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Ieri sera si sono giocate le partite di andata delle semifinali della Coppa Verona 2018-19 che mette in palio, oltre al prestigioso trofeo, anche un posto nel prossimo campionato di Seconda categoria 2019-2020. Sfortunata la gara per il Gazzolo 2014 del presidente Paolo Valle che alla fine ha perso 1 a 2 in casa contro il bravo e fortunato Saval Maddalena
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INCONTRI VIP'S

20/9/15 - INCONTRI RAVVICINATI: FRANCO MANFRIANI (TEATRO OPERA FIRENZE)

A Firenze, il nuovo “Teatro del Maggio Musicale Fiorentino” sorge nel Parco della Musica, nel cuore di Firenze. Il progetto della sua costruzione viene presentato nella primavera del 2008. Il complesso prevede tre sale, da 1800 posti, distribuiti tra la platea e i due ordini di gallerie; una sala concerti, con capienza variabile dai 500 ai 1200 spettatori, un auditorium all’aperto per 2600 persone, completo di un grande schermo per proiezioni, al livello della copertura. In più un ristorante, un caffè, gli uffici, i laboratori, le sale prove, il museo della collezione di bozzetti, figurini, costumi, gioielli di scena, che completano nei disegni la nuova cittadella della musica e del teatro. Il progetto – completato nel 2011, individua il parallelepipedo rigato della torre scenica, di circa 35 metri di altezza e rivestita da listelli in cotto grigio, visibilmente distanziati dall’edificio. Nelle ore notturne, il controluce della retroilluminazione produrrà l’effetto suggestivo di un corpo rarefatto e galleggiante, segnale visivo del nuovo Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.
 
Franco Manfriani, classe 1950, è Responsabile della Redazione dei Programmi di sala del Teatro Opera Firenze. Ci può parlare della polvere, dei ricordi del teatro fiorentino?
“Allora, da dove vogliamo incominciare, dalle esperienze personali?”

Innanzitutto, da questa struttura avanguardistica del Teatro Opera Firenze, che qui ammiriamo, nel Parco della Musica.
“L’Opera di Firenze, che è il nuovo teatro, è nata con i fondi che furono stanziati per il 150mo anniversario
 Dell’Unità d’Italia. E fu inaugurata parzialmente, appunto, alla fine del 2011, con una serie di concerti diretti da Zubin Mehta, da Claudio Abbado. Poi, c’è stato un periodo in cui il teatro è stato chiuso per metterlo in condizione di essere completamente operativo e abbiamo avuto due sale, questa e la vecchia sala comunale di Corso Italia. Poi, da pochissimo, c’è stato il trasferimento definitivo da fine anno ai primi dell’anno 2015, qui, all’Opera di Firenze; quindi, tutta l’attività del Maggio si è spostata qui all’Opera di Firenze”.

Qui, siamo dove?
“Bella domanda! Allora, la via è viale Fratelli Rosselli e questo è il piazzale dedicato a Vittorio Gui; che è stato il fondatore della stabile ed orchestrale fiorentina. Con la fondazione del Maggio nel 1933, l’orchestra ha cambiato nome ed è diventata l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Vittorio Gui, dunque, grande direttore d’orchestra, personaggio fondamentale nella vita musicale fiorentina nel 1900. Prima come fondatore dell’Orchestra stabile fiorentina, che, dopo il 1933, cioè con la Fondazione del Maggio, diventerà Orchestra del Maggio Fiorentino. Ed era giusto, doveroso dedicargli questa piazza. Si deve a Gui e la fondazione dell’orchestra, nel 1928, e nel 1933 la fondazione del Maggio Musicale Fiorentino, alla cui nascita contribuirono varie forze culturali, gli amici della musica, la comunità anglo-americana, ma anche le autorità fasciste come Pavolini, Delacroix ed altri; diciamo che la Fondazione del Maggio si inserisce, alla pari della Biennale di Venezia o la Mostra del Cinema, come il tentativo di Mussolini di far dimenticare il passato squadrista e di atteggiarsi come protettore delle Arti. Il primo Maggio Musicale Fiorentino si tenne il 23 aprile 1933 e l’opera che andò in scena fu il “Nabucco”.  Bisogna dare atto a Gui ed anche a chi vene dopo, Danilo Votto, Marcellino Gatti, di essere riusciti sempre a tenere il Maggio senza compromessi eccessivi nei confronti del regime fascista. Certo, qualcosa dovettero subito cedere, ma se il Maggio è rimasto celebre è perché col grande Bruno Walter – tedesco ma ebreo – in piene leggi razziali in Germania, ancora veniva chiamato al Maggio Fiorentino. Ed anche dopo che ci furono le leggi razziali in Italia. L’orchestra in breve tempo sotto la guida di Gui e dopo qualche anno sotto quella di Mario Rossi diventò una compagine a livello nazionale ed internazionale, tanto che tutti i più grandi direttori del 900 – da Wilhelm Furtwangler a Otto e Werner Klemperer, da Bruno Walter a Herbert Von Karajan a Leonard Bernstein, e via discorrendo, fino a Zubin Mehta e a Riccardo Muti – sono stati sul podio dell’Opera Firenze e della Sinfonica. Dimitri Mitropoulos, che ha diretto cose fondamentali, qui, a Firenze. Un’altra figura che ha avuto un’importanza della storia del Teatro è stato Bruno Bartoletti, il quale ha cominciato qui da maestro sostituto e poi è stato direttore dell’Orchestra e quindi direttore artistico. E’ stato lui a segnare la stagione contemporanea o comunque della Musica del Novecento con “Lulù” di Anna Berger, il “L’angelo di fuoco” di Sergej Prokofiev. Poi, abbiamo il periodo di Riccardo Muti, che è stato direttore del Teatro stabile di Firenze per oltre dieci anni, e che ha segnato un momento di grande prestigio, e poi Zubin Mehta, che fra poco festeggerà il 30mo come direttore principale. Diciamo il Maggio si è caratterizzato per alcune scelte di fondo: una importantissima, perché stato veramente uno dei primi teatri al mondo a dare grande risalto nell’opera alla parte visiva, e, soprattutto, a quella registica e di scenografia e a livello di costumistica: qui sono passati artisti, da Giorgio De Chirico a Mario Sironi ad Ardengo Soffici, c’è stata, in buona sostanza, una grande apertura ai grandi esponenti dell’arte pittorica. Ma, anche i registi qui hanno trovato la liro giusta ribalta e consacrazione, come in un maggio andò in scena al Giardino di Boboli con regia di Max Reinert (l’inventore della regia moderna) uno spettacolo famoso, come “Sogno di una mezza estate”. Ma, sono passati da Firenze anche altri famosi registi, quali Giorgio Strelher, Luchino Visconti, Luca Ronconi, Franco Zeffirelli, Graham Vick; famoso, quello di Franco Zeffirelli, assieme a Visconti, è quel grande spettacolo al Giardino di Boboli, nel 1965, e che era il “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare (prim’ancora “Troilo e Cressida” ed “Euridico”, quest’ultimo nel 1960 - alla Bottega fiorentina Filistrucchi, nel 2014, è stata fatta una mostra, con figurini e bozzetti - Curatore dell’Archivio prestigioso del Teatro Opera Firenze è il dr Moreno Bucci, storico dell’arte-, con esposta anche una rassegna fotografica dei kolossal di quei tempi). Fino a protagonisti del cinema, quali Ban Ki-Moon, Franklin, Liliana Cavani; insomma, un parterre de rois, “platea di re”, davvero prestigioso ed impareggiabile. E questo è ciò che riguarda l’apertura alla parte visiva, tanto che quasi 30 anni fa fu allestita una grandissima mostra intitolata “Visualità del Maggio”.
Ecco, l’altra grande linea è stata quella dei grandi interpreti, sia direttori, registi, ma anche cantanti, grandi solisti, i grandi pianisti Yehudi Minuin, Arthur Rubinstein, Arturo Benedetti Michelangeli, i grandi violinisti Uto Ughi, Alfred Cortot. La terza che si potrebbe individuare sempre relativamente al Festival ma anche alla stagione è stata la grande capacità di fare di necessità virtù, ad esempio, il Maggio non ha mai avuto le possibilità economiche di Salisburgo, dei grandi Festiva internazionali, ha cercato di supplire alla minor possibilità economica e alla minore possibilità quantitativa con altissima qualità. Ed anche con alcune iniziative assolutamente innovative, come per esempio nel 1964, fu fatto, per la prima volta al mondo, un grande Festival dedicato all’espressionismo musicale e con il “Voltec” di Berger, “Il naso” di Dmitrij Shostakovich, cioè la prima rassegna curata da Roman Vlad, dedicata all’Espressionismo, di cui si parla ancora oggi. Altri Maggi sono stati a tema, non tutti, ma alcuni, e si è cercato di dare loro una visione tematica. Questa, in breve, la storia del Maggio, che continua tutt’oggi, tant’è che si inaugura il 27 di aprile 2015 la 78ma edizione con il “Fidelio” di Beethoven e diretto da Zubin Mehta. Il Teatro Comunale è in Corso Italia, e questo è quello nuovo. Ora nel 2014 il vecchio Comunale è stato chiuso definitivamente e tutta l’attività si è spostata qua, all’OF, che sta per Opera di Firenze. Altra caratteristica del Maggio è stata quella di aprirsi alla città, cioè non solo con spettacoli inscenati al Teatro Comunale, ma anche al Giardino di Boboli, nelle maggiori piazze di Firenze; c’è stato sempre questo tentativo di aprirsi alla città con spettacoli memorabili. Quindi, il vecchio Teatro Comunale è ancora la memoria storica, anche perché sono passati grandi personaggi. Tra questi,m Maria Callas: prim’ancora che diventasse la soprana Callas milanese, in realtà la Callas è nata qui a Firenze grazie alla intuizione di un grande direttore artistico, quale era Francesco Siciliani (direttore anche alla scala di Milano, alla Fenice di Venezia e della Rai; è uno dei grandi protagonisti anche lui della lirica, della sinfonica, insomma, dell’organizzazione musicale in Italia), il quale trovò questa giovane cantante greca, che in Italia non aveva incontrato fortuna, e che cantava opere come “La Gioconda” o Wagner e la fece debuttare nei “Puritani” con un successo strepitoso, e poi con “Traviata”. Quindi, la grande carriera della Callas comincia a Firenze“”.

Di che colore è la polvere del Teatro Opera Firenze?
“Eh, eh – sorride Manfriani; credo che la polvere sia uguale a quella di tutti i teatri; diciamo che questo è un teatro appena nato”.

Si ricorda un rifiuto clamoroso?
“No, di Von Karajen no, perché è arrivato qui ragazzino, perché è arrivato qui durante la Seconda Guerra mondiale, fece un “Don Giovanni”, dei concerti, e poi è ritornato alla Filarmonica di Berlino. Ci sono state delle serate molto combattute perché la volontà del teatro fiorentino di sperimentare c’è sempre stata ed ha avuto anche un momento clou con le due Sovrintendenze di Massimo Bogianchino, altro personaggio fondamentale della storia del Teatro del Secondo dopoguerra, e dopo il folgorante debutto di Luca Ronconi qui a Firenze, con Muti direttore d’orchestra, nell’”Orfeo Ed Euridice” dello statunitense Will Gluck, poi, Muti e Ronconi fecero un “Nabucco” che fu contestatissimo, anche se oggi è considerato addirittura uno spettacolo storico, ma nell’immediatezza non fu accolto dal favore della critica. Un altro spettacolo che ebbe grandi code polemiche fu un “Grigoletto” al Maggio firmato da Luciano Berio, perché per 3 anni si trovò ad affidare il Maggio a Luciano Berio, a Fedele D’Amico e a Zubin Mehta. E questo “Rigoletto” con la regia di Yuri Intimov, regista russo, che immaginò questo Rigoletto come una specie di Charlot e scoppiò il pandemonio. Però, è chiaro che se si vuole evitare la routine, si deve rischiare anche qualcosa, però, va detto che il pubblico fiorentino è uno dei pi aperti perché è stato uno di quelli che ha avuto la sorte di partecipare a questa sorta di sperimentazione. Per cui, se all’inizio c’è stata una qualche resistenza, poi, in realtà questa politica ha portato a una maggiore apertura dello spettatore”.

Il più lungo, fragoroso applauso in un teatro a Firenze?
“Che ricordi io, sono state memorabili sia nella sinfonica che nella lirica; con Mehta e Muti è stato un crescendo rossiniano. Andando indietro nel tempo, un successo straordinario lo riscosse la soprano spagnola Maria de Caballet nel “Trovatore”, della Edita Gruberova nella “Lucia di Lammermoor” , della Carverland nella “Semiramide” di Gioacchino Rossini. La Renata Tebaldi, Mario Del Monaco hanno riscosso senz’altro grandissimi trionfi. Gli esiti trionfali sono stati innumerevoli sia nel campo della sinfonica sia nel campo della lirica”.

Un gesto clamoroso, affettuoso?
“Tanti gli spettacoli e le personalità che hanno avuto un grande apprezzamento: ricordo, ad esempio, la Carla Fracci, Rudolf Nurejev o una Carla Fracci e di Mikhail Baryshmikov nella “Giselle”, c’è stata una pluralità di consensi, che ha portato veramente anche all’affetto del pubblico nei confronti del teatro fiorentino. Il bilancio è largamente positivo, ma non dobbiamo dirlo noi che lavoriamo qui, in questo ambito”.

La superstizione nei teatri a Firenze?
“E’ difficile perché queste cose poi ognuno se le tiene per sé. Un’opera, ma anche due o tre, ma una in particolare – anche se qui non ha portato grandi disastri – viene considerata l’”innominabile”, ed è la “Forza del…” di Giuseppe Verdi”.

E perché non si può pronunciare?
“Ma, pare sia nata già nell’Ottocento perché nel libretto c’erano dei testi strani, vi era riportato “che l’impresa fallì” ed altro di sgradito. Il tutto, successivamente, fu cancellato, ed erano i tempi c’erano ancora gli impresari. Poi, non in Italia, ma al “Metropolitan” il baritono Leonard Warren, il newyorkese che morì in scena ; insomma, c’è una leggenda, la quale sembra attingere anche da quell’accaduto”.

I colori del Teatro Opera Firenze?
“Il rosso, come lei vede. Il Comunale -dal 1928 ad oggi naturalmente sono state cambiate più volte - aveva poltrone cambiate più volte. La caratteristica dell’attività del teatro è sempre stata vòlta alla sperimentazione. Abbiamo sperimentato anche nel campo della messinscena. Quando Muti diventò direttore dello Stabile era poco più che un ragazzo. Stesso dicasi per il giovanissimo Zubin Mehta. La qualità, il fiuto (vedi quanto prima detto sulla Callas). Un altro direttore che qui a Firenze incontrò fortuna fu Carlo Maria Giulini: debuttò anche lui nel periodo della Seconda Guerra mondiale e che poi è stato un amico. E’ venuto una decina di volte e ha diretto fino all’ultimi passi della sua vita l’orchestra del Maggio, nell’ultimo concerto che ha fatto. Idem per Luca Ronconi, che nel campo della prosa era già forte, ma nel campo lirico aveva fatto, sì, la “Carmen” all’Arena di Verona, ma, era proprio agli inizi. Per non parlare di debutti, la Canali debutto qui col il Voltez, abbiamo avuto registi famosissimi come Franklin, quello dell’”Esorcista”, ha debuttato qui, a Firenze, Ruzzle quello dei diavoli, Past, il grande regista tedesco”.

E il colore della polvere?
“Beh, ora siamo in un teatro nuovo, lasciamola crescere!”

Qual è l’opera che l’ha personalmente coinvolta, commossa?
“Direi tre sono state: la prima è “Traviata”, l’altra è “Tristano ed Isotta” e la terza è il “Don Carlos2: mi hanno preso proprio dal punto di vista emotivo. Anche il “Don Giovanni” è uno dei capolavori assoluti. E, come emozione personale provata nei concerti, ricordo “La patetica” di Muti, davvero straordinaria, l’ultimo concerto di Rubinstein a Firenze ed anche quello del vecchio Gulì, poco prima di morire. Il Gavazzeni è un altro amico del Maggio. Un altro filone importante è stata la riscoperta di opere sconosciute di Rossini o di Donizzetti , eccettera, eccetera. Ci fu un Maggio fiorentino dedicato all’Armida, protagonista straordinaria la Callas, “il Conte Oriddio”, la “Donna del lago” di Rossini, titoli allora sconosciuti, la “Maria Stuarda” di Donizzetti, il “San Sebastiano” di Donizzetti che rinacque e rientrò nel grande repertorio, “Le jan en serage” di Luigi Cherubini. Riscoperte di grandi opere, cadute nel dimenticatoio”.

Balletti?
“Il “Giselle” di Carla Fracci e Barishmikov, il “Romeo e Giulietta” con Margoit Fonteyn e Rudolf Nurejev, il balletto dell’americano Balanchine, Zero Robbins, grandi contributi dall’estero, dalla Russia, dal ”Bolschoj”, dal “Kirov” (“Mariinsky”), per noi parlare, di recente, delle nuove stelle come Roberto Bolle, Alessandra Ferri, mito per la danza contemporanea”.

Il teatro cosa rappresenta per i fiorentini?
“Dobbiamo registrare che c’è un grande interesse, anche per conoscere questo nuovo edificio. La sinfonica e l’opera si vuole che sia nata a Firenze col “Dafne” alla fine del Rinascimento, agli inizi del Seicento, eppoi, ha avuta una tradizione nel Settecento-Ottocento ed una rinascita dal 1928 in poi col Maggio. Che è uscito dalla routine, proponendo nuovi temi. La sinfonica ha avuto un momento di grande boom, che coincide con Riccardo Muti, che registrò 4 turni di abbonamento ai concerti. Tra il 1968-69 e il 1980-81 e fu un boom – sono del 1950 – non solo in Firenze. Ora l’Opera tira più dei concerti: abbiamo avuto un enorme successo una “Tetralogia” di Wagner con la Compagnia de “La Fura dels Baus”, che ha affascinato i giovani. Ed è diffusa nell’opera l’uso di proiezioni”.

Teste coronate, personaggi, Capi di Stato nella Firenze teatrale?
“Sì, Presidenti della Repubblica, quelli italiani, sono venuti tutti. Mi pare sia venuto, ma non giurerei, Carlo d’Inghilterra, un Primo Ministro inglese, negli anni Settanta, tale Edward Heath, varie volte Mussolini, Hitler – nella famosa visita a Firenze nel 1938 -, re Vittorio Emanuele III, e in genere quando arrivavano le grandi personalità politiche era una grande seccatura per il Fuhrer. E in occasione di questi personaggi l’inno nazionale interrompeva l’opera e seccava molto il pubblico. Hitler e Mussolini videro un atto e mezzo del “Simon Boccanegra” di Giuseppe Verdi, dove il protagonista canta “E vo’ gridando pace, e vo gridando amor”, se ne andarono ed anche quella volta dovettero risuonare i due inni, quello tedesco e quello italiano”.

In quale opera, in quale balletto si riconosce?
“Nei balletti meno: mi piace di più l’opera. Ripeto, il teatro mi ha trasmesso moltissime emozioni, ma, le mie preferite sono quelle tre che ho ricordato prima”.

MORENO BUCCI (TEATRO OPERA FIRENZE)

Il dr Moreno Bucci, storico dell’arte, è il Conservatore dell’Archivio storico del Teatro del Maggio Musicale, quindi, il conservatore dei bozzetti, dei figurini, dei modellini di scena dal 1933 ad oggi, inoltre, il conservatore della corrispondenza delle carte del teatro dal 1928 fino al 1952, progetto che abbiamo curato assieme al Ministero dei Beni Archivistici per la conservazione di queste carte, di questi preziosi documenti e testimonianze. Sempre, con i soldi stanziati dal Ministero ben tre dottoresse hanno schedato una montagna di documenti, il tutto pubblicato in un volume contenuto all’interno di un data base che ha conservato sia il teatro che il Ministero.

Di questo teatro, ci riserva qualche aneddoto?
“Tante le testimonianze ricevute da artisti, cantanti dell’epoca – si parla del 1933-34-35 – non ancora abituati ad avere costumi, ma essere abituati ad agire all’interno di scenografie dipinte da pittori, e l’imbarazzo per avere un costume disegnato da un’artista e non più quel guardaroba personale che erano soliti portarsi dietro in tutti gli spettacoli che facevano. E, quindi, abbiamo alcuni personaggi come di quegli anni Trenta, che rifiutavano di mettersi addosso i costumi disegnati da Giorgio De Chirico, quello che si rifiutava di mettere addosso i disegni svolti da artisti, i quali hanno dato maggiormente il segno dell’innovazione scenografica all’interno del teatro comunale di allora. Quindi, oltre al pubblico che fischiava e che lanciava i cuscini – perché ricordiamo che il vecchio teatro negli anni Trenta era una sorta di arena , e, quindi, tutti si portavano i cuscini per meglio stare seduti sul marmo, sui sedili di pietra – sull’orchestra, sul palcoscenico quando non erano contenti del risultato in simbolo di protesta. Anche perché poi il teatro era dotato in tutti gli anni Trenta della “cupola Fortoni””.

Che cos’era la “cupola Fortoni”?
“Deriva da Mariano Fortoni, il suo inventore, e il Comunale di Firenze era uno dei pochi teatri ad averla nella sua struttura; poi, tolta, perché la cupola si alzava per fare arrivare la voce, come una conchiglia, però, doveva abbassarsi quando le scene dovevano alzarsi per cambiare atto. Il teatro fiorentino era all’italiana che aveva una graticciata che ospitava tutte quante le scene che dovevano andare verso l’alto. La cupola aveva un’altezza enorme e permetteva di calibrare la voce dei cantanti, altrimenti il suono non arrivava completamente nella sala ed agli spettatori. Allora, tra un cambio di scena e l’altro, certe volte passavano anche 45 minuti, anche un’ora, e certe volte negli anni Trenta le rappresentazioni finivano anche alle una e mezzo di notte. Questo non era assolutamente possibile per gli spettatori, che poi all’indomani dovevano andare a lavorare; si decise di toglierla, pur sapendo di dover subire tutti i disguidi che ne sarebbero conseguiti, tipo la voce che arrivava fino a un certo punto, o in alcuni casi arrivava anche bene e ricordiamo negli anni Cinquanta il grandi successi che ebbe Maria Callas ebbe qui all’inizio degli anni Cinquanta e all’inizio della sua carriera. Portata poi avanti dal Direttore Artistico dell’epoca, quel grande geniale ed innovatore Francesco Siciliani, a Milano, dove lo stesso Siciliani divenne anche là Direttore Artistico. E siamo nel 1957-58. Il teatro Comunale di Firenze è rimasto con questa specifica di pittori, di scenografi , di artisti che lavoravano al teatro fino agli anni 70, ed anche fino agli anni 80, seppur diminuendo questa collaborazione, che prima era di richiamo assoluto. I grandi che hanno collaborato più di tutti, oltre al grande insuccesso del 1933 da parte di Giorgio De Chirico che prima ho ricordato, e che non mise più piede a Firenze fino al 1948. E il pittore siciliano ritorna facendo un “Orfeo” completamente in chiave Seicentesca e quindi riscuotendo tutti gli applausi di questo mondo perché lui era ritornato a capire cosa voleva il pubblico e non solo”.

Altri pittori?
“Poi, abbiamo Felice Casorati, che lavorò moltissimo qui a Firenze, e che significò il congiungimento tra quella che era l’area artistica del teatro di Torino, il teatro di Riccardo Gualino, che, poi, fu chiuso negli anni Venti, e che poi Firenze ricrea con Guido Maggiolino Gatti e con Vittorio Gui, che vengono appunto a lavorare definitivamente a Firenze e a fare i primi Maggi e poi si portano dietro sia Casorati che Guido Salvini, che comincia a fare questo discorso sulla nascita della regia lirica nel nostro paese, ed è proprio l’iniziatore della regia del melodramma nel primo dopo Guerra italiano. Poi, oltre Casorati, abbiamo Gino Severini , Giovanni Colacicchi, i fiorentini Ardengo Soffici, Primo Conti e Gianni Vagnetti, che lavorano molto al teatro, e poi il pittore Gino Carlo Sensati, che lavorava sia per il teatro che per il cinema: è il grande costumista che fatto innamorare con i suoi costumi anche il primo cinema di Luchino Visconti. Che approda anche lui al Magio nel 1949 per uno spettacolo che diventa memorabile per due fattori: prima la bellezza, l’importanza e la scelta del luogo e del testo. Secondo, il fatto che costò talmente tanto nell’Italia del 1949, che quasi cadde il Comune di Firenze e fu discusso anche in Parlamento il problema delle spese di Visconti per questo mirabile “Troilo e Cressida”, in cui recitava tutto il cotè più importante degli attori italiani da Memo Benassi fino alla Andreina Pagnani, fino a Paolo Stoppa, fino a Vittorio Gassman fino al giovane Marcello Mastroianni fino alla Rina Morelli fino a tutti quelli che hanno dato in uno spettacolo in Boboli disegnato da un giovanissimo Franco Zeffirelli e con i costumi di Maria De Matteis, che era a quel tempo coadiuvata da un giovanissimo Piero Tosi”.

La superstizione?
“ Non ricordo di avere aneddoti. Parlavano solamente di alcuni cantanti famosi, come potevano essere di quel tempo la Ebe Stignani o altri, che volevano, solamente per coprire gli effetti dei storici costumi che a volte non amavano, indossare dei grandi veli neri. Magari, alcuni pittori – è divertente ricordare – non si rendevano conto di quello che era il loro bozzetto con la realizzazione poi scenica nel Maggio Comunale di Firenze”.

Si ricorda i flop e i top più clamorosi a Firenze? L’opera più bella, più riuscita a livello di coreografia, costumistica?
“Sicuramente, le rappresentazioni di cui mi hanno parlato e alle quali io non ero presente sono le direzioni del greco Dimitri Mitropoulos negli anni Cinquanta con questa straordinaria “Electra”, che fu un successo non solo localmente, ma anche direttorialmente. Poi, anche gli altri suoi concerti, poi, quelli di Erich Kleibert, molto acclamate le messe in scena di Vittorio Gui e il repertorio sconosciuto del 1952 con la famosa “Rossini renaissance” (“Riscoperta cioè, rivalorizzazione, ripresa delle opere di Gioacchino Rossini”) attraverso Siciliani e qui al Maggio dirigevano i più grandi esperti in campo rossiniano e quindi abbiamo anche il recupero del “Tancredi”, che fino ad allora non era stato eseguito”.

Stecche, rifiuti?
“Di rifiuti ce ne sono stati molti e non mi ricordo i nomi, ma sono dimenticati nel tempo. Ma, le vecchie maschere con cui parlavo dicevano che a quel tempo erano all’ordine del giorno i grandi rifiuti, il non voler vedere quella cantante perché era invisa la persona oppure il rifiuto di venire a contatto, di incontrarsi. In generale, adesso ho presente più un teatro che ha lavorato moltissimo nel campo del melodramma, del teatro e che è stato veramente unico in certi momenti per quanto riguarda il repertorio e che ha avuto dei grandissimi cantanti, dei grandissimi direttori che hanno fatto veramente la storia importante di questo teatro, come appunto il balletto, che non viene mai ricordato”.

Vogliamo farlo ora?
“Ebbene, il Maggio era solito dare uno spazio enorme negli anni 50 con le compagnie più in voga dell’epoca: George Balanchine con i Ballets Russes era presente qui. Anche la Martha Grahm Dance Company era presente a Firenze fino agli anni 80. Prima della morte, mi ricordo di avere aspettato ore nell’ingresso del teatro perché lei uscisse e mi facesse l’autografo. Gesto, mi dicevano i suoi ballerini, che lei non faceva mai a nessuno. Io ho assistito a Martha Grahm che, vedendomi ,non si sa per quale motivo, con una sua vecchia foto, si è sfilato dito per dito il lunghissimo guanto che aveva e poi, facendosi mettere nelle mani già rovinate dall’artrosi la penna, mi ha firmato la fotografia. Ed è stato un momento davvero indimenticabile della mia vita. Però, il balletto con lei, con quello che ha fatto Aurel Miglos, con quello che hanno gli altri coreografi che sono stati presenti a Firenze fino a tutti gli anni 80-90, hanno decretato il successo ulteriore e come punto di riferimento del balletto Boboli. E i balletti fatti in Boboli e ultimo, all’inizio degli anni 70 (1974-75) la Compagnia del Ballet du XX Sie’clu di Maurice Be’jart, che ha ballato con Jorge Donn (argentino, morto a Losanna a soli 45 anni, chiamato anche “l’angelo biondo della danza”, che rappresentava il sogno classico) ne “La dolce memoria di quel giorno” – esattamente nel 1974 – con la musica di Luciano Berio; poi, anche i costumi di un francese nell’ultimo testo di “Luigi IX”, in prima mondiale, e fu un grande successo incomparabile. Una fila fuori dal teatro, che non si riesce a capire come mai oggi si sia dimenticato il balletto di Boboli. Però, è una storia, che ha avuto degli alti e dei bassi e si può capire magari come oggi il balletto sia meno seguito di un tempo”.

Il colore delle luci del vecchio Teatro Comunale fiorentino e il colore della polvere del teatro Opera Firenze?
“E’ una domanda che mi piace, perché con tutti i ragazzi che sono venuti qui per sostenere la tesi di laurea ho sempre sostenuto e chiesto di studiare anche la luce e appunto la polvere che, tramite la luce, veniva sentita sulle scene, ma nessuno si è mai addentrato in questo tipo di argomento, di problema. E’ un tema affascinante, secondo il mio punto di vista, che non è mai stato messo nella giusta considerazione sia le lampade che usavano negli anni Trenta e di cui appunto hanno perso la memoria di come si chiamassero, sia già negli anni Trenta, le proiezioni colorate che gli artisti facevano sulle scene. Quindi, è tutto un problema, di cui abbiamo consapevolezza delle critiche dell’epoca, ma , che appunto non possiamo cogliere né vedere né tastare proprio nel vivo perché non è rimasta alcuna testimonianza. Fino alle ultime di Maccari, negli anni Settanta, ho ritrovato dei vetrini che fanno sì che l’artista, appunto, ancora si divertisse oppure facesse del teatro, dell’opera, del melodramma anche motivo di proiezioni. Oggi le vediamo ovunque le proiezioni, mentre le si facevano già negli anni Trenta, negli anni Quaranta, negli anni Cinquanta, in certi pittori fino agli anni Sessanta”.

Qual è l’opera che in teatro rappresenta meglio la fiorentinità? Quella che ha mandato in solluchero i suoi concittadini, che ha fatto accapponare la pelle, ha più toccato le corde del cuore?
“Sicuramente è una messa in scena verdiana. Quelle dirette da Riccardo Muti, dove la gente si scaldava, oppure quelle recentemente dirette da Zubin Mehta, fino all’ultima “Traviata”, dove tutto era sempre esaurito e il pubblico poi si alzava in piedi per decretare il successo non solamente agli scenografi, ma anche ai direttori d’orchestra e agli interpreti”.

Di caratteristico, di peculiare, cosa ha il teatro fiorentino rispetto agli altri grandi teatri italiani?
“Noi abbiamo avuto una rivoluzione scenica: solamente dopo di noi i pittori scenografici sono arrivati negli altri teatri d’opera. Ricordiamo che durante il Maggio era riuscito a fare chiudere gli altri teatri durante il Maggio Musicale Fiorentino: questo negli anni Trenta. E c’erano tanti appassionati che raggiungevano la nostra città per assistere al Maggio Musicale fiorentino. Nel dopoguerra, abbiamo continuato a essere importanti sia per l’orchestra che per la messa in scena, e io sono sempre rimasto convinto che Firenze abbia avuto, ed abbia ancor oggi, un’orchestra valida, direttori validissimi e sia a pari merito con la Scala di Milano, anche se negli ultimi tempi certe messe in scene della Scala sono di grandissimo livello, però, nulla toglie al fatto che la storia molte ci ha fatto primi rispetto alla Scala di Milano, e oggi magari secondi, però, col diritto di prelazione di essere nuovamente primi. Io spero molto, poi, la storia e i musicologi lo diranno perché tutto cambia nel tempo”.

Un pubblico all’avanguardia con il gusto e al passo con i tempi e le mode, o no?, quello fiorentino? Che sa aspettare e non immediatamente critico o troppo esigente: è d’accordo?
“Non a caso le prime rappresentazioni assolute erano proprio la specificità anche del Maggio Musicale Fiorentino fin dagli anni Trenta, fin dalle musiche di Ildebrando Pizzetti, poi l’opera di Ildebrando Pizzetti, del veneziano Gian Francesco Malipiero(1882-1973), di Luigi Dallapiccola (1904-1975), il quale ha lavorato molto negli anni Quaranta. E, poi, successivamente tutte le rappresentazioni, fino all’ultima. Poi, secondo me, ce ne sono state anche fino a maggio dell’anno scorso, ma quella che ricorda con maggior piacere perché il musicista era fiorentino, perché in quell’epoca lo conobbi da vicino, studiando le cose che faceva e che è un artista così eclettico e che è appunto Sylvano Bussotti, che oggi, classe 1931, vive a Milano, ma che nel 1989 facemmo la prima de ”L’Ispirazione”, la sua ultima opera, con regia dell’inglese Derek Jarman (1942-1994), il grande artista, che i due chiamarono quest’attrice inglese che ieri era una delle icone dell’avanguardia ma che oggi è un’attrice famosissima Tilda Swinton, (nata nel 1960, con i capelli rossi, bellissima, tutta bianca, che ha fatto anche “Elisabetta d’Inghilterra”) . E lo stesso Bussotti è stato chiamato a fare il pezzo in occasione dell’inaugurazione di questo teatro nel 2011, proprio nel 150mo anniversario dell’unità d’Italia. 

Firenze, 23 aprile 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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