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Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

9/6/14 - INCONTRI RAVVICINATI: FERNANDO RAVA (CERAMISTA)

FERNANDO, "CREANDO" RAVA

A Brisighella di Ravenna, uno tra i borghi più belli di un'Italia nascosta e fascinosa, a un tiro di schioppo da Faenza – patria della ceramica (e luogo natale di ben 8 cardinali: il primo Bernardino Spada, l'ultimo Dino Monduzzi) – e prima di inerpicarsi su per l'Appennino tosco-romagnolo, tra i colli e le ginestre, tiene la sua bottega impregnata di ceramiche graffite Fernando Rava, nato a Faenza il 26 giugno 1941. E' stato uno dei più validi allievi di Angelo Biancini, uno dei maggiori interpreti della scultura e dell'arte ceramica italiana del 900: nel suo studio si formarono stuoli di artisti e ceramisti, tra cui anche Fernando Rava, capace fin da giovane di trasformare in meraviglie impasti di argilla ed acqua. Rava frequenta anche la bottega di Pietro Melandri, e impara a conoscere, ad apprendere molte tecniche: dalla foggiatura alla scultura, dalla pittura su pannelli e vasi con colori e smalti ai riflessi a terzo fuoco. Ma, è l'ingobbio – composizione argillosa quasi sempre bianca, di color crema, porosa – ossia la tecnica di pittura per decorazione di terracotta e di ceramica, l'arte che impegna di più l'artista faentino. Quella che aveva entusiasmato anche i ceramisti del primo Novecento, diventa il vero stile per Fernando Rava. Motivi decorativi semplici, come losanghe e graticci, foglie accartocciate, tralci sinuosi e fragili come steli di glicini; pochi i colori, come la ferraccia, il verde rame, l'azzurro (o blu chiaro, come ama definire Rava la sua tinta preferita) dipinti su ciotole, piatti, vasi, che rievocano una bellezza primitiva, quasi perduta, quasi dimenticata.

Terminati gli studi a Faenza, si trasferisce in Svizzera, a Basilea, dove insegna l'arte del torniante. Apre bottega a Faenza e produce anche maioliche. Nel 1980 si trasferisce a Brisighella, dove fino a qualche anno fa il vecchio tornio a ruota "svernava", occhieggiava nella vetrina, mentre dietro ribollivano come festanti tini in autunno i forni, in cui viene cotta la ceramica. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e da diverse città, a partire da Cervia (1969), Firenze (1971), Latina (1971), ancora Firenze (1973). E' considerato ormai "memoria storica e tra i maggiori artisti di Brisighella", dove, qui, tra verde ed acqua, tra un paradiso di ulivi e sgorganti scrosci di ruscelli, tiene la sua bottega di ceramica da oltre trent'anni. Ai piedi del santuario del Monticino, al riecheggiar delle botteghe artistiche ancora pulsanti di vita e di fantasia creativa.
Controcorrente ed originale come tutti i veri geni, Rava ci accoglie verso le 14.00 nel suo micro laboratorio di via Fossa, mentre la cittadella medioevale romagnola, come un gatto soriano, sembra schiacciare un pisolino e tirare un pò il fiato. Di lì a poco - in un'armoniosa incastonatura di borghi fortificati, baluardi, rocche, castelli e colli selenitici - l'ultima domenica di giugno, a Faenza si udiranno gli squilli di tromba e lo sventolio di bandiere dai più variegati colori, quelli del "Palio del Niballo". Sopra la sua bottega, invece, le mura sudate dallo scorrere inesorabile del tempo, ai primi di luglio, riecheggeranno nelle sue viuzze acciottolate di feste medioevali, con sfilate di carri allegorici, di fate ed elfi, di dame suadenti e di cavalieri impettiti, scalpitanti nella celebre piazza degli Asini, all'ombra della Rocca e dei sassi fatti di gesso. Di fronte ai misteriosi e da secoli silenti e "vigilanti" calanchi. A qualche passo dal bronzeo "Soldato addormentato" (della 1^ Guerra Mondiale) del cosidetto "artista monumentale" faentino, Domenico Rambelli, ad uno stormire di pioppi dalla gigantesca ala color avorio in ceramica creata da Ivo Sassi: quella che sembra garrire di fronte alla stazione ferroviaria brisighellese.
 
Cos'è il concetto di bellezza nell'arte?
"La bellezza è creare, la bellezza è quando uno inizia come me da piccolo da ragazzino; quando mi piaceva creare le macchine fotografiche in terra. Poi, finite le Elementari, ho frequentato l'Istituto d'Arte di Ceramiche a Faenza e ho completato tutti gli studi, lavorando molto con Angelo Biancini. Subito dopo con Melandri, altro grande artista. Non dico che ho copiato da questi grandi artisti, ma ho appreso moltissimo. A me piaceva molto anche il tornio e il tornio è stata sempre la mia passione. Ci sono tanti ceramisti a Faenza, ma ce ne sonbo tanti che non sanno neanche lavorare il tornio, ma delegano ad altri tornianti la forgia di questo o quest'altro vaso. Il ceramista vero lo vedi subito e sono pochissimi, quali Pietro Melandri, Carlo Zauli (il primo a fare il gres a Faenza), poi, un altro grande è stato Domenico Matteucci, i suoi visi. Quindi, Domenico Baccarini, incisore, pittore, scultore, colui che ha dato il nome al viale della stazione di Faenza".
 
Tra i grandi ceramisti faentini, anche Riccardo Gatti...
"Gatti è stato con Melandri: infatti, si sono copiati quei riflessi che fanno dentro il fuoco, dei grandi davvero. Hanno formato il "Cenacolo dei maestri ceramisti faentini"".
 
L'opera più bella che hai creato nella tua lunga carriera di artsista?
"La più bella, la più perfetta l'ho creata per il Grand Hotel di Rimini: ho fatto tutta la sala grande, dove, staccato dal muro di 30 cm, ho cercato di rappresentare un'esplosione lunare, e di dietro c'era tutta la luce. Un'opera che fece smuovere un grande artista come Salvatore Dalì, il quale volle lui stesso inaugurare il murale. Siamo negli anni 70 circa. Un murale dieci metri per 4; poi, ci sono le pareti laterali di grandezza diversa. Ma, il bello è che si illumina tutto a suon di musica: una cosa, per me, irrealizzabile!"
 
Personaggi importanti che hanno frequentato, hanno messo piede nella tua bottega qui a Brisighella?
"Mah, son tanti: è venuto Vittorio Sgarbi, il cardinal Achille Silvestrini, tanti altri. Ho lavorato un pò per tutti".
 
Un aneddoto sui personaggi importanti conosciuti?
"Quando facevo il servizio di leva, ho fatto da autista all'onorevole Giulio Andreotti. Lo accompagnai in automobile, addirittura, in veste il sottoscritto di militare presso il Quartier Generale, da Torino fino alla Diga del Vajon, quando questa – 9 ottobre 1963 – crollò, causando centinaia e centinaia di vittime. Ricordo che quando tornammo indietro ci rovesciammo e mi presi 30 giorni di cpr, di punizione di cella di rigore. Quando l'auto si rovesciò, chiesi ad Andreotti se si era fatto male; lui invece chiedeva di me, non avendo riportato nemmeno un graffio. Dietro avevamo la scorta, la quale lo prelevò e lo riportò a Roma".
 
Ma, il Ministro Andreotti non fece nulla per scontarti la pena?
"No, feci 30 giorni in più di militare a Torino: invece di farne 15, come facevano gli altri, ne presi il doppio. Ma, credo che lui non sia venuto a conoscenza della punizione che mi era stata inflitta, e, quindi, non poteva intercedere a mio favore".
 
Qualche tua opera sul tema religioso della morte?
"Ho fatto una Via Crucis, che ha qui a Brisighella un mio amico; ma, c'ha solo dei pezzi, però, perché qualche pezzo mi si è rotto. Adesso ho in mente di farne un'altra, di creare qualcosa di buono".
 
Tipo?
"Qualcosa di sacro e qualcosa di molto moderno".
 
Già, perché tu hai fatto molte opere profane: donne, scorci anatomici, volti, teste di femmine...
"Ho fatto anche organi maschili, se è per quello; un pò di tutto ho creato sull'uomo e sulla donna".
 
La tecnica che ti ha dato maggior soddisfazione e grazie alla quale tu hai prevalentemente lavorato? Il lustro metallico?
"Sì, il lustro metallico lo potrei ancora fare, come quello di Melandri e di Gatti tranquillamente. Solo che a me non piace copiare gli altri, ma piace fare un graffito stile 200 e non la maiolica che fanno tutti a Faenza. Io faccio il mio graffito – che è fatto con l'ingobbbio, ecc. -, tutta una cosa completamente diversa e sono tutti pezzi unici. Un pezzo non è mai uguale all'altro: può assomigliare, ma è unico".
 
Sul tema della morte, hai fatto qualcosa?
"Bè, non è che mi piaccia molto, vé, parlare della morte (e ti punta le corna): la morte non è che mi faccia paura, diciamo la verità. Non mi fa paura, tanto quando è il momento – e può essere oggi oppure domani – un ictus o un infarto, non mi spaventa. Quando capita, capita, chiuso".
 
Non ti è stato commissionato l'esecuzione di un cadavere, di uno scheletro, di ritrovamenti da scavi?
"Sì, adesso che mi fai pensare, sì, ho fatto qualcosa: l'ho rappresentata come un albero secco, non più innaffiato, inaridito. E così è la morte per noi, per l'essere umano".
 
La vita, invece, come la rappresenteresti?
"Con un accoppiamewnto tra un uomo e una donna".
 
Mi sembri un pò un artista alla Vasco Rossi: voce rauca di uomo vissuto tra donne e una vita davvero spericolata...
"Ebbé, mi piace Vasco Rossi come cantante; le sue parole, come si incavola nelle sue canzoni".
 
Un artista deve per forza incardinare lo slogan di genio e sregolatezza?
"Ebbé, un artista deve fare quewllo che si sente, non è mai una persona normale, quadrata ed inquadrata. Io, però, non sono un genio, penso di non essere un genio, comunque, mi sento di aver creato tutto quello che sognavo di creare".
 
Non ti è mai stato chiesto di allinearti, di intrupparti in un Partito politico, come hanno scelto di fare i grandi Moravia, Guttuso, altri?
"No, no, no, non ho mai pensato ai politici ed alle politiche: mi fanno tutti schifo, a cominciare di quelli che stanno là a Roma, al Governo. Da quelli che ci sono stati a quelli che ci sono ora".
 
Il più bel complimento che hai ricevuto?
"Da tantissime persone, dalle mie donne, ho avuto due mogli e due figli con altrettante signore, non contiamo il resto".

Importante è essere liberi nel tuo lavoro?
 "No, basta che la donna non ti rompa le scatole".
 
Da giovanissimo hai esposto e lavorato a Basilea, nel 1963...
"Non sono andato io in Svizzera, di mio proposito, ma ci ha mandati il Direttore dell'Istituto d'Arte di Faenza, eravamo in tre, per insegnare cos'era il tornio, lavoravo pochissimo al tornio, facevo pochissime ceramiche, soltanto quando sono rientrato in Italia. Sono stato anche a Stoccarda, a Monaco, a Mannheim...Mostre? Ho vinto dei concorsi a Cervia, a Firenze ho vinto per due anni di fila la medaglia d'oro del Ministro al 35° e al 37° Concorso Internazionale dell'Artigianato".
 
Avevi un socio di nazionalità giordana...
"Era il figlio dell'allora re di Giordania ed avevamo deciso di aprire un laboratorio di ceramiche in Svizzera, nel Canton Ticino, dopo Lugano. Roba di circa 40 anni fa. E' successo che il padre l'uccisero per strappargli il regno, e a lui confiscarono tutto quanto. Ci rimase di chiudere bottega, ma lui era un bravissimo ragazzo, era addirittura un medico, messier Backer, e lui fu costretto a rifugiarsi nella Svizzera tedesca per sfuggire alla cattura e all'assassinio. Dopo ha continuato a fare il medico".
 
Non ti è mai saltato per la mente di rompere tutte le tue creazioni, di abbandonare la tua professione?
"Sì, c'è stato un momento, poco tempo fa: non stavo bene. Non avevo più voglia di lavorare, di creare, di andare avanti con la bottega. Mi sono sentito un attimo non a posto, però, per fortuna, mi sono ripreso subito, adesso, sperando, confidando nella salute, mi è ritornata la voglia di creare".
 
Credi nell'Aldilà?
"Dico solo che dall'aldilà non è mai venuto nessuno a dirti come sta; no, non ci credo assolutamente, non può essere. Non esiste, perché se ci fosse, non succederebbero cose che sentiamo ogni giorno in televisione, quali omicidi di bambini, di neonati. Ci fosse Qualcheduno come direi io, certi delitti, certe tragedie non permetterebbe che accadessero".
 
Ma, perché sostieni di non credere in Dio e nell'Aldilà e poi ti cimenti a forgiare creazioni, opere di tema religioso?
"Me l'aspettavo sì la tua domanda: noi pensiamo, speriamo sempre che ci sia un qualcosa, infatti, quando stiamo poco bene ci raccomandiamo ora al Signore ora alla Madonna".
 
La speranza, come la rappresenteresti, se ti commissionassero di riprodurre un tuo aldilà?
"La speranza è un tema un pò difficile, ma si può fare. Partire da una cosa, partire su una tela di un quadro dal buio e poi piano piano andare verso la luce. Il buio con il color nero, la luce di color giallo, azzurro. Che è il mio colore preferito, lo adopero molto. Ma, questo tema, preferirei realizzarlo in ceramica più che su un quadro".
 
Quali sono i colori che hai amato di più?
"Il giallo, mi piace moltissimo perché ho creato io un giallo particolare; mi piace il verde, la tinta della natura, del prato, della primavera, mi piace l'azzurro perché ti dà il senso del cielo. Mi piace meno il blu perché lo fanno sempre con la tinta scura. Il celeste mi piace; ma anche l'arancio, che mi dà il senso degli agrumi".
 
Cos'hai preso da Biancini, da matteucci, da Zauli, da Melandri, da Gatti?
"La plastica, il plasticare, che vuol dire creare delle cose in creta, da Matteucci andavo a fargli i vasi in creta. Lui era un grande come scultore, però, faceva quasi tutte le cose bianche. Da Zauli ho preso poco perché non ho mai lavorato con lui o nella sua bottega; però, ci siamo sempre parlati, ci conoscevamo bene. Ho capito che era un grande artista perché è stato il primo ad aver creato una materia che andava oltre la temperatura dei nostri forni, e che era il grès. Poi, tutti hanno scoppiazzato per bene. Melandri? Ho visto come ha fatto il tetto fuoco perché è vero che ci sono dei prodotti che li danno già fatti, preparati, e tanti ceramisti usano quelli, ma ci sono anche tanti prodotti che uno se li crea da solo. Ho capito come Melandri riusciva a creare certe irridazioni nel forno, buttando dentro unghie di cavallo, suole, della naftalina, per fare del fumo dentro il forno, si chiudevano i buchi e così il fumo s'incorporava dentro all'acido che avevamo dato ai pezzi e saltavano fuori iridescenze dorate o di altre tinte. Oggi questa tecnica non la pratica più nessuno, ma fa prima a comperare le bottigline con già incorporato tutto il materiale".
 
E Gatti?
"Gatti è stato un socio di Melandri: hanno lavorato assieme. Mi piacevano le sue iridescenze, ed è stato un ceramista che si è avvalso, nella sua bottega, di tanto personale femminile. Le quali facevano presto apposta ad imparare il mestiere e Gatti possedeva una sua tecnica anche lui, un pò più forte di quella di Melandri".
 
Cos'hai di tuo peculiare, perché uno dovrebbe acquistare le tue opere?
"Prima perché uno non è capace di creare quello che sono in grado di fare io".
 
Cosa?
"Il mio ingobbio – è una tavola bianca che si usa al posto della maiolica; però, va data quando l'oggetto è ancora fresco e non quando è cotto, biscotto. Loro decorano sopra un tavolo già cotto, biscotto, già maiolicato e poi ci imprimo lo stampino sopra. Io, invece, io faccio l'ingobbio sopra la terra, poi, c'ho un chiodo di ferro , in modo che i pezzi non siano tra di loro mai uguali nelle dimensioni - è diverso: se parliamo di graffito che è una cosa semplice. Se parliamo di moderno, io c'ho dei bianchi che posso insegnare a tanti altri. Ed ho un viola particolare, che nessuno è capace di fare".
 
Passerai alla storia per l'ingobbio color viola?
"Per il mio graffito, soprattutto. E per il mio viola".
 
Tra gli scultori, chi ti è sempre piaciuto Michelangelo o Leonardo da Vinci?
"Leonardo, mi è sempre piaciuto, è il più grande. Michelangelo è un grande artista, però, Leonardo è tutt'un altra cosa, era anche inventore, scienziato, un tutt'uno, molto completo. Ed aveva le palle!"
 
Andrea Nocini, per www.pianeta-calcio.it, Brisighella di Ravenna, 4 giugno 2014

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