ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

2/10/15 - INCONTRI RAVVICINATI: LUCIANO ARICCI ("LA FENICE", VENEZIA)

Venezia non significa soltanto calli, canali, gondole, Piazza San Marco, Canaletto, Tintoretto, Carnevale, premio “Campiello”, ma anche il Teatro “La Fenice”. Ci prende per mano, nel viaggio tra il presente e il passato, Luciano Aricci, classe 1942, considerata la “memoria storica” del tempio che ci accingiamo a visitare.

Da dove partiamo, maestro?
“Da qui, dalla platea, il posto in cui avvenivano queste feste, quando nel 1790 – La Fenice nasce nel 1792 per volontà di un gruppo di famiglie di nobili veneziani capitanato dalla famiglia Tron; che non era neanche, se vogliamo, la più antica o la più aristocratica del gruppo delle nobildonne veneziane, perché c’erano i Mocenigo, i Gradenigo, i Gritti, i Giustiniani, tutti discendenti dai dogi, ma Venezia ha due conti Tron, (c’è un quadro di Vittore Carpaccio che le riprende) due fondamenta Tron e due Palazzi Tron, uno dei quali si chiama Zen Tron. Di cui vedremo nel modellino che si è salvato e che non era qui l’anno dell’incendio, ma era al Correr per un restauro, e con l’insegna della famiglia Tron, con una piccola frase “Capelli smodi”, cioè al modo di Bianca Cappello, che era una cortigiana del Cinquecento – Venezia è famosa per un quadro che c’è nell’Accademia delle cortigiane, che si erano fatto la tintura e con i capelli color rosso henna, che i turchi avevano importato a Venezia, e per non abbronzarsi ed una volta non era chic, nobile prendere il sole, ma voleva dire essere di campagna e non di famiglia nobile, in un’altana veneziana, prendono il sole, si asciugano i capelli con un gran cappello di paglia, senza la parte che copriva i capelli che si erano tinte con l’henna, di colore rosso , fulvo -. E il casale era invece, importato sempre dai turchi, paragonabile al mascara, al rimmel di oggi, che solevano sfoggiare mentre giocavano a carte sul tavolino”.

Nel 1790 pensano al teatro, in due anni lo costruiscono, poi?
“Il 20 maggio 1792 c’è la l’inaugurazione, con l’opera non di un veneziano, ma di Paisiello: “I giochi di Agrigento””.

E perché?
“Perché Venezia guardava sempre al Sud perché Napoli ha il teatro più antico, 1772, vent’anni dopo, 1813, ecco “La Scala” di Milano del celebre architetto Giuseppe Piermarini, bellissima costruzione, quella meneghina, con una fila di palchi, ma terza non certo per importanza, ma come anno di fondazione. Poi, contemporaneamente il Teatro massimo “Vittorio Emanuele” di Palermo, nel 1897”.

E, quindi, quanto alla “Fenice”, siamo alla fine della dominazione della Serenissima, o no?
“Eh, sì. Ecco le damine che entravano con tanto di mantellina non dall’entrata principale come la si vede oggi, perché, non essendo lastricata Venezia, le damine non potevano camminare con le scarpine, il lungo strascico, ma arrivavano in gondola, scendevano verso la parte che stavano restaurando. Tutti i palazzi belli, dove sono? Di là, e di qua, dopo la Salute e Piazza San Marco e poi il Lido. Le gondole portavano le damine qua, nell’ingresso, nel corridoio non illuminati – ed ecco spiegati i 5 incendi, quasi 6 - da lampadine ovviamente ma da candele; e bastava anche un leggero colpo di aria per far bruciare tutto il legno, compreso il sipario storico del palcoscenico, in francese, il “rideau” (anticamente e letteralmente, tenda), e così per 8 anni La Fenice è stato un teatro del Settecento. Poi, con l’arrivo dell’arrivo dell’Impero austroungarico di Sissi la giovane imperatrice, Francesco Giuseppe, è diventato finalmente un teatro, hanno messo le poltrone nella platea e non era più così solo una sala da ballo: il marito che accompagnava la moglie in platea, dove c’era la stanza per ballare; e poi anche lui prendeva un’altra gondola e se ne andava perché La Fenice è il settimo di sei casini di delizia, dove si poteva giocare a dama, a tria, a carte, a tarocchi. La prima regata Storica, quella del Redentore, a Venezia, con i galeoni dei dogi che portano i nobili a giocare, e che si tiene alla prima domenica di settembre ogni anno: io ci andai da bambino con mia mamma, che era toscana, e mi pareva di andare al palio di Siena”.

Nell’Ottocento, la Fenice non è più luogo di incontri e di divertimento, ma teatro d’opera…
 “Certo, non è più luogo di delizia, di incontri, ma le famiglie e gli amici vengono per assistere all’opera di Bellini, di Verdi, di Rossini, di Wagner, il quale per molti anni abitò – e morì - a Cà Vendramìn Calergi, quello che oggi è il Casinò. Il Palazzo conserva la sua maschera funeraria, le bacchette d’orchestra del maestro, i quadri, alcuni secondi atti composti all’interno del prestigioso edificio. Io stesso, di persona, ho potuto vedere e toccare una scritta di “Parsival” e “Lohengrin” in “va tu cigno, ‘o gentil”, in cui il maestro tedesco confessò che “l’idea me l’ha data un gondoliere che passava con la sua imbarcazione sotto Cà Vendramin Calergi, e cantava un’aria in veneziano”. Oggi nella parte centrale dell’imbarcazione hanno issato un’orchestrina, una fisarmonica e un cantante. Allora, remando, era il gondoliere stesso che cantava le arie veneziane (“Ninetta monta in gondola… che mi te porto al lido”), attraversando ora questo canale ora infilandosi in un altro. E si può affermare che Wagner sia stato un artista riconoscente sotto questo punto di vista. Il maestro, deceduto a Venezia, come sepoltura la volle all’estero, in Germania. Fino a qualche anno fa, c’era una signora, Doretta Panizzut Pes, friulana, morta di recente, nel 2012, figura di spicco nella attività di tutela di Venezia, che ha curato ogni suo ricordo. In inverno, per ripararsi dal freddo e dall’umidità, le gondole era chiuse dal felze, una custodia, sotto ogni damina con i cavalieri, mariti e cicisbei, e ogni damina aveva tre-quattro cicisbei, cioè dei giovani cavalieri (serventi), che non erano non erano addetti per gli amori un po’ forti, hard, ma erano una sorta di truccatori, costumisti, aiutanti in certe piccole avventure personali, mettevano i nei; che messi in una certa parte del volto o del corpo, vicino all’occhio o all’angolo della bocca per esempio, significavano questo o quel desiderio della damina. Rosalba Carriera, pittrice veneziana del Settecento, spiegava i significati; e che divenne famosa per ritrarre damine su tabacchiere. Ed anche i ventagli si sprecavano. Erano desideri anonimi, oppure un rimando del desiderio a una mezz’ora, un’ora dopo”.

Una “Fenice” rifatta, soprattutto, all’indomani dell’ultimo incendio…
“Come lei può già notare, qui all’ingresso, una volta le pareti erano foderate di marmorino puro veneziano e non invece, come oggi, da un tessuto a righe, a rettangoli. Incendio del 2004, l’allora sindaco, il prof. Massimo Cacciari suggerì di andare al Teatro Vielchi – che assomiglia molto al Teatro Massimo di Palermo, con nel frontespizio ritratto l’uomo con la biga romana –, e ricorda molto anche il teatro russo, “Il Bolshoj“”.

Parliamo de La Fenice sotto l’imperatore Francesco Giuseppe…
 “Di quel periodo non ho moltissime notizie, ma so che quando Venezia fece parte del regno austroungarico, la giovane imperatrice, molto bella, Sissi, la maritarono con Francesco Giuseppe, però, grazie a lei e a un principe di Ungheria tale Julia Andrass (di cui si vocifera un presunto innamoramento , c’è anche un Palazzo Andrass – mi sembra - anche a Trieste) Venezia fu annessa all’impero austroungarico che era composto da Venezia- Vienna-Trieste- Budapest . Sissi venne parecchie volte a Venezia, abitava non nel Palazzo Ducale, ma nel Museo Correr (c’è una bella stanza dedicata a lei, con una statua del Canova, e con una statua raffigurante Napoleone, recentemente restaurata dal Comitato per la Salvezza di Venezia).
 Il castello di Albuino, vicino a Trieste, venne costruito dall’imperatore Cecco Beppe, e che non portò molta fortuna, un po’ come Palazzo Dario a Venezia”.

C’era un’affinità tra il Teatro di Trieste e La Fenice?
“Giuseppe Verdi ha composto la “Traviata”, che poi vedremo adesso intestata a Giuseppe Sinopoli, il grande direttore d’orchestra nato a Venezia nel 1946 e morto a Berlino nel 2001, però, Verdi compose non tutta la” Traviata”, ma il secondo atto per la Fenice, in Venezia, e che poi fu fischiata la prima perché c’erano i wagneriani che non amavano questo giovane Verdi che debuttava e, quindi, anche Maria Callas, che debuttava alla Fenice con la “Traviata” non fu ben ricevuta perché c’era questo gruppo wagneriano. Allora, la prima interprete fu la cantante e soprano Fanny Salvini Zonatelli, una signora con i boccoli, così, con il collettino di pizzo di Burano, con il merletto di Burano. Non ebbe successo a Venezia, perché sono noiose e lunghe le note, e alla Scala. Successivamente, nel 1831, molte pagine furono tagliate, il secondo atto fu snellito e fu un trionfo”.

C’era competizione tra competizione tra La Fenice e il Teatro di Vienna?
“No, non credo perché ogni città aveva il proprio pubblico: Venezia aveva questo grande gruppo di aristocratici, che stava per finire, i cui nomi che insistevano tra il 1792 e i primi dell’Ottocento erano i Grimani, i Mocenigo, i Gritti, Barnabò, il conte Cini, Brandolini, la Giustinian Paolina Recanati, Valmarana, Albrizzi con ancora il Palazzo a San Polo, che arrivarono qui da Bergamo…”.

Perché si chiamava La Fenice?
“Perché il primo architetto, Giannontonio Selva e il secondo Giovambattista Meduna (colui che aveva fatto il palco reale; che non esisteva nel 1792 perché non c’era il re e non ce n’era bisogno, ma c’erano soltanto quattro palchi in cui prendevano posto le signore nobili). Quando scoppiò il secondo incendio, venne anche Napoleone, il primo incendio avvenne nel 1792, il secondo nel 1813, venne Napoleone I al palco reale costruito dal Meduna con la prima moglie, la creola Josephine Beauharnais, originaria da Martinica, l’isola delle Antille, chiamata “Josephine la Creole””.

Cosa ha rappresentato per la venezianità il Teatro La Fenice?
“Era un luogo di incontro, il settimo di sei casini precedenti, quindi, era l’ultimo, e pensiamo che vita licenziosa aveva. Tra i primi, il casino di delizie Gradenigo . Un altro casino di Venezia, è quello dove si vede ancora un rettangolo con una grata, dalla quale il cicisbeo guardava, e avvisava, perché quando i mariti accompagnavano le signore qua, andavano a loro volta in un altro luogo di piacere per conversare amabilmente con altre persone . Il marito, poi, tornava a prendere la moglie che era dall’altra parte (una specie di scambio di coppia, si userebbe chiamare oggi). E il cicisbeo, guardando dentro la grata, era pronto ad avvisare la moglie circa l’arrivo del marito. Idem succedeva a Palazzo Grassi, quello che va qui, verso l’Accademia, dove c’era una scala, sulla promenoir, che veniva imboccata dalle donne nobili e sotto i cicisbei mettevano a posto le gonne. E a Venezia erano molto peccaminosi ”.

L’Ottocento?
“Nel 1800 finalmente vincono Verdi, Bellini, Rossini, La Fenice non è più un casino di delizie, ma diventa un teatro lirico; ci si accomoda in platea, la gente non danza più, ma viene alla Fenice per gustarsi l’opera”.

Curiosità accadute alla Fenice, litigi, gran rifiuti, Rudolf Nurejef è venuto?
“Due volte, ma non ha ballato con la Fracci, ma con l’Elisabetta Terabust. Altra cara amica mia, ballarono “Giselle”: le prime quattro Nurejev-Terabust, le seconde due la Maria Grazia Garofoli-Ciril Antanasov, ballerino dell’Operà di Parigi, Jean Diederix, figli degli immigrati della rivoluzione russa, i cui genitori scapparono dalla Crimea, dall’Ucraina a Parigi, nascevano però a Parigi, un’altra mia amica era Sirena Adjemova Dolguruchi che aveva studiato con Serg Lifar, detto “Cincillà” per la mesche di color grigio-bianca in testa (abitava al Danieli”) , colui che chiuse gli occhi a Sergei Diaghilev, al “Des Bains” stanza n.41, il creatore dei balletti russi di Montecarlo all’hotel “De Bains” al lido. Che allora non era un albergo, ma una villa. Io, Carla Fracci, il padre greco archimandrita Cherubin Melissianos, l’indiano Ram Gopal, scrittore di un famoso libro di danza indiana, ci recavamo al Cimitero a pregare sulla tomba di Diaghilev; che non volle essere sepolto in Russia, ma a Venezia”.

La Renata Tebaldi?
“La cosiddetta “voce d’angelo”, Renata Tebaldi, l’avrò sentita venti, trenta volte , poi, il tenore Pier Miranda Ferraro, veneto, che ha cantato quattrocento volte”.

Luca Ronconi, cosa ricorda del grande regista?
“Una “Carmen” con Regina Resnik, soprano e mezzosoprano, suo marito, il lituano Arbit Blatav ,

Non serba un particolare della grande, “La divina” Maria Callas, Maria Sofia Cecilia Kalogheropulos?
“Io l’ho conosciuta negli anni Settanta come regista, con Di Stefano suo grande partner, alla riapertura del “Teatro Regio” di Torino, nei “Vespri siciliani” di Giuseppe Verdi, in cui ballava Natascia Bakanova, la seconda che chiese asilo politico dopo Nurejev, ma la Callas sempre come regista. Il soprano era Reina Kabaivanska, bulgara, il tenore era il bolognese Gianni Raimondi. Pavarotti è venuto qua, con la prima moglie, la signora Adua Veroni: cantò il “Ballo in maschera” di Giuseppe Verdi. Roberto Bolle è venuto l’altr’anno, e ballò anche in piazza. A mio tempo, in estate si facevano dei balletti anche in Piazza San Marco , dando le spalle alla chiesa, guardando il Correr, e il palcoscenico. Placido Domingo? Anche lui con la Katia Ricciarelli, nella famosa “Giovanna d’Arco” di venerdì, nel 1951, che dopo la Tebaldi alla Scala nessuno cantò, fu il debutto, qua alla fenice di Venezia, di Katia Ricciarelli. Che era fidanzata con Josè Carreras. Posso dire di aver avuto la fortuna di aver sentito Renata Tebaldi e Mario Del Monaco, o dopo con Franco Corelli, in “Otello”, a Palazzo Ducale, qui a Venezia. Allora ero ispettore di sala, mi dividevo una sera sì una sera no tra Palazzo Ducale e La Fenice”.

Un particolare episodio accaduto alla Fenice?
“Stavo per venire a prendere Mario Del Monaco all’Hotel Fenice, qui accanto, usciva tutto truccato da Otello, il Palazzo Ducale non aveva camerini, con questi grandi stivali, alti perché era gran bello di viso ma non molto alto di statura, aveva in tasca un pennarello (aveva capito che l’inchiostro delle penne bic si smarriva dopo un po’) rosso e blu per fare le dediche. In piena estate, uscire con quel caldo soffocante, agosto, con quella gabbana, e lui, generoso, faceva il percorso più lungo per andare a Palazzo Ducale per poter firmare più autografi, o cartoline portele dai suoi fans. Ed era un’eccezione, perché il cantante è superstizioso e vuole firmare autografi solo alla fine”.

Superstizioni?
“Normalmente, puntando le corna verso il palcoscenico, si esclama: “Mer…, mer… , mer…”, sì, per tre volte affinchè la rappresentazione riuscisse al meglio. Ricordi di superstiziosi? Pavarotti, poi, la Fracci, che in camerino aveva due bamboline orientali, il suo succo di arancia, la ballerina milanese Liliana Cosi aveva un orsetto di peluche. Ho trascorso la vita nei camerini, guardavo tutto, costumi, trucchi, i tutù. Per Franco Corelli, chiamato “coscia d’oro” per la bellezza e per la forma della sua gamba, e ogni volta che doveva esibirsi in “Carmen” o in “Otello”, non si recava in una normale sartoria, ma si recava da un certo soprannominato “Repetaut” Parigi, un italiano, Repetto, famoso creatore dei collant di ballerine e ballerini (a Mario Del Monaco). E, quando io accompagnavo queste contesse alle prime nel suo camerino per un autografo, mi consigliavano di farsi spacciare per i nomi delle nobili, i cui antenati avevano iscritto sulla lapide all’ingresso de La Fenice, pur di conoscerlo, magari, toccargli la coscia”.

Teste coronate alla Fenice?
“La Camilla Parker Bowles col principe Carlo; l’anno dopo, Sara Diba, l’ultima imperatrice di Persia, che abitava a Parigi, seconda moglie dello scià Reza Pahlavi. Sara Diba, mamma di tre figli, abbiamo appreso che l’anno successivo alla sua venuta a Venezia, il figlio maschio si suicidò a Parigi, buttandosi dal balcone. A me piaceva accompagnare queste signore del sabato pomeriggio, che facevamo entrare mezz’ora prima dell’orario di ingresso al pubblico, e salpavano già alla mattina presto da un po’ tutte le province venete, armate di ventaglietto, guanti ricamati, binocolo e lorniette d’oro, ovvero piccolo binocolo od occhialetto tipico da teatro. Tra i Presidenti della nostra Repubblica italiana, Giovanni Leone con donna Vittoria, i francesi Georges Pompidou con la moglie e Paul Oriol. L’ultima signora, l’ultima vip che io ho visto arrivare qui in gondola è stata la collezionista d’arte statunitense Peggy Guggenheim. Nipote del famoso Solomon, proprietario di quel popò di Museo davanti al Metropolitan Opera House. Arrivò con una gondola nera, con il felze, cioè il casottino issato a metà circa dell’imbarcazione, che poggiava sui cavallucci marini - una volta molto lucidi, per farli meglio luccicare in estate, col sole - in ottone con cordoncino rosso o giallo (da lucidare col sidol in ottone) per proteggerla, mentre i 4 gondolieri restavano all’intemperie. E, una volta scesa, dava la mancia a una maschera perché custodisse i suoi 4-5 cagnolini”.

La polvere della Fenice e il colore delle sue luci?
“Quelle che vede oggi sono dei Swarovsky; lampadari non fatti a Murano, ma tutti risalenti all’Impero austroungarico e tutti rigorosamente Swarovsky. La polvere è il rosso veneziano, un rosso cardinalizio. Ora è il colore della moquette, allora, era bianca e veniva cambiata ad ogni Prima. La luce è il colore della luna di sera. Guardi i riflessi di questi Swarovsky, quel nulla di verdino, bianchino, azzurrino”.

Le sue opere preferite?
“Sono nato in Toscana, per via della mamma; la quale mi ha educato alle opere di Giacomo Puccini, quindi, “Boheme”, “Madama Butterfly” e “Tosca”. Per quanto riguarda i balletti, bè, “Il lago dei cigni”, “Schiaccianoci”: mia mamma mi accompagnava d’inverno, a Natale, sotto la neve. Poi, l’”Elettra” di Richard Strauss con la soprana nordeuropea Ingeborgh. Le mie tre soprano preferite, invece, sono “La stupenda”, Joan Sutherland, nata a Sydney, “la divina” Maria Callas e “la voce d’angelo”, ovvero la Renata Tebaldi, in “Ifigenia in Taulide” o “In Aulide”: non può un soprano meraviglioso deludere”.

Il più grande trionfo e il più clamoroso flop qui, alla Fenice?
“Il trionfo della Tebaldi in “La Boheme” sia qui che a Palazzo Ducale. Una steccata, quella di Luciano Pavarotti in un “Ballo in maschera”, però, il pubblico capì un improvviso abbassamento di voce del maestro (incidente normale), si alzò in piedi ad applaudirlo”.

Il grande rifiuto?
“Non ne abbiamo avuti; chi era stato contattato prima, non ha poi disdetto”.

E passiamo al foyer del teatro La Fenice…
“Eccoci qui, all’altezza dell’ingresso del teatro, alle Sale Apollinee: qui vediamo un bellissimo Apollo completamente ricostruito. Al mio tempo, era già tutto distrutto. Vedono che Apollo, il dio della bellezza maschile, non ha i suoi strumenti ( bicipiti, tricipiti, quadricipiti, carotide nostra non dovrebbero superare le due spanne dall’inguine al ginocchio per la bellezza classica; che era vista migliore nell’uomo), però, lui, Apollo, con questo calzare, ha la sua lira seduta, un piccolo flauto, il canone di Policleto, ma non suona nessuno dei due strumenti e guarda il cielo. Perché? Perché lui sapeva che Giove, re dell’Olimpo, trasformò nella discesa in 4 vere colombe, una invece era una vera donna; e Giunone si tramutava in colomba per scoprire l’infedeltà del marito Giove, re degli dei; che era un vero birichino, che si recava nell’Olimpo per intrattenersi con altre signore. Un Apollo effeminato, più femminile, in ossequio all’omosessualità diffusa allora, con questa mano un po’ lunga, sotto la clamide, un mantello corto e prezioso”.

Entriamo nel teatro ora.
“Entrando nel teatro, ecco, in alto a sinistra, il simbolo della Fenice, che guarda alla sua destra, l’uccello mitologico orientale che dopo 5-6 incendi, muore e risorge, quasi a prevedere i 5 grandi incendi nei suoi 250 quasi anni, e dopo che in origine il teatro era chiamato “Il Casino dei nobili”. Le cariatidi che vediamo sono polene che una volta campeggiavano sulle gondole e che erano il simbolo delle ricche famiglie nobili veneziane, quelle dei Mocenigo, dei Giustiniani, Giustinian (i primi proprietari dei palchi), dei Gritti, Donà Dalle Rose, Recanati; oggi in legno, quelle polene, dipinte di rosso, una volta cosparse di coralli rossi di Torre del Greco. Venti famiglie veneziane commissionano a 29 architetti della nostra Penisola il progetto di fare questo teatro – il vincitore sarà il 39enne Antonio Selva -. E lo stesso Selva pensa a decorarle, le polene, con coralli rossi di Torre del Greco. Immaginiamo nel 1792 questa stanza vuota, solo sala da ballo, via tutti i riflettori, via tutto, il lampadario centrale che scende ancora una volta all’anno per le pulizie, invece che le lampadine-candele, sale da ballo. Ogni palco ha il suo specchio ed aveva un mobiletto, che oggi non si vede, e che serviva da piccolo vespasiano, da minuscola toilette, il vasetto dove le mamme mettevano i bimbi per fare popò: il pot de chambre, il vasetto da camera, sistemato dentro il mobiletto del palco. Il sipario fatto di velluto, con i fiori del giglio. Poi, il palco reale, che all’inizio della fondazione del teatro non c’era, ma venne costruito più tardi, nell’Ottocento, esattamente nel 1813, dopo il secondo incendio, ed erano 4 palchi e perché l’Italia aveva un re. Quattro palchi che vennero unificati per la Casa Savoia, visibile con lo scudo crociato. Il vincitore allora fu Giovambattista Meduna. Ed ecco un omaggio a Napoli: vedete quel dipinto centrale? Ebbene, quella è la riva di Chiaia a Napoli, dove campeggia il Castel dell’Ovo, e adesso c’è Capri; vediamo gli amorini, Tersicore, dea della danza, e Melcomene, dea della prosa, perché facevano danza e prosa qui; i crotali, altri amorini con i pifferi. Tra il 1790 e il 1792, con i mezzi di allora, pensiamo ai mezzi, le barche fatte di legno di Alpago, nel Bellunese, il rivestimento del Teatro era fatto di quel materiale, il quale si difese bene dagli incendi di allora. Come le colonne che c’erano qui all’ingresso del teatro in stile dorico, di marmorino veneziano, ma oggi meno vistose, meno prestigiose ”.

Cos’è il teatro per lei, Luciano?
“Una parte della mia vita, conosciuta all’inizio grazie a mia mamma, Maria Migliorini, che mi accompagnava ed assistevamo dal loggione. A 6-7 anni misi per la prima volta il piede dentro La Fenice; a 26 anni, invece, fui strutturato, dopo il diploma di Ragioneria. Oggi trascorro gran parte della mia giornata qui: arrivo intorno alle 10.30, 11.00 del mattino e poi me ne riparto alle 17.00. Sì, “La Fenice”, questo teatro è una mia seconda casa oramai. Mio padre era un operatore di cinema, sa, quei pesanti macchinari che si vedono nel film “Nuovo cinema Paradiso”? Lavorava in Biennale, per guadagnare un po’ di soldini in più e per pagare la legna d’inverno, perché la casa non aveva riscaldamento: andava o a legna o a carbone. Io il pane non l’ho conosciuto: ricordo nel dopo Guerra la pastasciuttina del giorno riscaldata alla sera, i tortellini appena alla domenica, sì, quelli fatti col mattarello da una mia zia; fame mai, però, non da buttarli via. Mia madre, fiorentina, era del 1908, e ricordo il suo verbo “vai e spengi il lume”, cioè “spegnere”. Mi regalò una “Divina Commedia” decorata da Gustav Dorè, che quando la tocco, mi viene in mente lei, perché per me è una sorta di reliquia”.

Venezia, 18 aprile 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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