ULTIMA - 27/5/19 - AIAC VR: INCONTRO FORMATIVO CON STEFANO BIZZOTTO

L’Associazione Italiana Allenatori Calcio sezione di Verona informa che organizza per lunedì 3 giugno 2019, con inizio alle ore 20.30, un interessante serata formativa dal titolo "La comunicazione nel mondo del calcio". L'incontro si terrà presso l’aula 1 del palazzotto Gavagnin (difronte alla sede della società Virtus Vecomp) in via
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INCONTRI VIP'S

23/6/14 - INCONTRI RAVVICINATI: DR. FRANCO FARANDA

FARANDA, LA PITTURA SACRA FELSINEA

Bologna la dotta, la rossa (per il color rosso dei mattoni che ravvivano la città), Bologna la grassa ci accoglie, con i suoi interminabili portici – che portano lassù, fino alla basilica di San Luca, santuario meta di migliaia di pellegrinaggi; che ogni volta mio babbo, faentino, mi mostrava da piccolo in automobile mentre percorravamo l'autostrada del Sole – l'ultimo giorno di primavera: si sfiorano i 30 gradi, ma, per nostra fortuna, una leggera brezza di aria rende gradevole la passeggiata. Lasciata la stazione, imboccata la lunghissima via dell'Indipendenza, si arriva a via delle Belle Arti; interminabile pure questa. Ma, prima un'occhiata la merita Piazza del Nettuno, col Gigante – opera in bronzo architettata da Tommaso Laureti nel 1563, ma realizzata nel 1565 dal Giambologna: al centro della fontana, su di un piedistallo il monumento del dio Nettuno, con ai piedi 4 sirene a cavallo di delfini, rallegrate da un gioco d'acqua dai 90 zampilli –, ed ai lati della piazza, dell'agorà, troneggia la statua del santo patrono della città felsinea, Petronio. Al civico 56, sempre di via delle Belle Arti, ecco la sede della Pinacoteca Nazionale di Bologna: siamo accolti dal dottor Franco Faranda, il direttore di origini messinesi.
 
Che cosa intende, direttore, lei per bellezza? A Firenze, ad aprile, abbiamo ammirato la "Primavera" del Botticelli.
 
"Lei ha accennato al capolavoro visto a Firenze; ebbene, da noi, le "Primavere" sono molto più reali, molto più realistiche di quelle, se vogliamo, concettuali, di Botticelli. E, mi viene in mente, dovessi dare una risposta per quel che riguarda qualche secolo dopo, il ciclo di Giasone e la famosa Medea di Ludovico Carracci, che non è primavera ma è, "en plen air", una figura che si bagna su un fiume locale (che potrebbe essere il Reno, il Sàvena, chissà, un fiumiciattolo comunque), sotto un cielo stellato e con una luna nel trequarti, ma, soprattutto, con una figura concreta, non una bellezza idealizzata e magari inesistente, ma, una persona esistente che è diventata in qualche modo ideale attraverso però la sua carne. E, questo, attraverso un procedimento inverso a quello che lei ha citato sul Botticelli, nel senso che si parla concreto, del reale per magari sublimarlo, per farlo diventare modello che valga per tutti. E, questa concretezza è quello che ha sempre sospinto la nostra idea di bello e la nostra pittura non soltanto per secoli diciamo così tardi, ma anche nel primo Medioevo, allorquando in questo periodo assume delle connotazioni specifiche e bolognesi – e significa Vitale da Bologna (artista bolognese della metà circa del 1300), per ricordare quello meglio conosciuto e che più degli altri incarna questa realtà locale -; e noi vediamo come anche l'immagine medioevale all'interno di uno spazio che è obbligato dalle regole e alle quali non è possibile derogare, ma dentro questo spazio le persone si muovono con una vivacità che probabilmente ricordava le osterie della città bolognese, gli incontri tra contadini (e penso a delle scene molto concrete, che sono il Diavolo e Sant'Antonio, la pizza con l'abbeveratoio e c'è uno spazio per gli uomini e uno spazio per l'asino: prodotto con questa realtà, che probabilmente non troviamo in nessun altro posto perché la pittura giottesca è ordine, disciplina, ma è pur sempre armonia, ma è un'armonia ideale. La pittura di Vitale da Bologna è tanto incardinata in un luogo, è facile trovare spazi identificabili, e poi certamente trasfigurati, partendo però sempre dal concreto, poi trasfigurati dando a loro altri valori. E, sempre tornando al nostro nel Seicento, qui le definizioni da storici dell'arte non sempre riescono a farci capire davvero quello che intendono dire perché l'ideale classico – stavo pensando – e invece mi venivano in mente quelli sfondati naturalistici, quella natura colta all'imbrunire o all'albeggiare, quegli alberi che si muovono e che fanno rumore con effetto visibile, in qualche modo godibile, quasi si sente il loro respiro, si percepisce l'aria, di ottima sinestesi come dice lei. Così che anche figure apparentemente delle grandi macchine sceniche da Controriforma, se vogliamo chiamarle così, che dunque si adeguono ai canoni della disciplina di un ordine ecclesiastico, ecco che riescono ad inverarsi attraverso la fronda, lo stormire di una fronda, un albeggiare o un tramonto sul fondo, in senso lato diventa protagonista assoluto del grande quadro".
 
Bellezza dei nudi d'arte a Bologna?
"Noi a Bologna scarseggiamo, essendo la nostra una Pinacoteca nata soprattutto per le requisizioni napoleoniche, è evidente che il patrimonio è soprattutto ecclesiastico, proveniente dalle chiese. Di conseguenza, di nudi ne abbiamo pochi".
 
Sul tema della morte, della Crocifissione?
"Nicolò dell'Arca, il famoso Compianto sul Cristo morto, che è diventato un topos nazionale: anche qui si avverte un'epressionismo padano, in quel caso esagerato, ma pur sempre innescato da un meccanismo di realismo rappresentativo, così che questa commozione è fatta di lacrime vere, mai di figure idealizzate. E, questo doveva essere in Nicolò dell'Arca col suo Compianto in terracotta, ma così doveva essere l'altro grande affresco in cattedrale di Ercole De Roberti, poi crollato, e del quale ci resta solo un frammento di una delle Maddalene che abbiamo qui in Pinacoteca, che per questo espressionismo che non oso dire esasperato perché se così fosse dovrei immaginare figure scomposte, che non hanno più un'espressionismo reale. Invece, le nostre figure, per quanto scomposte dal dolore, è un dolore che pur sempre mantiene i tratti alterati di un volto che soffre, ma di un volto reale, insomma. Per cui, riconoscibile probabilmente lo era in gente del luogo".
 
E sul tema della morte?
"Anche qui, le nostre morti sono soprattutto soprattutto sono morti sacre, dalla celebre Strage degli Innocenti del Guido Reni (siamo nel 1600) ed anche qui è quell'urlo pur sempre composto della madre, quell'urlo che è interesantissimo perché lo si avverte non con le orecchie ma col cuore; questo argomento è uno dei miei obiettivi e cioè di aprirci, con la nostra storia dell'arte, a tutti, e in questo caso lo facevo riferendomi ai sordi, spiegando che anche un sordo quell'urlo lo sente come lo sento io, non con le orecchie, ma con quella sensibilità che attraverso l'immagine ci porta a sentire dentro di noi quella disperazione per la morte così cruenta del neonato. E contemporaneamente il volto della madre è così composto, l'urlo non sfigura l'umanità della donna, della madre che lo emette, resta pur sempre una figura composta pur sempre in questo suo espressionismo equilibrato. E' un classico del grande artista Guido Reni, che è pur sempre capace di esprimere sentimenti, ma all'interno di una norma, di una regola che non gli consente mai di eccedere: non è il Vitale da Bologna citato prima, ma sempre all'interno di uno spazio scenico, in cui la dignità sta al primo posto".
 
E sulla Risurrezione, sull'Aldilà, cosa abbiamo a Bologna?
"Sull'Aldilà, sì, abbiamo qualcosa. La morte e la Resurrezione è in qualche modo è il grande tabù – sembra un'affermazione pesante – della Chiesa cattolica post-trentina e prima di Trento il tema era trattato più su elementi concettuali, teologici che emozionali -. Dopo si affronta il tema in termini emozionali, ma con un certo pudore, così il rapporto è di uno a dieci, nel senso che se la passione diventa oggetto di un espressionismo e di un'inventiva esagerata – sul dolore ci hanno ricamato tutti e hanno esagerato moltissimi -, invece, sulla Risurrezione era come se in qualche modo restasse incomprensibile allo stesso artista, allo stesso autore. Ed abbiamo poche Risurrezioni e tutte secondo un cliché che in qualche modo non consenta sbavature: questo Cristo che vola, o che sta volando, o che si erge. Questo nella decadenza del tema per quasi tutto il Seicento. Veniamo da un periodo antecedente, in cui c'è uno sviluppo interessante, ma, non è tanto bolognese quanto canonico, dal tema medioevale molto teologico, dunque, con il Cristo assente e l'urna aperta con le Marie che vanno al sepolcro e trovano l'Angelo (riprendendo esattamente il racconto evangelico), e a quel punto si innesta anche la figura di Cristo, ma come cosa a parte, come dire che ci fossero due scene: la scena evangelica del sepolcro vuoto, Marie ed Angelo, da una parte, e dall'altra, come spiegazione di quello che è successo, come dunque secondo capitolo, può comparire un Cristo in alto, davanti, ma proprio tenendo separate le due raffigurazioni principali".
 
Quali sono, qui a Bologna, gli autori di queste Risurrezioni?
"Bè, tutti si sono cimentati nella Risurrezione dall'Annibale Carracci al Franceschino, ma anche più tardi, tra i manieristi bolognesi (il Giulio Cesare Procaccini, nato nel 1574), però, sempre con parsimonia, così che se abbiamo dieci Assunte, avremo una Risurrezione. E' un tema celato".
 
Per quanto riguarda invece il trionfo dell'amore verso la vita?
"L'amore per eccellenza in questo termine è rappresentato dalle nostre Madonne con bambino: perché è vero che hanno un risvolto teologico con tutto quello che ne consegue, ma è interpellato da una maternità molto umana, molto concreta. Ed attorno a questa maternità, a quest'amore, madre e figlio che si gioca e che si ripeta con molte articolazioni questo tema dell'umanità che si ama, che si vuol bene. Dalla Madonna di San Luca, icona del 12° secolo, dove il tema teologico è inverato in questo rapporto affettivo che supera lo schema dell'icona, o che rende vivo lo schema di un'icona classica, dandogli quel tocco di umanità concreta, che appartiene all'Occidente e, perché no, probabilmente proprio all'area padana. E, così proseguendo, Vitale da Bologna col suo Presepe di Mezzarrata (di Bologna), dove cogliamo questo gesto incredibilmente concreto della madre che saggia con la mano l'acqua per il banetto del bambino. Invece, di rappresentare tutta la scena classica, con la vasca, la madre, invece, abbiamo qui quest'istantanea no, di questa donna, di questa mamma, la quale prima di immergere il bambino, tocca, assaggia la temperatura dell'acqua in cui lo immergerà. Un gesto straordinariuo, che rende questa Madonna proprio davvero donna. E su questa linea tutta la nostra pittura svolge il tema della maternità attraverso questa chiave della affettuosità; e poi risalta pur sempre questa umanità, che non è soltanto teologica, ma mi vengono in mente altri temi apparentemente teologici, tipo l'Annunciazione di Ludovico Carracci, dove però tutto si gioca su questa straordinaria cura di giovinezza, che diventa estremamente concreta. Figura di un amore molto terreno, molto concreto, figura femminile, giovanissima, peraltro rivoluzionaria, al punto che non si ripete più. Lo stesso Ludovico Carracci, dopo questo straordinario evento, quest'immagine offerta per una confraternita, nessun'altre Annunciazioni sono molto più normali. Quasi un'esperimento, o forse chissà gli è andata bene perché proposta e dipinta per un gruppo particolare, una confraternita, per cui possiamo anche immaginare una sensibilità speciale nell'ambito del committente. Perché il fatto che non si ripeta più significa che è un'opera in qualche modo giovanile (siamo ancora nel 1500, per cui ci sono ancora altri 30 anni di attività di Ludovico Carracci), ed è indicativo di un tema troppo rivoluzionario per essere favorevolmente accolto dall'intera comunità, e, dunque, riservato a un gruppo. Questi gli esempi, dunque, più rivoluzionari, più concreti di un'umanità innamorata".
 
Quali sono i colori di Bologna?
"Il rosso del cotto; anche perché l'assenza di marmi, presenti solo in casi eccezionali e per ovvi motivi perché in zona non ci sono e sono importati (la facciata di San Petronio è in marmo rosa di Verona, marmo di Candoglia, il marmo rosa estratto nel Verbano, con cui è abbellito il Duomo di Milano), ma fu, in qel caso, un acquisto mirato, una spesa particolare per il tempio cittadino per eccellenza. Ma, noi qui, a Bologna, viviamo di terra, per cui "polvere siete, polvere ritornerete!", ed è il cotto il nostro materiale principale e di conseguenza il rosso. Poi, è una diceria quella di pensare ai tempi più antichi con architetture non dipinte: se noi guardiamo a un qualsiasi dipinto medievale – mi riferisco a quello senese dell'Ambrogio Lorenzetti, all'altro artista di Siena Simone Martini – non c'è architettura esterna che non sia dipinta e con colori molto vivaci. Non ho mai approfondito se esattamente sia così, me lo sono immmaginato da me, ma probabilmente un secolo in qualche modo buio - non per quello che ci ha insegnato a un certo momento la nostra scuola, buio certo non perchè (sorride il dottor Faranda) mancava la corrente elettrica – aveva bisogna di colori vivaci per ravvivare quello che non poteva fare con fonti di illuminazione artificiale. Siamo in piena pianura Padana, immersi dalla nebbia, ed allora bisognava in qualche modo contrastare la natura, renderla vivace, viva. E, del resto, la nostra stessa pittura medievale, ogni qualvolta ci imbattiamo in un esterno, in un'architettura, è sempre dipinta e i colori sono più il rosa che il rosso, il bianco. Sono questi davvero i colori che ravvivano la città di Bologna. Ed anche oggi è mantenuto, più che mantenuto si mantiene senza consapevolezza, tant'è alle volte si pensa, in questi ulrimi tempi, che basta un colore. Non è vero, ma, è anche una tecnica: dare il colore acrilico su una facciata non è come dare una pittura a calce, si sa che la resa è tutt'un'altra cosa. La luminosità della facciata è molto diversa in relazione all'uso dei materilai che si utilizzano per fare queste cose".
 
Il concetto di bellezza, secondo lei, direttore?
"Bellezza è armonia, soprattutto è armonia; ma, anche questo certamente è un concetto soggettivo perché l'armonia uno la coglie e può coglierla da un'altro e viceversa. La bellezza nasce da quell'armonia che parlando di pittura credo che sia accostamento di colori; che, anche se non avessero forme, e faccio un salto nei secoli, anche se non avessero forme ed andassimo all'arte contemporanea, ciò che la rende arte, amio avviso, è pur sempre quella capacità di mettere assieme i colori, di renderli un'unità armonica. E qui ci coleghiamo ad uno stesso concetto che potrebbe valere per la musica, intesa come unità di suoni".
 
Da Bologna, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 20 giugno 2014

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