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INCONTRI VIP'S

14/10/14 - INCONTRI RAVVICINATI: CARDINAL ELIO SGRECCIA

ALZATORI ALLA SGRECCIA

Un mese e mezzo – sabato 15 marzo 2014 - prima della solenne proclamazione dei santi Karol Wojtyla ed Angelo Roncalli e giusto un anno dopo la proclamazione di Papa Francesco, piazza San Pietro è abbacinata dal primo sole tiepido di primavera, mentre migliaia di turisti, all'interno della basilica, sostano e pregano, i più in ginocchio, davanti alle tombe dei due pontefici, Giovanni XXIII, "Il Papa buono", e Giovanni Paolo II, "Il Papa venuto da lontano". Il cardinale Elio Sgreccia ci ospita nella sua abitazione e, poichè non è assistito dalla religiosa, prepara lui il caffè con la moka. Nato a Nidastore, frazione di Arcevia di Ancona, il 6 giugno 1928, il porporato - creato tale da Papa Benedetto XVI nel concistoro del 20 novembre 2010 - è uno dei maggiori esperti di bioetica a livello internazionale. Sgreccia è stato colui che ha fondato la cattedra, la facoltà universitaria di Bioetica a Roma e, successivamente e su invito di Papa Giovanni Paolo II, anche in America Latina. Laureatosi prima in Teologia e poi in Lettere e Filosofia, diventa docente di Bioetica presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. In precedenza, era stato Rettore di più di un Seminario; non solo, ma anche professore di Latino e Greco. E' stato uno dei rari religiosi chiamati ad assistere Papa Wojtyla ricoverato al Policlinico romano "Gemelli", in seguito all'attentato subito in piazza San Pietro il 13 maggio 1981 per mano del terrorista turco Alì Agca.
 
"Sono stato una sorta di sua "sentinella" per gli oltre tre mesi di dolore vissuti dal Santo Padre", racconta con un velo di comprensibile fierezza il cardinale marchigiano, "diventando quasi un filtro, una specie di addetto stampa, di portavoce dello stesso pontefice". Infatti, sarà proprio San Karol Wojtyla ad eleggerlo vescovo il 5 novembre 1992. Dal 2004 è Presidente della Fondazione "Ut vitan habeant" e dell'Associazione "Donum vitae". Dal 3 gennaio 2005 al 17 giugno 2008 è Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, di cui oggi è Presidente emerito. Il cardinal Sgreccia è il portavoce delle posizioni della Chiesa su questioni etiche controverse, quali l'aborto, la contraccezione, l'eutanasia e la ricerca sulle cellule staminali embrionali.
 
Eminenza, ha mai giocato a calcio da ragazzino o coltivato altri sport?
"Il calcio l'ho praticato soltanto occasionalmente, parrocchialmente, e di rado, perché la mia infanzia è cresciuta durante le guerre. Sono nato nel 1928, c'era già la guerra in Africa, e poi subito nel 1939, è stata quella in cui ho avuto quattro fratelli richiamati in una settimana. Poi, c'è stato tutto il periodo del passaggio del fronte, i 4-5 anni di guerra. Ho ancora un fratello, Luigi, che ha 97 anni e che ha fatto sette anni di guerra: è stato in Albania, in Grecia, a Rodi, poi è tornato a casa e ci è rimasto per malattia il 28 settembre. Gli altri tre fratelli sono tornati. In seminario giocavamo a pallavolo perché non c'era lo spazio per giocare a calcio e i superiori sostenevano che era meno pericoloso il volley, più igienico, meno soggetto a sforzi. Io sono basso e dovevo essere uno che mandava la palla in alto, un alzatore, non uno schiacciatore. Poi, ho fatto altri 18 anni in seminario come Superiore, prima vice-direttore poi insegnante di Latino e Greco, quindi, Rettore, dopdiché mi hanno trasferito da Fano ad Ancona e qui a Roma, all'Università Cattolica. Dove ho fatto l'assistente ecclesiastico, accanto ai cappellani che facevano gli assistenti spirituali ai malati
 
E, in quell'occasione, ha incontrato, tra i pazienti, Giovanni Paolo II...
"E successo la sera del 13 di maggio 1981, quella dell'attentato compiuto ai danni della Sua persona: sono stato presente al suo ricovero e dopo ci ha salutati al momento dell'uscita – dopo quasi cento giorni – ci ha salutati. Ho mobilitato tutte le persone a pregare quella notte, tutta la notte, fino al mattino, poi, arrivarono telefonate, i portieri me le passavano credendo - i portieri - che io sapessi rispondere in lingua alle tante domande circa Sua santità. Chiamai la Segreteria di Stato, pregando di mettere in piedi una piccola Segreteria di Stato perché non ce la faccio a star dietro a tutti. E, per tutti i 99 giorni, istituirono due giorni in permanenza".
 
Che ricordo ha di San Karol Woityla?
"Mi ha ordinato vescovo, mi ha mandato prima al Pontificio Consiglio per la Famiglia come vescovo Segretario per tre anni, poi, alla Pontificia Accademia per la vita. All'Università Cattolica, Facoltà di Medicina, oltre aver fatto per tre anni l'assistente ecclesiastico, ho fatto altri anni il docente di Bioetica. Mi hanno chiesto di dedicarmi a questa materia, che non esisteva in Italia, mi hanno fatto fare il concorso da professore ordinario per metter su la prima cattedra, il primo istituto di Bioetica presso l'Università Cattolica. Poi, ho promosso questa disciplina, attraverso conferenze episcopali tenute in tutto il mondo, in America Latina, preparando i docenti e scrivendo libri".
 
Che ricordo ha dei tanti Papi che lei ha avuto la fortuna di conoscere?
"Quand'ero ragazzino e stavo per i campi a lavorare il fieno, a raccogliere il fieno, a pascolare le pecore, insomma, ad aiutare i miei – mio padre era un coltivatore diretto ed andava alla domenica a vendere ortaggi per far qualche solderello per sfamare sei figli -, la prima voce radiofonica sentita del Papa era quella di Achille Ratti. Il primo direttore della Radio Vaticana, prima stazione radio in Italia e nel mondo, era un gesuita. Che è nato ad Arcevia, nel mio stesso paese, padre Pierfranceschi, amico e collega di studio e di insegnamento di Guglielmo Marconi alla "Sapienza". I due si scambiavano molto le notizie, poi, Pierfranceschi è stato con Nobili, col pallone aerostatico, al Polo Nord, per sviluppare le comunicazioni. E la radio non era di tutti: l'ascoltavamo al dopolavoro al sabato e quando capitava avvisavano che c'era il discorso del Papa. Una voce, quella di Papa Ratti, un pò metallica, un pò secca".
 
Pio XII?
"L'ho visto, sì, di persona, ma da lontano. Il ricordo maggiore è del 1948, dopo le grandi elezioni politiche, in cui anche noi studenti di teologia fummo spediti a casa per fare le campagne elettorali e per far votare lo scudo crociato; contro la baraba di Garibaldi, perché raggruppava i Partiti di Sinistra. Ci fu un grande Convegno a Roma, in occasione dell'80mo di fondazione della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, chiamato il Congresso dei baschi verdi, e noi giovani seminaristi e qualche prete dalle Marche siamo arrivati a Roma a bordo di camion, che avevano i banchi della chiesa che traballavano perché legati in qualche maniera. Pio XII parlava sul sagrato e i discorsi di Gedda, di Carretto, con Alcide De Gasperi, l'allora Ministro del Tesoro Pella, i grandi di quel tempo. Non sono mai riuscito a baciare la mano a Papa Pio XII".
 
E di Papa Giovanni XXIII, che ricordo conserva?
"Quando fui nominato vescovo nella mia piccola diocesi di Fossombrone, accompagnai il vescovo a visitare il Papa. In una sala grande, quella della Biblioteca, non era solo Angelo Roncalli, e passò vicino a tutti noi, salutò il vescovo e il giovane prete che ero io. Invece, ho visto, incontrato più volte Paolo VI perché venne a celebrare, quando io ero già in Cattolica, il Corpus Domini all'ospedale romano "Gemelli", molto blindato per paura delle Brigate Rosse. Un'altra volta, sempre Giovambattista Montini venne a portar la Sua visita alla Cattolica, infine, l'ho visto adagiato sul catafalco il 6 agosto 1978, quando morì. E diedi la prima benedizione al feretro perché l'allora maestro di cerimonia e poi cardinale, monsignor Monduzzi, mi chiamò, pregando di stilare la relazione del certificato di morte. Papa Paolo VI era consunto dalla malattia e dai dispiaceri provati per l'omicidio dell'amico ed onorevole Aldo Moro, e dopo avermi addosso la cotta e mi ha chiesto di dare al Papa la prima assoluzione ed aspersione di acqua santa a Sua Santità. Aveva le dita così dimagrite che parevano piccole e fatte da soli ossicini, diverse dall'idea che ci eravamo fatti grazie alle immagini passate dalla televisione. Era come si fosse rimpicciolito e gli avevano già tolto l'anello del pescatore".
 
E di Papa Giovanni Paolo I?
"L'ho visto, ma mai incontrato anche perché il Suo pontificato è stato solo di 33 giorni. Ho solo un ricordo: la figlia di una sorella era studentessa di Medicina. Mi conosceva e al mattino presto mi ha svegliato, comunicandomi "Monsignore, è morto lo zio!" Quale zio, le ho detto: "Il Papa, non sappiamo come, ma l'hanno trovato morto!"".
 
Nei quasi cento giorni in cui gli è stato vicino, ha qualche ricordo di San Karol Woityla?
"Mi sono attenuto alle disposizioni di non farlo disturbare da giornalisti o religiosi. Partecipò a un congresso sulla famiglia, non ero ancora vescovo, ma ero professore di Bioetica, e nella Sala Clementina, quando gli fu riferito che ero io a tenere quella conferenza, il cardinale preposto al convegno disse: "Ah, monsignor Sgreccia, lo ricordo". E, poi, ha aggiunto: "Questa estate, durante le vacanze, ho letto i suoi due volumi di Bioetica". Per me, fu una grossa gratificazione. Dopo un pò di giorni, mi mandò a chiamare il Segretario di Stato, il cardinale Angelo Sodano, per dirmi che dovevo andare alla Famiglia. Un'altra volta, eravamo a pranzo con altri prelati, sentii io con i miei orecchi Papa Woytjla dire che gli sarebbe piaciuto "essere ricordato come il Papa della vita e della famiglia". L'"Evangelium vitae" del 1987 e la "Domum vitae" del 1987 sono state scritte dal Papa anche relazionandosi con l'Accademia per la Vita, da me presieduta, ed inaugurata nel 1994. E mi ha dato la possibilità, 'sto incarico, di ricevere le sue direttive, di parlare con lui, di accogliere i suoi suggerimenti, di confrontarmi di continuo con lo stesso pontefice".
 
Papa Benedetto XVI?
"Lo conoscevo prima perché lavorava prima in questo stesso palazzo dove io già abitavo e poi mi aveva invitato a delle sue riunioni come consulente occasionale".
 
Era sempre così riservato?
"Non era duro, ma taciturno e timido, tant'è delle volte che la signora che veniva a fare le pulizie in questo abitato mi diceva: "Ho incontrato un sacerdote molto timido, ma ha voluto in ascensore che passassi per prima". Sara stato il cardinal Ratzinger, le ho risposto".
 
Un aneddoto tra lei e il Papa emerito, che le ha posto sul capo la berretta cardinalizia?
"Ci si scambiava pareri sulla materia; nell'intimità era breve, nei pranzi era sobrio, molto sobrio nel mangiare, un uomo di poche parole, ma sempre molto attento ad ascoltarti".
 
E Papa Francesco?
"L'ho conosciuto a Buenos Aires, dove era arcivescovo. In Argentina ci ero andato per avviare l'Istituto di Bioetica, sulla stessa traccia di quello che avevamo avviato qui a Roma. E ho ricevuto la laurea honoris causa in Bioetica. In queste cerimonie ci stava pochi minuti, faceva la prima comparsa, poi, se ne andava perché aveva sempre molto da fare. Però, mi ha riconosciuto dopo essere stato eletto Papa, ero dietro il cardinal Ravasi che mi copriva, e Papa Francesco ha esclamato "Ecco monsignor Sgreccia". Poi, mi sono recato a trovarlo in udienza privata qualche giorno fa. Lui, il giorno prima, l'avevo incrociato mentre il pontefice andava a piedi con la cartella da Santa Marta verso gli Uffici del Vaticano in compagnia del suo segretario. Lì per lì mi son fermato e gli ho chiesto se gradiva un passaggio, ma lui non ha voluto: è un Papa che non vuole né la scorta nè vuole stoppare4 il traffico quando passa lui. Più che altro volevo farlo passare e l'ho salutato col gesto della mano. Il giorno del Concistoro, lui arriva prima e saluta noi cardinali e, venuto il mio turno, mi ha detto: "Ma, lei è giovane, non è vero che è anziano, infatti guida la macchina!". "Ma, Santità – ho risposto – è la macchina che è più giovane di me!"".
 
Che concetto si è fatto della bellezza?
"Noi, avendo fatto un pò di studi di Filosofia, abbiamo la testa un pò piena di concetti che ci sono stati dati. Per Platone era la partecipazione al mondo divino, una "metexis". Tutte le cose ideali, secondo Platone, vengono dall'alto, non sono frutto della materia. E la bellezza è un riflesso della divinità sul mondo: quasi un concetto mistico. Invece, per Aristotele, che era un pò più materialista e realista, partendo dall'esperienza sensibile, diceva che la bellezza è imitazione della natura; qualche volta però nell'imitare la si supera, la si trasfigura. Concetti, questi, che si sono fatti strada anche durante il Rinascimento, la classicità tutta; finché non irrompe il Simbolismo, l'arte più simbolica. In ogni caso, è espressione della soggettività che colpisce per i suoi significati, perché assomiglia a un personaggio, perchè ti dà l'idea della forza come il Mosè di Michelangelo, della bellezza femminile come la Gioconda di Leonardo. Colpisce perché esprime l'azione, l'azione di Dio creatore. Uno, messo davanti all'arte, guardandola, coglie dei valori, dei messaggi, e suscita dei sentimenti, in maniera che la sente viva, anche se quest'opera ha degli anni".
 
Ma, l'aldilà, come sarà?
"Ho perduto la mamma che ero un giovane prete, la mamma quattro anni dopo, e noi adulti abbiamo fatto la forte esperienza del distacco. E, quando, durante i funerali, vado a spiegare agli altri e anche quando parlo a me stesso, dico che dopo la morte la vita continua, ma c'è una vita più vita. E, faccio questo paragone, che è anche il contenuto del messaggio cristiano: il bambino finchè è nel ventre materno è vivo, prende tutto da sua madre, l'alimento per la crescita, grazie al suo contatto ed alla sua vita interna e si sta bene. Nel nascere, il bambino soffre, sembra che voglia resistere, che non voglia uscire; e piange. Però, dopo questo distacco traumatico del parto, la vita è più vita, non è meno vita. E' un fiorire continuo di conoscenze, di esperienze. Il bambino guarda sempre fisso la persona che ha di fronte, cerca sempre di inquadrarla bene, poi, è una scoperta continua e una costruzione di sè, una costruzione del mondo che gli sta vicino, la sua fantasia subisce il suo avvenire in imprese ed azioni. Quando cade il velo corporeo – dice San Paolo -, che ci impedisce di vedere Dio, la vita che incontriamo è più vita di quella che abbiamo conosciuto e il corpo impedisce di vedere. Come il bambino, che è nel suo seno, non riesce a vedere il volto della mamma. Così anche noi, che siamo nel ventre della terra e siamo vestiti di materialità, non vediamo Dio e la realtà somma. Possiamo solo immaginarla perché sta al di là della nostra esperienza".
 
E, come si configurerà questa Realtà Somma?
"Sarà la verità, la bellezza, l'amore, le relazioni che abbiamo vissuto trasfigurate e vissute con la felicità piena, che Dio dà a chi sono stati fiduciosi anche nella miseria ed anche nel peccato. Dio non distrugge mai quello che ha creato – l'ho imparato da San Tommaso – e lo chiama alla perfezione, lo perfeziona. Tutta la sete di felicità, di curiosità, di conoscenza, di pace, di serenità verrà data, portata alla massima esponenza".
 
Qual è il peccato mortale che Dio non riusce ad accettare?
"Con l'immaginazione si fa fatica a pensare qual è il peccato che Dio non tollera. Ho letto anche il teologo Romano Guardini: quando io ero giovincello, lui era ancora vivo, ha insegnato in Germania, ma oramai le sue opere tradotte tutte in italiano. Diceva che noi non possiamo capire cos'è il peccato perché ci viviamo dentro; e che viviamo in una natura decaduta. Per capire il peccato, bisogna vedere cos'è Dio, cos'è l'uomo. E lui, per capirle, il Guardini suggerisce soltanto una strada: si può andare Dio crocifisso perché Lui l'ha pagato; basta dire che per superare il peccato c'è voluto quel fatto lì, Dio, figlio Dio, è statao messo in croce. Allora, ci fa intuire, capire cos'è il male, però, guardando il Cristo risorto ci fa capire anche il superamento del male, come l'umanità deve essere alla fine. Infatti, San Paolo dice che Cristo risorto è la primizia, è risorto per prima; e tutti risorgiamo come Lui, e per Lui, ed anche la corporeità sarà rifatta perché toccata da Dio. Quindi, la speranza sta nella morte e Risurrezione di Cristo, la morte ha espiato, la Risurrezione ha glorificato l'umanità. Il figlio di Dio ha sposato l'umanità, l'ha chiamata a rinnovarsi come Dio l'aveva pensata. Dio ci ha creato in modo meraviglioso, ma più meravigliosamente ancora ci ha redento, ha fatto salire l'umanità. E la semplice creatura, non fosse stata in comunione con Dio, non avrebbe potuto raggiungere questo alto livello, ovvero quella glorificazione che ci dà Cristo risorto".
 
Cos'è che la commuove di più nella vita di tutti i giorni e cosa pensa della vanità?
"Secondo un'età ci si si commuove per alcune cose e fatti, secondo un'altra per altri episodi o accadimenti. Ed anche le vanità cambiano e crescono a seconda delle stagioni della vita. Certamente, adesso come adesso, ci fa commuovere la gente afflitta dalla malattia, i bambini piccoli malati, quando si entra in certe Pediatrie od Oncologie. Si fa fatica anche a trovare le parole giuste, con le famiglie al limite della disperazione. Quando eravamo giovani ragazzi, ci si commoveva più raramente. In questi ultimi anni ho provato momenti di paura vera per un'operazione a cuore aperto, percHè sapevo cosa era, ho chiesto il confessore, mi sono preparato serenamente alla morte. Qualche anno prima, in Brasile, mi trovavo in una villa in alto, in cui dimorava il vescovo di Rio de Janeiro, e il vescovo aveva trasformato la casa per tenere conferenze, ritiri spirituali. Come guardie notturne, aveva messo quattro cani dobberman, con tanto di avviso di uscire di notte. Finito il convegno, tutti sono partiti, alle quattro del pomeriggio, io e il cardinal Tettamanzi abbiamo fatto un giro intorno alla villa, quando siamo stati assaliti da queste belve. Essendo vissuto in campagna, sapevo che bisognava fare di tutto per socializzare, ma quelli erano ammaestrati per azzannarti alla gola. Al primo che mi si è scagliato contro l'ho menato nel muso, sferrando a soli mani nude un forte pugno. Lui ha guaito e gli altri gli si feceroi incontro, ed io mi ero tirato indietro. A forza di menare per divincolarmi dalle altre bestie inferocite, tutto insanguinato, sono caduto a terra, e poco dopo sono venuti a liberarmi. Ma, mi era assalito una tachicardìa impressionante, con sudore freddo, bagnando perfino il divano in cui fui coricato. Persi la milza in quel duello con i doberman".
 
Perché, Eminenza, ricorda questo episodio?
"Perché avevo visto davvero la morte in faccia".
 
Lei, oggi, ha paura di morire?
"No, o perlomeno, vorrei non avere paura, chiedo al Signore che non mi venga il timore, spero di essere preparato "al mistero della morte": ci sono andato vicino almeno un paio di volte, durante due operazioni molto importanti. Vorrei andare incontro alla morte come un bambino in braccio a sua madre. Per dire, finalmente, o Dio, Ti ho visto!"".
 
Simpatia calcistica?
"Fa piacere vedere un pezzo di partita della Nazionale".
 
Il suo motto episcopale?
""Ut vitam habeant": "Perché abbiano la vita", di Giovanni dieci, quando riporta che Gesù "Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano abbondantemente"".

Andrea Nocini, per www.pianeta-calcio.it, 15 marzo 2014

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