ULTIMA - 25/5/19 - IL BASSANO 1903 BATTE IL MONTORIO ED E' CAMPIONE REGIONALE

E' stata una bella partita, quella giocata ieri sera a Montecchio Maggiore, fra il Bassano e il Montorio, calcio valida per il titolo Regionale di Prima categoria. I giallorossi di mister Francesco Maino partono subito forte e passano in vantaggio dopo soli 5 minuti con Cosma, che, su invito di Garbuio, mette in rete con un tiro da sotto
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INCONTRI VIP'S

1/7/14 - INCONTRI RAVVICINATI: DOTTORESSA CATERINA GRECO

AGRIGENTO PARLA IL...GRECO

Come un mantello che diventa improvvisamente candido come la neve tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio di ogni anno; quando i mandorli sono in fiore. E, così, da una vita, da più di duemila anni a questa parte, la Valle dei Templi ammanta, nobilita, preserva Agrigento, a Sud della Sicilia occidentale. Agrigento, la vecchia Girgenti (traslitterazione araba della stessa parola), la leggiadra Akragas (nome tratto dal fiume che bagna il territorio) per chi viene dal mare, il Mediterraneo, ti appare avvolta, per quasi tutto l'anno, in uno scialle dalle più svariate tinte smeraldine: quelle delle foglie degli ulivi e dei mandorli. Il mare azzurro-verde, una cintura di terra l'altipiano della Valle dei Templi, ecco in tutta la sua estensione, in tutta la sua magnificenza e maestosità, il territorio dove più di duemila e cinquecento anni fa si celebravano i riti pagani, e dove i sacerdoti entravano dalla porta ad Est perché lì nasceva il sole. Una decina i templi dorici del periodo ellenico: Giunone, Concordia, Eracle, Zeus Olimpio, Dioscuri, Atene, Efesto o Vulcano, Asclepio od Esculapio, Tempio L, Demetra ed Iside. Una sorta di anello di circa 1800 mq, che protegge in un misto di sacralità, potenza e trionfo dei fasti, la città di Agrigento, abbarbicata più dietro e più in alto, sopra il costone, come proiettata su una ribalta: una quinta scenografica di grande attrazione per chi veniva dal mare.
 
"La più bella città dei mortali": così la definì il poeta greco Pindaro nel 5° secolo prima di Cristo. Il filosofo e politico suo contemporaneo, Empedocle, ammaliato anche lui dallo stupore che si sprigionava nella Valle dei Templi, sosteneva che "gli agrigentini vivevano in così manifesta ricchezza, floridità e potenza, che pare dovessero morire il giorno dopo". Colpisce la recente (2011) scultura in bronzo dell'"Ikaro caduto", realizzata dal grande artista russo Igor Mitoraj: sembra il resto del naufragio di un mondo oramai scomparso. E, che dire dell'operazione d'innalzamento delle colonne precipitate a terra, processo chiamato "stilòsi", promosso da sir Alexander Hardcastle, l'archeologo inglese d'inizio Novecento, il quale spese tutte le proprie energie e sostanze economiche per dedicarsi ai lavori di recupero e di ristrutturazione della Valle, e la cui villa oggi è museo e teatrino dei pupi siciliani?
 
Morì povero proprio nella città che lo stregò, ed Agrigento gli ha reso onore ospitando il suo corpo nel cimitero, dopo aver praticato nella cappella una finestra con vista sui suoi amati templi. Si esce, insomma, come stregati dall'"immutabile principio" – come definì Winckelmann la bellezza classica -; anche se rimangono brandelli, schegge di quei fasti e l'atmosfera che si respira è quella di un tempo che non tornerà mai più, intrisa com'è di fasti, feste, riti, celebrazioni che hanno del leggendario, del fantastico, dell'impossibile e dell'irripetibile ai giorni nostri. Ma, Agrigento – come ci spiegherà la Sovrintendente, l'archeologa Caterina Greco - non è solo la Valle dei Templi: è anche la città antica, il Duomo dell'XI secolo, i suoi viottoli, le piccole e vecchie casupole screpolate, fatte di calcarenite porosa, fragile, sfarinata; raggiungibili attraverso un'interminabile scalinata. Qui, dall'alto del Duomo, immaginando i riti e le celebrazioni pagane di oltre duemila anni fa di laggiù, nella Valle dei Templi, e pensando a quelle più recenti e cristiane dei primi del Novecento, sembrano improvvisamente rieccheggiare alcuni versi di una delle Novelle del grande Luigi Pirandello, "Visto che non piove" (1915), quando il premio Nobel parla de "...La statua della Santissima Immacolata...tutta parata d'ori e di gemme, col manto azzurro di seta stellato d'argento...La pomposa processione alla chiesa di San Francesco...lunghe scampanate per il povero sagrestano tutte le mattine e tutte le sere...
 
..Il magnifico baldacchino sorretto a turno dai seminaristi di più robusta complessione...Le donne dei contadini...gli abiti di seta...dando spettacolo di sacrilega vanità...con le mani un pò levate e aperte innanzi al seno, piene di anelli in tutte le dita, con lo scialle di seta appuntato con spilli alle spalle, gli occhi volti al cielo, e tutti i pendagli e tutti i lagrimoni degli orecchini e delle spille e dei braccialetti, ciondolanti ad ogni passo...i seminaristi parati coi camici trapunti... il sagrestano, i canonici, il monsignor vescovo, ora che era vecchio e cadente,...e i fischi e urli, le minacce... e tutt'in giro alla piazza erano stati disposti mortaretti, ecco sopravvenire in gran furia dal mare fra lampi e tuoni una nuova burrasca..."
 
Dottoressa, qual è il concetto che lei ha della bellezza?
"E' impossibile rispondere perché ognuno ha la sua idea di bellezza. Penso che per me è bello quello che è armonico, quello che suggerisce un'idea di armonia. Da archeologa, sono abituata a guardare i beni monumentali all'interno del loro contesto paesaggistico. Quindi, da questo dialogo viene fuori anche la bellezza o la bruttezza, la trasandatezza di un luogo rispetto a un'altra. Nei secoli l'idea di bellezza è cambiata e ognuno che ognuno ha una diversa idea, tutta soggettiva. Sono molto sensibile all'idea di una realtà che abbia una sua armonia, un suo equilibrio: già questo, per me, si sposa con l'idea del bello".
 
In cosa si esprime il concetto di bellezza, in senso artistico, in Agrigento?
"La parte più caratterizzante della sua realtà, del suo patrimonio sta nell'archeologia: è il motivo per il quale è nota nel mondo intero. Ed era nota anche in antico: Pindaro – siamo nel V secolo Avanti Cristo - diceva che era una delle più belle e ricche città del mondo greco di allora. Questa caratteristica di opulenza, di ricchezza, di bellezza nel senso di equilibrio tra realtà naturale e realtà antropica è una caratteristica della città antica, ed Agrigento oggi consente di coglierla bene per chi vuole visitarla, perché c'è un parco archeologico di 1600 ettari con una realtà monumentale molto imponente nella collina dei templi, quello della Concordia, sotto gli occhi di tutti, quindi, dà immediatamente al visitatore esattamente la dimensione di quello che doveva essere la città antica: di grande dimensioni, di grande opulenza, inserita nel suo naturale scenario, che è appunto la Valle dei Templi. Un paesaggio che in realtà è un altopiano o un bassopiano che si apre verso il mare, quindi, con una prospettiva di scenari mediterranei molto suggestiva perché poi la luce, la sua qualità, il gioco rende godibile questo paesaggio. Questa è l'aspetto di bellezza che questa realtà comunica ancora a tanti secoli di distanza".
 
Il lato tutt'altro che positivo, contrario alla bellezza, invece, dov'è che compare in Agrigento?
"Sta nel peso della modernità, perché Agrigento è una città è stata profondamente segnata dall'abuso edilizio, dalla dissennatezza, dalla troppa cementizzazione, in buona parte, operata degli anni 60-70, del secolo scorso, e questo ha cambiato un pò le dimensioni, le linee topografiche del sito; per cui, abbiamo da un alto la collina dei Templi, che si erge maestosa davanti a noi, e dietro la cortina brutta, anonima soprattutto. Brutta perché anonima, di palazzi che nascondono invece il volto di un'altra Agrigento tutta da scoprire, quella che si sviluppa sulle colline dall'età araba in poi, e che nasconde tanti momenti ed episodi interessanti al suo interno. La Girgenti medioevale e moderna ha un cuore storico che è ancora intatto, che non è stato ancora toccato dall'aggressione selvaggia degli anni 60, e, benchè abbia vissuto per tanto tempo una situazione di declino economico, paradossalmente questo l'ha conservata. Oggi come oggi la zona del Duomo, la via Atenea, le stradine tutte pedonali sono delle calli che s'inerpicano tra i vari livelli della collina, si sono mantenute perfettamente intatte. Oggi come oggi la nostra scommessa è quella di rendere il patrimonio architettonico in qualche modo noto ed appetibile alla stragrande maggioranza dei visitatori e dei turisti esattamente come è nota la Valle dei Templi. Va gustata tutta la città, nella sua interezza, nel suo unicum".
 
Lei è anche un'archeologa: qual è stata la scoperta che più l'ha emozionata, le ha fatto venire la pelle d'oca?
"No, di Agrigento non ho ricordi, perché ci sto lavorando da sei mesi e vengo da altre realtà, da altre esperienze. Io ho tanti anni fa ho scavato una grande metropoli tardo romana. Credo che le metropoli sono quelle che ti trasmettono più emozioni perché ti toccano, si scavano morti, affiorano scheletri, corredi, e non si può non pensare che una volta erano persone come noi, vive. Ebbene, anche se con noi c'è l'antropologo che ci aiuta nello scavo, però, c'è una dimensione di contatto con l'umanità che è molto più individuale rispetto a quello che normalmente facciamo noi in altri ambiti nella nostra mansione. In particolare, una metropoli molto ricca di età tardo romana-bizantina nella provincia di Palermo, nei pressi di Piana degli Albanesi, in contrada Sant'Agata, un rinvenimento casuale, che poi è diventato uno scavo programmato (abbiamo scavato oltre 400 tombe) ed è una delle più grosse necropoli tardo romane bizantine della Sicilia Occidentale, con scoperta di vetri, decorazioni, importazioni di ceramica africana molto ricca e ben datata come contesto. E molto emozionante perchè una volta è stata rinvenuta una tomba bis, in cui c'erano deposti un marito ed una moglie abbracciati, sepolti insieme, con il loro corredo delle loro feste e siamo nel IV secolo dopo Cristo. La sensazione di una coppia che è rimasta coppia per sempre, e per me è stato davvero un momento particolarmente molto emozionante: una cosa che in archeologia capita perché, a secoli di distanza, ti rapporti te e l'individuo che ti ha preceduto nella morte".
 
Invece, sull'argomento morte, cosa abbiamo nell'Agrigentino?
"Il monastero, l'abbazia di Santo Spirito, fondata nel 1299, ha delle belllisime opere, come i teatrini di Giacomo Serpotta: è una sorta di dependance agrigentina. C'è in marmo una crocifissione del 400 con, nella parte frontale, raffigurato il Cristo con la Madonna e San Giovanni Battista, e nel retro simboli che richiamano la resurrezione di Cristo. Le pareti laterali della navata dell'abbazia sono gradevolmente ornate dagli stucchi del famoso maestro scultore Giacomo Serpotta, che con i suoi figli ha inaugurato una scuola, autore anche dei teatrini siciliani. Sempre all'interno del Santo Spirito, si possono ammirare anche scene del Nuovo e Vecchio Testamento. Ma, la più interessante in questa chiesa è la parte del 700, che viene dopo la fase chiaramontana (nome di una delle famiglie più potenti di Agrigento tra l'XI e il XVI secolo) del 600 e c'è una tomba di un rappresentante della famiglia Chiaramonte, conservata nel cuore di questa chiesa. Quindi, c'è un cuore di antico, sul quale poi va a sovrapporsi una pittura dal punto di vista artistico più tarda ed apparentemente più gioiosa, più giocosa".
 
Non c'è un Cristo sofferente, che sta esalando l'ultimo respiro?
"La morte si può vedere bene in alcune croci. Abbiamo una bella sequenza, visibile nel Museo diocesano del Duomo (una delle più chiese più antiche della Sicilia perché il vescovato di San Gregorio di Agrigento dell'XI secolo circa), di materiali, con le loro graduazioni, di grande raffinatezza in croci di avorio del 500-600-700, croci anche in argento. Ma, molto belle sono due croci lignee dipinte, delle rarità perché le croci dipinte sono in genere dell'arte toscana della fine del 200 e del 300 (noi ne abbiamo una alla fine del 200, l'altra della metà del 300), e recentemente riscoperte in una mostra tenutasi a Sciacca di Agrigento (il tema era "La morte e la Resurrezione") una mostra tenuta qui ad Agrigento a Pasqua. Interessante perché rivisita nei moduli tardo bizantini tutta la fisicità del Cristo morto, mentre nella parte retrostante c'è già la figura dell'Agnus Dei, cioé del Cristo risorto. Che è una rarità, soprattutto nelle nostre zone, legate ad altri tipi di iconografia, ed è anche la prova di una croce che era originariamente appesa. Queste sono tra le testimoninanze più vive di questo tema in Agrigento anche perché coniugano una iconografia tradizionale, antica, con una forma di pittura popolaresca, com'è la croce di legno dipinta, ma che ha una tradizione raffinita da temi bizantini, tardo bizantini. Sono anche manifestazioni abbastanza rare nel contesto di quello che troviamo in Sicilia".

Dove possiamo incontrare il trionfo dell'amore?
"Come trionfo dell'amore, in questo momento non mi viene in mente niente. No, da questo punto di vista no, io rimarrei legata all'immagine del paesaggio siciliano molto caratteristico. E, ad Agrigento abbiamo, da una parte, la possibilità di gustarci il paesaggio vero, la Valle dei Templi, ma c'è una bellissima collezione di un pittore paesaggista dell'800, Francesco Lojacono, un grande pittore siciliano, un collezionista agrigentino come l'avvocato Sinatra, il quale ha donato questa meravigliosa raccolta di paesaggi agrigentini molto apprezzato e visibile alla Pinacoteca del Collegio dei Filippini, Museo civico, ma con esposti materiali noti dello Stato. E, questa è una bella opportunità, cioé potere vedere da un lato il paesaggio vero con le sue luci, dall'alto quello altrettanto vivido e bello di una pittura di paesaggio colta, che ci riporta alla memoria dei luoghi com'erano. Mi ha fatto particolarmente impressione all'Olympieion, il più grande tempio di Agrigento, e visiterà le rovine dell'Olympieion, un'ecatomba grande con 100 pietre e di cui resta poco, ma se resta sul posto delle rovine del Telamone, personaggio mitologico che in qualche modo reggeva tutta la trabeazione del tempio, un Telamone ricostruito nel Museo di Agrigento e ricostruito però a terra in orizzontale sul posto. Allora, se lei si mette al sole e guarda dal Sud, dando le spalle al mare, vede il Telamone e dietro di lei ha la collina – quella fredda, di cemento – di Agrigento. Però, su quell'immagine può ricostruire una storia perché trova la stessa immagine in un quadro dipinto da Lojacono in un quadro della Collezione Sinatra presso il Collegio dei Filippini (però, ovviamente il profilo di Agrigento era diverso da quello di adesso), però, trova in alcune fotografie di fine 1800, e lo trova anche in una bella foto che scattò l'antropologo, l'etnologo, il fotografo Fosco Maraini (sì, il papà della scrittrice Dacia) nel 1953: c'è un Telamone, un bambino coricato sul Telamone, per dire che quell'istantanea somma il bell'antico e il contemporaneo di allora. Quindi, attraverso la stessa immagine si colgono dei valori di eternità, che hanno molto a che fare con la bellezza, la morte, con l'amore in senso non fisico, ma di rapporto di armonia col mondo".
 
Ogni città ha i suoi colori: quali quelli di Agrigento?
"Il colore nostro è il giallo dell'arenaria, della calcarenite: la può vedere dappertutto. Una qualità che tende ad essere di un colore molto dorato, proprio perché ha delle sabbie. Oggi come oggi il colore è questo e sappiamo che l'architettura privata ha dei colori antichi molto vivaci. Intanto , direi, questo tono giallo oro delle arenarie, più o meno chiare, però, direi anche il verde e l'azzurro della valle, in cui c'è la prevalenza di un paesaggio abbastanza integro; e, poi, anche la scenografia del mare, che dà il respiro a questa città ancora oggi".

Il bianco?
"No, ad Agrigento no; magari in altre zone della Sicilia, nel Siracusano od anche nel Trapanese".
 
Passando alla letteratura, Agrigento è patria di Andrea Camilleri (di Porto Empedocle), di Leonardo Sciascia (di Racalmuto)...
"Il figlio di Pirandello, Fausto, pittore, ha vissuto tutta la sua vita a Roma ed è stato legato a tutte le correnti d'arte della pittura contemporanea tra le ultime due Guerre. Ha portato sulla tela le immagini di alcune campagne agrigentine: una pittura molto forte, molto materica, di forti segni, molto individualista. E, poi, c'è una rappresentazione molto fisica dei personaggi della famiglia, con tanti volti, tante immagini di persone, di uomini molto tipici. Però, quando entri in quel paesaggio, in quelle figure lì di quel paesaggio, ti ritorna la vena di questa Sicilia, la cui natura è bella ma non è mai quieta. Anche la natura di questa parte della Sicilia non è riposante: sì, c'è la prospettiva del mare, di quest'apertura verso il Mediterraneo, verso la libertà, verso l'ignoto, ma questa è una terra di zolfo e di zolfatare, in cui la coltivazione ha il suo peso, i suoi tempi, la sua pesantezza fisica, non è mai una natura oleografica. Poi, sarebbe bello fare una visita alla Casa Museo di Luigi Pirandello – nella contrada Caos -; ma, questa è una terra – come ha detto lei – di scrittori, quindi, patria del saggista Andrea Camilleri".
 
Tornando alla pittura, se è per quello, abbiamo a Bagheria Guttuso...
"Rimannendo nella provincia di Agrigento, abbiamo anche la Fondazione Sciascia, centro culturale molto importante. Già, Sciascia e Pirandello hanno molto in comune: intellettuali aperto al chiuso di provincia, però nello stesso tempo aperti al mondo intero, alla dimensione di cultura europea, di Mittel Europa, legato Sciascia alla cultura francese, Pirandello a quella tedesca. E, poi, Santa Margherita Belice (Ag), col Palazzo di Lampedusa, terra di Giuseppe Tommasi di Lampedusa, l'autore de "Il Gattopardo"". In questo triangolo c'è un pezzo importantissimo della letteratura italiana del Novecento, di tutto il Novecento fino ad arrivare ai nostri giorni. Una realtà da valorizzare in chiave di cultura tout-court, che noi come Sovrintendenza, come operatori della cultura, vorremmo portare avanti".
 
Da Agrigento, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 24 giugno 2014

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