ULTIMA - 26/3/19 - IL PUNTO SULLE NOSTRE SQUADRE GIOVANILI ELITE E REGIONALI

Facciamo il punto sulle squadre giovanili veronesi dei tornei Elite e Regionali delle categorie Juniores, Allievi e Giovanissimi, quando mancano poche gare alla fine dei campionati. Nella categoria Juniores Elite, girone A, comanda ora il Camisano che con 50 punti precede il San Giovanni Lupatoto di mister Matteo a 46 punti dopo la sconfitta 1 a 0 contro il
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INCONTRI VIP'S

10/2/15 - INCONTRI RAVVICINATI: CAPITANO GREGORIO DE FALCO

CAPITANO, MIO CAPITANO!

Gregorio De Falco è il Capo della Sala operativa della Capitaneria di Livorno che è salito alla ribalta per la telefonata, nella quale richiamava, con tono severo e responsabile, al proprio dovere e ruolo di capitano il comandante della Costa Concordia, Francesco Schettino. Pregandolo di non abbandonare la nave, di risalire sull'imbaraczaione per offrire il proprio soccorso ai natanti in balìa del tragico destino. Eravamo nel gennaio del 2012 e la nave crociera, in seguito all'urto contro gli scogli dell'isola del Giglio, affondava, inghiottendo con sè una trentina di passeggeri, di vite innocenti, che volevano trascorrere solo ore liete; ed, invece, hanno trovato la morte.
 
Mentre scriviamo, il Pm di Grosseto ha chiesto 26 anni di carcere all'improvvido comandante della Costa Concordia, Schettino, appunto. Napoletano, il capitano Gregorio De Falco, classe 1964, ha vissuto a lungo a Milano, dove ha vinto il concorso per entrare nel Corpo della Capitaneria di Porto, e nel 1994 è a Livorno. L'anno successivo opera a Mazara del Vallo, quindi, è di stanza a Genova. Laureato in Giurisprudenza, dalla moglie Raffaella ha avuto due figlie: Maria Rosaria e Carla, quest'ultima nata nel 2007. Promosso comandante, viene mandato in Liguria, a santa Margherita Ligure, di cui è comandante dal 2003 al 2005.
 
Capitano De falco, cosa intende per bellezza?
"Guardi, proprio l'altro giorno ero a Castel San Giorgio, dove si stava inaugurando una sala di musica, e la si stava dedicando a un ragazzo. Che era una delle vittime del Concordia. La bellezza è in riferimento a quel gesto che fece quel ragazzo: Quel ragazzo si chiama, anzi, si chiamava, purtroppo, il musicista, Giuseppe Girolamo. Il quale, a quanto sembra, anche se sarà oggetto di un'indagine più approfondita, lasciò il proprio posto sulla scialuppa – era ormai praticamente in salvo – a una bambina; o a un bimbo, non si sa. E, questo gesto, lui, consapevole di non sapere nuotare, consentì a quel bimbo, a quella bimba, di trovare la salvezza. Questo è un gesto che ha i connotati della bellezza, perché che cos'è, in sostanza, la bellezza? E' un dono, la bellezza è proprio questO; un dono fatto anche a costo di sacrificare se stesso, o qualcosa di sé nella scommessa che ciascuno pone sull'altro. Nella scommessa che questo proprio dono possa dare una mano alla collettività, alla società ad andare avanti. E la scommessa in sé comprende anche l'ipotesi che questo dono un giorno ritorni. Ritorni magari non in questa vita – non è detto –. Un altro esempio di bellezza di quella vicenda , secondo me, è stato dato dal vice-sindaco del Giglio, Mario Pellegrino, il quale salì a bordo di quella nave, quando tutti invece scendevano e si diede da fare. E contribuì alla salvezza di tantissime persone. Ecco, per me, la bellezza si ha quando si compie un gesto profondamente umano, profondamente umano. Anche ovviamente a rischio di se stessi, del proprio futuro, della propria sicurezza".
 
Come dicono a Napoli "Chi è morto per la patria, vissuto assaie!"...
"Sì, proprio così. E ci si rivolgeva alla collettività patria, non quanto entità politica, ma agli altri".
 
Il sacrificio della propria vita al fine di avere una collettività migliore...
"Per dare un'indicazione alle generazioni future".
 
Esistono tre tipi di lacrime, che rappresentano tre stati d'animo diversi: la lacrima di gioia, di profondo dolore e quella della rabbia. Ebbene, capitano De Falco,quand'è che si è trovato a vivere questi tre diversi momenti nella sua vita?
"Mah, esiste probabilmente anche una variante in questi tre stati d'animo; che è un crollo, una stanchezza psicologica, che proviene da una forte tensione. Sinceramente, io ricordo un paio di occasioni; quando persi mio padre e, un pò più recentemente, appunto, la mattina dopo la tragedia del Concordia. In queste due circostanze ho sentito la necessità proprio di piangere; nella seconda circostanza, per la tensione emotiva abbastanza forte che durante la notte avevo accumulato".
 
Per quel senso di impotenza, nell'impossibilità di poterli salvare tutti?
"La circostanza di non aver potuto fare di più; e questo di avvilisce".
 
Ti deprime...
"No, ti avvilisce, ti fa anche un pò rabbia, soprattutto per quelle circostanze che concretamente si erano presentate".

La gioia, quando, invece?
"No, la gioia non mi fa piangere, non mi reca questa sensazione".
 
Quand'è che le si è accapponata dalla gioia, dalla grande emozione la pelle?
"Mi venne una forte sensazione di gioia, sì, ma non di pianto: fu una commozione alla lacrima, non un vero pianto?"
 
In che circostanza, capitano?
"Una tenerezza di cuore, ecco, temporanea, una dolcezza di cuore, quando nacque la mia prima figlia Maria Rosaria".
 
Qual è il "gol", il capolavoro più bello che ha fatto finora nella sua vita?
"Non ci ho mai fatto caso, non credo di aver fatto grandi cose, ho fatto quello che potevo nel lavoro o anche in famiglia come padre. Mi pare che sto in questo momento giocando una buona partita come padre, per restare nel paragone calcistico. Sì, perché le mie figlie, soprattutto la più grandicella, Maria Rosaria, ormai si sta molto legando a me, e questo mi dà una grandissima aspettativa , ma ancora non ho vinto la partita. Diciamo che stiamo andando bene e l'altra parte non perderà: e questo è il bello".
 
Le piace il calcio, simpatizza per il Napoli?
"Non me ne intendo di calcio, comunque, tifo Napoli, per un fatto semplicemente proprio campanilistico, affettivo; e poi perché il Napoli – e lo dice il suo simbolo, l'asinello, il ciuccio - è sempre stata una delle Cenerentole del calcio italiano almeno fino alla metà degli anni 70, finché non iniziarono ad arrivare i grandi nomi, i fenomeni, in primis, Kroll e poi il famosissimo Maradona. Il riscatto che ebbe il Napoli e di riflesso anche un pochino la città di Napoli mi fece molto piacere, ma non di più, non seguo il calcio più di tanto".
 
E' vero, capitano, che col cuore si vince sempre?
"Col cuore si vince sempre: io credo di aver fatto, di fare quotidianamente con buonanimo, con partecipazione. Di solito, quando uno si atteggia in questo modo, difficilmente ne ha conseguenze o ritorni sgradevoli".

Di che cosa non riuscirebbe a far di meno nella vita di tutti i giorni?
"Bé, dei miei punti di riferimento fissi: la mia famiglia, sia quella attuale, quella che mi sono creato, mia moglie, le mie due figlie, e quella di origine. In particolare, mio fratello, mia sorella e mia madre".
 
Suo padre era un militare?
"No, no, assolutamente; anzi, era leggermente antimilitarista – e giù un bel sorriso del capitano!"

Se non avesse fatto il militare, cosa le sarebbe piaciuto fare?
"Io vengo da una famiglia eclettica e molto grande, in cui c'erano rappresentate tutte le professioni, tutte le attività, i mestieri. Forse, avrei cercato di fare il giudice: la terzietà della Pubblica Amministrazione e del Giudice sono quelle chiavi di volta che mi affascinano, che mi danno piacere di essere perso nelle cose degli altri. Come l'Amministrazione deve essere".
 
Il suo sport preferito?
"Sport inteso come piacevolezza ed hobby, la vela. Ho praticato da ragazzo la vela, e devo dire che mi piace tantissimo la barca a vela. Non come competizione sportiva, però, perché sotto quel profilo non mi interessa più di tanto, Certo, mi piace sapere, vedere, la competizione può servire ad andare meglio in barca a vela per avere maggiore sicurezza, ma non in quanto poi il competitore prevalga sull'altro".
 
La felicità, Gregorio De Falco, cos'è per lei? L'ha mai provata?
"Più che la felicità esiste la soddisfazione verso se stessi: nel momento in cui si è consapevoli di aver fatto il proprio dovere, di aver soddisfatto le attese che gli altri e te stesso ti sei posto nel ruolo che si ricopre. E, il ruolo sociale che ognuno di noi persona ha, pone delle attese: innanzitutto, queste attese le poniamo noi, in noi stessi, e poi anche negli altri. Nel momento in cui riusciamo ad ottenere soddisfazione per come e per che cosa si è fatto, è proprio in quello che forse sta la felicità. E' una sensazione duratura, stabile e ben fondata, al di là di quella che può essere la gioia momentanea".
 
Lei ci crede; esiste l'Aldilà?
"Sì, ci credo. Credo che ci debba essere necessariamente un Creatore, che non può essere il frutto di una combinazione casuale: la vita che noi stiamo vivendo sulla terra, la vita delle creature e della terra stessa non può essere casuale. E credo che sì, quindi, poiché c'è un Creatore, deve essere anche un dopo".
 
E', dunque, sicuro, tra cent'anni di riabbracciare suo padre, di rincontrarlo?
"No, questo no; io credo che ci sia una forma di vita successiva, che ci sia la speranza, non la sicurezza; e questo forse è meglio della sicurezza, è meglio la speranza".
 
E, come se l'immagina l'Aldilà?
"Non ho idea di come sarà: io mi sono creato delle immagini, probabilmente prese da quelle che ci danno i grandi pensatori, i grandi registi, e credo che sia un luogo in cui si avrà un continuo stato di benessere, di piacere, e non tanto umano. Un pò meno corporeo, un pò meno tagliato sul nostro modo di vivere: sarà tutt'altro. Però, sarà, almeno io lo spero, una sensazione di piacevolezza, che si riflette in Paradiso".
 
Una sensazione anche di luce: voi, uomini di mare, di Capitaneria, cercate, vigilate affinché i naviganti abbiano maggior sicurezza, siete portati a garantire la salvaguardia di chi è in navigazione, o no?
Mare, da sempre sinonimo di insicurezza per l'uomo...
"Il mare come metafora, appunto, dell'incognito. E certamente l'isola che costituisce un punto d'approdo salvifico ed anche talvolta insperato. Il ruolo nostro è proprio come diceva lei di fornire una sorta di protezione affinché è umanamente possibile, finché è ragionevole, finché è possibile ogni tipo di sforzo. Poi, voglio dire siamo tutti uomini, con i nostri limiti, con gli affetti; e, quindi, è importante anche ricordare che i soccorritori hanno una famiglia e non ce nessuno che gli imponga o che gli possa possa imporre o da cui si possa attendere un sacrificio. L'attività di soccorso, quindi, deve essere sempre ragionevole, commisurata, professionale; non arida, ma professionale, sì; proprio per rispetto delle persone e per le persone che fanno questo tipo di scelta di lavoro. Da intendere non come mestiere, come professione in se stesso, ma quasi come una missione. E mi pare un luogo, - il mare - appunto come dicevamo, che rappresenta l'incognito e come tale va rispettato. Io non posso sfidare in maniera scellerata ciò che non conosco; importante ricordare questo per chi va per mare o per chi affronta qualcosa di nuovo con l'intenzione di farlo seriamente e con ragionevolezza".
 
Oltre la cerchia dei suoi affetti più intimi, qual è stato il più bel complimento che ha ricevuto? Certo, sappiamo che lei ha solo svolto il suo lavoro, ma cos'è che di bello l'ha più colpito in termini di affetto e di congratulazioni?
"Al di fuori della famiglia, le maggiori soddisfazioni sono quelle che si sono riflesse dalla famiglia verso di me. Comunque, al di là dell'affetto, della grande vicinanza mostratami dalle mie figlie, da mia moglie Raffaella, un orgoglio che mi ha ripagato di qualunque cosa che adesso sto pagando: al di là di quello, certamente la considerazione del fatto che la gran parte della gente ha ben capito che il dovere cui mi riferisco io, non è un dovere contrattuale: io non dovevo farlo, è stato un dovere morale che io ho affrontato, perché c'era qualcun altro e lasciamo stare. Allora, questo è stato in buona parte compreso e da chi l'ha compreso ho avuto questa grande testimonianza, questa grande gratificazione".
 
E' "un uomo", in generale, "alla deriva" quello con cui tutti i giorni abbiamo a che fare, come ebbe già modo di dire il grande Eugenio Montale?
"Sì, purtroppo c'è una gran parte dei nostri concittadini che diciamo così hanno un concetto abbastanza basso della vita: come se dovessere la loro stessa vita un passaggio, attraverso il quale sbarcassero la giornata, a tirar via, senza che questa vita abbia di per sè un fine. Io credo, l'ho detto prima, nella vita futura, però, anche questa stessa vita non è che non abbia un proprio significato, una propria bellezza, un proprio senso".
 
Vita, intesa come percorso preparatorio per l'Altra vita?
"No, non ardisco a dire cose così importanti, però, senz'altro qui c'è una tappa importante, un passaggio importante che non va tirato via. Il vivere la quotidianità così, con leggerezza, con sufficienza, con approssimazione, ma perché? E qual è lo scopo, allora? Questo non si capisce altrimenti: occorre avere dei punti di riferimento".
 
Ma, questo eccesso di zelo, questo nostro essere stati ben educati fin da piccoli dai nostri genitori, questo nostro perfezionismo il primo nostro "avversario" nei confronti della massa che va avanti in qualche maniera, anziché essere – questo nostro perbenismo - un sollievo?
"Ma, infatti, io sotto quest'aspetto sono uno dei peggiori militari in circolazione: non è la rigidità che ci contraddistingue e qui accetto molto volentieri la comunanza con lei – anzi, mi fa molto onore quello che sento dire da parte sua -, ma è il concetto di uomo che cambia. E il concetto di uomo proprio perché il motivo per cui siamo sulla terra, altrimenti sfugge, il senso di questa benedetta vita non può essere banalizzato dalle quotidiane sciocchezze; che poi ci interessano pure, ma per cinque minuti. Non può essere così stupida la vita; invece, ci accorgiamo della profondità, della ricchezza, che lo scambio fruttifero tra persone e tra uomini ci dà continuamente. Non credo che sia una necessità o un militarismo, è quello che dicevamo prima, all'inizio: è la bellezza e il dono. Ogni volta che uno mi fa un dono, questo è una ricchezza. E' questo il punto: è il dono di Heidegger. Io non sono un professore di filosofia, però il dono di Martin Heidegger e la scommessa che viene subito dono: è quello il punto. Ciascuno di noi, nella propria vita, intesse relazioni; e queste sono fatte di scambi, e gli scambi sono fatti di doni, ovvero le relazioni umane. Le relazioni giuridiche, invece, sono diverse, con le copmpravendite, gli acquisti, ma noi stiamo parlando di relazioni umani e queste sono l'essenza della vita, le relazioni che si creano nella quotidianità. E, mi riferisco al pensiero, alla riflessione, ai rapporti di amicizia, di affetto, a qualunque altro valore".
 
L'uomo dovrebbe porsi - almeno una volta nella sua vita - da dove viene, che senso ha l'esistenza, dove andremo a finire, o no?
"Almeno uno di questi quesiti un uomo se li deve porre; non diciamo tutti e tre, ma almeno uno (ed alè un altro bel sorriso del capitano Gregorio De Falco)".
 
Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 4 febbraio 2015






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