ULTIMA - 21/2/19 - 1^ EDIZIONE DELLA VIAREGGIO WOMEN'S CUP, ECCO LE 8 SQUADRE

Bologna, Fiorentina, Florentia, Genoa, Inter, Juventus, Sassuolo e Spezia sono le otto formazioni femminili che dal 18 al 26 marzo prossimo daranno vita alla prima edizione della Viareggio Women’s Cup, organizzata dal Cgc Viareggio: la manifestazione, come il torneo maschile, è riservata alle formazioni Primavera. Il torneo femminile sarà articolato in due
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INCONTRI VIP'S

11/8/14 - INCONTRI RAVVICINATI: DOTTORESSA IDA MAIETTA (NAPOLI)

NAPULE' E' MILLE CULURE...

Arriviamo nella città di Totò, Peppino De Filippo, Massimo Troisi, di Renato Carosone, Massimo Ranieri, di Tullio Episcopo, di Enzo Avitabile, James Senese, con ancora nelle orecchie le note di "Napule è" scritta dal grande Pino Daniele nel 1977. Ed è una gioia poter prendere quella metropolitana a lungo invocata, già alla fine degli anni 70, nel suo 3° album "Io che non sono un imperatore" dal cantautore di Bagnoli Edoardo Bennato, acceso da una passione e da un amore unici per la sua città natale ardente davvero come i Campi Flegrei (Campi infuocati); allora era un semplice studente di Architettura. Già, Napoli, la città dove i Borboni raggiunsero il loro apogeo, strutturando l'apogeo – scusateci il gioco di parole - di una città fondata dai coloni greci dei Cuma e cresciuta, con il tracorrere del tempo, dal basso verso l'alto, a stratificazioni. Fino a Castel Sant'Elmo, dove siamo accolti dalla dottoressa Ida Maietta, a San Martino, al Vomero (il cui etimo "Vomere" rimanda alla parte ferrosa dell'aratro che affonda nella terra la sua lama).
 
Il funzionario della Sovrintendenza Speciale del Polo Museale Napoletano, Curatrice del territorio, è una macchina da guerra: con un vigore sorprendente manda fuori come il vulcano Vesuvio - che fa da splendida cornice al porto e al Golfo di Napoli - mille e passa lapilli di cultura: chi ci accoglie trasuda di una passione indicibile da tutti i pori, come queste mura sospirano ancora di tante gioie e di tante amarezze, di sorrisi e drammi, di splendori e miserie tipici di una città stupenda ma difficile. A Napoli non esistono più i mandolini, è vero, ma, la pizza, ebbene, quella lasciatela fare a loro: soprattutto se con la "pummarola". Sì che esistono, invece, ancora i vicoli, dove da un poggiolo, da una finestra all'altra ondeggiano al sole i panni ancora bagnati, qua e là ravvivati da bandierine azzurre (il colore della squadra di calcio del Napoli, il cui simbolo è il "Ciuccio") e da alcune tricolori, quelle dell'ultimo deludente Mondiale brasiliano.
 
Napoli – ha avuto modo di dire James Brown – "è il fulcro della canzone", è anche il posto in cui ti basta starci una sola volta per innamorarti per sempre, è il teatro – aggiungiamo noi - a cielo aperto, dove si improvvisano le sceneggiate, dove Pulcinella ti sembra spuntare da un momento all'altro sgusciando fuori da un vicolo, e muovendosi al suono della tarantella "napulitana". Il golfo, il sole, il profumo delle limonare, la salsedine, la superstizione, il suo dialetto musicale, la mimica, il caffè unico perché fatto dell'acqua grossa di queste parti. Qui i figli "so' pezzi 'e core", sono cioè frammenti del cuore, fanno parte dell'amore per il nido familiare, che qui è anche arte presepiale, capace di scaturire creatività nella sua rappresentazione di mondi e di spicchi del quotidiano. Napoli è un'immensa torta millefoglie, in cui la crosta raramente imbiancata la fa il Vesuvio. Un dolce lievitato, cresciuto dal basso verso l'alto grazie all'arte pasticcera di chi l'ha influenzata, l'ha invasa, ma mai dominata: i greci, gli arabi, i normanni, i francesi, gli spagnoli, gli americani. E' una montagna fatta di lava, con i bradisismi di Pozzuoli che scandiscono i tanti su e giù della vita terrena; è la città dove da ogni angolo, da ogni anfratto rieccheggia quella famosa canzone che ti ricorda che "l'amore è il contario della morte".
 
Napoli è sempre viva, è vita continua, è verace come i suoi frutti di mare, è incantevole come l'isola di Capri, che, alla pari di una sirena di altri tempi che se ne sta sdraiata, vigilante, sorniona ed ammaliata, accecata dal sole e dagli interminabili sfavillii del Golfo partenopeo, e, intanto, con la sua Anacapri si gode tutto il film dell'esistenza partenopea. Ben raffigurato in "Passione", pellicola uscita nel 2010 ed ideata dal regista italoamericano John Turtullo. Napoli è 'o sole mio!, meglio "'o sole nostro!", un magnifico paradosso!

Da questo balcone di Castel Sant'Elmo si vede tutta Napoli...
"E' la splendida cornice di una città che si presenta appunto sotto i suoi occhi, con il Vesuvio che fa un pò da "Genius loci", cioè di "essenza interiore del luogo", da cui nasce un pò tutta la situazione. Una città che, come lei diceva prima, parlando di apogeo e di ipogeo, vive su due livelli: la città che ha di sotto, è quella nella quale i greci scavarono le pietre di tufo per costruire la Neapolis, e, quindi, è tutto un rimando tra quella che è la parte superiore e quella che è la parte inferiore della città".
 
Cosa intende per bellezza?
"La bellezza è secondo me un termine salvifico: rifacendosi forse ormai all'abusata frase cara a Dostojesky "la bellezza salverà il mondo", penso però che quanto sia molto importante per una città come Napoli, la quale a discapito di tutto, a discapito dei suoi grandi problemi ed incongruenze, è una città di una bellezza incomparabile. E per una situazione geografica e per quelle che sono state le espressioni artistiche che l'hanno attraversata nel corso dei secoli. Quindi, c'è da chiedersi se questa bellezza salverà questa città? Io credo proprio di sì, anche a dispetto delle grandi brutture che la macchiano, la più orribile delle quali sono rappresentate dal graffitismo imperversante".
 
In che cosa si esprime qui a Napoli la bellezza in apogeo che in ipogeo?
"Si esprime qui, in questo luogo, nella Certosa di San Martino, al culmine della collina del Vomero, dove ho volutamente darle appuntamento, perché si può godere della città ma anche di tutto il territorio circostante a 360 gradi. Quindi, noi vediamo il Vesuvio, i monti del Matese da questo lato qui, poi, spostandoci da quest'altro lato dove andremo vedremo la zona dei Campi Flegrei, dei Campi infuocati, da dove nasce proprio la città, quando arrivano i coloni greci da Cuma per colonizzare questa terra. L'apogeo è proprio qui, in questo buco del Vomero".
 
L'ipogeo?
"E' rappresentato dalle catacombe di San Gennaro, dove troviamo i resti del Santo protettore di Napoli, con i cunicoli e la vita religiosa dei primi tempi della cristianità a Napoli".
 
Il trionfo della vita?
"E' dappertutto: se lei gira ora nei vicoli di Napoli lei vede tanti di quegli aspetti di questa vita brulicante in tante delle sue facce positive e negative che non potranno non colpirla. E' un continuo teatro all'aperto che si sprigiona, si dipana da questi vicoli. C'è gente che ha una grandissima voglia di vivere, nonostante tutto, nonostante le difficoltà della vita di tutti i giorni. Gli abitanti dei vicoli che sono nei bassi vivono molto all'esterno, passano la loro vita in strada".
 
La morte dove viene rappresentata in tutta la sua crudezza?
"C'è a Napoli un culto ancora fortissimo della morte: infatti, al cimitero di Poggioreale, frequentatissimo anche dalla sottoscritta in quanto vado a trovare i miei cari, e c'è un contatto continuo con le anime dei defunti. Ed anche nelle chiese: c'è questo culto per le anime del Purgatorio, che è molto forte, molto sentito".
 
Nel film "passione" di John Turtullo si scorgono subito, sullo sfondo, delle statue di frati con in mano dei teschi...
"Sono proprio qui, nel chiostro dei certosini, spezzoni di film girati proprio qui, nel chiostro della Certosa di San Martino, che fra poco andremo a visitare".
 
La modernità dove si può cogliere?
"A livello di grosse gallerie di arte contemporanea diffuse su tutto il territorio, di cui alcune molto importante nel centro antico, e c'è una voglia di sperimentazione di arte contemporanea. Infatti, c'è voglia di speattcoli, manifestazioni, con forti presenze di giovani nel centro antico, con operazioni di arte contemporanea".
 
Qualcosa di questa modernità abbiamo scorto prima, imboccando la metropolitanoa dopo essere scesi alla stazione ferroviaria di Napoli Centrale, tra cui un murale di Olsa...
"C'è questo cono di luce splendido, che appunto ha messo in correlazione l'ipogeo con la parte superiore della città, e c'è questo grande Murale in mosaico di Kartrige che viene dal Sudafrica. E' un artista sudafricano, ha che fare col mondo duro delle miniere di laggiù, però, poi, a Napoli ha questa sua passione della città che esplica con questo grande murale, e che puntualizza molte fasi, ripercorre molte tappe della storia del risanamento della città dopo la grande epidemia di colera della fine dell'800. Ma, ci sono nel metrò di Napoli, all'altezza di Scampia, 250 murales, a ricordare Felice Pignataro, poi, uno eseguito da Oliviero Toscani, quelli cancellati ed eseguiti da Bansky. Ma, io voglio combattere contro il graffitismo, la grande piaga: i nostri monumenti non possono mica difendersi dall'essere imbrattati da scellerate secchiate di vernice rossa!"

I colori di Napoli?
"Sono sotto i nostri occhi: il giallo del tufo è quello predominante, col quale è costruita questa città. Le pietre di tufo che sono di origine lavica, ed anche la pietra lavica grigia, anch'essa proveniente dalle eruzioni del Vesuvio. Pietre che derivano proprio da questo grande padre, il quale determina poi la nascita della città stessa".
 
C'è un rinvenimento, uno scavo cui lei ha partecipato e che l'ha particolarmente colpita, impressionata?
"Ho avuto un grande impatto entrando a visitare le catacombe di San Gennaro: è stata una grande esperienza. Idem, entrando nel cimitero delle Fontanelle, in zona Sanità, con questo accumulo di teschi dei vari personaggi scomparsi nel corso delle varie pestilenze. E' un momento molto molto forte di impatto emotivo con questa città. A Napoli si vive la solarità in contrapposizione a questo culto dell'oscuro, del sottorraneo che caratterizza la città".
 
Gli odori di Napoli?
"Sono questi profumi che si sprigionano dai vicoli e che sono quelli della pizza alla marinara, della salsedine del nostro mare, degli aromi: nella zona di San Domenico, si fabbricano saponi artigianali. A parte, purtroppo, gli odori acri della spazzatura che incombe in molti luoghi".
 
L'amore: cosa ci suggerisce come copertina?
"Le canzoni napoletane, che hanno scandito la vita culturale partenopea e che hanno avuto in Salvatore Di Giacomo, grandissimo personaggio, uno dei cantori più colti ed appassionati. Ha scritto le varie canzoni legate alla finestrella di Marechiaro, canzoni che si intingono, s'impregnano dell'atmosfera napoletana".
 
Dove la maternità?
"In questa grande icona che ci lascia Caravaggio, Michelangelo Merisi, giunto qui a Napoli, con le sette opere della Misericordia, in cui troneggia questa Madre col figlio che guarda la città dall'alto e assiste a questa scena con grande amore. E' un grande manifesto che ci lascia il grande pittore bergamasco che arriva a Napoli nel 1606 e poi cambia completamente la scena della pittura napoletana, perché da allora ci sarà il discorso del Naturalismo della pittura partenopea".
 
Le Crocifissioni?
"In questi grandi, splendi cupole affrerscate; che so la cupola della Cappella del Tesoro di San Gennaro all'interno del Duomo di Napoli, la stessa Morte della Certosa di San Martino. Quindi, un tripudio di Santi che accolgono nel loro Paradiso i vari personaggi. Il trionfo della Resurrezione è anche nel culto delle anime del Purgatorio, che è fortissimo nelle chiese napoletane".
 
Della scuola moderna, cosa ci suggerisce?
"Il massimo esponente della Pop Art, Andy Wharol, in forte contatto con un gallerista illuminato come Lucio Amelio, ci ha lasciato strepitose immagini del Vesuvio. Che sono state poi un'icona della Napoli degli anni 80. Rimane molto forte anche il grande Cristo di Burling che l'allora Sovrintendente Raffaello Causa, in collaborazione col gallerista Lucio Amelio, volle presente nel Museo Nazionale di Capodimonte in rapporto con le opere d'arte antica. E fu una scelta già dirompente, pensiamo erano gli anni 80, a troneggiare in uno degli ambienti principali di Capodimonte".
 
Una cover con cui potrebbe sintetizzare la Napoli artistica in apogeo e in ipogeo?
"Anche quest'immagine della città dall'alto avrebbe un suo impatto abbastanza forte. Questo suo brulicare di vita, con il suo stacco di monumenti importanti in questo tessuto urbano. E sopra e in contrapposizione, suggerirei un'immagine di Caravaggio, farei una specie di composizione e metterei in primo piano l'immagine che ci dà l'artista bergamasco con le sette opere di Misericordia di questa brulicante vita in un vicolo napoletano".
 
Cos'è che nell'ipogeo l'ha commossa di più?
"Nell'ipogeo, e più precisamente nella chiesa del Purgatorio ad Arco, c'è questa nicchia dedicata a Lucia La Sposa, e c'è questo teschio di giovane donna tutto decorato e che la tradizione vuole fosse una giovane morta prioma del matrimonio. Ed attorno a questa presenza ruota un forte culto napoletano. Mi colpisce che ancora oggi, col passare dei secoli, ci sia ancora un culto fortissimo per questa sfortunata donna ed è molto venerata".
 
E ritrovamenti?
"Sono tanti legati al recupero di opere che erano in pessimo stato di conservazione, quali un ciclo di affreschi molto importanti a San Domenico Maggiore, del suo convento molto degradato in quanto sede della Corte d'Appello ed ora sede di mostre, le varie storie di Santi nella cappella del cardinale Rinaldo Brancaccio (porporato di fine 1300-inizio 1400) realizzate da Pietro Cavallini giunto a Napoli nel 1309. Oppure i recuperi avvenuti in altri cicli di affreschi e che mi hanno gratificato nel mio lavoro".
 
"Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope...": ovverosia, qui, a Napoli, ci sono le spoglie del grande Virgilio ed anche quelle del grande Giacomo Leopardi...
"Sì, nel parco virgiliano ci sono i resti di Giacomo Leopardi; che era legatissimo a Napoli e che qui, suo malgrado, incontra la morte, attaccato vinto dal colera, e poi viene accolto. Il poeta ha un fortissimo legame con la città del Vesuvio: viveva in una villa lungo la costa, "La Ginestra", e proprio nel canto "La Ginestra" il poeta di Recanati parla dello "sterminator Vesuvio". Quindi, il genio recanatese ha proprio un rapporto fortissimo con questo lembo della Campania. Grande rapporto del poeta marchigiano con quel Virgilio che aveva definito "mago" dell'antichità. A Napoli si verifica un cenacolo di interessi esoterici molto forti; addirittura, si dice che Virgilio aveva nascosto nel Castel dell'Ovo – il più antico maniero di Napoli - un uovo magico, dal quale dipendevano le sorti della stessa città. Quindi, c'è tutta una mitologia legata a questo personaggio Virgilio".
 
Napoli, città anche del grande "monuments man", il pisano Rodolfo Siviero...
"Rodolfo Siviero ha recuperato tante di quelle opere che erano conservate nel nostro Museo di Capodimonte e che erano finite, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, nelle mani dei tedeschi: "La Danae" di Tiziano (oggi ammirabile qui da noi, al Museo Nazionale di Capodimonte), che stava in quale stanza di quale gerarca nazista. Grande l'opera di recupero da parte di Rodolfo Siviero (grazie a questa sorta di "agente segreto dell'arte", hanno potuto fare ritorno in Italia pure "L'Annunciazione" del Beato Angelico, "Il Discobolo" Ancellotti e centinaia di altri capolavori). Noi abbiamo tutta una serie di mostre legate alla Napoli durante la Guerra, tutte le operazioni che si facevano con i sacchi di sabbia per evitare il crollo dei monumenti, pensiamo alla distruzione di Santa Chiara, che, rasa al suolo, bruciò per due giorni e per due notti, e che poi fu ricostruita dalle sue ceneri e nel rispetto e fedeltà di tutte le sue forme gotiche (questo tetto di Santa Chiara, di color verde, è stato ri:costruito)".

Il barocco ha avuto la sua grande influenza nell'arte: dove lo possiamo ammirare in tutta la sua bellezza a Napoli?
"Il luogo simbolo della città è la Certosa di San Martino, con la sua ricchezza strabiliante che dà il senso di pienezza, è il fulcro del Barocco napoletano dalla metà del 600 ai primi del 700, con la grande impronta che viene data dal bergamasco Cosimo Fanzago. Egli segna con la sua arte la decorazione della città. Nel centro antico altri molti segni lasciati da Cosimo Fanzago (Clusone di Bg 1591-Napoli 1678): tutti si rivolgeranno a lui, dai certosini ai domenicani ad altri ordini religiosi si rivolgeranno a lui".
 
Nella Certosa non c'è un millimetro quadrato che non sia decorato...
"E' vero e se lei si avvicina all'altare può notare queste decorazioni che partano da Vanzago e la balaustra di inizio 700 sembra un infrangersi di onde marine, dà quasi il senso della strabiliante capacità degli artisti di lavorare la pietra e che sapevano trarre dalla pietra e dal marmo degli effetti stupefacenti. C'è il desiderio di dare il senso della potenza, del tripudio dell'ordine dei certosini, in quel tempo potentissimi".
 
Qui ci sono anche delle pale di grandi artisti...
"Sì, ne abbiamo una di Guido Reni, che troneggia sull'altare maggiore, poi, Giovanni Lanfranco (Terenzo di Parma 1582-Roma 1647), grande affrescatore emiliano, chiamato da Roma a Napoli per affrescare la volta della Certosa. E, poi, dipingerà la cappella del Tesoro di San Gennaro, altro grande simbolo del Barocco napoletano. E non è a caso la presenza di Lanfranco nei due luoghi simbolo del Barocco napoletano".
 
Nel 1799 i certosini danno ospitalità ai giacobini...
"I frati vengono fortemente puniti per questo gesto e l'ordine viene addirittura soppresso nel 1806, giusto con l'arrivo dei francesi a Napoli, e poi nel 1860, dove si consuma la sopppressione in seguito all'unità d'Italia, decretata dall'entrata in Napoli di Giuseppe Garibaldi. I certosini basavano la loro potenza nella capacità di attirare qui i grandi figli della nobiltà napoletana, forti di un grosso patrimonio mobiliare ed immobiliare, e che investivano costantemente nella decorazione del convento e della chiesa".
 
Noi, intanto, continuiamo a camminare su pietre laviche, o no?
"Il Vesuvio produce lava e materiale per la costruzione di case, palazzi ed edifici religiosi e militari. Questa di color giallo è pietra lavica, pietra vesuviana. Noi abbiamo il tufo ed anche il piperno, una roccia eruttiva, in cui ci sono si possono individuare intrusioni di pietra più scura che ci ricordano le colate laviche. E, qui fanno un certo effetto i segni ancora ben visibili degli scalpelli degli operai che lavoravano per estrarre il tufo per costruire la Napoli superiore. E' una cosa, per me, molto entusiasmante. Quei poverelli, poi, che stavano nei pressi di quelli che scavavano, si sono ritrovati le loro abitazioni danneggiate".
 
Ed ora eccoci di fronte la collina di Posillipo...
"Dove c'era questa villa splendida di Pollione, che era un intimo di Augusto al punto di ospitarlo nella sua villa, ed era un uomo di una crudeltà estrema che voleva dare uno dei suoi schiavi in pasto alle morene, ed Augusto riuscì salvare questo schiavo sul filo della sirena. E, poi, in questo punto qui, abbiamo il luogo dove nasce Partenope, il primo insediamento di coloni greci che vengono da Cuma, da là dietro, dalla zona dei Campi Flegrei: arrivano qui con le loro navi, su questo promontorio del Monterchia e fondano un primo insediamento dedicato alla famosa Sirena Partenope, innamorata di Ulisse, e siamo nell'VIII avanti Cristo. Dopo, verso il V secolo Avanti Cristo, c'è uno spostamento all'interno della città e la definizione della nuova città di Napoli, la Neapolis (nuova città), con la sua struttura di cardi e decumani, impianto a maglia. Quindi, la nuova Polis parte dal primo insediamento verso il suo interno, lascia la zona dell'acropoli e mano a mano scende nel centro con questa maglia di cardi e decumani che si è conservata fino ai nostri tempi. Gli abitatori di Napoli poggiano ancor oggi i piedi su questo vecchio impianto originario della città greca. Poi, sempre indicandovi con la mano, qua ci sta la Piazza del Plebiscito con il Palazzo Reale, la Chiesa di San Francesco di Paola sistemata in età morattiana, in età francese, e successivamente dai borboni, e poi lo splendido porto napoletano e riusciamo a vedere il Castel dell'Ovo".
 
Qual è stata l'influenza più significativa a Napoli?
"E' stata quella dei Borboni, perché nonostante tutto sono riusciti a dare alla città una grande impronta con le loro grandi costruzioni: pensiamo alla sistemazione della città nel 700, all'impianto dell'Albergo dei Poveri, alla costruzione delle varie sedi del potere, La Reggia di Capodimonte, fondata per la sua grande passione per la caccia da Re Carlo e piano piano viene trasferito in collina tutto il patrimonio dei Farnese (di cui Papa Paolo V) – la cui collezione è mirabile al Museo Nazionale di Capodimonte - , la risistemazione del Museo Nazionale, l'ingrandimento del Palazzo Reale, l'Osservatorio Astronomico. Sotto la scorta di questo "illuminismo borbonico", Napoli acquista una sua potenza, una sua valenza, da capitale europea. E viene troncata con l'arrivo dell'Unità di Italia, e le fabbriche napoletane segnano il passo e il loro crollo con lo scoccare dell'Unità d'Italia".
 
Quali le cause della caduta del patrimonio culturale partenopeo?
"E' stata la soppressione dei vari ordini religiosi avvenuta in coincidenza con l'Unità d'Italia. I grandi conventi che vengono svuotati, gli abitatori devono lasciare i loro luoghi di culto e non hanno più un loro punto di riferimento e questo provoca un'enorme dispersione di opere d'arte. Noi siamo stati colpi dalla soppressione francese e da quella postunitaria. Questo convento – di San Martino - si salva si salva perché nel 1866 comincia già a diventare istituzione museale. Il grande convento di Santa Caterina a Formello, che era enorme, oggi langue in uno stato terribile. Conventi alcuni completamente distrutti, altri salvati o utilizzati come caserme, come scuole. Però, gli affreschi, le opere d'arte sono andati tutti dispersi".
 
Dove si può scorgere, qui alla Certosa di San Martino, il "memento mori"?
"Qui, nel cimitero dei frati certosini curato da Cosimo Fanzago. Poi, c'è la pittura molto punita, molto netta, molto fiorentina di Giovanni Antonio Dosio, questo grande architetto chiamato per definire il chiostro e gli interventi settecenteschi di altri architetti i quali sulle porte delle celle realizzano il busto di San Brunone, il busto del Santo Vescovo, i busti dei santi frati certosini".

Con evidenti simboli di prosperità...
"Queste ghirlande, questa frutta simboleggiano la prosperità. Questa purezza dell'architettura di Dosio, con questa fuga di volte e di colonne".
 
E qui ecco un'opera del pittore napoletano Massimo Stanzione...
"Massimo Stanzione (1585-1656) parte dalla pittura del 600 napoletano, parte dal naturalismo di Caravaggio ma lo addolcisce con i colori, con la grazia, con un bel movimento, rendendola famosa in tutta Europa. Poi, il suo contemporaneo, il parmense – già ricordato prima – Giovanni Lanfranco. Quindi, possiamo qui vedere Giovanni Di Bella, il grande pittore delle carni flaccide, della vecchiaia, dei personaggi sotto le vesti di filosofi, e Giuseppe De Ribera, della spagnola Valencia, che porta un altro influsso di pittura naturalistica. Questa vicinanza anche alla grande pittura di Velasquez, questa circolazione europea di pittura ed entrerà nelle istituzioni dei più grandi collezionisti d'Europa".
 
Qui, invece, abbiamo Luca Giordano...
"Luca Giordano è il miglior rappresentante della pittura della fine del 600. Lui muore nel 1702, ma dipinge presso le migliori corti di Europa, compreso all'Escorial, monastero di Madrid dove è sepolta la famiglia dei reali di Spagna, e porta questa sua voce napoletana in tutta Europa".
 
Bellissima questa scultura; che ricorda un pò "La Pietà" michelangiolesca...
"Beh, questa è un'opera di Giuseppe Sanmartino, "San Francesco d'Assisi in estasi": è un grandissimo scultore, che realizza per il Principe di San Severo il "Cristo velato", nella famosa cappella di San Severo, grande luogo misterico napoletano, a piazza San Domenico. Attorno a questa figura del Principe, grande artista, ma in realtà considerato un grande stregone del 700, con la sua curiosità per la natura è una sorta di Leonardo del 700; guardato con sospetto dalla cultura allineata del tempo, ma in realtà grande cultore della scienza e grande sperimentatore. E si fa realizzare per la sua cappella, nel cuore di Napoli, questo "Cristo velato" dal grande scultore Sanmartino".
 
Ed ancora il Sanmartino dalla grande scultore a quella, qui, più piccola...
"Sì, qui possiamo notare riprodotto in piccolo formato il "Mendicante cieco con cataratta", e il "Mendicante storpio con bambino": sono due dei suoi pezzi più importanti, più famosi. Siamo nella piena rappresentazione della plebe napoletana che brulicava in questi vicoli e che fino alla scoppio del colera e siamo alla fine dell800, vivevano nei fòndaci, che erano dei luoghi insalubri, chiusi, senza luce, senza aria, e molti di loro non erano mai usciti all'aperto. Saranno ben voluti dal re dei Borboni, e saranno loro che determineranno la non riuscita della Rivoluzione napoletana del 1799; quando i patriotti napoletani, che danno vita alla Repubblica napoletana, vengono subito decapitati, messi alla tortura, alla gogna, perché i Borboni hanno grandi alleati nella plebe".
 
Ed ecco ora il presepe napoletano...
"E' una sorta di grande gioco del creatore: un mondo in piccolo, in cui ci si diverte a creare un mondo, a creare delle storie. Quindi, ci sta la natività, la zona della taverna, quella dei pastori, quella del mercato, i vari pastori. I Borboni, con Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia, sua moglie, realizzavano i piccoli pastori, li vestivano, e li abbigliavano, si divertivano a fare il presepe: così si sviluppa il grande presepe del 700 napoletano, altra gloria locale. Una sorta di mondo in piccolo, animato, creato con tutta la vita brulicante, dagli animali agli accessori vari, le piccole brocche, i salumi, una sorta di metafora della vita di tutti i giorni".
 
E, qui, invece, un altro presepe con statue da circa 60 cm l'una...
"E' del 400 e fatto dai fratelli Alamanno, Pietro e Giovanni, che creano soprattutto a San Giovanni a Carbonara: già dal cognome – Alamanno (Alemania: Germania) - possiamo intuire che loro vengono dalla Germania. Realizzano questi grandi gruppi presepiali, in cui insistono le presenze delle sirene e dei profeti, personaggi-simbolo, i quali prefigurano l'avvento di Cristo".
 
Ed ora lasciamo il Museo La Certosa di San Martino per raggiungere il Museo del Novecento, all'interno del Castello di Sant'Elmo, cominciato nel 1275 e proseguito dal vice-re Roberto D'Angiò...
"E che ha la massima definizione architettonica e difensiva nella metà del 1500 con don Pedro de Toledo, il grande vicerè urbanista, che delinea il volto della Napoli del 500 e facendo tutto l'impianto delle mura e definendo la fortificazione della città, il cui fulcro è Castel Sant'Elmo. Qui troviamo, nella vecchia Piazza d'Armi di questo maniero costruito per difendersi dagli invasori che arrivavano via mare, le opere di pittori che si sono formati dall'Accademia di Belle Arti di Napoli, altra istituzione voluta dai Borboni. Tra questi anche opere del sindaco di Napoli, Maurizio Valenzi (morto quasi centenario), con esposte 170 opere di 90 artisti napoletani, toccando movimenti come il Futurismo e il Neorealismo. E, così, vediamo creazioni di Carlo Alfano, Domenico Spinosa, Mario Persico, Augusto Perez, Carmine Di Ruggiero, Renato De Fusco, Lucio Del Pezzo, Renato Barisani, Gaspare Traversi, Jusepe De Ribera, Luca Giordano, Ernesto e Guido Tatafiore, Armando De Stefano, Natalino Zullo, altri ancora".
 
Troneggia questo "1° Maggio", opera di Emilio Notte: sembra il "Quarto Stato" di Pellizza Da Volpeda ..
"Sì, è vero, ma ricorda anche un pò Guttuso! C'è la raffigurazione di contadini, bandiere del Pci. Ricordo che la moglie di Notte, la Palligiano, giovanissima sposa l'ormai anziano pittore, ma non riesce a subire l'impatto col marito e si suicida giovane, lasciandoci proprio il senso della posizione femminile anche nel mondo dell'arte. Poi, Armando De Stefano, quindi, Domenico Spinosa è il padre del nostro Sovrintendente, che ha dato grande impulso alla Sovrintendenza napoletana dopo quello inferto da Raffaello Causa ed è stato il Sovrintendente delle grandi mostre. Qui, "Zuffa", opera di Domenico Spinosa (1916-2007), poi, Augusto Perez".
 
E il grandissimo Gento, con "Busto di fanciulla napoletana" (1922)...
"E' il grandissimo scultore del popolo napoletano, ma che si rifà alla classicità della scultura e ai reperti archeologici che venivano da Pompei, dal Museo Nazionale di Capodimonte. Questo mezzo busto di fanciulla napoletana in bronzo si avvicina alla Nike, a una vittoria, a un personaggio di una bellezza senza tempo, ad una nifa greca".
 
E, questa struttura moderna a forma di cono?
"E' un impianto dello scultore Sergio Fermariello, abile a lavorare con acciaio inox, alluminio ed ottone".
 
Napoli, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 7 agosto 2014

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