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Continua la serie positiva della Virtus Verona di mister Gigi Fresco che vince per 2 a 1 allo stadio “Bonolis” a Teramo e la salvezza ora sembra davvero possibile. I rossoblu veronesi hanno un ottimo approccio alla gara e all’11° sono già in vantaggio. Onescu dalla destra con un traversone basso taglia l’area biancorossa e sulla palla arriva in spaccata
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INCONTRI VIP'S

11/9/14 - INCONTRI RAVVICINATI: MARIO MULAS (FOTOGRAFO)

CLIC ALLA MULAS

Mario Mulas è uno dei più grandi fotografi italiani. Nato a Lonato di Brescia il 24 gennaio 1938, fu iniziato alla professione dal fratello maggiore Ugo, maestro dei clic e scomparso prematuramente all'inizio degli anni 70.
 Uomo che ama la discrezione, lui che ha fatto il ritrattista, il fotografo di scena e di retroscena, Mulas è stato chiamato, all'epoca in cui nascevano i Beatles, a lavorare per 5 anni presso i reali di Inghilterra, ha operato per Adriano Olivetti ed anche per quel grande istrione che fu nel panorama teatrale italiano Giorgio Strehler, cliccando al "Teatro Piccolo" di Milano. E' il fotografo della grande stella Andrea Bocelli, ma non ha mai amato il palco, le luci della ribalta, il palcoscenico, tantomeno la moda.
 
Senta Mulas, che cosa è stata la fotografia?
"(Sorriso): Bella domanda, mi è difficile risponderle perché per me è stata la vita, la mia compagna di vita dai 18 anni ad oggi, per cui mi è difficile fare paragoni, confronti con altri mestieri. Io so che il mio è bellissimo, è un lavoro che riperterei trecento volte in trecento vite diverse; è un gran lavoro, perché mi lascia un senso di libertà, e quasi sempre ho fatto quello che ho voluto. Tutte cose importantissime per un lavoro creativo, e succede non solo a me, ma anche al grafico, al pittore. Però, devo dire che io sono particolarmente propenso a sentirmi libero, sono piuttosto portato a non essere ingannato da nulla. Ho tenuto questo lavoro come una valvola di salvezza".
 
Cosa le piace catturare attraverso i suoi clic?
"Ed anche questa è una domanda difficile cui rispondere perché io non sono un fotografo che ha seguito un unico successo, anche perché si può avere una foto bellissima di un semplice portacenere come una brutta foto di una bellissima donna. Qui ci vuole molta attenzione, cercare di capire la luce, l'inquadratura: in ogni momento c'è un'immagine che noi perdiamo perché è tutto talmente fotogenico se noi lo vediamo – se lo vediamo e mi riferisco ai grandi Bresson, a Robert Capa, costui geniale e il più grande al mondo. Se Capa avesse fatto nella sua vita una sola foto, ebbene, per me sarebbe stato lo stesso il più grande fotografo al mondo, perché ha scattato foto impressionanti, stupende, uniche! Ho sempre avuto un rapporto bellissimo con i miei colleghi, dai quali ho cercato sempre di apprendere qualcosa ed attualmente il più grande fotografo al mondo, in assoluto, è il brasiliano Sebastao Salgado".
 
Qual è stato il clic che l'ha più emozionato, che le ha fatto accapponare la pelle dalla gioia?
 "Oddio, la mia pelle non si accappona facilmente perché mi sembra sempre di non fare abbastanza, per cui provo emozione, ma urlare non ho mai urlato. Io credo che nessun fotografo urli di fronte alla propria foto perché sa e sapeva che poteva migliorarsi e migliorarla. Ho fatto tanti soggetti diversi, anche se mi interessa molto è la ritrattistica, scavare, leggere nei volti, le geometrie del viso, tante cose. Però, ho fatto teatro con Giorgio Strehler per cinque anni, ho fatto un teatro splendidoi, meraviglioso e nessuno al mondo aveva la potenza di fare questo come il grande Strehler (Barcola di Trieste 14-8-1921, Lugano 25-12-1997). Questa sua forza culturale, era considerato il più grande regista teatrale d'Europa, e, di conseguenza, è stato un maestro splendido anche nei miei confronti".
 
Lei ha fotografato Giuseppe Ungaretti, Peppino De Filippo...
 "Ungaretti lo conoscevo perché ogni tanto veniva al Piccolo Teatro dove io avevo lo studio, e veniva da Paolo Grassi, il direttore amministrativo, poi, l'ho fotografato in occasione del suo 40mo compleanno con questo bicchiere di vino in mano, con questa faccia straordinaria, in cui si leggeva furbizia, grande intelligenza, grande forza, grande cultura. Veramente fantastico! Poi, tanti altri, sì, Peppino De Filippo, fotografato solo durante lo spettacolo".
 
Quale personaggio le è rimasto maggiormente impresso durante lo scatto dei suoi tanti clic?
 "Vittorio De Sica: l'ho trovato come il regista più elegante incontrato, sia dal punto di vista estetico che mentale, culturale, intellettuale. Un uomo dolcissimo, fantastico, un uomo splendido, di un'eleganza a 360 gradi. Ho trascorso cinque giorni in teatro con lui e ne sono rimasto molto e molto impressionato: tutti mi hanno insegnato ad avere o non avere classe, il comportamento umano, doti di Madre Natura".
 
E Giorgio Strehler?
 "Abbiamo vissuto appiccicati per cinque anni perché lavorando nello studio sopra "Il Piccolo Teatro" ed erano 280 giorni all'anno che si trascorrevano in quel teatro. E, poi, io ero il fotografo ufficiale. Mi chiedeva un'osservazione sul suo lavoro, ed io, 26-27enne, gli rispondevo che non me lo sarei mai e poi mai permesso davanti a un uomo di così vasta cultura. Guardavo, estasiato, questa sua bravura, questo suo modo di muoversi, di fare l'attore, dirigere lo spettacolo, di impostare attori ed attrici famosissimi come Giulia Lazzarini, Valentina Cortese, attori, attrici nel e del momento aureo italiano".
 
Sembrava che emanasse un flusso istrionico?
"Strehler era istrionico e nessuno si permetteva di fargli un'osservazione se non fosse più che intelligente, perché lui altrimenti si arrabbiava. Ed, allora, di fronte a un uomo di una cultura così profonda, era difficile trovare un argomento che potesse interessarlo o quanto meno stimolarlo. Lui era un egocentrico, come tutti i grandi personaggi: era lui sul palcoscenico, era lui sotto il palcoscenico, faceva tutto lui. Però, se lo meritava e nessuno poteva discutere quello che faceva perché era straordinario".
 
Qual è stato il più bel complimento ricevuto in tanti anni di professione?
 "Fortunatamente da molti, da uno in particolare, ora così su due piedi, non riesco a ricordarlo".
 
Lei e il grande fratello Ugo...
 "Le nostre carriere si sono divise dopo quattro anni perché mio fratello, grandissimo personaggio, di cui sono stato per questo periodo assistente e stampatore, un giorno, dopo aver capito che io dovevo staccarmi da lui, mi disse di rivolgermi a Strehler, chiedendogli di fare le foto al "Piccolo Teatro", cercando di alleviarlo Ugo dai suoi numerossimi impegni. Bene, io fino a prima, non avevo mai scattato una foto, forse, avevo preso in mano la sua Laika per guardarla, e, lui, Ugo, tranquillizzando le ansie per la mia nuova professione, mi ha spinto a recarmi al "Piccolo". E' stato, il suo, un colpo di genio".
 
Qual è stato il volto più incisivo, più originale, quello che l'ha più colpito?
 "Quello di Valentina Cortese, splendida ma sotto tutti gli aspetti, di una cultura straordinaria. E li intuivi soltanto dal modo di muoversi: sempre in ottimo rapporto con me. E, poi, la Paola Borboni: pur non essendo bellissima, era unica nel suo genere, spiritosissima, con battute molto piccanti. Ma, anche la Lazzarini è stata fantastica. Ho avuto molti approcci di scena perché quando fai uno scatto mediamente si crea un rapporto, un dialogo, poi, si diventa amici e allora quando si fotografa si lavora in un modo anche diverso".
 
Che cosa intende per bellezza?
 "Lei mi sta facendo dei trabocchetti: dobbiamo distinguere la fotogenia e la bellezza. Tutti noi abbiamo, anche l'uomo brutto, un momento di fotogenia. La bellezza mi ha sempre creato fascino, è come se ogni volta mi avvolgessi con loro, con le splendide donne che ho immortalato con un clic. E' come se nascessero dal mio obiettivo e le sentissi mie. Ho fotografato delle donne nude di una bellezza impressionante, nel periodo in cui la donna andava nuda: armonicamente è il corpo della donna il disegno più straordinario dell'umanità, è il perno, non c'è bellezza armonia più straordnaria della donna, tanto è perfetta!".
 
La morte, l'ha mai fotografata?
 "No, mi sono sempre rifiutato di fotografarla per rispetto, perché è troppo facile farlo. Anche il grande Copa, mi dica lei quanta gente morta ha fotografato? Quasi mai, l'unico soldato che sta morendo – e forse è una foto finta – ma, chi se ne frega, per cui Copa è geniale e coraggioso. Ne sono morti 330 o giù di lì di fotoreporter da guerra: è un atto di coraggio che io non ho, lo dichiaro apertamente. Ho lavorato due anni con Camilla Cederna, forse, una delle più grandi giornaliste italiane, dove fotografo per "L'Espresso" qualsiasi tipo di personaggi. Poi, quando ho capito – e l'ho poi anche fatto – che lei voleva farmi riprendere gli omosessuali – e lì ho rischiato di prenderle! -, di fotografare prostitute per motivi sociali, ho detto a Camilla, "No, cara, questi servizi te li fai fare da qualche d'un altro, a me piace la foto statica quasi, la foto creata. Io quando fotografo un volto, ce l'ho già sotto mano, capisco quand'è il momento di fare clic, io non gli creo problemi e lui non me lo crea a me. Poi, ho fatto tanto arredamento, d'interni, ho pubblicato qualche decine di servizi su cascinali toscani splendidi, con tanta fatica perché mi affascinavano".
 
Dopo il "Piccolo Teatro", ha lavorato anche per gli inglesi...
 "Sì, ho avuto la fortuna di lavorare per una casa fotografica inglese – e che oggi sta morendo, purtroppo, allora era la prima casa europea per eleganza e si chiamava Aquascutum – ed è stata la casa dei reali. Mi hanno chiamato per cinque anni e l'ho hanno fatto dopo aver scalzato il grande David Boiley. Le foto che faceva io – sostenevano – erano migliori, ma non l'ho mai capito. Mi trattavano come un principe, mi venivano a prendere all'aeroporto con la Bentley e per dieci giorni fotografo per loro. E' stata un'esperienza interessante perché erano appena nati i Beatles, io ero giovanissimo, un periodo storico strafantastico. Ma, siccome sono molto anti-mito, l'80-90% della moda inglese dove c'era tanta Londra, tanto Oxford, tanto Cambridge, un giorno mi sono stancato e ho buttato via 95 mila negativi, perché la moda è effimera. Anche la moda italiana facevo, per la Marzotto, la Lebole, per la Facis, e mi sono rimasti solo una decina di servizi, che testimoniano questo mio lungo lavoro. E' stata una mia stupidaggine perché non avrei mai pensato che la società avesse subito una così forte evoluzione e per fare un raffronto sarebbe stato divertente. Ho voluto smitizzare ciò che avevo creato col clic nella moda".
 
Non conserva un ricordo dei reali inglesi?
 "Di loro conservo le lettere di congratulazioni per i servizi che avevo svolto per loro; così come conservo ancora le lettere di Paolo Grassi del "Piccolo Teatro" quando mi impartiva il programma da seguire".
 
Le mitiche "hills", colline inglesi...
 "L'odore della natura lo sentivo, ma non lo fotografavo ancora; ho cominciato a fotografarli i paesaggi da quando mi sono trasferito in Toscana. In Inghilterra ho fotografato campi verdi, magari con in mezzo una quercia, con un colpo di luce fantastico, ma ho buttato via tutto, mannaggia!"
 
L'aldilà, come lo rappresenterebbe via foto? Con un arcobaleno forse?
 "Assolutamente con un arcobaleno perché esso mi dà l'idea dell'apertura del cielo, della luce, del rinnovarsi. Non amo i temporali, mi rendono triste; non amo la pioggia, ma l'arcobaleno mi annuncia il ritorno alla bellezza, ed è già bellissimo in sè".
 
L'amore, invece, non inteso come nudo, ma come maternità, carità, solidarietà?
 "Forse le uniche immagini che mi danno questa sensazione sono quelle dell'amore, che tutt'ora ho fortissimo, per mia moglie Eva. Dopo averla conosciuta, quando ho svolto il servizio fotografico, la persona che in quel periodo che ho fotografato più ed amato di più è stata Eva, perché quando si ama si fotografa in maniera quasi sensuale. L'amo con la stessa intensità di quando l'ho conosciuta 28 anni fa".
 
Qual è la parte del corpo femminile che esprime più sensualità? Le mani, gli occhi, le labbra, i fianchi?
 "Della bella donna classica che mediamente fotografo, dico oltre al seno, armonico, a più profondità, tridimensionale al massimo, che sotto la luce mi riesce a dare l'idea un pò dell'universo, ma, in assoluto, la parte che amo di più è quella che parte dall'ombelico alle ginocchia. E' un violino, è una forma che sembra uno strumento musicale e poi l'armonia è assoluta, in mezzo questa "v": mi sono sempre sentito inferiore non intellettualmente, ma come presenza, dal punto di vista estetico. Anche l'Apollo non è bello come una bella donna, a mio modo di vedere. L'espressione della bellezza in assoluto emana da una bella donna".
 
Oggi Leonardo Da Vinci e Michelangelo cosa avrebbero fotografato con la sua Laika?
 "Hanno fotografato molto bene quello che c'era di fantastico nella loro epoca. Forse, sono i due grandi che hanno lasciato molto. Ma, speravo che lei mi chiedesse del "pittore maledetto", Michelangelo Merisi, il Caravaggio. Ecco, lui sarebbe stato il più grande fotografo del mondo, per le sue luci, che sono una cosa che qualsiasi fotografo vorrebbe utilizzare. La genialità di quest'uomo, sotto questo punto di vista, supera gli altri due. Il Caravaggio ha dato l'idea della luce che nessun altro è mai riuscito a dare".
 
Anche il Tintoretto, però, il pittore "fotografo" veneziano.
 "Ma, non c'è paragone, il Caravaggio, visto che a me intreressa la luce, ha dato di più. Io mi ispiro sempre alla luce che entra in una stanza da una finestra e la distillo sui volti dei miei personaggi, Caravaggio aveva un lucernario o una finestra, da dove attingeva la luce per i suoi soggetti e riusciva a colpire con i suoi colori in modo talmente perfetto, così luminoso, così straordinario, così luminoso, così tremendo tante volte. Fantastico, li accarezzava con la luce, geniale, il "re assolutamente della luce"".
 
Mentre il "re del chiaroscuro" è stato il Mantegna...
 "In assoluto, infatti, il suo Cristo rappresenta l'emblema massimo della sua pittura e sono tutti dei giganti cui bisogna ispirarsi".
 
La fotografia – lei ha detto – è una "cosa mentale": cosa intende dire?
 "Guardi quando si lavora nel mio settore, ci sono due vie: o si scatta o si fotografa. Scattare lo può fare un bambino di quattro anni. Quando si pensa alla fotografia, bisogna pensarci prima, e utilizzare il mezzo, che non è altro che un filtro. E che ha tutto quello che vogliamo noi, dunque, è sempre innocente, siamo noi i colpevoli dell'errore, lui si salverà sempre".
 
Lei vuole dire che se io voglio cogliere quel determinato brillio negli occhi di un personaggio...
 "Devo averlo io, nella mia mente, e bisogna coglierlo in una frazione di secondo. E ci si arriva dopo anni e anni di lavoro. Ho insegnato in Accademia per 12-13 anni a Milano e devo dire io insegno a loro, ma sai loro studenti quanto insegnano a me".
 
Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 2 settembre 2014

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