ULTIMA - 20/4/19 - LA VIRTUS VERONA CERCA OGGI A FANO TRE PUNTI SALVEZZA

Operazione Fano iniziata: la Virtus Verona è partita ieri alla volta delle Marche dove oggi alle ore 16.30 si giocherà una fetta di salvezza nello scontro diretto in programma allo stadio "Mancini" di Fano. Prima di partire, l'allenatore rossoblu Luigi Fresco ha così commentato la vigilia del match: "Se vinciamo mettiamo una serie ipoteca
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INCONTRI VIP'S

25/9/15 - INCONTRI RAVVICINATI: MARIA COSTANZA LENTINI (TAORMINA)

Splendido il teatro greco di Taormina: come sfondo il Mar Ionio, che imperla le acque, dicono, di un color blu scuro. Accanto, l’Isola Bella, la lingua di sabbia che collega la spiaggia fatta di ciottoli a Taormina, è un invito a tuffarsi nell’acqua cristallina. E, come sfondo, come insolita cornice, l’Etna, tutto imbiancato. Sì, proprio come un pandoro, su cui sembra essersi posato il velo candido, nuziale, di una sirena distratta ed innamorata. Uno scenario di bellezze naturali che avvolgono il borgo antico davvero unico per varietà e contrasti, spettacolo impareggiabile. Una sorta di terrazza sul mare, con il brillio continuo dell’acqua che sembra ammantare di lustrini la distesa blu che ti trovi di fronte. Già, Taormina, sospesa tra rocce e mare, su un poggiolo del Monte Tauro, sulle pendici meridionali dei monti Peloritani della riviera ionica. Qui, la storia si intreccia alla bellezza e alle tante leggende; qui, tutto si fa incanto, tutto si impasta di miti e racconti fantastici, tutto ti rapisce, ti ammalia, ti contagia.

Su una torretta adiacente al teatro, splendido osservatorio, ci accoglie la Direttrice Maria Costanza Lentini: il cognome la dice lunga sul nostro incontro, anche se l’esperta ci rivelerà le sue origini abruzzesi: Lentini era una colonia greca fondata nell’VIII secolo A.C., i cui primi abitanti furono i Lestrigoni, popolazioni vicine ai ciclopi, che dimoravano nell’Etna. Dei quali il grande Omero smentì la loro rappresentazione come giganti incivili e persino antropofagi. La Responsabile – dal 2010, ma aveva già amministrato qui nel 2000 - per conto della Sovrintendenza ai Beni Culturali di Messina del Parco archeologico di Naxos e del teatro greco-romano di Taormina, la dottoressa Lentini traccia la storia del teatro greco-romano : “Di questa parte antica, di questo impianto, conserviamo pochi lacerti, però, è proprio la tipologia dell’impianto addossato alla collina, la cavea tutta ricavata dalla collina, enuncia questa sua origine greca. E anche il fatto che Taormina era una città florida e capace di gestire, di avere un teatro in pietra”.

Che tipo di pietra?
“Un tipo di pietra di Taormina, le cui cave non sono più utilizzate, una pietra quasi marmo, che ha la stessa consistenza, esiste di colorazione bianca, ma ce n’è anche una un po’ più rosata. E, questo teatro, chiaramente, continua nel tempo. Continua nel tempo e la prima ristrutturazione è del periodo augusteo: Augusto fonda attorno al 21 A.C. una colonia, trascinando via da qui tutti i cittadini taorminesi e ripopolandola con cittadini, con veterani che venivano prevalentemente dalla campagna. La città subisce uno stravolgimento. E abbiamo delle migliorie apportate da Augusto abbiamo veramente poco. Però, da qui viene un ritratto di Augusto, quindi, ci sono tante testimonianze che indicano che il teatro era uno dei monumenti cittadini. Il vero stravolgimento della struttura teatrale avviene nel II secolo d.C. forse con Traiano, e probabilmente con Adriano. Che trasformano il “frons scenae”, costruiscono il pulpito, il proscenio, trasformano il teatro secondo quella che era la moda del tempo, la tipologia del tempo – mi riferisco, ad esempio, al teatro di Aspendos (in Pamfilia, nel Mediterraneo, in Turchia), a questi grandi teatri – e fu ingrandita la cavea. Ma, ingrandito enormemente fu tutto il settore Sud orientale, nascondendo il tempio ellenistico che era alla sommità del teatro, costruendo poi come coronamento un doppio artico, quello voltato di cui noi c’abbiamo una grande trasformazione, così come avviene nelle due grandi sale ai lati della scena sono sempre di quel periodo. Successivamente, forse, anche con Adriano, si trasformano in un anfiteatro: si crea la possibilità che si potessero fare le ”venationes” , cioè gli spettacoli che piacevano ai romani, ma che dovevano pure piacere ai siciliani perché questa trasformazione la subisce anche il teatro di Tindari, per esempio; cioè abolendo tutti i gradini più bassi, i posti della cavea più bassi, inserendo un corridoio voltato – da cui poi uscivano le belve – e diventa, più che un teatro, un anfiteatro per gli spettacoli che erano più di moda dal II fino a tutto l’Impero, fino al periodo dei Severi. Diventa, insomma, un’altra cosa, viene travisato quella la sua funzione iniziale di teatro per spettacoli, per tragedie, commedie, nel periodo fanno dei mimi, nel periodo tardo-ellenistico, diventando un luogo di combattimento, con animali e gladiatori. Di questa trasformazione abbiamo una buca che per adesso non si può vedere perché è già allestito il teatro che annuncia la stagione degli spettacoli che abbiamo ogni anno. E’ un vano sotterraneo, dove probabilmente venivano allocati gli animali, le cossi dette belve o bestie feroci. Nel periodo severo viene un po’ rimaneggiato il “frons scenae”, diventa un po’ più movimentato e poi questo teatro si spegne. Ma, lei, contrariamente a tanti altri teatri del mondo antico, compreso quello di Pompeo a Roma, il primo teatro a Roma in muratura, non nasce senza cave, ma furono distrutte, furono rase molto presto, addirittura agli inizi dell’800, furono liberate dalle cave – che non erano così tante perché per ubicazione il teatro è un po’ fuori città, o perlomeno, non era, per quanto noi abbiamo appreso dalle documentazioni, non era occupato da tante cave. E, del resto, già nel 700 c’era un curatore per il teatro, che veniva nominato da Palermo; quindi, c’era un occhio di riguardo per questo grande monumento, un occhio per la sua conservazione. Quanto alle case, c’è un’unica casa che è rimasta e che nessuno riconosce e che io naturalmente feci una piccola scheda da affiggere proprio dentro alla prima Sala di versura del teatro e riferisco di queste grandi sale con funzioni probabilmente di piccoli magazzini, di depositi di infrastrutture teatrali, di attrezzature: quest’ala fu trasformata in una casa ed è visibile a tutti una bellissima finestra tardo-gotica che ha adottato questa tipologia di casa a torre; era chiaramente per ospitare i personaggi di rango, quelli femminili, ed era una casa patrizia. E c’è una leggenda che racconta che qui c’era Costanza, la moglie di Federico, che la rinchiuse là dentro. Ma, questa è leggenda. Ma, se lei guarda bene quell’ala del teatro vedrà anche delle scale che loro utilizzavano quello spazio ben costruito e la casa a torre è del tardo-medioevo, diffusissima anche a Roma, ma c’è una tipologia anche qui ben conservata e di questa il fatto che sia ben conservata questa bellissima finestra arcuata. Nel 1954, anche un po’ prima, il monumento fu restaurato da Luigi Bernabò Brea., che aveva una passione, una conoscenza di teatri davvero incredibile: nello stesso periodo intraprendeva il restauro anche del Teatro Antico di Catania – anche quello un teatro greco, poi, trasformato nel periodo romano -. Il Comune incaricò un architetto dell’allora Ministero della Pubblica Istruzione, Italo Gismondi, uno specialista che aveva lavorato prevalentemente nel Nord Africa, ad esempio nel Leptis Magna, in altri grandi complessi monumentali, ed insieme affrontarono questo restauro, che è quello che lei vede attualmente. Perché poi opere di restauro così grandi non sono state più intraprese: ci sono piccoli restauri a Siracusa proprio nella versura occidentale. E, in effetti, non ha bisogno di grandi restauri ma di una manutenzione continua e dove c’è bisogno, subito si deve intervenire perché è un monumento robusto, ben costruito, stabile, e il restauro Gismondi-Bernabò dicono che fu un restauro straordinario. Resta ben poca documentazione di quel restauro perché sicuramente Gismondi disegnava bene e quindi sarebbe stato molto bello poter ritrovare questo rilievo”.

Opere recenti?
“Nell’autunno scorso abbiamo fatto un rilievo con Gps come Parco, proprio per fissare la situazione a questo momento e poter procedere in maniera più scientifica e sistematica alla conservazione”.

Il teatro di Taormina rappresenta una quinta scenografica all’interno di una quinta scenografica che è lo splendido mare, la migliore delle cornici, il miglior sfondo naturale…
“Mah, non è una cosa che interessava agli antichi il paesaggio; questa nozione di paesaggio che si è concretizzata così bene a Taormina per la conservazione occasionale della scena, crollata la porta regia, ovvero quella centrale, e che crea questo squarcio duro , ma attraverso il quale il paesaggio irrompe ed è un paesaggio di grande suggestione perché c’ha l’Etna e questa baia di Naxos – la prima colonia della Sicilia greca – e questa nozione del paesaggio noi siamo uno dei monumenti che è all’origine di questa nozione che sorge alla fine del 700, comincia già con i pittori fiamminghi che vengono nelle campagne romane a disegnare, ma che col teatro di Taormina acquista poi questa valenza storica grazie a Goethe, e poi a tutto il gran tour che questo promosse; per cui, la maggior parte delle immagini di Taormina nel “Grand Tour” intrapreso dai ricchi ragazzi del Nord Europa, tra il XVII e il XVIII secolo, per una percentuale altissima riguardano l’Etna e la Baia di Naxos piuttosto che concernenti il Teatro. Ci sono dei disegni splendidi, tra cui quelli compresi nel libro del disegnatore ed incisore francese, l’Abbè de Saint Non, che sono incredibili, però, uno dei poli d’attrazione maggiore era quello che si vedeva dal monumento : e la storia del monumento di quest’epoca, di fine 700, legata al paesaggio ed anche la sua città ha influito nella identità della città in maniera determinante. Però, gli antichi, soprattutto i romani, costruendo questi prospetti scenici che erano alti tre piani – quando eri a teatro – non vedevi fuori , erano impediti da questa sorta di “scatola teatrale”; della serie, chi stava al teatro vedeva solo lo spettacolo, non vedeva all’esterno, perché gli antichi non hanno la concezione di paesaggio che invece si forma nella cultura di Occidente, tra il 700 e l’800 (noi abbiamo un’altra sensibilità del paesaggio) . Ma, questa è una collina, visitata tra la fine del 1800 all’inizio del 1900 da tantissimi visitatori che dipingevano. Anche questo giardino selvaggio, che poi è una boscaglia che copre la collina, è stata oggetto di interesse tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, quando gli inglesi ed anche gli olandesi introducono la concezione a Taormina del giardino all’inglese, la concezione di Florence Trevelyan, una dama scozzese , animata da grande spirito filantropico, la quale donò il suo giardino al Comune. Nei primi del 900, fine 800 Taormina ha un turismo che non si può chiamare neanche turismo; cioè il turismo è adesso. I viaggiatori, allora, diventano anche residenti e quindi hanno delle ville con questi giardini. E c’è qualcuno che sostiene che tutti questi cipressi è un’introduzione proprio inglese. Come archeologa sono poco esperta, ma è la trasformazione nel modo di vedere questa città, sulla quale il paesaggio nei tempi moderni ha esercitato un grandissimo influsso; come, non c’è dubbio, a Capri”.

A livello di manifestazioni, opere liriche, balletti, questo teatro chi ha ospitato?
“Non sono brava in questo. Adesso le dico quello che mi ha impressionato. I balletti, quasi perfetti, di Pina Baush. Per Rubra quando introduce queste opere di restauro dice che il teatro doveva essere messo in ordine perché doveva accogliere gli spettacoli che la comunità di Taormina voleva che si svolgessero all’interno del teatro; ovvero, doveva assolvere alla sua funzione di spettacolo anche in tempi moderni. E sa che ci sono due diverse teorie: il teatro come monumento e il teatro anche utilizzabile come luogo di teatro. Il destino di Taormina fu quello di essere utilizzato come luogo degli spettacoli e nel 1954 fu istituita la Rassegna Cinematografica. Che è una tra le più antiche d’Italia: quindi, fu iniziato l’uso del teatro di Taormina con una delle arti più moderne che potevano esserci nel 1954, ovvero la Cinematografia. Da lì, venne fuori un calendario molto vario, nel senso che ci sono, negli ultimi tempi, molte opere liriche, però, ci sono state opere liriche importanti quando Giuseppe Sinopoli era il Direttore Artistico della parte di Musica Classica. Ci sono musica moderna, nel senso di musica pop, di musica popolare, nel Duemila è venuto Bob Dylan, oggi a Lucca. Sono stati girati tantissimi film qui, a Taormina, ma l’unico di cui ho esperienza è quello di Woody Allen, che fece ritornare il monumento a rovina, perché pretese che tutte le ringhiere di sicurezza fossero tutte divelte ed era splendido. Però, chiaramente, non si può fare spettacolo, non si può aprire neanche al pubblico e ai visitatori senza le ringhiere. E quel film, era un bel film. Allen, eravamo nel 1971, girò qui il suo terzo film, “Il dittatore dello Stato libero di Bananas”, uno dei suoi film più graffianti e che gli darà visibilità in tutto il mondo. Il cinema – a dir la verità – aveva fatto il suo primo esordio al Teatro di Taormina nel 1919, con la pellicola francese “L’appel du sang”. Sempre Allen ritornerà a Taormina 16 anni più tardi, esattamente nel 1987, girando la famosa sequenza del coro greco per un altro suo importante film, “La dea dell’amore”.

Nel 1971, davanti alla stampa, Allen ebbe così a dire di Taormina, soprattutto, del suo teatro: “Me ne ero innamorato ancora prima di vederlo dal vivo, leggendo quello che avevano riportato grandi scrittori come Goethe nel Settecento (“Mai il pubblico del teatro ha avuto innanzi a sé uno spettacolo simile”) e Guy de Maupassant nell’Ottocento (“Gli uomini di una volta avevano anima ed occhi diversi dai nostri: nelle loro vene, col sangue, scorreva qualcosa che oggi sembra del tutto scomparso: l’amore e il culto della Bellezza”)”.

Altri ancora di famosi?
“Marco Paolini ha avuto nel passato dei bei balletti, gli ultimi come programmazione non sono usciti più, perché il balletto è una grande arte e non ammette quindi deroghe. Poi, altri registi famosi, come Roberto Benigni, Luc Besson, Michelangelo Antonioni, Richard Brooks. Nureyev? Sì, Roberto Bolle, due anni fa, ottimi balletti francesi, ottimi veramente. Carla Fracci? Non lo so, probabilmente sì, perché Taormina è ancora in un circuito di grandi spettacoli. Ma anche i cantanti chiedono di esibirsi qui: Lou Reed , Franco Battiato ha tenuto almeno tre concerti”.

Opere liriche?
“Sì, sono state fatte e verranno replicate. Quest’anno verrà Fiorello, per esempio, che sarà adatto, secondo me, per questo teatro, è venuto Lucio Dalla, che amava questo teatro e, come dice lei, aveva una casa, molto bella, qui, sulle pendici dell’Etna”.

Quanti spettatori può contenere il teatro?
“Secondo la nostra Commissione di Vigilanza, 4.500 spettatori. Giuseppe Sinopoli aveva portato qui tantissime orchestre importanti ed aveva un circuito incredibile. Io sono arrivata qui nel Duemila per amministrare il teatro, competente di un territorio dalla non indifferente dispersione e ricchezza archeologica, come quello del Messinese e del Catanese. Io mi concentravo, ma non sono mia a vedere uno spettacolo”.

Di che colore è la polvere del teatro greco di Taormina?
“Dovrebbe essere un perlato, secondo me. Una delle cose che hanno contribuito anche a questa bellezza è questa colorazione del monumento; che è una colorazione sfavillante ma non troppo. E’ una polvere vera, comunque”.

La modernità, nelle scenografie, in un teatro così antico?
“Io tendo a non far fare scenografia; infatti, la prosa, soprattutto, in questo ultimo periodo si è molto ridotta. Ed anche l’operetta, che ha bisogno di una scenografia. Fano giochi di luce, per esempio, la Pausini ha lavorato moltissimo con la luce, ma non con un altro prospetto davanti a un prospetto antico; che credo non serva neanche a loro perché è così importante la localizzazione di un concerto all’interno e anche per teatri romani, che so, francesi, di solito si tende a non utilizzare una nuova scenografia, ma a giocare con le luci”.

Secondo lei, qual è la luce ideale sul teatro di Taormina?
“Per la visita, sicuramente, il mattino presto, e il pomeriggio tardo, il crepuscolo. Oggi, che è una giornata così limpida, è bello anche adesso, però è molto più bello nel pomeriggio. Io tendo a venire verso sera, quando il colore diventa un po’ più cupo, perché ha questa colorazione rosata, color rosa chiaro, che si incupisce, e per me, è più bello. Poi, c’è da dire che da noi c’è il pregiudizio che la maggior parte visitano il teatro tra le 13.30 e le 16.30, ma è un inferno. Sarebbe bello – dalla primavera in poi – poterlo aprire di notte e studiare – questo non può farlo un archeologo – l’illuminazione giusta, perché è un monumento bello di notte, perché l’Etna, per esempio, quando c’è la luna, è una cosa bellissima sia d’estate che d’inverno”.

Che colore assume il teatro con la luna in inverno?
“Dipende dalla stagione: adesso è bianca, d’inverno e d’estate è nera, però, la colata si vede con più evidenza”.

Non le è mai capitato di assistere al teatro con l’Etna che erutta e butta fuori lapilli e lava fino ad Augusta, annerendo tutti i tetti fino quassù?
“L’anno scorso, a dicembre, noi abbiamo avuto questa grande attività dell’Etna: esplosiva, con tantissime ceneri. Taormina e Naxos hanno avuto non quanta cenere! E chi vedeva lo spettacolo, vedeva anche la colata di color rosso. Non è tutta roccia: la montagna è nera ed è solcata da questo flusso di magma color rosso. E noi siamo privilegiati perché la maggior parte delle eruzioni dell’Etna, quelle magmatiche, fortunatamente, avvengono nella zona di Naso , nella Valle del Bove, che è nel Nord Est. Questa è una valle enorme, che riesce ad accogliere, altrimenti sarebbe più dannosa”.

Che cosa ha rappresentato il teatro di Taormina per questo versante della Sicilia orientale?
“Taormina è stata molto amata negli anni Sessanta, per i night più belli della costa, quando pulsava di una bella vita notturna e Catania e Messina non avevano night. Una vita notturna molto più simile a quella di Capri alla “Dolce Vita” romana di cui lei mi sta accennando. Il teatro non entra in questa fruizione notturna, è molto fruito di giorno non di notte. E’ molto importante per l’identità della città di Taormina: questo deve essere interpretato a giudicare dalla sua conservazione. I tanti monumenti, così ben conservati a Taormina, ha influito su questa città sia urbanisticamente sia sulla identità particolare in tutta la Sicilia, perché ha una fierezza, un’identità molto peculiare. E’ tra l’altro cosmopolita, perché più che essere visitato dagli isolani veniva visitato nel Settecento, Ottocento, Novecento dal mondo e questo ha influito sulla cittadinanza che è più cosmopolita di un’altra cittadinanza siciliana o di un’altra città siciliana delle medesime dimensioni. Però, queste sono tutte considerazioni antropologiche. Adesso vengono tutte le Scuole d’Italia, ma fino agli anni Cinquanta era un posto visitato principalmente da stranieri, ora c’è il turismo di massa”.

Il teatro è funzione, come diceva il grande Federico Fellini?
“Certo, raccontarlo come un monumento il teatro di Taormina è un monumento che non è una casa né una piazza, e questo si può chiamarlo finzione”.

Taormina di Messina, 10 aprile 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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