ULTIMA - 21/5/19 - MARCOLINI SCARPA D'ORO, PASSARIELLO SUPER-BOMBER DI TERZA

Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

9/10/15 - INCONTRI RAVVICINATI: FRANCESCO REGGIANI (OPERA DI ROMA)

Non poteva chiamarsi in altra maniera la piazza che ospita il Teatro dell’Opera di Roma: Beniamino Gigli, il noto tenore marchigiano (di Recanati, 20-3-1890, ultimo di 6 figli, Roma 30-11-1957), le cui arie – per chi si reca oggi nel paese natale di Giacomo Leopardi – risuonano della sua inconfondibile voce. Chi ci fa auscultare il “battito” del teatro è Francesco Reggiani, umbro di Spoleto, Sovrintende del politeama della nostra Capitale.

La “polvere” del Teatro dell’Opera di Roma?
“Qui di polvere ce n’è di meno rispetto ad altri teatri perché dal “Bellini” di Catania al “Massimo” di Palermo è uno degli ultimi teatri all’italiana, costruiti nel nostro Paese. E’ un teatro, quello capitolino, che ha un’identità culturale ben definita e diversa dalle altre grandi Fondazioni Liriche, ed è un teatro che è stato inaugurato nel 1880 – esattamente il 27 novembre – con l’opera “Semiramide” di Gioacchino Rossini”.

Quale particolarità ha il Teatro dell’Opera di Roma?
“Innanzitutto, si inserisce storicamente nell’avvento di Roma capitale e l’altra grande particolarità è che, anziché essere stato edificato con i soldi pubblici, per volontà della cittadinanza, viene edificato da un singolo privato: un impresario edile, Domenico Costanzi, che voleva compiere un ultimo affare della sua vita; aveva saputo in anticipo che da lì a poco sarebbe stato demolito Teatro Apollo a Tor di Non, per lasciare il posto ai muraglioni del Tevere, e lui disse: “In questa Roma, che sta crescendo, io costruisco un teatro, poi, lo vendo al Comune, e – già ricchissimo – io investo le mie sostanze, ci rifaccio un guadagno sopra e passerò alla storia per questa idea. Fece, però, i conti senza l’oste perché il Comune si rifiutò di comprarlo e lui si dovette trasformare da impresario edile a impresario teatrale, non avendone le opportune capacità, e soprattutto non aveva – come si dice oggi – il no-out - . Però, ebbe un intuito: intorno al 1889 si rivolse a un venditore, che era Edoardo Sonzogno, il quale si inventò il Concorso per Opere Nuove. Alla 2^ edizione si presentò un giovanotto di 26 anni, che si chiamava Pietro Mascagni, il quale partecipò con l’opera sua che sarebbe diventata la più famosa – “La cavalleria rusticana” -. L’opera arrivò seconda, ebbe il diritto di essere rappresentata e il 17 maggio 1890 vide la luce sul palcoscenico dell’allora Teatro “Costanzi”, ed ebbe un successo enorme. Narro questo episodio perché è un aneddoto che crea l’immagine, soprattutto, l’identità culturale del Teatro dell’Opera di Roma, di quello che sarebbe stato appunto poi il Teatro dell’Opera: perché qui nasce l’opera verista e tutto il grande teatro del Novecento. Del Novecento musicale; per cui dalla generazione del 1880 – Elsa Respighi, Ildebrando Pizzetti, Alfredo Casella e quant’altri: Umberto Giordano, Licinio Refice, Francesco Cilea, e in particolare Giacomo Puccini; che amava tantissimo questo teatro. Dico questo per la differenzazione che c’è tra gli altri due altri teatri italiani, i due più grandi, che sono “Il Teatro di San Carlo” di Napoli – che è il punto di riferimento dell’opera tardo settecentesca, per cui Giovanni Paisiello, Domenico Cimarosa, Gioacchino Rossini stesso – e “La Scala” di Milano, che ha l’identità e l’immagine della grande Operà dell’opera romantica – Vincenzo Bellini, Giuseppe Verdi, in particolare -, ebbene, noi siamo il teatro, dove nasce l’opera verista e si inaugura la grande stagione del teatro musicale del Novecento”.

Quali le grandi trasformazioni subite dal teatro dell’Opera di Roma?
“Sono state due, in particolare: Costanzi morirà nel 1898 quasi in povertà, e non ricorderà la vendita del teatro al Comune – quando passa a gestione pubblica; che avverrà solo nel 1926 - . In questa data il teatro – c’è la targa ancora che lo ricorda sull’arco scenico – viene acquistato dal Comune di Roma, e viene inaugurato nuovamente col nome di “Teatro Reale dell’Opera” con un’opera di Arrigo Boito, “Nerone”. La serata inaugurale fu il 27 febbraio del 1928. E’ un teatro che ha avuto un’importanza particolare, anche perché in esso si sono esibiti i più grandi, a partire dal “Costanzi”, e fino a quando è diventato “Teatro Reale dell’Opera” e poi, coll’avvento della Repubblica, Teatro dell’Opera. E qui hanno diretto Arturo Toscanini, Edoardo Vitale, Vincenzo Bellezza, Oliviero De Fabritiis, per parlare degli italiani. Tra gli stranieri, i più grandi, fino a Herbert Von Karajan, fino a quelli dei giorni nostri, non ultimo Riccardo Muti. L’indiano Zubin Mehta, sì, anche lui: ha diretto a Caracalla anche un’”Aida”, di cui abbiamo la registrazione, ed è straordinaria. Poi, abbiamo avuto una stagione felicissima, a parte l’anno in cui lo stesso Mascagni fu direttore artistico tra il 1909 e il 1910: aveva un caratteraccio, forte e non durò più di un anno perché litigò con l’allora direzione, con l’allora gestione – che era di tipo impresariale, gestita da una società che si chiamava Sti, acronimo che sta per Società Teatrale Internazionale – e Mascagni abbandonò. Ma, la grande stagione comincia a partire dal 1935, quando Tullio Serafin viene nominato direttore artistico; e lo rimarrà dal 1935 fino al 1943. Serafin assieme a Toscanini è stato il più grande direttore d’orchestra italiano della prima metà del secolo scorso, Serafìn aveva una grande capacità manageriale: diede l’impostazione generale, cioè indicava come doveva funzionare ed essere strutturato il teatro sia per nell’organigramma sia sul piano della programmazione artistica. Avendo sempre un occhio di riguardo e di attenzione per quella che era l’allora contemporaneità. Famosa nel 1942, eravamo in piena Seconda Guerra mondiale, una stagione di opere contemporanee, nella quale fu addirittura rappresentato “Il Wozzeck” di Alban Berg, con costui proscritto dai tedeschi, dalla Germania di Hitler, perché considerata “musica degenerata”. Lui ebbe non solo il coraggio, ma volle affermare la supremazia dell’arte rispetto a determinate indicazioni. E il 3 novembre 1942 il “Wozzeck” fu rappresentato in questo teatro”.

Teatro che ha avuto un suo dinamismo, o no?
“Un teatro, sì, che è stato poliforme soprattutto nei primi 40 anni. Consideriamo che in questo teatro vigeva il concetto che bisognava macinare delle economie e si faceva anche la prosa; in sei mesi si faceva prosa e operetta, e sei mesi in cui si faceva stagione lirica. Nei sei mesi in cui venivano date le grandi compagnie di prosa – qui ha recitato Eleonora Duse nel 1901 “La Francesca da Rimini” con Gabriele D’Annunzio in sala – la Compagnia del Teatro “Costanzi” si trasferiva in America del Sud per fare la cosiddetta “Temporata” e gestendo, addirittura da qui, i maggiori teatri del Sud America (dal “Colòn” di Buenos Aires, fino al Cile, al Brasile e quant’altro). Teatro che è stato aperto alla modernità: ospitò nel 1911 la prima venuta in Italia dei “Balletti russi” diretto da Sergej Pavlovic Diagilev, con Vaclav Fomic Nizinskij, Michel Fokine e gli altri grandi interpreti di quel periodo, ospitò due grandi serate di musica futurista (fu eseguita nel 1913 la sinfonia “Inno alla vita” del musicologo di Lugo di Ravenna Francesco Balilla Pratella, suscitando si può immaginare che clamore e scontri fisici, con Marinetti arrestato. Teatro, quindi, molto vivace e ricco di aneddoti)”.

Altri aneddoti?
“Per quanto riguarda la prima di “Cavalleria rusticana”, i primi due interpreti – che erano anche marito e moglie nella vita – Gemma Bellincioni e Roberto Stagno (nome d’arte di Vincenzo Andrioli) , con la moglie profondamente superstiziosa – e allora il Teatro aveva programmato la messa in scena il 13 maggio; siccome in teatro il 13 non è un numero fortunato, lei fece in maniera tale da spostare la prima al 17. Poi, come tutti i grandi teatri lirici, quello dell’Opera di Roma ha passato diverse traversia perché il teatro lirico purtroppo ha inventato il genere, il luogo dove si fa noi italiani e questo è il “made in Italy”: il genere, il luogo dove si fa e come si fa. Però, abbiamo inventato anche lo spettacolo più costoso del mondo e l’abbiamo esportato altrettanto in tutto il mondo: non c’è città piccola, medio-grande in tutto il globo che non ha la propria stagione lirica, sia di produzione o di ospitalità. E, questo ci ha permesso soprattutto una cosa: di esportare la nostra lingua. Se non ci fosse stato il melodramma, a partire dal recitar cantando, fino al melodramma, all’opera verista e quant’altro, la nostra lingua non sarebbe stata veicolata in maniera così pressante, diffusa e presente”.

Di modernità, cosa è stato rappresentato qui, all’Opera di Roma?
“Eh, il modernismo è stato rivoluzionario sotto un certo punto di vista riguardo la scenografia; per quanto riguarda la parte scenografica, il teatro stranamente in una città come Roma che era stata lontano dalle grandi rivoluzioni in borghese, arriva intorno ai primi del 1900. Il primo esperimento fu quando Giacomo Balla fece le scenografie per i “Balletti russi” di Djagilev qui. Poi, invece, nella produzione, nel 1919 qui venne Pablo Picasso, che realizzò le scenografie per “El sombrero de tres picos” (“Il cappello a tre punte”) del compositore spagnolo Manuel De Falla. E, da allora abbiamo avuto un rapporto privilegiato, che è costante, continuo e ancora tutt’ora utilizzato, un rapporto con i grandi artisti figurativi allora viventi, oggi, contemporanei ed oggi non più viventi. Abbiamo avuto una grande collezione che va da Enrico Prampolini, a Emilio Greco, a Duilio Cambellotti, fino ad Alberto Burri, Giorgio De Chirico, Renato Guttuso, Filippo De Pisis, Felice Casorati, Domenico Purificato, Alexander Calder : c’è stata sempre questa osmosi forte, voluta dal teatro perché ha sempre avuto una commistione particolare di utilizzare, inglobare altre forme d’arte all’interno delle proprie rappresentazioni. Grandi artisti, che si sono messi a disposizione, sacrificando il proprio estro, al servizio della musica. Intorno agli anni 20 registriamo questa scelta importante”.

La modernità, invece, in tempi più recenti?
“La modernità – come diceva Verdi – è “ il ritorno al passato”, per cui una cosa di cui siamo orgogliosi di aver fatto è che quest’anno 2015, il 31 marzo, abbiamo ricostruito in maniera filologica la prima mondiale di “Tosca”, avvenuta qui il 14 gennaio del 1900, con Giacomo Puccini presente in sala. Ricostruita grazie anche alla collaborazione disinteressata dell’”Archivio Ricordi” sotto il profilo delle scene, dei costumi di quell’edizione; perché noi pensiamo che “Tosca” - che è l’opera romana per eccellenza – debba essere come il Colosseo. Quella “Tosca” lì, senza che gli altri teatri, per carità, non lo debbono allestire “Tosca”, ma quella “Tosca” lì, fatta 115 anni fa, si vede vedere come il Colosseo. Cos’è a Roma “Tosca” e il Colosseo. E, il recupero della memoria è la nostra più grande risposta alla modernità, ed anche è la più moderna di tutte, secondo me. Abbiamo fatto anche un’”Aida”, con la regia di Bob Wills, indubbiamente, abbiamo recepito anche tanti spettacoli con letture drammaturgiche diverse, un po’ provocatorie, ma questa è contemporaneità. La modernità, secondo me, ha due aspetti, è bifronte: riproporre al pubblico che non ha potuto vedere per ragioni di età alcune cose e farle godere come se fosse ieri”.

Grandi registi?
“Proprio in questi giorni, stiamo riprendendo “Le notti di figaro”, riviste da Giorgio Strehler. Luchino Visconti è stato per noi uno degli spettacoli più memorabili: “Il don Carlo”, che fu ospitato addirittura al “Lincoln Center” di New York, e poi “Le nozze di figaro”. Franco Zeffirelli con “Traviata” ed “Aida” erano di casa qui, all’”Opera” di Roma: più Zeffirelli che Visconti, a dire la verità. Conserviamo ancora i bozzetti scenografici e i figurini dei costumi”.

Ballerini?
“Dopo i famosi “Balletti russi”, qui Rudolf Nurejev l’ultima rappresentazione che ha ballato qui, nel 1982, 1983, è stato il “Marco Spada”; precedentemente aveva ballato anche la statunitense Isadora Duncan, tantissimi altri. Nurejev ballò con Carla Fracci ballò “Giselle”. Un artista straordinario, Nurejev, una persona straordinaria, un artista veramente indimenticabile. Poi, abbiamo avuto un grande coreografo, che ha seguito il balletto e gli ha dato una bella impronta, ed è Aurel Miglos: arrivò qui nel 1938 – famoso il suo “Mandarino meraviglioso” di Bela Bartok - e poi rimasto fino agli anni 80 come direttore e come coreografo. Lui fece la prima rappresentazione romana al Teatro dell’Opera della “Sagra della primavera” di Stravinskij nel 1942. Anche se il ballo fa la figura di Cenerentola nel teatro, perché 7 sono dell’opera 3 di ballo, però, sappiamo perfettamente che il ballo viene utilizzato anche nella grande Operà, insomma, su “Gioconda”, su “Aida”, su “Traviata, nasce anche per questo, viene utilizzato anche in questo tipo di arte””.

Memorabili rifiuti di noti artisti, Enrico Caruso?
“Caruso veniva qui a cantare solo per opere di beneficenza, diretto da Arturo Toscanini. L’unico scontro, addirittura finito in Tribunale, io allora non c’ero e l’ho solo letto, il 2 gennaio del 1958, nella prima di “Norma”, col presidente della Repubblica Giovanni Gronchi in sala, seduto nel palco presidenziale, e la Callas, alla fine del primo atto, interruppe la presentazione, andò via. Ero amico del medico, ora scomparso, Edilio Leoni, e lo specialista mi confermò che la Callas stava veramente male. Abbiamo risentito con attenzione la registrazione conservata e sembrava che lei fosse stata contestata, nulla di vero perché dalla registrazione non si avverte alcuna contestazione da parte del pubblico romano. Si sa che lei era affetta da una forte laringofaringite. La Callas era di casa, debuttò in “Turandot” a Roma, alle Terme di Caracalla nel 1948; dal 1948 per dieci anni aveva fatta un’altra edizione di “Norma” assieme a Franco Corelli, aveva cantato addirittura – non so come avesse fatto – il “Parsifal”. La Renata Tebaldi interpretò una grande “Tosca”, però, la Tebaldi è più Milano. Dalla Emma Carelli a Maki Miura in “Butterfly. Per non parlare del pianista, in veste di ospite, il polacco, Arthur Rubinstein””.

E Luciano Pavarotti?
“Pavarotti ha fatto una cosa particolare: l’artista modenese nella sua vita ha cantato di tutto. I “Lombardi della prima crociata” di Verdi l’ha cantata solamente qui. Aveva debuttato qui, all’”Opera”, in “Traviata”, facendo la parte di Alfredo”.

Giuseppe Verdi?
“A Roma, nel teatro “Costanzi” , venne una volta sola, nell’aprile del 1893, aveva 80 anni, per la prima romana del “Falstaff” seguì tutte le prove, ma era già avanti coll’età, e non aveva un grande rapporto di affetto con Roma perché aveva avuto esperienze politiche particolari (quando rappresentò “Traviata” al teatro Apollo, che poi fu demolito, la censura vaticana gli fece cambiare nome da “Traviata” in “Violetta”: ha sempre avuto un rapporto strano con la censura, da Venezia a Roma), poi, era una persona schiva. Rimase sconvolto dalla buona organizzazione e dal fatto acustico, perché questo teatro ha la migliore acustica in Europa: c’è ancora una targa qui ricorda appunto questo suo favorevole giudizio – siamo di fronte all’Hotel “Quirinale” – e questo è un aneddoto bellissimo – e lui aveva preso alloggio in quest’hotel e l’orchestra eseguì, nella terrazza qui sopra, pezzi verdiani, di fronte alla sua camera in cui aveva preso posto in albergo”.

Anche secondo lei, dr Reggiani, Verdi è il primo dei compositori di opere liriche italiani?
“Certo, Verdi è l’immagine dell’opera lirica d’Italia; poi, certo, avviene, un taglio netto, perché dalla fine dell’Ottocento, dall’avvento del compositore francese Claude Debussy in poi, e viene Puccini (Rossini è un’altra cosa) e i due grandi poli dell’opera italiana sono Verdi e Puccini, i più rappresentati al mondo”.

Quindi, abbozzando una classifica dei migliori e più famosi: Verdi, Puccini e Rossini?
“Ma si entra in una classifica soggettiva, perché sono momenti diversi: l’organizzazione, la struttura, la tessitura musicale sono diversi. Come facciamo a paragonare Rossini a Verdi, Verdi a Puccini. Esistono delle cose sulle quali sulle quali si possono trovare, certo, se non fosse stato Rossini. E’ stato tutto in evoluzione, come è stata l’opera lirica, prima con la veristica poi con la modernità, è cambiato strutturalmente il melodramma”.

La superstizione al teatro dell’Opera di Roma?
“Io Carla la conosco e non mi risulta che soffra di superstizione. Una forma di superstizione non confessata l’abbiamo tutti. Come la religione, ritengo la scaramanzia un fatto privato. Sapevo del Lincioni, che fece addirittura spostare un pannello della scena. Dalle ricerche che ho fatto, credo che anche Emilio De Marchi, che è stato il primo interprete in “Tosca” di Cavarados, il 13 gennaio del 1900, lui si ammalò e fu fatta il 14 gennaio. E, questa è una mia personale supposizione. Ogni teatro ha il suo fantasma, anche noi l’abbiamo”.

E chi è?
“E’ la Macarelli, che è stata la prima, l’unica direttrice donna di un teatro, dal 1912, in verità, poi, dal 1914 fino al 1926; e siccome quando lei immaginava che lei, dopo la ristrutturazione del 1926 e l’acquisizione da parte del Comune, potesse essere più riconfermata, sembra – il condizionale è d’obbligo – non fu riconfermata e sembra che lei si suicidò. Lei era una donna all’avanguardia, possedeva l’auto, e si suicidò, forse volontariamente, contro un platano, nel 1928. E noi l’abbiamo adottata come fantasma del nostro teatro”.

La polvere del teatro e le luci, quali sono?
“La polvere del teatro un po’ l’abbiamo persa perché il teatro ha subito una serie di cambiamenti, e sto parlando di polvere reale. La struttura tecnologica, parola grande, è una struttura rimasta così dal 1928, ed è archeologia teatrale, chiamiamola così, tutti i movimenti scenografici sono tutti teatrali; a parte le luci, che hanno avuto una contaminazione tecnologica ben più prestante, la parte della machinery, è tutta manuale. Ma, la cosa più importante è il palcoscenico, che fu realizzato tra il 1926 e il 1928 da Veri Ansaldo, e la struttura mobile, specie di montacarichi che noi chiamiamo ponti e che si muovono da tre metri sotto a tre metri sopra, ancora funzionano perfettamente. Pure se abbiamo cambiato il meccanismo, perché prima era col sistema dei vasi comunicanti, oggi ci sono dei pistoni idraulici. E non è cambiato nulla. Ed è l’ultima che è rimasta in Italia, perché il palcoscenico uguale al nostro lo possedeva “La Fenice” di Venezia, ma andò perduta , questa struttura, dopo l’incendio scoppiato nel 1991”.

Che colore diamo, allora, alla polvere e alla luci dell’Opera di Roma?
“La polvere non ha colore , la polvere ha sapore; tant’è vero che – e questo è un altro aneddoto – fino a un po’ di tempo fa per evitare questa polvere c’era un omino che passava sul palcoscenico, tra un atto e l’altro, con uno spruzzino, tipo quello con cui si innaffiano le piante, e faceva cadere degli spruzzi di umidità in maniera che la polvere cadesse. Ecco perché dico che la polvere del teatro dell’Opera di Roma ha il sapore e non il colore”.

Per Roma, per la sua comunità, cosa rappresenta il teatro dell’Opera?
“ Beh, non è lo stesso rapporto che potrebbero avere tutte le altre città, come Milano, Torino, Bologna, altri, dove tutti i teatri nascono per volontà della comunità. Roma, sotto questo aspetto, è una città in sé, che ci mette tanto ad assorbire, anche perché Roma ha subito un inurbamento forte. Però, piano piano, nel corso di questi 135 anni si è sempre più fortificato. Eppoi, non nasce in centro questo teatro. La via teatri era prima, dove erano i teatri più importanti – due sono ancora esistenti – “L’argentina” e il teatro “Valle” - e sono tutti sull’asse di Corso Rinascimento e c’era anche il teatro Apollo – che ora non esiste più – I romani, poi, non l’hanno amato perché lo consideravano il teatro dei quartieri alti. Per dirle, qui, dove ci troviamo oggi noi, anticamente c’era la villa dell’Imperatore Elio Gabbalo, intorno al III secolo Dopo Cristo, poi, c’è stato un monastero, infine, era diventato un luogo ameno, di villeggiatura (ci si faceva addirittura il vino), per cui era lontano e Roma racchiusa dentro le mura aureliane. E i romani non amavano che il teatro fosse lontano dal centro, ben conosciuto. Oggi, siamo alla periferia del centro, infatti, la zona Ztl inizia qui, ma piano piano, lo stanno accettando, lo stanno amando”.

Il pubblico, com’è, è esigente, paziente?
“Il pubblico è molto esigente, un pubblico selezionato e che lo sta diventando sempre di più, anche noi l’abbiamo allargato lavorando molto con la Didattica, con le Scuole, ecc….”

Non si sono mai verificati episodi di proteste da parte del pubblico?
“ Sì, ci sono stati episodi, raccontarli tutti si farebbe notte. Il più clamoroso? C’è stata la “Santa Susanna” di Paul Hindemith, nel 1978, in cui comparve una donna nuda, che appariva in scena e ci fu una serie di interrogazioni parlamentari. Una censura, no, ma delle reazioni forse esagerate rispetto al previsto”.

Teste coronate, personaggi vip giunti in questo teatro?
“Beh, il teatro è sempre stato inaugurato dai reali d’Italia, sia nel 1980 che nel 1928, poi, in quella più importante abbiamo avuto la regina Elisabetta, nel 1961, che venne in visita ufficiale, accompagnata dall’allora Presidente del Consiglio, on. Amintore Fanfani. Ma, abbiamo ricevuto tutti, da Evita Peron – che venne a Caracalla – all’imperatore del Giappone – Hirohito, allora ragazzo, e allora principe ereditario, dal Presidente dell’Argentina Raul Ricardo Alfonsin (anni 80) a Reza Pahlavi, ultimo scià di Persia (1954), dall’israeliano Shimon Peres a Papa Giovanni XXIII (1959) e a Giovanni Gronchi (Presidente della Repubblica italiana, nel 1959). Tutti i nostri Presidenti della Repubblica, non ultimo il presidente Sergio Mattarella”.

Qual è l’opera che meglio rappresenta il gusto dei romani?
“La Tosca”: quest’anno ha avuto un successo straordinario perché rivedere un’opera facendo un salto indietro di 115 anni, così di botto. Roma, in realtà, stranamente, è molto attento alla modernità; ma non perché non ami Verdi, assolutamente, però è più legata a Puccini, a Masacagni, a Giordano, a Cilea, insomma, a tutta questa grande generazione. Sì, Roberto Bolle è venuto, a Caracalla, Janku ha ballato con la Fracci, abbiamo avuto come direttrice di ballo Ekaterina Maximova , anche Maija Pliseckaja sempre come direttrice del ballo, la quale ci ha lasciato pochi giorni fa, esattamente il 2 di maggio, ed approfitto di questo spazio per esprimere ancora il profondo sentimento di cordoglio che mi prende. Sono venuti tutti, insomma, si farebbe prima a dire chi non ha messo piede qui”.

Roma, dunque, città aperta, come il titolo del famoso film del regista Vittorio De Sica, con la Anna Magnani formidabile protagonista…
 “ Infatti, il Teatro dell’Opera si chiama “Teatro Roma aperta””.

Roma, 14 maggio 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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