ULTIMA - 21/3/19 - SEMIFINALI DI COPPA VERONA: SAVAL "CORSARO" A GAZZOLO

Ieri sera si sono giocate le partite di andata delle semifinali della Coppa Verona 2018-19 che mette in palio, oltre al prestigioso trofeo, anche un posto nel prossimo campionato di Seconda categoria 2019-2020. Sfortunata la gara per il Gazzolo 2014 del presidente Paolo Valle che alla fine ha perso 1 a 2 in casa contro il bravo e fortunato Saval Maddalena
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INCONTRI VIP'S

29/11/14 - INCONTRI RAVVICINATI: DOTT. LUCA LEONCINI (GENOVA)

TUTTI INVITATI A...ZENA

Arriviamo a Genova durante il periodo dele alluvioni novembrine che, spietate, si sono abbattute sulla città più ricca d'Italia negli anni 60: per fortuna, mercoledì mattina 19 novembre 2014 ci accoglie un tiepido sole e un vento caldo, phon, di scirocco. Tutto sembra normale, usciti dalla stazione; anche perché il carattere schivo dei suoi abitanti non fa proprio trapelare, filtrare alcuna emozione. Il Palazzo Reale, sede dei Savoia, è a pochi passi dalla stazione ferroviaria, in via Balbi, e a un tiro di schioppo da Palazzo Rosso e dal Palazzo Bianco. Il direttore di tale Museo è il dottor Luca Leoncini, storico dell'arte ed autore di diversi e corposi libri. Classe 1960, romano, da 22 anni a capo di questa reggia, Leoncini ci dà udienza e gradita accoglienza nel suo studio, all'ultimo piano di Palazzo Reale, poco sopra il monumentale terrazzo della Regina da cui si può ammirare un panorama irricreabile, con il porto, la lanterna di Genova, il mare, i palazzi abbarbicati sulla montagna: una impareggiabile quinta scenografica.
 
Dottor Leoncini, cosa intende per bellezza?
"Credo che la bellezza sia legata al talento dell'artista, dote sulla quale noi storici dell'arte lavoriamo per rappresentare la realtà, cogliendone aspetti intimi, particolari, o aspetti che soltanto quell'artista ha vista. L'arte, la bellezza, il corpo umano, la natura, senza quell'occhio che ne sa trarre un aspetto che si lega anche all'umanità, alla spiritualità della persona che lo guarda, ebbene, senza quello è poco. Una statua, per esempio, del Bernini, quei corpi così sensuali ma mai erotici: questa è l'arte, saper togliere anche quell'essere terreno, l'arte è sempre un'elevazione del dato visivo a qualcosa di sublime. Bellezza – cosa scontata - che è diversa per ognuno di noi; per me, la bellezza è legata spesso all'intelligenza, all'occhio brillante, al guizzo oltre a quel talento. L'arte contemporanea è bella secondo proprio quest'accezione, quando cioè parla più della capacità umana di stupire dal punto di vista intellettuale oltre che solamente visivo".
 
Modernità a Genova, dove?
"E' tutta la città; una delle città più moderne che abbiamo in Italia. Molti si lamentano della sopraelevata, del porto, anche dei quartieri sorti dopo la Seconda Guerra Mondiale, imputati di aver rovinato, devastato la costa. Ripeto, Genova è una città molto moderna in questo suo contrasto continuo tra l'antico, il medioevale, il Barocco e l'attuale: si passa, nel giro di pochi metri, dall'affresco, dall'oro o dalla strada medioevale al pilone di ferro o alla gru del porto, e questo contrasto continuo – il treno che passa nella galleria, che ti passa sul ponte, che ti passa sulla testa, che ti sbuca improvvisamente fuori – ecco. E, questa natura continuamente in qualche modo addomesticata o forzata dall'uomo costituisce un aspetto molto forte della città. E, se uno uscisse fuori da un'estetica ovvia, cioé che è bello quello che è, Genova, il suo porto, le sue strutture moderne, la sua anche evoluzione non sempre felice".
 
Il trionfo della bellezza a Genova?
"Qui bisogna essere un pò più storici: il momento del grande trionfo di Genova è quel periodo che va, grosso modo, dal 1550 al 1650, fine del 1600, sì, Genova barocca: la città dà il meglio di sé e dà qualcosa che non c'è nelle altre città. Così il soffitto di Gregorio De Ferrari (1647-1726) nel Palazzo Rosso, con l'autunno, con queste volute felicissime, allegre, con le figure che sono prima dipinte e poi diventano di stucco, lo stucco prima è multicromatico e poi diventa dorato; ecco, questo gioco tutto barocco, ma molto allegro e leggero. Barocco genovese molto più leggero, molto più leggiadro, che so, del barocco romano o austriaco o tedesco; ha qualcosa di elegante quello genovese".
 
I colori che insistono a Genova?
"Il bianco e il nero, queste fasce bianche e nere del romanico genovese che troviamo in tutte le facciate delle chiese più belle, dalla cattedrale a San Donato, e che si ritrovano nell'ardesia, nei marmi e nei pavimenti. Il bianco e il nero c'è sempre. Se uno facesse un logo di Genova, ci dovrebbe mettere sicuramente questi due colori. Poi, la città ha l'oro dei suoi interni preziosissimi, quindi, affreschi, mobili eccezionali, eppoi, anche la luce dorata del mare che la illumina in alcuni giorni".
 
Qual è il "genus loci" di Genova?
"Sicuramente, questo centro storico soffocato tra il mare e le montagne, questa mancanza di spazio pubblico; quindi, tutte le strade, anche le piazze, sono minuscolo. Si parla di centro medioevale più grande, più vasto d'Europa, e in questo sono molto d'accordo. Ad eccezione di Venezia, città di terraferma, che ha mantenuto integro il suo centro medioevale, mentre Parigi, Roma si sono evolute ed allargate. Se uno vuole, insomma, capire cos'è stato il Medioevo, deve venire a Genova".
 
Tante le scalinate?
"Sì, è una città scoscesa, che però la rende molto bella, molto affascinante, con queste vecchie scale. Poi, ci sono le funivìe, e l'essere costruita in questa conca, tra il mare e la montagna, è un aspetto meraviglioso e ti suggerisce di vedere, per capire Genova bisogna vederla dal mare. E dal mare ti appare questa parete di case, che vanno dal piano del mare a quello della montagna".
 
Il trionfo dell'amore?
"Genova è una città molto discreta e che tiene i propri sentimenti per sé: c'è pochissimo sfoggio, pochissima rappresentazione di sentimenti così delicati. La Vergine genovese è una Vergine regina, una vergine trionfante, simbolo della Repubblica, ho difficoltà a trovare un'immagine religiosa, ma anche laica".
 
Di quali artisti Genova è stata la patria?
"Il pittore genovese più importante è Filippo Parodi (1630-1702) - siamo alla fine della seconda metà del Seicento -; egli si forma in parte a Roma con Bernini e poi porta la lezione berniniana a Genova. Le meravigliose madonne, le vergini che danzano, che si muovono nella luce e nell'aria. Ce n'è una bellissima nella piccola chiesa di San Luca, sull'altare c'è questa visione di un'energìa ellittica che si sprigiona, che si libera nell'aria, e ti fa venire quel mancamento, da cui deriva l'etimo proprio greco di ellissi".
 
Una Risurrezione, un Giudizio Universale dipinto o scolpito a Genova?
"C'è un Giudizio Universale bellissimo in cattedrale, nella contro facciata, ed è bizantino. E ci sta bene col carattere della città. Un Giudizio Universale tutto dorato e fatto di simboli, che risale all'inizio del Duecento, il cui autore-pittore non conosciamo, ma che dal suo stile riteniamo che proveniva da Costantinopoli; ed è uno dei pezzi più importanti della pittura medioevale a Genova. Ed è meraviglioso perché dipinto direttamente sull'ardesia, pietra locale, simbolo scuro e nero del Medioevo elegantissimo di questa città".
 
Il trionfo della vita: nozze, feste di corte con bimbi che giocano o danzano?
"Tornerei in quelle volte bellissime di Gregorio De Ferrari (1644-1726), a Palazzo Rosso, di Domenico Piola (1627-1703), dedicate alle stagioni e in ognuna colgono il trionfo della natura, con putti, figure sia maschili che femminili che danzano nell'aria, con panneggi. In quella dell'autunno c'è l'uva che si fa tridimensionale, dorata e pende dalle volte. C'è un trionfo straordinario della concezione positiva della vita".
 
La crudezza della morte, invece?
"Bé, io qui non posso che citare il grande Cimitero monumentale della città, il Staglieno: è uno dei cimiteri più belli del mondo, gli esperti di quel tipo di architettura vengono ancora in pellegrinaggio ed è uno dei luoghi più belli della città. L'immagine della morte è in una di quelle gallerie immense, lunghissime di questo cimitero che è fatto di varie aree, sezioni, ma quella più antica , quella centrale contempla un grande Pantheon al centro, con un quadrilatero enorme di gallerie con centinaia, centinaia di monumenti sepolcrali quasi tutti oggi coperti di polvere, quindi, scuri, neri. E ci sono immagini di vedove piangenti, bambini che portano corone di fiori, scheletri che indicano la porta dell'aldilà: tutta quest'iconografia ottocentesca della morte che fa veramente impressione. Il lutto, la sisperazione, il ricordo di chi non c'è più sono tutte qui rappresentate".
 
Quand'è che le è venuta la pelle d'oca nella sua professione di storico dell'arte?
"Ho due ricordi: la mia prima visita, quasi da bambino, ai Musei Capitolini: fu lì che decisi che volevo diventare critico d'arte. Mi colpirono la storia della città e nello stesso tempo le statue grandiose dei papi, quelle antiche, che so, i bronzi famosi, lo Spinario, la Lupa, le viste da quel luogo verso la città antica, i fori, ma anche il centro della città, quell'unione di nuovo di tante bellezze, la storia, la bellezza quella antica, quella barocca. O la mia prima visita alla Domus Aurea, quando entrai per la prima volta in quelle grotte (da cui il termine grottesco), quei luoghi umidi, queste volte meravigliose dipinte con pitture romane colorate, geometriche. Lì provai un forte brivido".
 
Non ha mai partecipato a rinvenimenti di affreschi o quant'altro a livello anche archeologico?
"Un'emozione forte, adesso che me lo fa venire in mente, fu quando da studente visitai il cantiere della Sistina e vidi proprio l'intonaco della Sistina con ancora ben impresse le impronte di Michelangelo, con ancora i peli del suo pennello: è stata una cosa straordinaria, pareva di poterla quasi toccare, pareva fosse stata dipinta il giorno prima. Sempre da ragazzo, studente, feci parte di alcuni cantieri di restauro e riabbellimmo la controfacciata dei girolamini di Luca Giordano la "Cacciata dei mercanti dal tempio" e trovarsi così giovane davanti a un'opera così importante e poterla toccare, per me, sapendo che l'arte è la mia vita, l'opera si fa oggetto palpabile, tattile, che parla del lavoro dell'uomo, e non di un'immagine ritratta in fotografia o proiettata su uno schermo, ebbene, mi ha trasmesso una fortissima emozione".
 
Nudi splendidi?
"Qui, nel museo, nella Galleria degli Specchi, all'interno di Palazzo Reale c'è questo bellissimo, molto impressionante "Ratto di Proserpina" di Francesco Maria Schiaffino (1689-1765; fratello minore di Bernardo – nato nel 1678 - e facenti parte di una famiglia genovese di scultori), che è artista locale, che riprende quasi cent'anni dopo il famoso gruppo di Bernini e lo interpreta con questo connubbio tra il corpo vigoroso e un pò cadente dell'uomo maturo e questa pelle intatta della giovane Proserpina rapita. I genovesi erano mercanti, grandi politici, finanzieri, banchieri".
 
Quand'è che nella storia gli artisti si sono affrancati da questi gioghi?
"Mah, questa è una domanda difficile. La prima cosa che ho pensato è mai! Secondo me, mai libertà completa: il grande artista è colui che, pur dovendo a che fare con varie cose, dà una propria interpretazione. E' chiaro che l'artista moderno è più libero, immaginandocelo chiuso nel suo studio mentre produce opere per se stesso, mentre nel passato non succedeva così, ma eseguiva su mandato. L'arte è stata solo sacra e per secoli. E' solo con la nascita della modernità, nel tardo Medioevo, con prima i ritratti e i temi mitologici poi".
 
Ma, quand'è che assistiamo a un buon grado di affrancatura da committenti e sponsor vari?
"Dall'Impressionismo in poi nasce questa libertà; poi, in passato gli artisti erano liberi di esprimersi secondo il proprio stile. Al Caravaggio, per esempio, nessuno chiede di fare quella rivoluzione visiva che gli viene spontanea, naturale. Bisogna chiarirsi, direi a questo punto, su che tipo di libertà ci stiamo riferendo. E' proprio l'artista che decide di andare per la sua strada, guardando certo anche le commissioni, rimanendo anche in una tradizione iconografica (Leonardo da Vinci dipinge la Madonna in un certo modo, però, rinnova sia l'iconografia sia soprattutto lo stile usando una tecnica sua, un approccio suo). Tutti questi geni sono stati liberi, sviluppando un proprio stile e un proprio modo di vedere e rappresentare la realtà, ma, convivendo con le costrizioni che c'erano anche per loro. L'idea di artista, quindi, io voglio fare l'artista, faccio il mio percorso, inizio con la fotografia, poi, passo alla pittura (minimalista), e lo faccio perché sto seguendo un mio percorso interiore, intellettuale, così, ebbene, questa è una cosa moderna che non è mai esistita prima, ecco".

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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