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INCONTRI VIP'S

11/9/15 - INCONTRI RAVVICINATI: FRANCESCO GIAMBRONE (TEATRO MASSIMO VITTORIO EMANUELE, PALERMO)

“L’arte rinnova i popoli e ne rileva la vita. Vano delle scene il diletto, ove non miri a preparar l’avvenire”.
Questa frase, scolpita sul frontespizio del “Teatro Massimo Vittorio Emanuele” di Palermo, la dice molto lunga sul senso che ha il teatro sulla comunità. Questa scritta in due righe riassume che cos’è, perché deve esistere, perché deve essere difeso il teatro; perché va protetto, perché va sostenuto dalla mano pubblica, quale legittimazione sociale ha il teatro d’opera nel nostro tempo. E’ il dottor Francesco Giambrone, già sovrintendente per anni dell’”Opera di Firenze”, e oggi autorevole autorità del Teatro palermitano, ad introdurci nella storia e nella realtà del politeama del capoluogo siciliano.
 
Dottor Giambrone, ci può raccontare la polvere del “Teatro Massimo Vittorio Emanuele” di Palermo?
“Allora, 1897, con l’inaugurazione di questo Teatro , progettato dall’architetto Giovan Battista Filippo Basile (e portato a termine dal figlio Ernesto); che lo edificò in questa città, ultimo di una serie di teatri, ma il più grande di tutti, il più imponente in termini scenografici del tessuto urbano. E’ quello che si è imposto più di tutti, pur essendo a pochi metri di distanza da un teatro di epoca precedente, che è stato un po’ nel cuore dei palermitani ed è stato soppiantato dall’arrivo di questo. E’ una delle stranezze della bella storia di Palermo: questa capacità di edificare un altro teatro, pur avendone uno a pochi metri, per segnare un punto in più nella crescita della città. Uno spazio molto grande, che si impone, nel quale i turisti e i cittadini finiscono dentro in maniera naturale, mentre in altre città il teatro devi andarlo a cercare e puoi trovarlo. Per tanti anni sono stato sovrintendente al Teatro ”Opera di Firenze”, e se vuoi trovare il “Teatro del Maggio” devi andare a cercarlo, non è che passeggiando per Firenze lo trovi. Invece, per Palermo, il discorso è ben diverso: il “Teatro Massimo Vittorio Emanuele” lo incontri subito, passeggiando per le vie del centro, sei in qualche modo obbligato a incontrarlo. E, l’incontro è sempre un incontro di grande forza, di grande suggestione, anche un po’ per l’imponenza del monumento, con questa grande scalinata, che non ha eguali in altre città d’Italia”.

Le pietre dell’edificio, che pietre sono?
“Di tufo. E questa forza ed imponenza del monumento all’interno del tessuto urbano è una delle ragioni per le quali il teatro in qualche modo si erge a simbolo della città di Palermo. E’ il secondo monumento più visitato, dopo la Cappella Palatina. E questa è una cosa assolutamente straordinaria per una città italiana! Teatri che siano simboli di città non ce ne sono, La Scala, per esempio, è il simbolo culturale di Milano, ma il simbolo di Milano non è il Teatro La Scala, ma il Duomo. Lei provi a fare qualunque altro paragone, per carità, l’unico, forse, veramente in Italia è Verona, che ha come simbolo l’Arena. Ma, l’Arena non nasce come teatro d’opera, nasce con un’altra funzione. Nel mondo, Parigi ha forse come simbolo culturale l’”Operà”, ma certo il simbolo di Parigi è la Torre Eiffel; e così si potrebbe fare per New York , per Venezia, per qualunque altra città. Credo che questo politeama palermitano sia molto legato all’imponenza architettonica del monumento nel tessuto urbano”.

Perché si chiama Massimo?
“Intanto, il teatro si chiama Vittorio Emanuele; a quell’epoca tutti i teatri erano intitolati al re d’Italia: i teatri erano intitolati sempre o ai re o alle regine. Poi, alla fine, Teatro Margherita, Teatro Vittorio Emanuele, quindi, è un altro dei Teatri “Vittorio Emanuele”, quello di Palermo, che si chiama appunto “Teatro Massimo Vittorio Emanuele” “.

Anche a Catania il Teatro si chiama Teatro Massimo “Vincenzo Bellini”…
 “Anche a Catania, come ricorda bene lei, il teatro si chiama teatro “Massimo Vincenzo Bellini”: ma, quello è intitolato a Bellini, anche se si chiama sempre Massimo . Pure a Napoli si chiama Massimo il “Teatro di San Carlo”: insomma, i grandi teatri delle città molto spesso hanno questa indicazione: “Teatro Massimo “”.

In che opera, durante quale rappresentazione la passione dei melomani palermitani ha toccato la punta più alta?
“Non so se è giusto andare a cercare un personaggio che ha fatto scoccare la scintilla nella vita della città. Soprattutto, negli anni 40,50,60 sono passati i più grandi artisti della scena internazionale, i quali hanno lasciato dei segni abbastanza riconoscibili, abbastanza forti. E, ognuno dei quali ha acceso una fiammella, una grande fiamma; mi riferisco alla Callas, a Pavarotti, a Gavazzeni, a Scotto; basta fare una passeggiata per questo caffè nel foyer del nostro teatro e si trovano un po’ di ritratti di personaggi, quali Federico Fellini, Giulietta Simionato, Tina Tars, Zubin Mehta, Carla Fracci, Claudio Abbado .E’ difficile trovare un personaggio, ma questo vale per qualsiasi teatro nel nostro Paese. E io la palermitanità gliela farei rintracciare su altri elementi, non sui personaggi che hanno abitato la vita del teatro, ma su elementi forte della stessa storia del teatro e della stessa vita del teatro”.

Vediamoli, dunque.
“Il Teatro ha avuto una fase di grande splendore prima degli anni Settanta, in coincidenza con un periodo molto felice della vita culturale della città. Periodo di proiezioni molto d’avanguardia, molto legati ai linguaggi del contemporaneo, grandi ricercatezze, grande attenzione culturale, tensione culturale della città. Poi, nel 1973 ha avuto uno stop, che è un momento clou della vita del teatro, in senso negativo. Che è stata la chiusura. Perché quello in cui noi ora ci troviamo è stato uno dei tanti teatri italiani, ma qui è stata una ferita lunga 23 anni, questo è uno dei grandi teatri italiani che è stato chiuso. E, per un tempo lungo”.

Una strana storia, quella della vita del Teatro “Massimo Vittorio Emanuele”…
 “Abbiamo un momento di grande fervore, interrotto dalla chiusura, 23 anni di silenzio, che hanno rappresentato la ferita più grave della vita culturale della città di Palermo, in coincidenza con fatti molto drammatici della storia della città ed evidentemente allargata alla storia del nostro Paese per la gravità di quello che è accaduto, e naturalmente lo sappiamo tutti; e, poi, nel 1997 questo teatro è stato riaperto. Allora, se io devo dire della vita recente del Massimo, qual è il momento che ha riacceso gli entusiasmi, ha fatto ritrovare una comunità attorno a un monumento simbolo,è quello della riapertura del 1997. Quindi, non è una persona, non è un artista, è un evento della vita della città. Poi, quell’evento è stato segnato dal maestro Claudio Abbado, se vogliamo proprio legarla a una persona, ma non è Claudio Abbado, è il fatto che la comunità ritrovava un grandissimo monumento, un grandissimo luogo di cultura, che era stato amato e di cui si era sofferta moltissimo la negazione. Perché, poi, alla fine, un artista più o meno identificativo, a seconda dei periodi, lo può anche trovare. Qui, per esempio, negli anni della chiusura, il bergamasco Gianandrea Cavazzeni è un grande direttore è stato quasi di casa, e ha in qualche modo segnato quella stagione. E, va bene, però questo accade a Milano e in tutti i teatri, con Abbado, Muti, Toscanini prima. Invece, il Teatro Massimo di Palermo ha questa particolarità: che non è che è stato chiuso perché è stato bombardato, non è che è stato chiuso perché è stato bruciato – perché noi gli abbiamo gli esempi, vedi “Il Petruzzelli” di Bari, “La Fenice” di Venezia -. Quindi, c’era un motivo per il quale questi teatri erano chiusi. Palermo non era bombardato, non era bruciato, non era terremotato, non era niente di niente, però, era chiuso ”.

Non si aveva voglia di sorridere in seguito ai fatti di sangue accaduti a Palermo…
 “ No, secondo me, il teatro la voglia ce l’aveva di sorridere. Diciamo che c’è stata una classe politica che ha in qualche modo sospeso la magia di un teatro. E quando in un teatro non suona più la musica, non risuonano più i cantanti è la morte, veramente è la morte. Noi avevamo nel cuore della città sotto gli occhi di tutti, non nascosto, questo gigante, morto, muto, sotto gli occhi di tutti, impotenti, e questo segnava una ferita enorme nella vita di Palermo. Proprio per questo, la riapertura nel 1997 in occasione del centenario perché il teatro apre nel 1897, se lei vuole ha un valore di forza emotiva, amplificata da questa negazione”.

Con quale opera avete riaperto il Teatro Massimo “Vittorio Emanuele”?
“Abbiamo riaperto con dei concerti, perché il teatro è stato riaperto in progress, cioè con un cantiere in divenire, nel maggio del 1997, in occasione dell’anniversario, con la platea e le prime due file di palchi ed un assetto compatibile solo con concerti sinfonici. Poi, nel 1998 si riaprì con tutto il teatro agibile e per la lirica si aprì, se non sbaglio, con l’”Aida”. Nel 1997 invece riaprì Claudio Abbado con i “Berliner”, che eseguirono un programma branziano, se non ricordo male. E, dopo pochi giorni, l’orchestra e il coro del Teatro Massimo eseguirono la Sinfonia n.2 di Gustav Maaler, che si chiama la “Resurrezione””.

Conserva degli aneddoti, delle curiosità sul Teatro Massimo?
“Claudio Abbado intanto decise lui che si riapriva il Teatro Massimo, perché al sindaco che l’andava a trovare nel 1995 per invitarlo perché venisse a Palermo, Abbado chiese “Quando lo riapri il Teatro Massimo?”. Il sindaco disse: “Stiamo lavorando per riaprirlo”, però, sembrava un’operazione ancora molto distante, che non sarebbe mai accaduta. E, il sindaco rispose: “Spereremmo di riaprirlo per il centenario” Abbado chiese: “Ma, quand’è il centenario?”. E il sindaco: “Il 12 maggio del ’97”. Ed eravamo nel 1995. E Claudio Abbado si segnò quella data nella sua agenda. E, disse: “Allora, io vengo a inaugurarlo, ma tu lo riapri”. Questo si dissero a cena, a Berlino. E, siccome era una felice congiunzione di un sindaco pazzo – Leoluca Orlando, quello che c’è anche adesso - e di un grande artista, pazzo anche lui, presero reciprocamente quest’impegno, e quindi scattò una corsa contro il tempo per rispettare quell’impegno. E, periodicamente il maestro Abbado si informava di come andassero i lavori; e tutti lo rassicuravano del fatto che i lavori stavano procedendo bene. Poi, qualche vocina dalla città evidentemente gli deve aver messo una serie di preoccupazioni; quindi, più si avvicinava la data – lui aveva una data bloccata in agenda con i “Berliner”, eh – più gli veniva l’ansia perché capiva che era una corsa contro il tempo, quella della riapertura del Teatro Massimo. La data, insomma, la decise Claudio ”.

Qualche altro?
“ Alla fine, il Teatro è pronto. Io ricordo benissimo perché ricevetti una settimana prima dell’apertura un’importante giornalista di “Repubblica” – che venne a fare un sopralluogo con me – e c’erano dentro centinaia di operai che lavoravano giorno e notte, e questa giornalista mi disse: “Ma, non aprirete mai, non ce la farete il 12 maggio”. “Ce la faremo!” la rassicurai. E, lei: “guarda io ti sto in fiducia, perché ti conosco come una persona seria, però, è impossibile che voi lo riapriate! Quindi, io vado a scrivere il pezzo, però, ti prego, tu mi devi telefonare due giorni prima, e mi devi confermare che lo aprite. Perché se non lo aprite, non lo scrivo”. Quindi, il clima era un po’ questo ”.

E, quindi, tutto si avverò.
“Claudio Abbado arrivò la mattina del giorno 12 maggio: il concerto si sarebbe svolto il pomeriggio del giorno 12 di maggio, Ed arrivò trovando il teatro pronto. Entrò in sala, grande meraviglia, grande commozione, che palpammo tutti quanti. E fa la prova di assestamento con i “Berliner”. Alla fine della prova, incontra il sindaco e gli disse “Bravi, bravissimi, una meraviglia, complimenti. Solo una cosa ho da chiedervi: perché avete messo il velluto sul bordo del palco? Questo velluto non va bene perché assorbe la musica, avreste dovuto mettere un passamano in legno, non in velluto!” Il maestro si dirige verso l’albergo, il sindaco dice al sindaco e al sottoscritto – che ero l’Assessore alla Cultura -: “Peccato che abbiamo messo il velluto perché il maestro avrebbe preferito il legno; e sostiene che per motivi di acustica, preferisce il legno al velluto. E il vice-sindaco dice: “ Adesso togliamo il velluto e mettiamo il legno”. “Ma, come si fa alle 18.00 ad essere pronti?” “Lui troverà il legno!” E il maestro trovò il legno. Nessuno glielo dice, Abbado sale sul palcoscenico, saluta, ringrazia, guarda, vede il legno al posto del velluto, alza gli occhi verso il palco reale verso il sindaco e chiede “Ma come avete fatto a mettere il legno?” Questo è un aneddoto, un piccolo miracolo. Ma, perché accadde questo? Perché c’era quel clima in cui tutti dovevano fare qualche cosa per riaprirlo e per riaprirlo con questa grande forza, con questo onore, con quest’orgoglio. Il maestro Abbado non vuole il legno? Bene, dobbiamo toglierlo e bisogna fare in tempo per fargli trovare il legno perché il velluto non va bene. Dobbiamo dimostrare che questa città, che spesso è piegata, spesso è maltrattata, che spesso ha una brutta fama, può anche essere capace di avere questo scatto, di risorgere, come dice lei”.

E, la superstizione al teatro Massimo?
“Qui c’è una monaca che gira per il teatro: il fantasma di una monaca. perché il teatro è stato costruito sulla distruzione di alcune chiese, di un monastero, o su due monasteri , quello in particolate delle Stimmate. E, qui si racconta che il fantasma di una delle suore aleggi dentro il teatro e molti di quelli più anziani sostengono anche di averlo visto”.

Un fantasma benefico, immaginiamo, che protegge.
“Sì, è buonissimo. E’ un po’ arrabbiato perché è stato sfrattato del suo monastero, però, lei è rimasta comunque nel luogo della bellezza, chiamiamola nella sua sacralità laica”.

Parlando di danza: si sono esibiti i grandi Nureyef, Carla Fracci, Jancu?
“Qui ha avuto una lunghissima e fortunata stagione Carla Fracci. Molto lunga, è stata una presenza molto importante, che ha segnato gli anni sia quelli pre chiusura che quelli della chiusura, è stata molto presente. Sono stati molto presenti il coreografo Aurel Millos, che è stato anche una sorta di coreografo stabile della compagnia e che ha segnato una stagione importante”.

Qual è la più avanguardistica coreografia e scenografia cui lei ha assistito qui, al Teatro Massimo?
“Coreografia di Pina Baush; che ha fatto uno spettacolo bellissimo, di grande effetto e nel cuore di tutti quanti. Questo nel 1998-2000. Scenografia? Bèh, ce ne sono state tante. Secondo me, è rimasto molto nel cuore una “Lulu” del regista Mario Martone. “Lulu” è un’opera di Alba Berger, all’interno della quale c’è previsto nella partitura un film; e noi scegliemmo Martone perché oltre a essere un registra teatrale è anche un regista cinematografico importante. E lui realizzò i film previsti in partitura e un altro film, non previsto in partitura, quindi, assolutamente innovativo, che sostituiva il 3° atto. “Lulu” è un’opera incompiuta: ci sono due atti e un frammento, poi, qualcuno in epoca successiva dal frammento ha creato il terzo atto. E con la musica del frammento Martone ha fatto il secondo dei due film e questo film nasceva dentro le viscere del Teatro Massimo, proprio nei sottopalchi, oppure dalla terrazza, e, quindi, faceva vedere una parte del teatro invisibile allo spettatore. Credo che questo, che è uno spettacolo del 2001, abbia molto colpito i palermitani”.

Il più stravagante dei grandi personaggi del palco, una battuta ad effetto?
“Gli artisti, non sono io a scoprirlo, sono tutti un po’ matti. Zubin Mehta, che è venuto qui a dirigere una Nona di Beethoven e poi ha deciso di portare il coro, l’orchestra a fare questa Nona di Beethoven in giro, una domenica dimenticò la bacchetta e le bretelle: e questo è ancora più divertente. La bacchetta gliela recuperammo, le bretelle del frac, béh, questo era più complicato di domenica. E, quindi, l’abbiamo tolte a un corista e le abbiamo date a Meta. Che indossò le bretelle e riuscì a fare il suo concerto, con le bretelle che sorreggevano a suo piacimento il suo frac. Dopo, alla fine, quando ritornò a casa, ce le rimandò in un pacchettino, con un bellissimo biglietto nel quale ringraziava il corista e il teatro per aver salvato il concerto”.

La polvere del Teatro Massimo, di che colore è?
“Se deve avere proprio un colore, dico dorata; non riesco a immaginarla in un altro modo. E’ inodore, incolore, insapore, è proprio un piccolo vento. La immagino come un vento che ci attraversa senza barriere corporee”.

Qual è l’opera che piace maggiormente ai siciliani, che più li rappresenta?
“Io sono un mozartiano, quindi, se devo dire un’opera dico “Le Nozze di Figaro”. Poi, ci sono delle opere che hanno un forte legame con la città di Palermo, col suo pubblico. E ce ne sono alcune, che noi tutti possiamo immaginare, quali “Cavalleria rusticana”, di Pietro Mascagni e che adesso faremo, “Vespri siciliani”, opera questa meravigliosa di Giuseppe Verdi, poi, ce n’è una che ancora i palermitani non conoscono bene, ma che conosceranno perché noi faremo; e che è un’opera di Giacomo Meyerbeer, un grande Operà, che si chiama “Robert le diable”, e che ha la scena di apertura sulla cattedrale di Palermo, e la scena di chiusura – o viceversa – e la scena di chiusura nella grotta di Santa Rosalia, la protettrice di Palermo. Siccome il legame tra i palermitani e Santa Rosalia è un legame ricco di devozione, molto e molto forte, ebbene, quando i palermitani scopriranno che c’è un’opera lirica di un francese, peraltro, che si svolge tra la cattedrale e la grotta di Santa Rosalia, l’ameranno molto. E noi la faremo nei prossimi anni”.

Di Pavarotti, Placido Domingo, Carreras, ricordi particolari?
“Di Luciano Pavarotti ricordo un suo “no”. Un giusto e grande rifiuto perché la grandezza dei grandi è sapere dire “no” quando la domanda non è quella giusta. Al momento della riapertura per l’opera, con “Aida” nel 1998, fu chiesto dagli allora dirigenti del Teatro Massimo a Pavarotti di recitare Radames. Pavarotti disse “no” perché non era più in grado di farlo e sul momento sembrò un negarsi, ma poi si capirono le ragioni dell’artista modenese. Carreras è venuto anche in tempi recenti con grande entusiasmo, Andrea Bocelli qui non credo che sia venuto, ho solo ricordi fiorentini di Bocelli, di una persona bella, ricca, generosa, un grande spirito animato da una grande passione genuina e splendida, di Claudio Abbado l’abbiamo detto, Carla Fracci, anche se oggi non balla più ma è molto spesso ospite del nostro teatro, presente sempre, da invitata, alle Prime”.

Un ricordo particolare tra lei e Carla Fracci?
“Parlando della Fracci, adesso come adesso non mi viene in mente alcun particolare. Di altri ballerini? Jancu veniva sempre con la Fracci. Ricordo il regista Peter Sellers, un regista anche lui un po’ matto, che quando lo invitai a fare uno spettacolo qui a Palermo, mi disse, visitando un sotto palcoscenico, che è un posto abbastanza suggestivo, disse “Vengo, ma lo spettacolo lo faccio qui sotto!”. “Ma come!” gli risposi, “com’è possibile?” . Poi, lo spettacolo naturalmente non si fece. Poi, era interessato a farlo nel sotto palco”.

Ma il teatro, come diceva il grande Federico Fellini, è finzione?
“Teatro è finzione, ma teatro è vita. Di tutti i giorni e ci intercetta in tutta la nostra quotidianità. Attraverso la finzione della scena. La finzione della scena racconta una verità della vita, non racconta una storia che non ha legami e contatti con la nostra vita di ogni giorno, con i nostri principi, con i nostri valori. Certo, teatro è finzione, ma teatro è anche vita. Specchio della nostra comunità”.

Palermo, 10 aprile 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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