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Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

7/12/14 - INCONTRI RAVVICINATI: DOTT. LUCA CABURLOTTO (TRIESTE)

TRIESTE, E NON PER CARSO

Il porto dell'impero austroungarico, degli asburgo, la porta della Mitteleuropa (o Europa di mezzo o Centro-Europa) ci viene presentata dal dottor Luca Caburlotto, classe 1966, da quattro soprintendente per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici del Friuli. Padovano, storico dell'arte, Caburlotto ci accoglie in un altro bel salotto d'Italia, in piazza Duomo, a Padova, a un tiro di schioppo dal palazzo del Capitano (con la sua splendida Torre dell'Orologio) e da quello della Regione. Un pò più in là, la Basilica del Snato (Antonio), Prà della Valle, la famosa Cappella degli Scrovegni, con il ciclo di affreschi del Trecento eseguito da Giotto, e il suo impareggiabile Giudizio Universale.
 
Dottor Caburlotto, cosa intende per bellezza?
 "La chiusura o l'apertura, condizionata dalle vicende storiche dolorose che uno ha subito. Allora, escluso la cattedrale di San giusto, il borgo medioevale che arrivava al mare, al Mandracchio, è una creazione artificiale – parola ingenerosa – soprattutto di Maria Teresa di Asburgo o di Carlo VI, che individuano il porto franco come porto di Vienna, e da lì si amplia. Crea una città che ha uno sviluppo intensissimo, che passa dai venti mila che aveva Trieste dal Medioevo fino al pieno Settecento, e alle soglie della Prima Guerra Mondiale ha duecento mila abitanti: un'esplosione demografica! Sorge tutta insieme, con ben organizzato piano urbanistico, ed anche con un senso illuministico e commerciale".
 
E, l'amore, la misericordia, la carità, dov'è che si riscontrano, a livello artistico a Trieste?
 "E' difficile parlare di amore e di misericordia, che sono molto importanti per una Trieste che ha sofferto i dolori delle guerre, degli scontri. Maria Teresa, grande gigante del periodo illuministico, forse non lo sapeva, ma è creato questa città in uno snodo di cultura: quella latina, germanica e slava. Oggi, negli anni Duemila sappiamo considerare le virtù e i rischi della multiculturalità perché li sperimentiamo tutti i giorni; allora, non erano sperimentati, ed allora Trieste è stata l'accoglienza, in questo senso, non la misericordia, ma per tanti popoli l'occasione per tanti popoli (anche per i greci e gli ebrei greci scappati a fine 800 da Corfù) di crescita. Una sorta di grembo per tutti questi, inconsapevole, maria Teresa, che un secolo dopo il fatto di essere un connubbio di popoli diversi avrebbe fatto esplodere quello che esplose prima prima con l'Irredentismo, la Prima Guerra Mondiale, il Fascismo da una parte il Comunismo dall'altra, e lo scontro etnico di cui Trieste è rimasta schiacciata, al centro ed incolpevole".
 
Il golfo di Trieste potrebbe essere il migliore suo "genius loci"?
"Trieste è una città che, come di rado succede, non eccelle per un monumento simbolo, per un dipinto, per un'architettura o per una scultura, ma è una rarità di un "unicum" che racconta un'epoca, quella tra la fine Ottocento e l'inizio del Novecento, quella asburgica, quella viennese. E' l'insieme, non l'eccezionalità individuale, che so, di un palazzo o di un'opera d'arte. Il "genius loci" è questo spazio ed è questa che la condizione (vede versi di una poesia del triestino Umberto Saba – 1883-1957-): è la convivenza dell'anima italica e slava, che crea forse quella dissociazione, che fa per i triestini che hanno il fascino e il dolore della città insieme. Trieste era il deserto del Carso e il mare, perché tutti i quartieri che sono nati, al di là di quel poco che arriva al mare della Trieste medioevale, sulle saline, erano saline. Quindi, c'è la terra – il Carso - strappata al mare, è stretta tra mare e Carso, non è adagiata e di questo ribolle ancora. E' una città di anima inquieta, che nasce inquieta, e i poeti di fine Ottocento-inizio Novecento hanno percepito questa inquietudine del loro popolo, dei loro concittadini. Il golfo è la meraviglia: quando arrivi da Sistiana, sia in treno o in auto, a un punto ti si apre lo squarcio del golfo; ed è una meraviglia indicibile. Ma, Trieste è strappata a quel mare, non adagiata sul mare".
 
La città cara a Umberto Saba...
 "Il quale nella poesia "Trieste", facente parte del suo "Canzoniere", parla di città colta nella sua scontrosa grazia ("Graziosa di una grazia scontrosa ed acerba": è il luogo fresco che brulica di vita intensa, il luogo aperto sul porto, sul mare. Trieste è un luogo privilegiato per il suo carattere contraddittorio: è una città portuale, aperta, disinibita, e sempre giovane di una vita nuova e fresca; e, al tempo stesso, è una città riservata e diffidente. E, Saba in questa contraddizione ritrova le contraddittorietà della propria anima, tesa a immergersi nel flusso della calda vita della folla, e assieme bisognosa di isolamento, orgogliosa della propria solitudsine".
 
Il monumento che la fa sentire arrivata a Trieste, qual è?
 "Con tutte le sue contraddizioni storiche, perché è una città di contraddizioni, è il Faro della vittoria. Così come lo è Redipuglia (Gorizia) poco distante; che avrebbe dovuto essere simbolo del trionfalismo fascista per una guerra vinta contro il nemico. Invece, è il canto silente del sacrificio di cento mila soldati: questa gradinata silenziosa che ti squaderna l'immenso senza opprimerti. E, così un monumento (il più grande sacrario italiano) anche voluto da un regime – progettato dall'architetto Ruggero Berlam e dice "E splende ai ricordi ai caduti sul mare" – riesce a trasfigurarsi oltre al regime che lo commissiona e a porsi non come retorica ma come un cardine, attorno al quale si apre il prima e il dopo di Trieste quando arrivi. E' sopra a barcola, diciamo, e vede ed anche illumina. E' una colonna, meglio un fusto di colonna diventato faro: ma nessuno ha pensato di farne una colonna. Che funge, certo, da faro. E, svetta in un punto in cui il faro – con l'àncora della nave Audace e due combattenti in basso che non esaltano il senso della guerra, non esaltano alcuna ferocia, ed è silente questa colonna, che svetta e regge la luce. E' sopra, di lato, è prima di Trieste, ma è il monumento che supera la retorica, che trascende anche la storia, nonostante sia molto marcato dalla storia".
 
Il "memento mori" a Trieste?
 "Trieste è una città, dal punto di vista artistico dell'800-900, e, quindi, il dolore della morte che dietro le quinte del bel tessuto uniforme e anche spresso dove è meno noto il dolore nel secolo breve si è infilato nella carne, ferendola in maniera a volte difficile da sublimare. Trieste porta con sè il dolore, ha bisogna di sublimarlo; non potrei parlare di "memento mori" per quanto la retorica tra le due Guerre ha parlato o dei monumenti che ricordano il dolore, prima di tutto, la Risiera di San Sarda. E' una storia la Risièra di San Sabba, a Trieste, stabilimento dper la pilatura del riso edificato nel 1913 e diventato nel 1943 campo di detenzione e di transito nazionalsocialista, dove si eseguì l'eliminazione di ostaggi, detenuti politici ed ebrei, e dal 4 aprile 1944 forno crematorio, unico in Italia. In realtà non è solo la risiera, ma è una storia. Dal punto di vista storico ed artistico, il "memento mori" è una raffigurazione di carattere medioevale e quello che ha di medioevale Trieste non lo racconta. Trieste è una città laica, e quindi paralre di una Risurrezione non è possibile perché non c'è la storia dell'arte antica, e perché vive molto molto di più la laicità anche per questo incrocio di popoli. Nonostante ci siano la chiesa greca ortodossa, la chiesa serbo ortodossa, la comunità ebraica, la comunità luterana, insomma, la complessità delle religioni che inj grande pace e con grande senso della civiltà convivevano i tempi dell'Impero asburgico. Era anche un interesse politico della regina Maria Teresa d'Austria, di concedere questa libertà, facendoli avvicinare per costruire Trieste e non poteva farlo in un clima di intolleranza religiosa. Era una libertà, ma anche una necessità politica, economica, portati alla libertà (quanti sono strani i percorsi verso la libertà, vero!). Trieste è molto diverso dal molto cattolico Friuli e dal popolo sloveno, che, nonostante tanti anni di Comunismo, sente molto il valore della religione".
 
I colori di Trieste?
 "E' diversa la zona storica, quella nascosta e medioevale da quella che si estende sulle rive: il color della pietra con alcuni accenti – questo rosso -".

Pietra del Carso?
 "Sì, ma anche pietra artificiale, che comincia ad essere usata nell'Ottocento. Anche il cemento; siamo nell'Ottocento. E' il Liberty che può sfoggiare i colori o può simulare la ntura, il colore della pietra attraverso i nuovi prodotti, ma non esaltandoli – vedi la Torre Eiffel, che esalta l'acciaio -, ma nascondendo la struttura nuova all'interno di un involucro Liberty, che mima la pietra classica attraverso dei prodotti nuovi. Questi colori si accendono in maniera diversa ad ogni luce, ad ogni tramonto. Quando si illumina il fronte sul mare, in certi tramonti e nei lunghi pomeriggi d'estate, questi colori alleggeriscono il grigio, le sfumature di grigio e li slanciano verso l'alto, li stemperano, li scorporanO; rimane la densità delle strutture, la forza architettonica, il suo peso di queste lesene, colonne, ma, si elevano più leggere, le innalziano, quasi facendole volare, trasformandole in una sorta di transatalntico sul mare".
 
Di avanguardistico a Trieste?
 "Una struttura che a me affascinano sono i trasporti: la bellezza di questo tutt'uno di Trieste è arrivare in treno. Subito dopo Monfalcone, lei comincia a vedere il mare, c'è Duino, la costa, le si presenta un ponte meraviglioso, un arco trionfale che sta all'uscita dell'autostrada, e in località di Iserta (c'è anche il casello autostradale) c'è il primo grande ponte. Poi, percorre il Carso, evita la costruzione di gallerie e si inserisce in maniera delicatissima tra la natura e il mare e stiamo parlando della Ferrovia Meridionale del 1800-1840 di Carlo Ghega, un giovane ingegnere laureatosi giovanissimo e triestino, ed è colui che ha realizzato la Ferrovia cosidetta Meridionale (perché ce n'è un'altra, di Campo Marzio, del 1857). Grande il viadotto che si ammira in curva e che è bellissimo da vedere dall'alto e che in prospettiva proprio quando si vede il Faro della Vittoria: lei passa sul ponte, vede il Faro della Vittoria, passa in galleria sotto il Faro, e poi con molta dolcezza arriva in stazione. Un'altra bellezza di contesto: arrivato in auto a Sistiana, quando si apre il golfo (la strada antica rimaneva sopra, sul Carso, la Sistian rimaneva in alto, arrivava ad Opicina e poi scendeva; poi, la via commerciale che era molto ripida, poi, la strada nuova nel 1930. In quell'anno, per celebrare la Trieste italiana acquisita dall'allora Regno d'Italia, un'altra grande opera ingegneristica, negli anni Trenta una strada panoramica di una bellezza eccezionale e con grande delicatezza scende mollemente e l'auto potrebbe andare libera per 10 km fino a Miramare e poi altri 7 a Trieste, e sei sulle appendici del Carso che scendono verso la città. Trieste è stata città della modernità, dei commerci, dei trasporti fino al pieno Ottocento; anche, delle Assicurazioni Generali oltre che del caffé. E un altro simbolo, purtroppo abbandonato ma curato dalla guardia costiera volontaria che lo tiene come un gingillo seppur con le poche forze che ha, è l'Ursus. Un pontone galleggiante, una base piatta galleggiante, che colpisce per la sua maestosità (è alto 80 metri), frustata dalla bora, una sorta di Torre Eiffell (che supera i 300 metri), ormeggiata al molo 23: raro esempio di archeologia industriale, un "non luogo" che svetta sul lungomare del centro cittadino. Ci sono salito sopra ed arrivato alla plancia di comando posta a una ventina di metri, già mi venivano le vertigini. E' stata utilizzata fino al 1993 e lavorava a Marghera; ed alzava fino a una locomotiva. Ed è lì, da sola nel porto, che svetta sulla città, sfidando quella bora che nel 2011 è riuscita a strapparle i cordoni, tentando di portarla via. C'era, c'è il progetto di dotarla di un ascensore – vista che riesce ad alzare una locomotiva - che potrebbe essere prestata, utilizzata per vedere, come ad Ancona San Ciriaco o a Bari San Nicola, o San Marco a Venezia, ma senza l'oltraggio che producono le grandi navi; e potrebbe far vedere la costa istriana e dalmata. L'Istria era asburgica dopo la caduta della Repubblica Veneta, ma prima erano due storie diverse: a Trieste si parla un dialetto veneto che è una lingua veneta ma non era veneziana. Come Muggia, proprio dietro, era veneziana così come Capodistria. la veneta Trieste si guardano. Ed ancora Trieste ed Istria cercano ancora di capirsi. Quindi, i magazzini, la ferrovia, i suoi snodi ferroviari, l'attività assicurativa e l'Ursus sono simboli di un progresso di Trieste, che è stata una città principe, e che cerca ancora ha una sua nuova identità, in questo spazio in cui è rimasta chiusa anche dalla storia. Il porto vecchio di Trieste potrebbe essere, secondo me, un incubatore di modernità".
 
Quand'è che l'artista è stato libero di creare, affrancato dai temi religiosi e dai potenti committenti della sua epoca?
 "Libertà dai vincoli nella Fede, per l'artista è la fede assoluta nell'arte. La libertà è una cosa per cui si muore, è drammatica. E' anch'essa un fatto storico, fin dalle grotte di Lascaux (esempio di arte preistorica, costituito da oltre 600 pitture eseguite dall'uomo quasi 18 mila anni fa, e scoperte per caso da quattro ragazzi a Montignàc, nella Francia sud Occidentale, dopo essersi imbattuti in un tunnel, cunicolo scavato nella roccia) l'uomo ha dipinto per uno scopo, ha liberato il proprio agire ma non il fine. Non la posso vedere non condizionata dalla storia; forse, la libertà la si scopre nell'Ottocento o nei progetti utopistici, alla fine del Settecento, di Etienne-Louis Boulèe e di Claude-Nicolas Ledaux, quando la speranza illuministica della libertà fa creare progetti utopistici, di cui l'architetto rimane vittima perché non realizzati. La libertà è già piena nell'Ottocento, perché l'artista bohemmienne paga la propria libertà perché ha il mercato. La libertà, in pratica, è il mercato con tutti i drammi che comporta il mercato. Ora la libertà ancora prima del mercato è quella di Leonardo mentre esegue l'anatomìa dei corpi, ma c'è stata in tutti gli artisti, anche se parliamo di libertà, che è diversa che è quella politica. La quale va interpretata in mille sensi: noi siamo comunque condizionati, anche quando non siamo servi della politica o di un politico. La libertà è quella di Michelangelo Merisi da Caravaggio, di farsi rifiutare un dipinto, di essere disconosciuti (rifiuto delle opere della "Madonna del palafreniere" del Caravaggio: il Bambino troppo cresciuto per essere ritratto completamente nudo, la scollatura abbondante della madonna e la scelta di una modella, Lena, nota prostituta, fecero optare per il rifiuto i committenti), quello che è stato di Leonardo; è stato lui al servizio dei potenti, perché erano stipendiati, ma ha espresso la sua libertà in maniera talmente multiforme, che non si può nemmeno sintetizzare. Libertà per gli artisti a volte nel disegno, nell'idea, nel coraggio di superare quello che c'è stato fino al giorno prima. Di vedere tutto, perché se vediamo Cennino Cennini, allievo di Agnolo Gatti (allievo di Giotto) che muore proprio qui a Padova intorno al 1400 e che scrive "Il libro dell'arte" (o "Trattato della pittura"), un ricettario, che comincia con l'invocazione a San Luca. Che racchiude le regole per fare un affresco, e Cennini racconta questo di Giotto: "Rimutò l'arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno": è la prima frase della storia della critica d'arte. Quella frase mi ha affascinato. Le due parole con cui nell'anno circa 1400 Cennino Cennini (1370-1440, allievo di Giotto per 24 anni) morto in prigione a Padova – siamo qui in Piazza Duomo ed abbiamo di fronte il battistero di Giusto De Menabuoi (1330-1390 circa), 1382, cioé l'esito del giottismo a Padova dopo la Cappella degli Scrovegni del 1305. Quindi, "Giotto rimutò l'arte di dipingere di greco in latino – cioé dal bizantino a riscoprire la classicità, la prospettiva e la tridimensionalità dei corpi – e ridusse e riconoscono un salto, riconducono al moderno. I grandi salti – Giotto, Caravaggio, Picasso – costituiscono la sintesi della storia dell'arte. E' una frase esplosiva, che racconta la storia dell'arte, quella del Cennini".
 
Quand'è che si è emozionato per la prima volta nella sua professione?
 "Mi è sempre piaciuto "leggere" l'uomo nella maniera multiforme in cui si è espresso. No, non ho partecipato alla scoperta di grandi opere o al ritrovamento di reperti archeologici; mi innamoravo ad ascoltare Adriano Mariuz, storico dell'arte di Castelfranco Veneto (1938-2003), mi hanno emozionato gli spazi del convento di San Giorgio a Venezia, dove c'è la Fondazione Cini, però, ero già grande. Nel Medioevo, ad esempio, che racconta tanto e nel profondo, la scoperta della scultura medioevale del Parmense di Benedetto Antelami, nel Battistero, a Parma. Il mio amore è stato per la pittura veneta del 400-500: è un'emozione che non termina mai! Un incantamento è stato vedere Piazza del Campo, a Siena, perché si passa attraverso un volto, non la vedi tutta. Mia madre è di Prato e mi ha inculcato. Trasmesso la passione per i borghi toscani, fin da piccolo: Anghiari (Arezzo), la visione dall'altra parte della valle – Anghiari, sì, il luogo della celebre battaglia che ispirò la sfida tra i due più grandi geni dell'umanità, Leonardo e Michelangelo - ma, proprio il paese di Anghiari. Ma anche il castello di Poppi, che non è distante. Da bambino, ho tante volte disegnato il castello di Poppi, nel Casentino, e c'è un particolare, ammantato dal fascino dei ricordi, in cui mio padre mi raccontò un anneddoto su Dante fuggittivo. Il sommo poeta è ricercato, sa che lo stanno cercando rifugiato dentro il castello dei Poppi dei conti Guidi, in zona Campaldino, dove si narra che Dante scrisse – tra il 1307 e il 1311 - il suo XXXIII° Canto dell'Inferno (e dove combattè a fianco di Cecco Angiolieri, come feditore, cavaliere che appicca la battaglia, tra i fiorentini). Uscito, lo incontrano e con arguzia toscana gli domandarono "Ha visto messer Dante?" E lui pronunciò: "Quando io vero, vera!". Non mente e riesce a fuggire. Questo, forse, è il ricordo che mi è rimasto dentro e inconsapelvolmente è emerso quando attraverso le opere d'arte ho voluto cercare anche l'uomo, di cui Dante è un esempio. E, questa è la vita di un uomo legata, nella storia, alla bellezza di un castello. La bellezza dell'arguzia, dell'intelligenza, della libertà di quest'uomo, che forse è connaturata alla bellezza di questo castello e la bellezza vissuta fino in fondo. Come l'artista, che accetta il rifiuto, per me, significa, ed è, la vera libertà. Quindi, cos'é la bellezza? E' ciò che libera!".
 
Padova, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 2 dicembre 2014

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