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Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

14/10/15 - INCONTRI RAVVICINATI: MONICA SBISA’ (TEATRO “PETRUZZELLI”, BARI)

Un’eccellenza di Bari è il Teatro “Onofrio ed Antonio Petruzzelli”: di proprietà, dall’inizio degli anni Sessanta della famiglia Messeni Nemagna. I due Petruzzelli appartengono alla categoria dei commercianti ed armatori triestini. Nell’Ottocento, Bari era già dotata di un teatro comunale, il “ Niccolò Piccinni”, intitolato al compositore barese (bari 1728, Passy 1800). E in Francia ricevette le grandi attenzioni, la grande stima della regina Maria Antonietta.

Parliamo, dottoressa Monica Sbisà - Responsabile dell’Ufficio Stampa del politeama - della polvere del Teatro “Petruzzelli” …
 “La prima volta che ho messo piede in questo teatro avevo 5 anni, forse, anche meno: mio padre era un critico musicale ed era un modo per stare con lui, trascorrere le serate con la mia famiglia ed anche per venire qui a teatro ad assistere alle rappresentazioni. Quindi, quando è bruciato, nel 1991 (il 27 ottobre, a poche ore di distanza dalla rappresentazione de “L a Norma” di Vincenzo Bellini; la riapertura avviene 18 anni dopo con la “Nona sinfonia” di Beethoven), avevo 16 anni, abito vicino al teatro, mi ricordo questo fumo incredibile che si sprigionava dal “Petruzzelli”, la notizia venne data per radio ed accorreva in massa ad accertarsi sulle condizioni del “suo” teatro”.

La polvere del teatro?
“Questo teatro ha un odore di nuovo: la cosa più affascinante, a mio avviso, è sicuramente è l’odore di velluti , di legno, di tante scenografie che sono passate, cioè un odore di vecchio e di meraviglioso. Questo teatro ha ancora un odore di nuovo e, quindi, le future generazioni potranno forse ancora sentire questo bellissimo profumo”.

Dove siamo ora?
“Al piano terra del Teatro “Petruzzelli”, dove ci sono i 4 compositori, musicisti più importanti della nostra regione, e che sono Saverio Mercadante (di Altamura di Bari), Veggiota, Niccolò Piccinni e Giovanni Paisiello. Il foyer è stato salvato perché era solo parzialmente annerito, il pavimento è quello originale, l’affresco di Raffaele Armenise (Bari 1852, Milano 1925) fu smontato e restaurato dalla Sovrintendenza. Questo nel primo lotto di lavori. Questo foyer si è tutto salvato, si è solo annerito. Quello che è andò completamente distrutta era la sala; quindi, dal vomitorio, dall’ingresso in avanti, sono i lavori del secondo lotto di restauro. Grazie all’esproprio, per cui si è battuto l’allora sindaco Michele Emiliano, il teatro venne restaurato impiegando fondi pubblici, perché questo è un teatro di proprietà privata. Poi, l’esproprio è stato giudicato incostituzionale dalla Corte di Strasburgo, più che altro la norma che lo conteneva: è proprietà privata, dei signori Messeni Nemagna. Sulla cupola si può vedere un altro bell’affresco dell’Armenise, però, non si poteva riprodurlo, sarebbe stato un falso storico”.

Qui troviamo riportata la data 2008…
 “Il 2008 è il termine dei lavori, il 2009 la consegna del teatro ricostruito. Che venne ricostruito proprio com’era e dov’era, e per far questo si è voluto riproporre esattamente lo scenario che appariva una volta, tranne alcune innovazioni tecnologiche: per esempio, meno velluti, il pavimento, come lei vede, è di parquet, dunque, legno, perché il velluto impermeabilizza il suono. Per lo stesso motivo, per migliorare l’acustica di un teatro metà all’italiana e metà alla francese perché ci sono i palchi, però ci sono anche le gallerie, il terz’ordine. A tutto palchi sarebbe un teatro solo all’italiana, tout court, diciamo. Anche con le gallerie è francese. Quelle vicine all’orologio sono le muse della musica e della poesia, all’ingresso, nel vomitorio, troviamo delle sirene. Ci sono dei cori bellissimi, ricostruiti non tanto sulla base di reperti ma di fotografie: qui era tutto distrutto, sembrava un grande alveare, era rimasto soltanto il mattone, tutto era completamente mangiato. La cupola era crollata”.

Chi è passato dal “Petruzzelli”?
“Un po’ tutti i grandissimi nomi, dalla Compagnia di Bejart Ballette Lausanne, Frank Sinatra, Liza Minelli. Erano anni, quelli della gestione-Ferdinando Pinto, anni 80, e c’erano altre possibilità economiche”.

Perché ritorniamo alle due statue, alle due muse della musica e della poesia?
“Perché sono state ricostruite a “Cinecittà”: ciò che lei vede è in geymonat, e non in gesso, ed è un materiale ignifugo, quindi, grande attenzione per la sicurezza. All’epoca era tutti in gesso e in legno, infiammabili. Tra gli ultimi accorgimenti anche quelli di non lasciare un corridoio centrale, con le poltrone, ma di creare questi cordoni laterali; quindi, in tutto, abbiamo tre file di poltrone. Anche nei palchi gli specchi, le lampade sono state ricostruite esattamente come erano. Non c’erano quelle barre, quei passamani, ma, per una questione di legge sono stati inseriti in numerosi teatri italiani per questioni di sicurezza. Davanti a noi il sipario tagliafuoco, un’altra innovazione importante, e serve proprio per la sicurezza: c’è un sistema anti incendio svedese, per cui tutti i corridoi sono provvisti di canaline scorri acqua. La cosa che hanno fatto è che i decori sono, sì, brillanti, ma non brillantissimi; proprio per evitare quell’effetto quasi falso. E tutti decori ricostruiti artigianalmente, poi, colorati di tinta terracotta e sul color terracotta è stata inserita la foglia d’oro. Quindi, c’è un dorato caldo, e non acido: e questo è un altro importante accorgimento cui si è ricorsi nella ricostruzione post incendio. I tessuti dei palchi sono della Rubelli, di tessuti molto belli e molto preziosi, che aiutano a dare l’effetto e l’immagine di un bellissimo teatro”.

La luce e il colore del Teatro “Petruzzelli”?
“Il teatro fu inaugurato il 14 febbraio 1903, e fu rappresentato con “Gli Ugonotti” di Giacomo Meyerbeer. Per me, è una luce dorata, non fredda, una luce calda. Il colore originale del teatro, già da lei visto all’esterno, è sul rosso: quando il “Petruzzelli” bruciò mi ricordo che era così. Però, il progetto originale era di color bianco; decisero in seguito di farlo rosso. Nel 2008 sono terminati i lavori”.

L’opera che le ha fatto accapponare la pelle?
“Ricordo ”Giselle” di Carla Fracci: è il mio ricordo più bello. Bari è una città che ama molto la danza. Oggi l’arte della danza sta vivendo un buon momento per il tersicore, cioè l’arte della danza, del ballo (dal nome della sua musa greca). Per più di vent’anni, la città non ha avuto il suo teatro e generazioni di giovani pugliesi non hanno potuto seguire, apprezzare la danza. Con il teatro mancante, molte compagnie non sono più venute in quanto non c’erano palcoscenici adeguati: una cosa che ricorda è stato “Il lago dei cigni” del Bol’soj. Il mio ricordo più bello è stato venire più volte durante il periodo della ricostruzione e trovare ogni giorno qualcosa di buono – lavoro per la stagione lirica dal 2001 – poi, dal 2005 ho cominciato a lavorare per la Fondazione Petruzzelli. E in un laboratorio qui a Bari venivano ogni giorno artigianalmente ricostruiti da un pool di specialisti ed architetti coordinato dall’architetto Gianni Di Vincenti, dal Consorzio della Cobar: i giornalisti venivano a visitare il laboratorio e noi li accompagnavamo. Lo stesso abbiamo fatto con i giornalisti di altre città o Paesi. E vedevano come nascevano i decori: sulla base non di reperti, come ho detto prima, perché tutti bruciati, ma di fotografie, e con estrema maestria. E poi venivano applicati sulle varie sezioni dei palchi. E, così potevano vedere i restauratori al lavoro. E per loro è stata davvero un’avventura irripetibile ed anche per noi sotto lo sguardo del Sovrintendente Giandomenico Vaccari, e vedere rinascere il nostro teatro giorno dopo giorno”.

Il simbolo di Bari, quello lì, il leone alato?
“E’ uno scudo bianco e rosso. Questo teatro non reca simboli comunali. Allora, qui abbiamo il palco centrale, non palco reale perché la proprietà è privata: come lei vede, lo scudo è rimasto bianco perché questo non era un teatro della città, ma di proprietà privata e non ha simboli particolari. I posti sono 1480: una volta si arrivava addirittura a 3000 posti perché poi aggiungevano sedie e non c’erano tutte queste regole. Il palco è molto moderno, ora è chiuso”.

Il pubblico di Bari, cosa ama in particolare?
 “Il pubblico di Bari ama molto la danza: è un pubblico molto esigente, poi, lo sa anche lei, dipende dalle fasce di età. I 50-60enni di oggi hanno vissuto la stagione del grande teatro e conservano ricordi bellissimi di questo teatro”.

Conserva un aneddoto particolare di qualche grande artista?
“Sì, una foto di Carla Fracci, con dedica, augurandomi di diventare anch’io una ballerina. Cosa che non ho fatto perché ho deciso di diventare giornalista. Ci sono dei ristoranti dove campeggiano numerose fotografie di star con tanto di dediche. Oggi il Teatro “Petruzzelli” è gestito dalla Fondazione lirico sinfonica Petruzzelli, che è il 14mo ente lirico italiano, col nuovo Sovrintendente Massimo Biscardi, reduce da una carriera brillantissima ed è stato uno stretto collaboratore e persona di fiducia del maestro Claudio Abbado. Teatro anche commissariato, è dopo il commissariamento ecco finalmente una stagione molto particolare, molto elegante, specie quella sinfonica, perché il maestro è anche pianista e direttore d’orchestra. Ed è stato un successo straordinario. Io sono convinta che i teatri debbono essere gestiti non da freddi manager, ma da persone che s’intendono di musica. Ma, non l’ho detto solo io: anche Quirino Principe, uno dei maggiori critici italiani”.

Cosa rappresenta il “Petruzzelli” per i cittadini di Bari?
“Il “Petruzzelli” è come il Bari Calcio: i baresi lo sentono come una loro proprietà, quindi, si arrogano il diritto di criticarlo come si critica una persona di famiglia, di amarlo svisceratamente, a volte anche di ignorarlo, di disertarlo: e lo fanno per protesta. Fortunatamente, le nostre stagioni che si compongono di opere sinfoniche e della bella novità dei Concerti da camera al mattino, con alcuni protagonisti della nostra orchestra e del panorama nazionale sta avendo un buon successo. E, questo è significativo per il barese, il quale la domenica la dedica magari a fare la passeggiata, a preparare il ragù, insomma, è una giornata abbastanza sacra, invece, stiamo avendo una buona presenza con tanti bambini accompagnati dai genitori per ascoltare i concerti. Sicuramente, i baresi amano tantissimo questo teatro, che oltre tutto in alcuni paesi dell’anno viene dato comunque per alcune date anche ad altri enti, come il Teatro pubblico pugliese – che programma la prosa – e come il “BIF&ST”, che è il festival del cinema; che stanno avendo un grandissimo successo”.

Qual è l’opera più amata, più acclamata dai baresi?
“ Sicuramente, i titoli popolari sono quelli che penso che in tutto il mondo hanno una grandissima presa: quindi, “La Tosca” per la passionalità, la “Butterfly” per la commozione - io e mio marito siamo grandi amanti di Puccini -, ma è una mia opinione”.

Un grande, clamoroso rifiuto?
“Questo glielo può dire Franco Chieco, 89 anni portati magnificamente, anche perché è un amico personale del maestro, è molto vicino Riccardo Muti. Che, proprio grazie all’amicizia con il sovrintendente Massimo Biscardi, ci ha fatto il regalo di essere ospite appunto con la sua orchestra anche in questa stagione del 2015”.

FRANCO CHIECO (“MEMORIA STORICA” DEL “PETRUZZELLI” DI BARI)
“Ho messo piede in questo teatro nel 1934 , non avevo ancora 8 anni, però, mio padre e mio nonno dissero “oggi portiamo a teatro il bambino”; che ero io. Non avrei mai immaginato che poi la mia vita sarebbe stata legata a questo teatro, però, ci venni con la curiosità e lo spirito, per non dire con l’incanto, proprio di un bambino. Ricordo di essere venuto in questo teatro perché poi quando due-tre anni dopo cominciai a venire con più frequenza, non potevo cancellare il ricordo, seppure confuso, della prima volta. Ho avuto la fortuna in quegli anni di aver partecipato agli spettacoli più grandi della storia del teatro. Negli anni 30 fino all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il “Petruzzelli” ha avuto una vita molto intensa, perché non era il teatro pubblico come “La Scala”, il “San Carlo”, era un teatro di proprietà privata, che i proprietari non gestivano direttamente. Tutta la storia del teatro italiano si collega con gli impresari fin dai tempi del primo Verdi e di Rossini. Se non fosse arrivato Arturo Toscanini a gridare ad alta voce che la Scala doveva essere un teatro pubblico, quindi, gestito da un ente pubblico. Il “Petruzzelli” rispetto a Milano e a Napoli, per dire, aveva lo svantaggio di essere di proprietà privata e di non poter disporre nelle stanze del potere di grandi amicizie. Tuttavia, riuscì ugualmente a tenere il passo con gli altri teatri, reggere a stagioni che duravano 7-8-9 mesi, però, anche se della durata di 4 mesi è riuscito a rappresentare degli spettacoli di grande interesse. Nella storia di questo teatro ci sono due grandi assenti, non si sono mai esibiti due grandi cantanti: Enrico Caruso e Francesco Tamagno perché gli impresari che si sono succeduti hanno avuto riguardo per il pubblico. Che è stato il grande protagonista della storia del “Petruzzelli”, senza il quale il “Petruzzelli” non sarebbe esistito. Qui si sono venduti tranquillamente 3000 biglietti, oggi invece se ne vendono di meno per le regole della sicurezza, qui i grandi pienoni non si possono dimenticare”.

Qual è stata l’opera che ha fatto spellare le mani ai melomani baresi?
“Mandare in scena un’”Aida” significa riempire in ogni ordine di posti il nostro teatro”.

Lasciamo ora gli anni Trenta…
 “Noi qui abbiamo avuto, là, su quel podio, per due sere consecutive, su quel podio, un direttore chiamato Herbert Von Karajan, che ha diretto la mitica Orchestra Filarmonica venuta apposta per lui da Vienna: atterrarono in aereo e questo evento avvenne il 1° e 2 maggio del 1958. Della Callas c’è un ricordo singolare: avrebbe dovuto rappresentare qui nel gennaio del 1958 la “Norma”, dopo qualche sera prima al Teatro dell’Opera di Roma ci fu il famoso incidente che fece sì che la “divina” lasciasse a metà, dichiarò forfait, e fu chiamato il “caso-Callas”. In sala c’era anche il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. In conseguenza di questo incidente, la Callas annullò tutti gli impegni e quindi non poté esibirsi al “Petruzzelli”. Ricordo i manifesti che erano stati affissi nelle strade della città e il nome Maria Meneghini Callas per l’evento, mai avvenuto”.

Lei è amico del maestro Riccardo Muti; su Claudio Abbado, invece, ricordi?
“Sono molto amico, mi considero amico fraterno: ho ricordi incancellabili. Il maestro Abbado non è venuto: qualche mese prima di morire avrebbe dovuto dirigere con la sua orchestra un concerto, era previsto in calendario. Non parlerei di rifiuto, ma di disgrazia. Del Monaco? Una grande amicizia, veniva molto volentieri a Bari, scritturato dal maestro Carlo Vitale, che aveva la gestione del teatro”.

Il balletto?
“Il balletto qui è arrivato in ritardo, all’inizio degli anni Ottanta, prima c’era l’opera”.

Aneddoti, curiosità?
“Adesso mi ha fatto ricordare Arturo Benedetti Michelangeli, che teneva un concerto, anni 70. Il teatro era bello gremito, ma mancava il pianista. Allora a qualcuno venne l’idea di andare in albergo per poter verificare cosa fosse successo: i telefonini all’epoca non esistevano. Il maestro era in albergo e chiese a che ora era il concerto, si era dimenticato e disse “Vengo subito!”. Comparve finalmente sul palcoscenico e disse “Scusate!”. Accusò un ritardo di almeno tre quarti d’ora”.

Chi era il personaggio, l’artista più scaramantico?
“Non ho ricordi di questo genere. Il ricordo più lancinante è stato quello dell’incendio. Un collega mi ha telefonato alle 7 del mattino, dicendomi “Ma, non sai cosa sta succedendo?” “Sta bruciando il “Petruzzelli”!”. Risposi: “Se vuoi essere mandato a quel paese!”. “Accendi la tivù e vedi un po’ cosa sta succedendo” mi aggiunse”.

E, lei, maestro, immaginiamo sarà corso subito al “Petruzzelli”…
 “No, per alcuni mesi mi sono rifiutato di avvicinarmi al teatro: per me è come se mi avessero bruciato la casa, era un sogno che svaniva. Ed adesso cosa succederà?, continuavo a chiedermi. Cercai di raggiungere il teatro, devastato da crolli e sommerso di macerie, perché in 30 anni in quel teatro ci sono state due poltrone occupate da me e da mia moglie. E adesso non ci sono più. Poi, c’è stato il lungo corso dei processi, della ricerca dei colpevoli, e passarono 18 anni senza più teatro. La sera del 4 ottobre del 2009, si è riaperto il teatro non con un’opera ma con un concerto, nell’entrare mi sono chiesto dove sto io?, ho avvertito la sensazione che non mi apparteneva più”.

Un ricordo, un omaggio di qualche artista?
“Io ho sempre evitato di aver frequentazione con gli artisti. E’ capitata l’eccezione Mario Dal Monaco: “Io” diceva “io ti chiamo maestro, e tu mi chiami Mario”. Sciocchezze!, gli replicavo. L’eccezione dei contatti avuti con i cantanti, i direttori d’orchestra è stata fatta rispettare soltanto con Riccardo Muti, a cui è dedicato un libro sul teatro, con su scritto: “ A Riccardo Muti”, che ha definito una vergogna, un crimine, ancora 12 anni fa, la mancata ricostruzione del teatro. Aveva più volte dichiarato: “Ricostruite il teatro, che voglio io inaugurarlo”. Una volta riaperto, non c’era lui, e questo, per me, il fatto di non averlo fatto inaugurare a lui, è stato il disprezzo più grande che io provato nei confronti di chi faceva i propri interessi e non quelli della musica e del pubblico del “Petruzzelli”. Viene di frequente in Puglia, ci sentiamo spesso e spesso viene a trovarmi”.

Qual è l’opera che, secondo lei, meglio rappresenta il pubblico di Bari?
“Non si può dire: il pubblico di Bari apprezza quello che si fa, ha fiducia, è competente, si accorge se si esibiscono dei cialtroni”.

E magari li fischia?
“Ho girato il mondo, ma un pubblico più educato di quello di Bari non l’ho ancora trovato: ha sempre avuto un rispetto incredibile per gli artisti. Sono passati tanti spettacoli da qui, e se non piacevano si applaudiva di meno”.

Renata Tebaldi?
“Personalmente, no, però ho chiamato Renata la mia seconda figlia: ho avuto una grande ammirazione per l’artista. Ho seguito anche la Callas, ma mi sono sempre rifiutato di parteggiare per l’una o per l’altra, le ho conosciute tutte e due, ma ho sempre alzato una barriera nei rapporti”.

L’opera che le ha fatto venire la pelle d’oca, che l’ha commossa?
“Non è facile la risposta. Dobbiamo fare una divisione nelle epoche, eppoi, come si fa a preferire un’opera di Mozart o una sinfonia di Beethoven o una di Puccini?”

Il colore della luce, della polvere di questo teatro?
“I colori della ricostruzione, quelli attuali non mi hanno entusiasmato e immediatamente, alla riapertura, mi hanno fatto notare che “questo non è più il “Petruzzelli””. Se questo teatro ha i suoi anni, farlo passare per uno aperto 20 anni fa: sì, soltanto come nome. Nel nuovo “Petruzzelli” sono stati commessi diversi errori, diciamo tecnici: lei avrà visitato diversi teatri prima di arrivare a Bari, ma ha trovato un teatro senza i corridoi centrali?”

E l’acustica?
“Dell’acustica meglio non parlare, evito di rispondere. Sono un paranoico, ma mi chiedo se sono stati dei pazzi o degli imbecilli, dal 600 in poi, in un’epoca addirittura in cui non c’erano nemmeno i posti in platea (perché si assisteva in piedi) perché il corridoio centrale? E la spiegazione un giorno me la sono chiesta e me la sono data: il direttore d’orchestra sta al centro e se c’è lui non dà le spalle a nessuno. Adesso dà alle spalle almeno a un paio di persone”.

Personaggi importanti, teste coronate, Capi di Stato, Vip?
“Nel 1903 ai primissimi tempi al “Petruzzelli” era atteso il “kaiser”, l’imperatore Guglielmo II di Germania; venne meno all’ultimo momento perché la nave era ancorata al largo perché in quei giorni c’era stato un incidente diplomatico tra la Francia e la Germania. E allora Guglielmo avrà pensato che era più opportuno rimanere al largo. Vittorio Emanuele III, sì, è venuto, e l’ho ricordato anche nel mio libro: i reali non potevano entrare prima, ma a rappresentazione già iniziata, e questo per motivi di sicurezza”.

Rudolf Nurejev?
“Sì, ha danzato con la Fracci in “Giselle”. Margot Fontaine pure”.

In quale opera lei si rispecchia maggiormente?
“La risposta è impossibile perché non ho mai fatto distinzione né tra i generi né tra gli artisti. Rivendico un merito: nel 1959 non era mai stata rappresentata un’opera di Mozart e ho richiamato assiduamente l’attenzione di questa lacuna. Ed è andata in scena per la prima volta nel 1964”.

Tra Verdi, Puccini e Rossini, chi preferisce?
“No, non si può rispondere, perché si fa torto a qualcuno”.

Herbert Von Karajan?
“Riccardo Muti deve molto a Von Karajan, e lo riconosce, perché quando Muti aveva 30 anni si sentì chiamare da Von Karajan, il quale gli disse “l’attendo a Salisburgo”, per dirigere “Il don Pasquale”, opera abbastanza difficile. E lui lo ricorda con orgoglio e gli deve molto, tant’è vero che nel 2008 sembrava imminente la riapertura del “Petruzzelli”, io gli feci un’intervista e gli feci dire che Muti verrebbe volentieri. Anche perché ricorreva il centenario della nascita del maestro d’orchestra salisburghese Karajan”.

Ma, chi erano i proprietari Onofrio ed Antonio Petruzzelli?
“Erano due fratelli, scapoloni: questo teatro è sorto per un miracolo, ed è stato bruciato non per un miracolo ma perché era cambiato il mondo. I due, che avevano un negozio all’ingrosso di vestiti, misero da parte i loro risparmi per costruire il teatro, però, c’è stata gente che ha detto che questo teatro è meglio se si brucia. Accadde a loro di andare al teatro “Piccinni”, ma era inadeguato, e dissero “Lo costruiamo noi!”Quando finalmente il Comune gli diede l’appalto, il Comune gli dà il suolo, ma tutta l’opera di costruzione della struttura è a carico dei due commercianti: per una spesa di un miliardo e 200 milioni di lire. Ci misero 4 anni, dal 1899 al 1903”.

Cosa rappresenta il “Petruzzelli” per i baresi?
“Per la città che ho conosciuto io e che non conosco più un’eccellenza. Bari è conosciuta nel mondo per la Fiera del Levante, per il “Petruzzelli” e per la “Gazzetta del mezzogiorno”, il nostro giornale. E’ accaduto che della Fiera del Levante oggi c’è solo il nome, il giornale ha conosciuto l’era del modernismo della notizia, il “Petruzzelli” è stato incendiato . Una volta dire “vado al “Petruzzelli”” era un qualcosa di orgoglioso. E’ cambiato l’uomo!”

Cos’aveva il “Petruzzelli” di particolare?
“La vecchia acustica era formidabile: ricordo che a Parigi, il nuovo teatro della Bastiglia, creato nel 1990, un teatro enorme fatto di 7-8 piani, l’acustica è perfetta. E il giorno prima della rappresentazione, ci venne soddisfatta la curiosità di come poteva trasmettersi in tutto quell’edificio l’acustica: è regolata attraverso il computer e in qualsiasi posto si sente con la stessa intensità il suono. Pochi giorni prima dell’apertura del rinato “Petruzzelli”, un architetto mi invitò a fare un sopralluogo, e io gli chiesi dell’acustica. Abbiamo fatto una prova con il violino sul palco, e ci fecero misurare l’acustica con una radiolina. Ma, no, non si può mica fare così!, ho pensato tra me e me, rabbuiato e nostalgico al tempo stesso della precedente acustica”.

Bari, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 29 aprile 2015

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