ULTIMA - 21/3/19 - SEMIFINALI DI COPPA VERONA: SAVAL "CORSARO" A GAZZOLO

Ieri sera si sono giocate le partite di andata delle semifinali della Coppa Verona 2018-19 che mette in palio, oltre al prestigioso trofeo, anche un posto nel prossimo campionato di Seconda categoria 2019-2020. Sfortunata la gara per il Gazzolo 2014 del presidente Paolo Valle che alla fine ha perso 1 a 2 in casa contro il bravo e fortunato Saval Maddalena
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INCONTRI VIP'S

1/10/15 - INCONTRI RAVVICINATI: MONS. GIOVANNI D'ERCOLE

D’ERCOLE, “COLONNA” DI DON ORIONE

Monsignor Giovanni D’ercole nasce a Morino, in provincia di L’Aquila, il 5 ottobre 1947. Entra nella Piccola Opera della Divina provvidenza di San Luigi Orione e viene ordinato sacerdote il 5 ottobre 1974, già, proprio il giorno del suo 27mo compleanno. Compie gli studi di Filosofia e di Teologia presso la Pontificia Università Lateranense e consegue la licenza e il dottorato in Teologia Morale presso l’Accademia Alfonsiana della Pontificia Università Lateranense in Roma. Dal 1976 al 1984 è missionario in Costa d’Avorio e più tardi riceverà il titolo di cavaliere dell’Ordine Nazionale del Paese africano. Dal 1987 al 1990 ricopre l’incarico di vice-direttore della Sala Stampa della Santa Sede, con allora direttore Joaquin Navarro Valls. Nel 1990, il cardinale piacentino Agostino Casaroli – allora Segretario di Stato – lo chiama a lavorare alla Segreteria di Stato della Santa Sede, e nel 1998 diventa Capo Ufficio della 1^ Sezione degli Affari Generali della Segreteria di Stato. E, così fino al 2009. Dal 2014, il 12 aprile, è vescovo di Ascoli Piceno, conosce diverse lingue (inglese, francese, spagnolo, russo e portoghese). Giornalista professionista, collabora al quotidiano dei vescovi, “L’Avvenire”, poi,è conduttore di alcune rubriche religiose in Rai. Ha collaborato anche con l’emittente televisiva cattolica “Telepace”, con “Radio Maria”. Oggi è direttore delle riviste “Don Orione oggi” e di “Crescere”. E’ Commendatore al Merito della Repubblica italiana dal 2007.

Monsignor Giovanni, ha mai giocato a calcio?
“(Sorriso) Sì, ho cominciato quando ero ragazzo, ma non sono mai stato una stella del pallone, tant’è vero che ho cominciato giocando in attacco, poi, mi hanno detto che giocavo meglio in difesa, poi, ho finito per fare il raccattapalle e ho così capito che non era per me il gioco del calcio”.

Fede verso Gesù e “fede calcistica”?
“Io sono tifoso della Lazio. Lo sono diventato perché quando ero un giovanissimo sacerdote mi hanno mandato a fare il cappellano al carcere minorile di Roma “Casal del marmo” ed erano tutti romanisti. Ed, allora, per poter entrare in dialogo con loro, sono diventato laziale e così il contrasto sportivo romanisti e laziali mi ha fatto entrare con loro ed era un’occasione con cui agganciavo il discorso, per poi portarlo altrove. Facendo, come diceva entrare don Orione, entrare con la loro, per poi uscire con la nostra”.

In questo libro parliamo dei più noti teatri d’opera d’Italia: ha mai fatto teatro, le piace il palcoscenico?
“Da bambino facevo teatro: ho cominciato a far teatro dall’età di 7 anni e ho fatto anche scuola di teatro, facevo effettivamente teatro, commedia. Ho fatto questo, grosso modo, fino all’età di 20 anni, poi, dal teatro sono passato a fare il presentatore di spettacoli e poi sono diventato conduttore televisivo”.

Le opere liriche che l’appassionano di più?
“Ma, guardi, le opere liriche le ho viste tutte, quelle italiane, dal “Nabucco” al “Barbiere di Siviglia”, la “Boheme”, “Madama butterfly”, le ho viste, mi piace la lirica, ma preferisco la commedia, non tanto la commedia all’italiana, ma le opere, meglio le tragedie alla Thomas Becket, alla William Shakespeare, o, addirittura, quelle greche di Sofocle, Euripide, Eschilo”.

Più pucciniano, verdiano o rossiniano?
“Più verdiano”.

Adesso le facciamo fare il cittì di un’ipotetica Nazionale degli ultimi pontefici, da Giovanni XXII, il “Papa buono”, a Papa Francesco. Trova fuori per loro un ruolo calcistico?
“Mah, dunque, sicuramente Giovanni Paolo II lo metterei come attaccante di sfondamento”.

Lei le è stato vicino, in qualità di vice-direttore della Sala Stampa della Santa Sede…
“Sì, gli sono stato vicino e ho visto che aveva un coraggio incredibile. Un centravanti oppure un’ottima ala sinistra di sfaldamento, in questo caso. Invece, Benedetto XVI lo metterei piuttosto nel ruolo di allenatore, capace di consigliare con molta prudenza, e, quindi, non lo schiererei in campo perché mi pare molto delicato. Giovanni XXIII sicuramente, con la sua bontà, parerebbe tutto, e Paolo Vi lo metterei in difesa, però, in una difesa mediana, cioè a difendere e allo stesso tempo, quando serve, ad andare in attacco”.

Come lei ha schierato tra i pali l’arcivescovo di Firenze, il cardinale di Napoli Crescenzio Sepe, perché Papa Roncalli era così buono che seppure in vantaggio di due reti, si faceva apposta passare altrettanti gol perché alla fine non ci fossero né vincitori né vinti, regnasse la concordia”. Ecco, passando alla prossima domanda, un ricordo di San Karol Woityla?
“Uno dei ricordi che mi rimane stretto nel cuore è la visita di Gorbaciov: fu la prima visita di un Capo comunista dopo la caduta del muro di Berlino. Gorbaciov veniva in Vaticano a visitare il Papa e fu veramente qualcosa di straordinario: vidi il Papa che passeggiava – tra l’altro Gorbaciov arrivò con venti minuti di ritardo – recitando il rosario e il Segretario del Papa mi sussurrò “Vedi tutta la notte Giovanni Paolo II è rimasto in preghiera perché quello di oggi è un incontro storico”. E fu veramente un incontro storico”.

Il cardinale Achille Silvestrini e il cardinal francese Jean-Louis Tauran – il porporato che mise il palio a Papa Francesco subito dopo la sua elezione a successore di Papa Ratzinger - impartì l’estrema unzione a Papa Giovanni Paolo II…
 “E’ vero!”

A livello sportivo, a quale disciplina ha mantenuto… fede?
“Mah, io sono un maratoneta. Ho fatto molte maratone, ho cominciato a correre all’età di 40 anni, purtroppo – avessi cominciato prima, avrei potuto fare molto di più - , ma avevo il complesso di non essere capace a fare sport e quindi di non farcela a correre perché avevo avuto qualche problema di salute da bambino e quindi non mi facevano fare sport. E, poi, quando invece ho cominciato a fare i primi passi – correvo un minuto e poi camminavo piano – sono riuscito, dopo 8 mesi, a fare la prima Maratona a New York, con 3 ore e 53 minuti, quindi, un buon risultato, che poi sono andato migliorando fino a 3 ore e 15”.

Il suo idolo calcistico, Felice Pulici, il portiere del primo scudetto della Lazio?
“No, era Giorgio Chinaglia”.

“No, ho giocato poco in porta, perché mi sono messo proprio quando non ero capace in attacco e vedendo che magari non funzionava anche in quel ruolo, non volendo uscire, retrocedevo tra i pali. Eppoi, quella volta che finii in porta, mi fecero subito gol. Però, devo dire la verità: da bambino tifavo Fiorentina, poi, cambiai squadra quando andai, come ho detto prima, a fare il cappellano militare al carcere minorile. E iol mio idolo era Luciano Chiarugi, ala sinistra”.

Specialista, Chiarugi, ed anche la baffuta e mancina punta Massimo Palanca, del Catanzaro, nel fare gol direttamente dalla bandierina del calcio d’angolo…

La felicità, in cosa consiste?
“La felicità, per me, consiste nel vedere felicità, nel veder sorridere gli altri, anche se ci costa fatica, ma la felicità è vedere gli altri felici.

Se non avesse fatto il sacerdote?
“Se non avessi fatto il prete, avrei voluto fare il prete, non vedo altra alternativa alla mia vita”.

La bellezza?
“La bellezza, invece, per me, è il riflesso della verità, che si traduce in bontà”.

Quand’è che ha pianto di grande dolore l’ultima volta?
“Forse, quando è morta mia sorella; che per me era stata una mamma, perché io ho perso la mamma quand’ero bambino”.

Cos’è che la commuove di più nella vita di tutti i giorni?
“Ciò che mi commuove di più nella vita di tutti i giorni è vedere quando soffro la gente semplice, che è indifesa e ha bisogno di aiuto. Mi commuovo davanti alla gente che ha bisogno e che è indifesa; e mi sento veramente commosso, spinto a fare veramente qualcosa per loro”.

Il suo motto episcopale?
“”In manos Tuas”, “Nelle Tue mani”: e sono le ultime parole di Gesù sulla Croce, e che corrisponde in fondo a “Nelle Tue mani, o Dio, metto il mio spirito”, e nelle mani di Dio ho messo la mia vita e sono felice di averle messe in mani sicure”.

Mi è stato detto: “Ascolta il grido, le ultime parole di colui che muore, sul letto di morte, perché l’ultimo grido di Gesù sulla Croce””. ..
“Sì, oggi c’è tanta gente che muore anche senza morire perché in giro c’è tanta sofferenza, c’è tanto bisogno, e ascoltare il loro grido è per me sentire veramente la eco di Gesù che continua la sua passione nel volto e nella vita di tanta gente. Forse anche nella mia e nella tua, nella nostra”.

Andrea Nocini, per www.pianeta-calcio.it, 30 settembre 2015

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