ULTIMA - 21/5/19 - MARCOLINI SCARPA D'ORO, PASSARIELLO SUPER-BOMBER DI TERZA

Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

7/7/14 - INCONTRI RAVVICINATI: GIOVANNI GIANGRECO

GIANGRECO, LECCE...ZIONE

Quando atterri all'aeroporto civile di Brindisi, la prima cosa che ti accarezza, ti avvolge come un morbido, invisibile e soffice scialle, è il vento del Sud impregnato di salsedine. Siamo nel cuore della Penisola del Salento, e le tante piante di colorati oleandri mossi dalle folate pungolate dal passaggio delle automobili e dei puyllman, dagli aliti della brezza calda e umida di quest'angolo del Sud Italia, sembrano minuscole bandierine agitate da impazienti scolaretti quando, al passaggio di un'autorità, sventolano petali dalle più svariate tinte.

Lecce è lastricata di bianco: è il colore della sua terra, delle sue pietre: ti illudi che il mare sia lì, dietro, a un tiro di schioppo, a una pedalata di richò (ne abbiamo visti parecchi!), invece, siamo soltanto all'inizio delle sterminate distese, degli enormi appezzamenti di terra coltivati ad ulivo. Il lucore delle strade ti invita a imboccare viottoli stretti ed eleganti, su cui si affacciano, tronfi e trionfanti, in tutta la loro contenuta superbia, i balconi in fiore, sorretti da cariatidi barocche del 600 dei palazzi baronali delle famiglie più potenti del capoluogo pugliese.
 
Dall'obelisco al cuore di Lecce – passando attraverso la maestosa Porta Rudiae - ti separa circa una mezza dozzina di minuti a piedi: ed ecco, impontente in tutta la sua magnificenza, in tutta la sua straordinaria bellezza, la vertiginosa esuberanza della Chiesa di Santa Croce, simbolo di Lecce, tutta finemente intarsiata, dal rosone illegiadrito ed alleggerito da gioiosi angioletti, alle colonne, dalle tre navate interne al frontespizio esterno: sembra che le nonnine, molto religiose, di qui abbiano avvolto, in senso di sacra venerazione e prudente preservazione l'emblema più significativo del capoluogo del Barocco pugliese – conosciuto in tutto il mondo, presente in tutte le cartoline o guide storiche, l'edificio sacro con abiti, tovaglie fatte ad ucinetto, con centrini finemente e pazientemente ricamati a mano.
 
Poi, un pochino più avanti, l'arteria lastricata di pietre e sassi leucemici (dal greco "leucòs"=bianco) si amplia: ed ecco il Duomo di Lecce, la piazza enorme, l'episcopio, il gigantesco portone del Giubileo tutto in bronzo realizzato nel 2000. Il silenzio che ammanta le prime ore pomeridiane, complice anche il gran caldo, rende deserta ed ancora più bianca, più grande, più color avorio la piazza stessa. Quindi, l'edificio della Sovrintendenza architettonica della città leccese: le scale, il funzionario, il dottor Giovanni Giangreco, un'autentica "enciclopedia vivente" di tutte le risorse, di tutti i "tesori d'arte" della sua amata penisola salentina.
 
Partiamo, dottor Giangreco, dall'etimo di Lecce: significa bianco, dal greco "leucòs"?
"No, deriva da lupia, che nella modifica del termine secondo la pronuncia spagnola significa latte, e lo stemmo civico ci aiuta a capire il significato di Lecce: la città della lupa, sotto una quercia. La lupa è una leggenda, un'invenzione dell'uomo, e la lupa deriverebbe dalla famosa lupa di Roma, perché Lecce come città romana ha avuto grandi benefici dalla nostra Capitale. Quando Ottaviano viene a sapere della morte dello zio Cesare, anche della persecuzione iniziale da parte di chi cercava di sottrargli l'eredità di Cesare, lui, Ottaviano si rifugia qui, a Lecce, e dopo cercherà di sdebitarsi nei confronti dei cittadini lupienses che l'avevano aiutato facendo costruire l'anfiteatro e il teatro romani, ancora visibili a Lecce".
 
Cosa significa bellezza nell'arte?
"Noi ci portiamo dentro la cultura di origine, che per noi è quella messapica e della Magna Grecia. E' equilibrio, prima di tutto, equilibrio del pensare, dell'immaginare e del fare. L'architettura della città, ma anche lo stesso paesaggio del Leccese e del Salento è equilibrio tra natura ed arte. Il paesaggio salentino è completamente o quasi artifificiale: l'uomo, grazie ai suoi interventi operati nel tempo, ha reso quello che noi oggi vediamo. E' un'area geografica abbastanza pianeggiante (le uniche – le chiamo io così - "rughe" sono le serre salentine, alte al massimo 201 metri), però, l'insieme è costituito da uliveti, anticamente da vigneti (apprezzati e rinomati in atichità) e poi da tanti ortaggi. Le zone più ricche di pietre sono state quasi totalmente spietrate e sono diventate materiale per costruire muri a secco o le costruzioni antiche, le cosidette "pagliare" o "folliegi", abitazioni temporanee, stagionali, che comunque consentivano alla gente che abitata nei numerosissimi centri abitati (149 tra Comuni e frazioni oggi, ma una volta erano molti di più), a riprova di un territorio densamente abitato, e quindi queste persone si spostavano dai centri abitati verso la campagna. E ci si fermava in queste "fornieggi" in messapico (cioè piccoli "fornelli", fortificazioni)".
 
La bellezza, qui a Lecce, sia in apogeo che in ipogeo in cosa si manifesta?
"Sostanzialmente nell'architettura e Piazza Duomo e il Duomo di Lecce è un pò il simbolo di questa architettura, che ha una dimensione, se riportata ad altre aree italiane, più cordiali, più vicina all'altezza ed alla misura dell'uomo. L'esperto in restauri, il senese del Novecento Cesare Brandi l'ha definita "una città, la più naturalmente architettonica del mondo". Quest'affermazione nasce dal fatto che Brandi non analizza come singoli i grandi monumenti della città, ma come contesto e nel suo continuum di costruito, unico, a Lecce in particolar modo, dove la singola casa civile, il monumento, il palazzo baronale o la casa povera semplice, povera, hanno una continuità costituita da un lato dal materiale che è la pietra leccese, dall'altro, da questa proporzione".
 
La pietra leccese è quella bianca che imperversa un pò dovunque nella città?
"E' quella un pò rosata, bianco-rosa, che quando si stagione prende un colore rosato, a volte anche dorato: è la reazione naturale agli eventi atmosferici, che esce bianchissima dalla cava ed è anche un pò morbida. E che, a contatto con gli agenti atmosferici assume una cromìa straordinaria, che dà quasi un senso di riposo agli occhi quando la si guarda. Anche se per sentire, cioé comprendere a fondo la qualità del basamento della pietra leccese va fatta questa osservazione in estate piena, quando il sole è fortissimo. E il mix che ne esce dall'incontro tra l'azzurro del cielo molto chiaro e questo dorato è un colore stupendo, della cui totale bellezza ti accorgi soltanto quando ti allontani da Lecce".
 
Quali sono i colori di Lecce?
"Lo dicevo prima: il dorato, il colore degli edifici, e l'azzurro che tende a un chiaro, non dico a un celeste, ma a un azzurro molto chiaro. Ma, dipendono entrambi dal riflesso che fa il sole nel mare che sta intorno al Salento, e che colora l'aria. Quando noi siamo distanti dal nostro Salento, ci accorgiamo di esserlo quando percepiamo l'assenza di quest'aria colorata".
 
Una sorta di mal d'Africa?
"Sì, di mal di stomaco, o, come dice lei, "mal di Salento" o "d'Africa"".
 
A lei, da buon storico d'arte, quand'è che è venuta la pelle d'oca: in caso di ritrovamento di uno scavo archeologico o del rinvenimento di una crosta pittorica?
"Ero assieme a un collega tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, assieme a dei colleghi di Taranto, abbiamo seguito il restauro di tutto il barocco leccese. L'esperienza di toccare con le mani la pietra da un lato mi ha fatto capire l'enorme cultura delle maestranze – che spesso erano analfabeti – ma, soprattutto, la grandissima capacità della pietra di saper resistere nel tempo solo se trattata con materiali naturali e quando la scelta dei cosiddetti conci, orizzonti di cava, queste maestranze specializzate (i cosiddetti scalpellini), i quali riuscivano con la stagionatura, col tempo, a raggiungere questa qualità cromatica, questo color dorato. Che era un pò quello che colpiva gli occhi, l'immaginazione di chi li guardava. Ora toccarli da vicino, togliendo, per esempio, situazioni sovrapposizioni di calcine o di materiali aggiunti alla stessa polvere posata dal tempo, conservando sempre la patina originale, ci si accorgeva che questo dorato si conservava anche al di sotto dello "sporco" del restauro. Addirittura, nel caso della chiesa di Santa Chiara, sotto alcuni strati durissimi, si sono trovate delle cromìe originali, dei colori, ed accanto a parti non colorate delle parti colorate. Questa è stata un'emozione straordinaria: trovare sotto strati di calcio durissimi, trovare materiale originario, conservato così come era stato fatto".

Perché non parla del Duomo di Santa Croce, immagine-simbolo di Lecce e del Barocco italiano del 600, cartolina conosciuta in tutto il mondo...
"C'è una ragione: perché viene costruita Santa Croce così come viene realizzata? E il Duomo così come è stato realizzato? Perché in quel momento della realizzazione si combatte una grossa battaglia ideologica: nel 1546-48, e vicini alla fine del Concilio di Trento. E il Concilio di Trento, nel bene e nel male, ha condizionato moltissimo lo sviluppo dell'architettura così come la conosciamo perché prima c'era ma era tardo gotica oppure protorinascimentale. Poi, a un certo punto c'è una scelta ideologica dei padri celestini, che fanno costruire a Gabriele Riccardi la Chiesa di Santa Croce, perché scelgono nella realizzazione di un edificio rappresentativo come poteva essere per loro il monastero o la loro chiesa, nel momento in cui Carlo V aveva deciso di favorire l'ingrandimento di Lecce, l'abbellimento perché ritenuta l'usbergo, la frontiera contro l'Islam nel 1500 – e siamo molto vicini al 1571 alla famosa battaglia di Lepanto – ed, allora, i padri celestini in quel momento scelgono lo stile locale; cioè scelgono maestranze locali e soprattutto modelli architettonici salentini. Quella che l'umanista Antonio De Ferrariis, detto Il Galateo (Galatona 1444, Lecce 1517 dopo essere stato anche a Napoli; medico, amico degli aragonesi e di papa Leone X, che, alla morte della moglie, si fece prete di rito greco) aveva individuato, sollecitato dagli amici napoletani, che in quel momento all'ombra del Vesuvio si stava riscoprendo la cultura classica, quella greca, e lui diceva: "Ma, noi come cultura greca a Lecce non siamo mai morti!". E, lui rispondendo a questi suoi amici partenopei, dice: "Graeci sumus, et hoc nos accedit gloria!", ossia "Siamo greci e questo ci consente di arrivare alla gloria!". E lui difende quella tradizione greca locale, che era quella su cui si erano formati gli architetti e gli scalpellini locali. E, questa che in un primo momento, almeno fino al Convegno del 1559, si parlava del Barocco leccese influenzato dalla Spagna, adesso nasce molto prima e non poteva avere l'influenza di ciò che sarebbe nato dopo. E questa era quasi una reazione estetica nei confronti di un potere spagnolo che iniziava, nonostante tanti e tanti anni di feudalesimo, a superare l'idea che la libertà del territorio era divino: i leccesi questo non l'accettavano perché? Perché videro che le loro tasse – che prima andavano versate a Napoli, dove c'erano i regnanti spagnoli, e poi tornavano sotto forma di benefici, sotto forma di lavori pubblici o religiosi – con gli spagnoli di Carlo V questo finisce, si interrompe l'erogazione dei tributi. E questo crea una forma di reazione anche emotiva da parte di chi operava nell'architettura locale e, quindi, la scelta dei celestini di servirsi di maestranze locali per costruire la Chiesa di Santa Croce rientra in questa luce ideologica, perché proprio di fronte alla chiesa di Santa Croce sorge la Chiesa del Gesù, che è la chiesa dei gesuiti. I quali, invece, vennero appositamente a Lecce per imporre una linea, una qualità architettonica che era invece di sapore romano. In qualche modo per controllare questa cultura greca-salentina che non era ben vista dai padri conciliari di Roma, dalla Curia romana. Ciò chiaramente comportò da un lato uno sbizzarrirsi da parte degli scalpellini leccesi – che subito dopo la morte del Riccardi, ma già con lui erano iniziati con lo Zibano, il Cino e il Benna, a questo arricchimento di decorazioni, di sculture, di cherubini, di colonnati, di nicchie, che in qualche maniera dovevano dare la dimensione della qualità architettonica leccese; e non si allineava alle indicazioni di Roma. Questo trova il consenso in quasi tutte le altre chiese di Lecce, ad eccezione di quelle dei religiosi teatini (del fondatore San Gaetano Thiene) e gesuiti, che erano venuti qui con tutt'altre idee, quelle di inquadrare la religiosità locale, allontandola da quelle espressioni ritenute ancora precristiane, perché dovevano rispondere a un'idea di fedele – l'uomo salentino - della Controriforma, quindi, col modello del cristiano voluto dal Concilio di Trento, non del cristiano più vicino a una religiosità antica e paganeggiante agli occhi di coloro che avevano la cultura tridentina. Su questo si gioca tutta l'espressione del Barocco leccese e in questo senso Lecce reagisce in maniera straordinaria, costruendo tantissimo, tant'è che ci terrà tantissimo a sentirsi riconoscere come "seconda città del Regno di Napoli", superando anche Palermo, perché questo legame con l'antico diventava la radice viva del presente. Ovviamente, tutto questo a discapito di quelle che potevano essere le evoluzioni barocche che si svilupperanno a Roma, a Napoli, dapperttutto. In seguito, lo stesso vescovco di Lecce Luigi Pappacoda, napoletano, il quale nel 600 ordinerà di radere al suolo la vecchia cattedrale medioevale, dell'XI secolo, e costruirà l'attuale cattedrale, la cui piazza religiosa all'inizio era chiusa e, quindi, da contrapporre a una superba piazza laica, la Piazza dei Mercanti, l'attuale Piazza Sant'Oronzo. Questa è la ragione culturale che può spiegare meglio il Barocco a Lecce; la bellezza è dunque all'interno di questa dicotomia, di questo dualismo, di questo contrasto, se ancora oggi la si può vedere a Lecce. Quindi, quello che è il grande merito della cultura architettonica leccese è stato quello di non creare i tagli, le distanze tra le due posizioni, perché da un lato la terra ha aiutato – importanza del colore – col suo colore, a dare un'omogeneità a questa città, dall'altro, la decorazione, che è stato un pò il timbro, lo stilema di chi sapeva scolpire e di chi aveva l'idea fosse costituita dalla Chiesa o dal Palazzo, dal Castello o dalla semplice ammirazione, ebbene, doveva rispondere al principio di decoro. Ed infatti alla fine del 500, quando c'è il tentativo – anche urbanisticamente – di adeguarsi alle altre città, le signore leccesi impongono ai propri mariti a convincere i governanti della città a lastricare e a migliorare la viabilità della città e del suo centro perché non volevano andare più a cavallo, ma con la carrozza. Perché era giusto che come avveniva a Firenze, a Napoli e a Roma, ciò potesse accadere anche nella loro Lecce. Un fatto, anche secondario, non precipuo, ma che dà la dimensione che le donne leccesi hanno sempre influito in maniera silenziosa sulla bellezza della loro città".
 
Dov'è che si esprime il concetto della morte e della Resurrezione in Lecce?
"La vita qui a Lecce, per chi stava all'esterno, i riferimenti visivi erano le facciate delle chiese o dei Palazzi; ebbene, non ce ne è una che sia una chiesa di Lecce che abbia elementi; all'interno sì, c'è qualche altare dedicato alle anime sante del Purgatorio, ma, non al Purgatorio o alla morte in se stessa. C'è qualche esempio, ma, soprattutto, quello della rappresentazione della morte avviene con la cartapesta e non con la pietra. E la cartapesta inizia dopo il 700 e soprattutto nell'800. E, la cartapesta è una delle arti guida della città; quindi, accanto agli scalpellini, troviamo i maestri cartapestai. Il soggetto della morte, del Cristo morto, della Vergine addolorata e desolata, oppure tutto ciò che è collegata alla morte di Cristo – ma poi ce n'è un'altra per i morti laici – è direttamente, strettamente collegata con le processioni e i ministeri del Venerdì Santo. E lì forse la Spagna riesce in qualche maniera a condizionare con le sue abitudini religiose a contagiare anche quella leccese. Tranne Taranto e Gallipoli, non attecchisce l'idea triste, lugubre, triste della morte, ma la morte è allegria, non fa paura, non è paura. Le centinaia di riti, funzioni popolari celebrati da questi ordini religiosi specialmente celebrati, intonati sotto Pasqua per far passare l'idea della morte come un momento tragico. Certo, momenti tragici ci sono stati a Lecce come dapperttutto, sotto l'epidemìa, sotto le battaglie, ma, fino a che non è arrivata l'unità d'Italia, qui, a Lecce, la morte era vista come qualcosa come creata, imposta da uno Stato centrale che ti spediva alla 1^ o alla 2^ Guerra mondiale, però, c'era. Ecco perché si ritrova quasi esclusivamente la rappresentazione di questo soggetto iconografico della morte nelle processioni del Venerdì Santo. Lì, e torna il discorso della cultura greca, in cui la religiosità basata su un senso della vita molto allegro. Lo stesso rapporto che c'era tra i preti, i "papas", l'arciprete nel dialetto leccese odierno, che resiste ancora oggi nel parlare di tutti i giorni, l'arciprete è visto ancora oggi come persona amica, come persona diretta, eppure la visione della greca, in ambito religioso, era diversa, era meno tragica. Questa, della cupezza, della tragicità ci deriva dalla Spagna, ma si estrinseca quasi esclusivamente nelle processioni dei Misteri, del Venerdì Santo".
 
La morte civile, invece?
"La morte civile era più facile trovarla all'interno dei conventi, "memento mori!", oppure per il giorno delle Ceneri, quando in chiesa si esponevano dei quadri con delle rappresentazioni della morte, con dei cadaveri, ecc..., ma finiva lì. La gente comune difficilmente sentiva la paura della morte anche perché qui l'idea della morte veniva in qualche maniera esorcizzata con racconti popolari conosciutissimi nell'ambito della civiltà contadina ed artigiana. Pescatrice solo a Gallipoli e a Brindisi".
 
Non ha mai partecipato al ritrovamento di un cadavere, di uno scheletro che l'ha colpito, l'ha emozionato?
"Questa sede della Sovrintendenza dove ora ci troviamo è l'ex ospedale dello Spirito Santo, risalente al 1300, rifatto nel 1548. Da noi il senso della morte veniva esorcizzato con tutta una serie di riti ed abitudini sociali post mortem che vedevano al centro della comunità – nel caso della società, parliamo del vicinato – della famiglia colpita dall'evento luttuoso. E, come abitudine sociale, gli amici e i parenti del deceduto offrivano un pranzo in modo da far sentire – con la sedia vuota dell'estinto lì vicino – la propria vicinanza allo scomparso. Tenga presente che il morto, in antichità, veniva seppellito all'aperto, poi, nei giardini delle case (Medioevo), nelle case e poi nelle chiese (questo rito dal XVI in poi). Ora, durante i restauri o nei pavimenti delle chiese o gli scavi nei succorpi (zone ipogee, sottostanti la superficie delle chiese al cui interno venivano inumati i defunti) delle chiese, abbiamo trovato lungo i lati delle pareti, in corrispondenza degli altari dove c'erano i morti sepolti con lo stemma di famiglia, ed al centro, come fossero fosse comuni, si mettevano un pò tutti i fedeli defunti".
 
C'è qualcosa che l'ha particolarmente colpita?
"Ne ho visto proprio tante, ma le ricordo quello che mi è capitato a Corigliano d'Otranto: il pavimento musivo ottocentesco che si ispira a quello della chiesa San Nicola ed Otranto è il principale riferimento dei mosaici della Puglia, e si cerca di risolvere il rigonfiamento che compare al centro del pavimento stesso. E troviamo in questa fossa comune in mezzo a tante ossa e corpi una salma con cranio ricoperto da un sudario ricamato d'oro; questo mi ha colpito: ricamato d'oro! E siamo a Corigliano d'Otranto, Grecia salentina, quindi, ambito totalmente greco e non latino".
 
Sarà stato un sudario di un ricco...
"Di una donna e cosa importantissima è che su questo sipario era ricamato in fili d'oro uno stemma, la stemma della famiglia feudale dei Trani. Cosa centrava l'unico corpo con questo sudario ricamato d'oro con lo stemma di una famiglia, Trani, feudale di Corigliano? Parlando, chiedo a una sacrestrana e mi dice che i ricchi una volta raccontavano che una figlia del feudatario, don Trani, se l'era fatta con un cocchiere e non era stata riconosciuta dalla famiglia; però, quando è morta, la famiglia, pur lasciandola seppellire nella fossa comune, alla pari di tutti gli altri essere umani del popolo, come distintivo aveva posto sul capo questo sudario ricamato d'oro con lo stemma di famiglia. E, questo mi ha particolarmente colpito perché, nonostante avessero ripudiata questa componente della loro famiglia, hanno tenuto a darle con quel sudario prezioso una dignità di censo, ed una dignità della morte".
 
La Resurrezione, dove a Lecce?
"Anche per il tema della Risurrezione, le bare, le "gonnole" in dialetto nostro, in italiano "gondole", ma perché, mi sono sempre chiesto, la bara si chiamava "gondola", "gonnola"? Il rapporto, intanto, tra Venezia e Lecce è stato sempre molto forte, anche perché le pelli, i semilavorati Venezia le comprava qua nel Salento, e poi le decorava e le commerciava. A volte, anche le culle del Gesù Bambino venivano realizzate a mò di gondola, di "gonnola", perché c'era questa antica idea che non è mai scomparsa del dantesco Caron Dimonio, il traghettatore delle anime dei morti verso l'inferno, l'aldilà, il post mortem. Tenga conto che il fatto di mettere in bocca o sugli occhi del defunto una moneta era tradizione durata fino ai primi del Novecento, soprattutto, nell'area greca, ma anche a Lecce. La Chiesa interveniva sempre, cercando di far modificare questi vecchi comportamenti pre cristiani, mettendo la moneta non più in bocca ma negli occhi. Comunque, le monete venivano messe, applicate al morte a mò di dazio del passaggio all'altro mondo da versare da Caron Dimonio. Ora, faccia conto che questa gondola veniva esposta in chiesa sia per un giorno durante la Settimana Santa e dopo la Processione del venerdì per tutta la giornata del sabato, fino alla Santa Messa di Resurrezione. Una cerimonia, un rito era quello di nascondere tutto l'altare maggiore con un enorme panno molto decorato – il muro leccese – per nascondere fino al momento del Gloria l'altare maggiore e il sacerdote era costretto ad inserirsi all'interno del panno e ad intonare il Gloria. In quell'esatto momento, cadeva il panno per dare il senso della Resurrezione. Era tutto vuoto, sia la gonnola, sia il sipario-sudario posto sull'altare che il sepolcro perché essi dovevano dare l'idea del sepolcro vuoto, del Cristo risorto. E questo era frutto di una cultura popolare molto religiosa, con le sacre rappresentazioni che ritraevano la vita di Cristo, e con la "stecca", come la si chiama ancora oggi a Santa Maria di Leuca".
 
Quindi, l'idea di morte ereditata dalla Spagna era funerea, di tragedia inconsolabile, mentre secondo la cultura cristiana, e greca in particolare, era salvifica, cioé la morte era di Resurrezione, di passaggio ad altra vita, alla vera Vita...
"Certo, senso di passaggio aveva assunto la morte. E questo valore visivo di questa idea della Pasqua era appunto il Cristo Risorto, il quale compariva in carta pesta e si metteva al di sopra del tabernacolo. Decorato con oleandri, con varie soluzioni di decoro, con addirittura fiori in seta, caratteristici ed ornamentali qui da noi. E Cristo rimaneva lì il più possibile, tant'è che il lunedì in Albis la Vergine - la desolata o l'addolarata, portata in processione decorata o spogliata -, e vestita con abiti bianchi perché la madre doveva gioire perché il figlio era risorto. Quindi, il senso di questa morte nel Salento è un senso di vita, di allegria, di passaggio, ma nel senso di rimanere o andare alla Vita. Quindi, il Cristo risorto e la Vergine vestita di bianco".
 
C'è molta grecità in questi riti, processioni, e c'è anche molto di teatrale, o no?
"Certo, è così".
 
I colori di Lecce?
"Il giallo e il rosso: il giallo è quello della forte produzione in loco dello zafferano e poi era "crocus", che veniva molto esportato. Era anche il giallo dell'oro, che, a partire dalla fine del Quattrocento fino a tutto l'Ottocento molte scultore di santi protettori, di santi patroni, venivano comnpletamente dorate. Io sono di Scorrano, dove c'era la più importante festa con luminarie che si conosca, e lì la Santa protettrice, Santa Domenica, poi diventata Santa Ciriaca, era completamente ricoperta da panneggio dorato di foglie oro. E, le foglio oro erano la decorazione più ambita anche sugli altari; gli altari barocchi leccesi sono spesso a foglia oro. Quando questo non era possibile, si ricorreva allora alla "meccatura", che era come se fosse l'oro".
 
Il rosso, invece?
"Qui, il rosso è molto meno usato perché qui il sangue non è mai piaciuto. I leccesi, i salentini, non sono stati mai amantio del coltello e di quello che può provocare di male. Le cronache non parlano di tanti omicidi. La religione ha avuto una predominanza fortissima sui comportamenti collettivi, sul sociale, ed anche sulle scelte architettoniche ed artistiche".

Il trionfo dell'amore?
"L'amore è molto rappresentato con la presenza dei bambini: scene, per esempio, nel periodo barocco (dal 600 in poi) si preferisce la gestazione che non il matrimonio di Maria. Perché la donna incinta che va a trovare la parente perché era un soggetto più vicino alla realtà quotidiana del leccese o del Salentino, piuttosto che non il momento del matrimonio perché spesso qui era scelto dal "pater familias". I giovani interessati non sceglievano chi dovevano sposarsi e questo non era motivo da festeggiare; mentre si festeggiava moltissimo il momento in cui la donna rimaneva incinta e soprattutto il momento della maternità. La maternità e la natività qui a Lecce sono rappresentatissimi, vedi nella cattedrale e nella chiesa dell'Assunta e nella chiesa di Sant'Oronzo. Nella cattedrale di Lecce c'è questo altare importantissimo, ma si trova anche da altre parti. Altro tema molto raffigurato è il presepe, talmente, vedi Galatina, o qui nella chiesa del Rosario, dove il presepe diventa l'occasione per animare l'architettura. Non è più cioé la pietra leccese, le colonne, ma i personaggi prendono il sopravvento e c'è il senso dell'azione e della rappresentazione teatrale. Nelle case private, in maniera un pò contenuta, almeno fino al Settecento, quando non c'erano ancora i teatri, ma al posto loro c'erano i sagrati della chiesa, o il cortile del vescovado nel caso di Lecce, le rappresentazioni erano laiche. E qui c'è un aspetto poco noto della cultura leccese. Rappresentazione di soggetti mitologici, oppure in pepoca barocca, ma non non rappresentati in pubblico, perché la cultura laica nel Leccese è sempre satta tenuta nascosta o nell'ambito del privato. Pur essendo Lecce una delle prime città italiane che ha realizzato i "ninfei", all'interno dei quali templi o grotte si faceva il bagno nudi e si parlava di filosofia, di cultura classica. La religiosità, dunque, era vista come momento di controllo dei comportamenti e dei riti dei cittadini. Michele Paone, studioso, ha ben definito Lecce come "città chiesa", ed è un pò il frutto della quantità numerica delle chiese, dei luoghi di culto, dei conventi, dei comportamenti leccesi che sono espressamente religiosi. Mi conceda una battuta, che forse spiega di più quello che ho detto: ogni paese, succede dappertutto, c'è un dimutivo col quale si apostrafano scherzosamente gli abitanti: i "sonacampana", i "sacrestani", i bigotti".
 
Il trionfo, la gioia della vita, dove li possiamo avvertire nel Leccese?
"Lo può avvertire se ha la pazienza di guardare le decorazioni degli altari, anche in piccolo formato. La gioia di vivere è gioia della campagna e del paesaggio. Però, paesaggio significa allontanarsi dalla città, che è la regola, è il comportamento controllato. La libertà e la gioia di vivere era andare in campagna, in masseria, dove si poteva creare liberamente senza essere controllati, monitorizzati, ripresi dai presti. Se a Lecce invece di abitanti di cultura greca avessero prevalso abitanti di cultura latina, l'eccidio. I Martiri di Otranto (800 persone di fede cristiana preferirono farsi decapitare per non ripudiare la loro fede, mattanza operata nel 1480 dall'esercito turco di fede maomettana, vessatore in fatto di tasse) non ci sarebbe stato. Loro prima di difendere la città religiosa, difendevano la vita, la città come luogo della propria vita, intesa come "superba grecorum libertas". Per la loro libertà, anche nel rapporto con Dio, non volevano mediazioni: il papas faceva ponti, era per il veto, ma nel rapporto con Dio era grosso modo quello che era nell'epoca antica, il rapporto era diretto. Ecco perché tantissime chiese qui, perché chi aveva la possibilità si costruiva la propria chiesa e in paesi di due mila abitanti ti imbattevi in 30-40-50 chiese, non una cosa piccola. Ed è un dato che ancora oggi fa meditare perché il culto della morte era visto come il culto dei morti, non di quelli che facevano paura, degli antenati, ma di quelli che ti aiutavano a vivere. La chiesa doveva essere la chiesa dei propri morti, chiesa con destinazione sepolcrale: in questo senso, il Concilio di Trento – siamo, ripeto, verso la metà del 1500 - mozza, taglia completamente un comportamento antichissimo che mano a mano cerca le prediche, le rappresentazioni e le processioni popolari fatti dagli ordini post tridentini, gesuiti e teatini in particolar modo, cerca di far cambiare mentalità ed atteggiamenti religioso-culturali degli abitanti leccesi. E, quindi, la "bibbia pauperom" tardo barocca aiuta a modelli che siano prima di tutto verticistici (anche la rappresentazione fisica no, del Padre Eterno, la Legge). Del resto, ancora oggi,m nelle nostre case, le donne dicono; la casa mia deve essere una reggia, perché la casa non è una domus, ma è Ulisse. Ci si siede ancora oggi davanti a casa, come Ulisse, come Omero, ed è qui che la cultura greca è essenziale e presente, pur con tutte le sue trasformazioni, innovazioni. Sedersi perché poi ti ritrovi il vicino anche lui seduto e voglioso di parlare, di parlarti, è un'"idola forus"".
 
Da Lecce, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 1° luglio 2014

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