia gli uni degli altri, di competere gli uni con gli altri, ma di competere in modo non cattivo, non risentito».
L’abbiamo chiesto a diverse eminenze, e ci hanno sempre risposto: se le chiedessi un’ipotetica nazionale di Papi? C’è chi ci ha dato delle risposte bellissime...un Woytila, capitano, a centrocampo che effettua lanci stupendi e un Ratzinger, in attacco, per un discorso molto semplice: per quello che sta portando avanti nel segno della continuità. Lei è d’accordo?
«Mah, non riuscirei a immaginare una nazionale di Papi».
Qaulcuno dei prelati da noi incontrati ha ipotizzato che Papa Luciani - che era veneto, di Belluno, uscito come terzo Pontefice dal soglio di San Marco - che, “appena entrato, ha fatto gol”. Le piace questa immagine?
«Mi piacerebbe che fosse vera! Mi piacerebbe che, quella eredità che Papa Luciani ha lasciato, rimanesse e continuasse a generare fiducia, speranza e semplicità. Lo sa perché? Perché questo è il messaggio più bello, positivo».
L’ultima domanda per monsignor Monari, vescovo di Piacenza e Bobbio: non si è mai commosso calcisticamente parlando? Non so, per un avvenimento che l’ha particolarmente colpita? Per esempio, lei è del 1942, ed era un bambino quando successe la tragedia di Superga, maggio 1949, dove perirono tutti i giocatori del grande Torino, che poi costituivano quasi per intero la Nazionale del tempo.
«Eh, quello è un episodio che è difficile da dimenticare. Credo che sia una delle poche volte, se non l’unica in cui ho pianto per un evento sportivo. Non credo che siano capitate altre occasioni. Quello sì, è vero, lo ricordo bene».
Anche perché ci dicevano alcuni dei nostri ospiti che abbiamo intervistato in precedenza che negli oratori, o nei seminari, i vari Marosi, Gabetto, Sentimenti IV, Valentino Mazzola, venivano presi come modello...ci si calava, sportivamente parlando, nei loro panni...
«Sì, il Torino di allora era mitico, almeno agli occhi dei ragazzi, quindi è vero. Ricordavamo la formazione, ricordavamo i singoli, le figure tipo Gabetto, Bacicalupo...queste figure qui».
Anche lei, come molti suoi “colleghi” prelati, sotto sotto, è juventino?
«No, sono piacentino!».
Grazie della sua udienza, monsignor Monari.
«Grazie a voi».

Matteo Scolari












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