ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

27/5/14 - INCONTRI RAVVICINATI: DR.SSA ANTONELLA MAGAGNINI

I MUSEI CAPITOLINI FANNO RIMA CON MAGAGNINI

La dottoressa Antonella Magagnini, etruscologa ed archeologa, è la Responsabile dei Musei Capitolini ed è la Curatrice dei loro eventi e servizi. Ci accoglie nella Capitale verso mezzogiorno di una giornata di un maggio assolato, ma, per fortuna, accarezzato da una tiepida brezza. Guadagnate le scale della "Cordonata" di accesso alla piazza del Campidoglio (riprogettata da Michelangelo), vigilata dalle statue dei Dioscuri, ci si presenta in tutta la sua maestosità, il tuo il suo lucore, il monumento equestre in bronzo che ritrae l'imperatore Giulio Cesare. Di fianco, sempre restando in Piazza del Campidoglio, fa da splendida cornice l'Altare della Patria (i cui lavori sono iniziati nel 1878), con il Monumento al Milite Ignoto (del soldato senza nome tumulato nel 1921), complesso realizzato tutto in marmo bianco (gradinate comprese) e ravvivato da una meravigliosa "architettura di luci", quando su Roma cominciano a calare le prime ombre della sera.
 
Dottoressa Magagnini, da Responsabile e Curatrice dei Musei Capitolini, cosa significa, per lei, bellezza nell'arte?
"Ci tengo a premettere che il mio punto di vista è quello di un'archeologa, di un'etruscologa, di una persona che si è occupata delle fasi più antiche delle dinamiche culturali (mi sono occupata di etruscologia, delle prime parti della Roma arcaica). Quindi, in quella compagine cronologica e culturale, il concetto di bellezza rientra in modo diverso rispetto ai canoni di bellezza che potrebbe illustrarle, che so, un mio collega storico dell'arte o storico dell'arte antica. Se lei dovesse intervistare il mio Sovrintendente, il dottor Claudio Parise Precisse, lui, ovviamente, occupandosi di scultura antica, ha quel riferimento della bellezza, soprattutto rivolto alla scultura antica. Io credo che ognuno di noi addetti ai lavori coltivi il proprio concetto di bellezza. Per me, molto bella potrebbe essere la ricostruzione di un processo storico, la bellezza io la posso trovare, per esempio, nel lavorare, studiare, esaminare una serie di emergenze archeologiche, le quali mi danno la possibilità di ricostruire quale fosse il tessuto urbano di Roma, nella fattispecie, in tempi molto remoti (vedi l'8°-9° secolo avanti Cristo), per esempio, nelle zone del Quirinale e vicinanze. Quindi, non è una bellezza intesa come apprezzamento estetico, come impatto davanti a un'opera, come sospensione dell'incredulità, come lo straordinario "Galata morente" (copia in marmo – dell'epoca romana – di un'opera ellenistica probabilmente realizzata in bronzo ed attribuita ad Epigono (230-220 A.C.), scultura, questa, facente parte – assieme al "Galata suicida" – a un complesso del Donario di Attalo, nella città di Pergamo, nella Troade, in Asia Minore, che possiamo ammirare qui, nei Musei Capitolini, in cui traspira una bellezza non in sè, ma multiforme. Voglio dire non propria dell'opera, del corpo virile e basta, ma è anche la bellezza multiforme, la bellezza del vinto che ha tutta la sua forza e ha ancora tutta la sua ancora dignità di combattente. Il personaggio in questione, qui rappresentato sa che sta morendo, ma cerca lo stesso di tenersi su un con un braccio perché non vuole darsi per vinto. Io trovo la bellezza, per gli studi che ho fatto, per esempio, nell'individuare la produzione di certe urne, di percepirne lo stupore di alcune etrusche; e mi piace studiarle, esaminarle in modo ancora più approfondito. Già disporle in un ordine, in una sintassi cronologica, nella quale si percipiscono i cambiamenti – non solo quelli artistici –, ma che a questi corrispondono i cambiamenti dell'assetto sociale, corrisponde un cambiamento nell'approccio della vita. Ed, allora, se lei immagina le urne etrusche, per esempio, ebbene, esse passano da straordinarie creazioni in alabastro di Volterra di Pisa, quando ancora queste città volterranee – nel 4°-3° secolo - sprigionavano tutta la loro potenza, avevano una classe aristocratica di grande forza, di grande competitività allora sui mercati. E, poi, si passa man mano alle piccole urne, fine del 2° secolo A.C., in terracotta, prodotte a Chiusi di Siena, nelle quali noi non solo nella povertà esecutiva (la terracotta è potenza, è un materiale che, purtroppo, è molto modesto e, quindi, di facile approvigionamento, ed anche, dal punto della forma, è molto semplificata) possiamo notare la raffinata arte. Abbiamo così una piccola figura dormiente, appena accennata sul coperchio, e un'immagine estremamente semplificata della fronte (di grande semplicità formale). Ma, anche l'iconografia ci dice molto perché ci parla di lotte fratricide, ci parla del mito di Eteocle e Polinice. E questo cosa vuol dire? Non è nient'altro che un modo, forse anche inconsapevole, semplicemente ripetuto dall'artigiano, di ricordare la terra – che è quella delle Polis etrusche – dilaniata da lotte interne, da guerre intestine".
 
Il concetto di vita, morte, amore, ovvero i temi che da sempre accompagnano gli esseri viventi, ebbene, dove possiamo ritrovarli qui a Roma, nell'arte?
"Nella nostra Roma, ma in tutta l'Italia pre-romana, la vita e la morte possiamo andare dalla vita e la morte intesa e riprodotta – e qui tocchiamo davvero con mano – nei corredi funerari che sono venuti alla luce nell'area della necropoli esquilina a Roma; esse ci illustrano molto bene e ci trasmettono splendidamente cos'era il senso della vita e della morte. Il desiderio di coloro che rimanevano di trasportare nella tomba del defunto il segno di quello che era la comunità, cioé coloro che rimanevanbo in vita, attraverso il rito della sepoltura, ricordavano comunque che era un problema di identità. Ma, non basta: nell'ambito del corredo del defunto – cioé coloro che rimanevano in vita e, quindi, volevano ben identificare il sepolto – si voleva deporre all'interno tutta una serie di indicatori per ricordare non già la morte, ma la vita del defunto; cioé cosa era stato in vita. Quindi, la donna che filava, aristocratica dalle fuseruole, pesi da telaio, rocchetti; oppure l'uomo in armi dall'armatura, oppure il sacerdote dal segno sacerdotale per mostrare quello che era stato in vita. Ma, nel momento fissato, in quello della sepoltura. Era, dunque, proprio questo dialogo tra la vita e la morte molto evidente, familiare a molte altre espressioni o affinità intese come culto; quindi, il desiderio di rivolgersi alla divinità per assicurarsi una vita terrena e, pertanto, l'offerta alla divinità, nei casi di ritreovamenti più antichi, e che poi noi abbiamo trovato tutti sepolti nei depositivi votivi, dove venivano siglati e sigillati affinché nessuno potesse trovarli".

I colori di Roma, quali sono?
"E' il colore, guardando fuori dai nostri Musei capitolini, dei tetti, il colore delle facciate delle case. Quindi, un colore ocra dorato – sempre a mio parere – che si infiamma con i nostri tramonti – che sono straordinari -; e le chiazze di verde dei nostri parchi. Roma ha tantissime piazze: Roma ha delle aree verdi stupende, vedi quella del Gianicolo o quelle circostanti i nostri Musei Capitolini -; quindi, questo contrasto tra quest'ocra-arancio dei palazzi che s'infiamma, le aree verdi, le tinte arboree. Certamente, poi, la suggestione delle grandi facciate delle chiese romane. Quando, qui, a Roma restaurano una chiesa, e la rivediamo nel biancore quasi ci dobbiamo riparare la vista, tanto è accecante. Quando vado in periferia e mi affaccio da una palazzina moderna, però, i colori non hanno più a che vedere con quelli descritti prima per la Roma cui facevo riferimento".

L'amore?
"L'amore? E' quello che noi riversiamo verso i nostri figli, per quello che facciamo, l'amore per chi amiamo e per la nostra città è il grande motore assieme alla passione. "Amor omnia vicit", dicono: "l'amore vince su tutto e su tutti"".

E, questo tema, dove possiamo trovarlo, qui, a Roma?
"L'amore per la mia città si concretizza quotidianamente in quello che faccio. E, quindi, lotto perché tutto quello che ci è arrivato dal passato venga trasmesso al futuro. Io vivo, meglio, lavoro, in un Museo, il più antico Museo pubblico del mondo, dove i capolavori mi danno di un sol colpo queste suggestioni è ogni volta che io alzo gli occhi verso la Pala di Santa Petronilla del Guercino. Non essendo una storica dell'arte, solo la maestosità della pala, l'imponenza, già quella, la bellezza è grande, è enorme, è bellissima! Non so nulla di quella pala, di quell'opera, la guardo da spettatrice presa, pervasa dallo stupore, in preda della sindrome – come suggerisce lei – di Stendhal. Io del mio Museo non voglio fare pubblicità, ma molti sono i luoghi dello stupore, partendo dal "Galata Morente", per passare alla Pala di Santa Petronilla del Guercino. E, perché no, dagli scorci delle mie finistre, si può godere la maestosità monumentale di Roma".
 
E del Caravaggio, cosa la stupisce?
"Le opere sue nella chiesa di San Luigi dei francesi o di Sant'Agostino".
 
Deposizioni, Vie Crucis, Arche di Noè, Crocifissioni, decollazioni, dove li possiamo ammirare questi temi religiosi?
"Ripeto e ci tengo a ribadirlo, io non sono uno storica dell'arte, ma noi, qui ai Musei Capitolini, abbiamo un rilievo, un piccolo rilievo, nella Sala del Chiostro, con la "Deposizione di Meleagro": mi crea una grande suggestione sul corpo sicuramente visto da grandi come Raffaello Sanzio (già nella bellissima "Deposizione Baglioni", nella Galleria Borghese, perché è la stessa iconografia); ebbene, quando io alzo gli occhi su quel rilievo, sento tutto il pathos, la forza anche e la pietas della morte; cioé il corpo è completamente abbandonato e le persone lo sorreggono; poi, il braccio cadente, segnale dell'agonia, della morte imminente. Spero che le persone lo guardino, è piccolo, ma per me molto significativo".
 
Il trionfo della Resurrezione, dove invece possiamo trovarlo?
"Un'opera che mi suggestiona tanto è la "Santa Teresa d'Avila", di Santa Maria della Vittoria, sempre qui a Roma: una scultura in marmo e in bronzo dorato – che si trova nella Cappella Cornaro – e che i più dicono essere il più grande capolavoro di Gian Lorenzo Bernini. Quell'immagine mi riempie di fede, la Santa mi sembra che venga proprio rapita; ecco, quella sì, la scelgo riguardo questo tema".

Quand'è che un'opera, un ritrovamento particolare nella sua intensa carriera professionale, le ha fatto venire la pelle d'oca, l'ha fortemente suggestionata fino alle lacrime, le è maggiormente rimasta impressa?
"Guardi, le sembrerà una cosa buffa, ma io ho provato una grande emozione quando nel Duemila abbiamo scavato, qui in Campidoglio, un piccolo lembo di terra, prima occupato da un giardino, e, nell'ambito di questo scavo, è venuta alla luce una tomba che io sono riuscita a vedere soltanto per una frazione di secondo, perché poi il contatto con l'aria ha immediatamente ridotto in polvere – ed ho avuto la grazia di essere presente allora -. Stiamo parlando del ritrovamento di una tomba con dentro una piccola bimba, una bambina di 3-4 anni, del 9° secolo A.C.. Ed era con ogni probabilità una sepoltura di rango, di lignaggio, e c'è oggi nel nostro Museo la ricostruzione in resina, con una base di tutto cocciame in cui era deposta la fanciulla, con tutto il suo corredo attorno. Per una frazione di secondo, si è volatilizzata, si è trasformato in polvere. Diciamo che con la velocità del mio sguardo ho cercato di vedere tutto perché abbiamo mosso dei cocci, delle pietre".
 
Cosa si ricorda, dottoressa, di quell'incredibile ritrovamento: i capelli, l'abitino, cos'altro?
"Mi ricordo gli oggetti del corredo tutt'attorno, ricordo di aver percepito la fisicità e, quindi, ho esclamato "Dio!". Una bambina, dai tre ai quattro anni, ripeto: ho allungato le mani, anche se non si deve toccare nulla, e, mentre i miei occhi vedevano, mentre allungavo le mani, piano piano, quel corpo, quella bambolina svaporava. Si trasformava in una nuvola di polvere, esalava, si volativizzava. E' stata un'emozione indicibile, inenarrabile, difficilmente ripetibile, mi creda!"

Infine, in quali opere artistiche, qui, a Roma, possiamo riscontrare la luce (della vita) e l'ombra (della morte) ben mixate tra di loro?
"La luce e l'ombra ben mixate nella stessa opera? Se siamo fortunati dal punto di vista metereologico, noi, nel nostro Museo, abbiamo dei bellissimi sarcofagi – tutti e due esposti a Palazzo Nuovo, una nelle Sale del Re, a destra, ed una al primo piano –, e le assicuro che nel momento in cui batte la luce in un certo modo e c'è la scena di caccia o la scena di battaglia e la luce e l'ombra entrano, si mettono in dialogo, in un dialogo proficuo, bé, lei può vedere le figure animarsi. Uno spettacolo, questo, che Forse, anche nel sarcofago in rilievo con la "Caccia al cinghiale calidonio", al Palazzo dei Conservatori, possiamo riscontrare, al quale possiamo assistere. E così la figura del cinghiale, di coloro che cacciano il cinghiale, nel momento in cui le luci e le ombre giocano un ruolo importante, sembrano rincorrersi quasi come in un gioco più che in una battuta cruenta di caccia all'animale. Allora, lei vede l'opera e si stupisce pure, e capisce anche che il lapicida, colui che ha lavorato il marmo, avesse negli occhi tutto questo. Cioé lui ha fatto in maniera tale – e ragionava con luce naturale, eh; non c'erano mica le lampadine, i fari di oggi! -, lo scalpellino-scultore è riuscito col suo trapano, con il suo scalpello a incidere la pietra in maniera tale che la luce e l'ombra dialogassero tra di loro, convivessero in un'armonia e in uno spettacolo di giochi di luci e di ombre; per rendere meglio quel movimento, per rendere ancora più forte quel pathos".

E siamo in quale epoca?
"Nell'epoca imperiale".
 
Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, Roma, 20 maggio 2014

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