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INCONTRI VIP'S

1/10/14 - INCONTRI RAVVICINATI: DR.SSA ANTONELLA RANALDI (RAVENNA , FERRARA E VENEZIA)

SILENZIO, PARLA ANTONELLA RANALDI!

Non poteva collocarsi in miglior via – San Vitale - la sede della Sovrintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Ravenna, Ferrara, chiamate "città del silenzio", Forlì-Cesena e Rimini. Già, via San Vitale, nei pressi dell'omonima basilica ravennate, nel cuore della stessa cittadina che ha dato la sepoltura a Dante Alighieri. Ci accoglie la dottoressa Antonella Ranaldi, romana, laureata in Architettura, e prima dell'ultimo incarico è stata Sovrintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Bologna, Modena e Reggio Emilia. Quando la incontriamo – esattamente giovedì 25 settembre 2014 – la dottoressa Rnaldi è anche la Sovrintendente "ad interim" per il centro storico della città di Venezia.
 
Dottoressa Ranaldi, cosa intende per bellezza?
"La bellezza nell'arte è qualcosa di molto concreto. Quanto mai lontana da quello che può essere un'idea o un'ideale e la si misura più di quanto noi possiamo pensare con la concretezza, la materialità delle opere d'arte. Non esiste la bellezza, se non sostanziata nella sua manifestazione, che è, appunto, quella dell'opera. Qualcosa, quindi, non di eterno, ma, molto verosimile; che ha un suo corso, un'espressione, rispetto al quale l'attaccamento nostro di volerla fare sopravvivere, di volerla assimilare e far vivere la bellezza è uno sforzo titanico, difficile, che è poi quello della conservazione".
 
Ma, non ci vuole un nostro stato d'animo ideale per accoglierla, gustarla in tutta la sua potenza, la bellezza?
"Sì, la bellezza è nelle cose; dipende poi dalla capacità di ciascuno di potere capire ed apprezzare il piacere, il godimento che sprigiona la bellezza. Quindi, l'educazione e la conoscenza giocano qui un ruolo fondamentale, nel senso che noi siamo più propensi a provare il piacere per un'opera d'arte nel momento in cui conosciamo, la riconosciamo, abbiamo gli strumenti per comprenderla. Potrei farle degli esempi: una sinfonia, nel momento in cui l'ascoltiamo la prima volta, può darci quel piacere dell'ascolto dell'opera, ma sicuramente è molto maggiore quando la conosciamo già e quindi il piacere sta nel riconoscere l'opera di cui ne abbiamo assimilato il valore. Quindi, la bellezza è un piacere che viene da ciascuno, un fatto anche spirituale ed essa è capace di darci questa sensazione, questo stato d'animo che mi diceva lei. Ma, la bellezza è nella cosa, nel dialogo a due, tra la cosa e chi si accosta a guardarla. Noi possiamo sicuramente apprezzare la bellezza quanto più la possiamo capire, ma anche come un qualcosa che c'è ed è reale, non è proprio in processione ideale. La bellezza come qualcosa di immateriale. Invece, è quanto più di materiale possibile. L'artista e, ad esempio, il musicista (anche se costui con le note, forme non palpabili) lavorano con delle cose".
 
Quand'é che le è venuta, durante la sua intensa carriera, la pelle d'oca per un ritrovamente avvenuto in ipogeo?
"L'emozione la provi quando trovi, in un contesto, opere sconosciute e riportarle alla luce. E, questo avviene molto più spesso di quanto si possa immaginare: la fortuna di questo lavoro sta proprio in questo. Noi non guardiamo la bellezza, l'arte magari dallo stesso punto di vista perché è la materia del nostro lavoro. L'emozione più forte è riportare alla luce un qualcosa che non si conosceva e che era nascosto. Ho avuto, in questo senso esperienze molto belle: a Reggio Emilia, ai Chiostri di San Pietro, quando in questo complesso monastico, abbandonato, e trasformato in caserma, nei restauri in corso sono affiorati gli affreschi delle opere incredibili del 500 completamente ricoperte da strati di intonaci. E, quella non è forse l'emozione che diceva lei che ti colpisce sul momento, ma è veramente la gioia della scoperta. La stessa gioia dello stato conoscitivo, del lavoro storico, nel momento in cui si studia un edificio, un'opera, cercare di ricostruirne la storia, fare le scoperte. A me quello che mi motiva anche, che mi colpisce, riesce ad entusiasmarmi e a coinvolgermi è proprio questo lavoro di scoperta, che può essere intellettuale, o scoperta di veri e propri tesori".
 
Vogliamo parlare di questo ritrovamento nel Reggiano?
"Sono le opere di tre artisti, lo Spani, un artista di Reggio, e un altro pittore del 1527, ma, sono tutte opere incredibili nell'ambito milanese di Bramante. Senza voler dimenticare Ravenna, in cui l'opera che mi è venuta in mente per prima rispetto alla domanda che mi ha fatto prima: qua, a Ravenna, l'abside, anzi, la Cupola del Mausoleo di Galla Placidia, questa cupola stellata dove le stelle, in tessere dorate e ad otto punte, si stagliano su questo sfondo blu notte, e che danno proprio la percezione di questa identità tra la volta, il cielo e la sua rappresentazione. E' un passo precedente all'idea di attrazione dell'arte, che è quella invece bizantina, mentre qua c'è questa piena identità tra la forma naturale e quella astratta nel suo riferimento fisico proprio alla cupola, alla volta celeste. Ma, non si può neppure dimenticare l'abside di Santa Apollinare in Classe e là si rimane a bocca a aperta per il senso di proporzioni, dove gli elementi semplici – le pecorelle, Sant'Apollinare, i fiori, le piante – in un insieme dove tutto sembra acalcolato e misurato e dove è la legge della Matematica a prevalere. Sembra tutto calcolato nelle sue proporzioni; e tramanda il senso dello spazio e della misura".
 
Il trionfo della bellezza a Ferrara e a Ravenna, in cosa possiamo coglierlo?
"Per Ferrara è un'idea complessiva di citt° più che un'opera singola. Eh, sì che ce ne sono di opere importanti a Ferrara, quali il Palazzo Schifanoia, l'interno del castello estense. Ma, quello che mi colpisce di più è il senso complessivo della civiltà, la sua idea urbana, l'uniformità dei carattere dove si collocano opere particolari come la cattedrale, il Duomo. E' una città di contesro, dove il trattamento delle superfici gioca una sua parte e l'atmosfera che la città riesce a dare – immaginiamo le luci notturne, l'atmosfera ferrarese è quella che esprime di più la sua regalità, la sua suggestività -".

La crudezza della morte, dove la possiamo riscontrare, avvertire a Ravenna e a Ferrara?
"Con questo aggettivo – "crudezza" – non mi viene in mente, al momento, nulla: Ravenna è una civiltà di sarcofagi, di tombe, di sepolture. Ma, è una morte che c'è nella città – viene chiamata anche "La città del silenzio" (anche Ferrara)-, è una città certe volte un pò sopita, caratterizzata da queste presenze, da questi luoghi della sepoltura (vedi il Mausoleo di Galla Placidia), però, in questi luoghi non c'è nulla di crudo, quanto piuttosto corre un filo rosso che ci porta dai luoghi della sepoltura (Mausoleo di Teodorico) alla tomba di Dante, ai tanti sarcofagi che sono davanti alle chiese, San Giovanni Evangelista, qui, a San Vitale, nella chiesa di San Francesco. Anche quella, chiamata proprio da queste parti "la zona del silenzio"; quindi, è un aspetto della morte come memoria, che pervade questa città, ma non ha niente di crudo. Di crudezza, non riesco proprio a riscontrarlo".
 
E sul trionfo dell'amore, inteso come maternità, carità, solidarietà, affettività, dove, a Ravenna e a Ferrara?
"Il trionfo della maternità e dell'amore lo riscontriamo qui al Museo Nazionale di Ravenna, negli affreschi, affreschi staccati, di Pietro da Rimini. Qua c'è un'"Annunciazione" e trattasi del miglior artista riminese del 300, uno tra gli artisti più significativi formatosi alla scuola di Giotto, che qui a Ravenna affrescò diverse chiese, in particolare in questa qui di Santa Chiara: sono le storie del Vangelo, a partire dall'"Annunciazione". Nella Madonna di questa "Annunciazione" è quella che esprime meglio della maternità".
 
A Ferrara?
""L'amore cortese" a Ferrara, nel Palazzo Schifanoia".
 
La copertina, un'immagine rappresentativa, a suo piacimento, di Ravenna e di Ferrara?
"La Cupola di Galla Placidia, per Ferrara l'"Arco del cavallo" di Leon Battista Alberti davanti al Duomo, opera realizzata intorno alla metà del 1400 e su cui appoggia la statua equestre di Nicolò III d'Este".
 
In ipogeo, cos'é che l'ha sconvolta? Il ritrovamento, all'interno di un sarcofago, di un gioiello, di un corredo fantastico?
"Non sono un'archeologa, ma un architetto. No, solo gli affreschi ritrovati – come le ho già prima ricordato – nel Reggiano".

E, come simbolo di modernità?
"A Ravenna ci sono i mosaici, secondo la loro produzione moderna; mosaici all'interno del Palazzo del Mutilato, o i mosaici esposti al Vagras, Museo dell'Arte della città, dove vengono riprodotte in mosaico molte opere di artisti che avevano dato il bozzetto, da Chagal a Vedova ad altri".
 
A Ferrara, invece?
"A Ferrara, invece, ci sarà presto il Museo della Memoria, il Museo della Shoà, un'opera contemporanea che verrà prossimamente realizzata".
 
Quand'è che un artista qui a Ravenna e a Ferrara è stato libero di creare, senza fare sempre i conti con temi religiosi?
"Non sono città che si contraddistinguono per queste caratteristiche; l'artista libero appartiene alla nostra contemporaneità. L'idea di essere liberi da condizionamenti è difficile da credere".

Non c'è stata un'epoca, dunque, un artista, che si è espresso creativamente e liberamente in queste due significative "città d'arte"?
"Una poetica più civile è quella pubblica, è quella dell'architettura, del disegno urbano: Biagio Dossetti aveva un condizionamento che veniva dalla Chiesa, bensì dal suo signore, Ercole d'Este. A Ravenna il condizionamento della Chiesa viene con lo Stato Pontificio, attraverso la dominazione veneziana, il ritorno al Papa. Nel periodo postunitario, nel periodo risorgimentale, che a Ravenna è molto sentito. Come realizzazioni vere e proprie, direi la tomba di Dante, parlo del Dante raffigurato nel bassorilievo dello scultore-architetto Pietro Lombardi, alla fine del 1400, e che ora si colloca all'interno di una tomba molto più recente. Là, forse, possiamo riscontrare un tema molto più civile e meno condizionato da temi religiosi, che ritroviamo invece all'interno dei chiostri di San Francesco".
 
Il trionfo della vita, della gioia di vivere?
"E' rappresentata nei pannelli di San Vitale, raffiguranti Teodora, la moglie dell'imperatore Giustiniano. Dove abbiamo una donna giovane, bella, accompagnata dalle sue ancelle. Una donna ben vestita, con stoffe bellissime, è certamente impostata nel suo ruolo, però, è un'affermazione femminile e trionfo della vita. A Ferrara? Il Palazzo Lodovico il Moro, la cupola dipinta dal Benvenuto Tisi, detto Il Garofalo. Paese di origine, nel Polesano: una festa, con gioia, con le persone che s'affacciano al balcone".
 
E, per Venezia, possiamo rispondere ai temi già trattati per le Ravenna e Ferrara?
"Venezia è una città unica per la presenza dell'acqua, che fa sempre chiedere come possa essere stata costruita e come possa funzionare nella vita di tutti i giorni. Difficile scegliere un'opera sola: Venezia è San Marco, la Biblioteca Nazionale Marciana (cioé di San Marco), il Palazzo Ducale, per rimanere nell'ambito del centro storico ed all'interno della laguna. La laguna, la laguna da San Marco, con le chiese di San Giorgio e del Redentore e della Salute, penso che siano un punto di vista magico unico".

Per il trionfo della vita: scegliamo un'opera del grande "fotografo veneziano", il Tintoretto?
"L'"Assunzione della Vergine" di Tiziano, eseguita tra il 1516 e il 1518, e che si trova nella Chiesa di Santa Maria dei Frari. Davvero spettacolare!".
 
Sul tema della morte a Venezia?
"Mah, forse, il cimitero stesso; che è particolare perché occupa un'isola; oppure, il mosaico della contro-facciata del Torcello, con il "Giudizio Universale" mi dà l'idea della morte".
 
E l'idea dell'aldilà, la Resurrezione in queste tre città?
"Per Ravenna, sempre Galla Placidia: in realtà, la simbologia della cupola è quella della Risurrezione; oppure anche la Cappella di Sant'Andrea, con il tema dell'Apocalisse con i quattro evangelisti. A Venezia, ho già detto il Torcello".
 
Una carità, una maternità, l'amore, pietà a Venezia?
""La presentazione della Vergine al Tempio", opera del Tiziano Vecelli, olio su tela di cm 335x775, eseguita tra il 1534 e il 1539, ed oggi inglobata nelle Gallerie dell'Accademia a Venezia".
 
I colori che insistono in queste tre città?
"A Ferrara il rosso, a Ravenna il verde della sua pineta, mentre a Venezia il gioco di luci, di colori che si sprigionano, si sposano ed emanano dall'acqua".
 
Ci ha parlato poco, dottoressa, di Ravenna e il mare...
"La presenza del mare a Ravenna è quasi una scoperta, nel senso che non si manifesta subito, né appare, va scoperta. Questo lo si capisce guardandola dall'alto, dalle fotografie aeree: invece, il mare c'è. E' a pochi chilometri, è un mare bello come quello di Marina di Ravenna, molto piacevole perché rispetto ad altri centri della riviera romagnola è molto ricca di verde, è più naturale, meno costruita. Però, è tenuta discosta e lontana dalla civiltà; una città che ha tutta la dignità di essere una città d'acqua per la presenza della palude, con problemi di salubrità dell'aria".
 
E, gli odori?
"Ravenna e l'odore della resina dei suoi pini, della salsedine che viene dall'Adriatico; a Ravenna il profumo è legato alle essenze profumate di Lucrezia Borgia, allo sfruscìo, allo strascico dei lunghi vestiti suoi e delle sue cortigiane o ancelle che l'accompagnavano, che le erano accanto a corte".
 
Da Ravenna, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 25 settembre 2014

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