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INCONTRI VIP'S

15/10/15 - INCONTRI RAVVICINATI: GIOVANNA TINARO (TEATRO DI “SAN CARLO” NAPOLI)

“Vuoi tu sapere” scriveva Jean-Jacques Rousseau, nel “Dictionnaire de musique”, “se qualche scintilla di vero fuoco brucia in te? Corri, vola a Napoli ad ascoltare i capolavori di Leo, Durante, Jommelli, Pergolesi”. Il teatro di “San Carlo” ci viene presentato da Giovanna Tinaro, preparatidssima collaboratrice alle ricerche storiche d’Archivio del politeama partenopeo. Oggi riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. Il monumento sorge accanto a Piazza del Plebiscito, termometro della napoletanità, con una data di nascita che supera di 41 anni “La Scala” di Milano e di 55 “la Fenice” di Venezia. Esso nacque dall’idea del primo Borbone di Napoli, re Carlo III, il quale voleva “un’opera che alla magnificenza unisce alla meraviglia. Un teatro! Il più grande di Europa, destinato in poco tempo a diventare il regno della lirica nel mondo”. Nell’arco di otto mesi, l’architetto Giovanni Antonio Medrano, colonnello brigadiere spagnolo di stanza a Napoli, sottoscriverà il progetto, che verrà dato in appalto ad Angelo Carasale. E il monumento viene a costare più di 75 mila ducati. “Il teatro di San Carlo” ricorda Giovanna Tinaro “ verrà inaugurato la sera del 4 novembre, onomastico di Carlo III Borbone, e va in scena l’”Achille in Sciro” di Pietro Metastasio, accompagnato dalle musiche di Domenico Sarro e da “due balli di intermezzo” opera del Grossatesta”.

Quali erano i colori dei primi anni del Teatro di “San Carlo”?
“Il color oro, che faceva brillare nella sala le decorazioni, avvolte, le decorazioni, da sontuosi drappi color azzurro, il colore della dinastia dei Borboni”.

Un teatro scintillante, meraviglioso, capace di ammaliare, o no?
“Colpì, soprattutto, i grandi artisti, letterati, studiosi che facevano parte del “Gran Tour” dell’Ottocento, i quali rimasero esterrefatti alla vista del teatro, facendo loro esclamare “Bellissimo, meraviglioso!”. Hanno riempito pagine di diari, diari di viaggio, un esempio tra tutti Stendhal, che arriva al di San Carlo, qui, in questa sala e viene colpito dalla famosa sindrome di Stendhal, appunto, per la grande bellezza e magnificenza ammirata in questa sala. Il 12 gennaio 1817 il “San Carlo” riapre i battenti, gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita, e l’operazione si effettua nel tempo record di circa 8-9 mesi dopo un incendio che però non distrusse ogni cosa, ma soltanto una parte, quella relativa alla Scuola di Ballo. Questa sala ricostruita in 300 giorni – racconta Stendhal nel suo diario “Vie de Rossini” – “valse al re più che un colpo di Stato”: ed aggiungeva : “Se a Napoli ti capita di incontrare qualcuno per strada e gli chiedi cosa ha fatto re Ferdinando, ti senti rispondere re Ferdinando? “Ma come ha ricostruito il “San Carlo?”. Questo ti fa capire come già il San Carlo era il cuore pulsante della vita di Napoli. Il Teatro, dunque, non è solo il regno della lirica nel mondo, relativamente al periodo in cui è nato (Settecento, Ottocento), ma è stato il cuore pulsante di tutta un’attività sociale, politica. Il teatro, nel Settecento, nasce come teatro dei nobili, ma, poi, man mano assume una trasformazione sempre più popolare, cioè aprirà al popolo”.

Notizie di colore di quell’epoca?
“ La platea era molto meno richiesta: ad essa preferirono la seconda fila di palchi. Nel palco reale, il re e la sua famiglia potevano assistere agli spettacoli e ogni placo ha uno specchio al suo interno perché tutti volevano vedere il re, perché il plauso del re decretava il successo o meno di un’opera; quindi, chiaramente doveva applaudire prima il re e poi potevano farlo tutti gli altri. I nobili si indebitavano, vendevano i gioielli di famiglia, pezzi di argenteria, per potere avere un loro palco di proprietà al San Carlo e i palchi preferiti erano proprio questi, vede, della seconda fila: la seconda fila arriva fino alla barcaccia, vede la barcaccia? Quello proprio sotto lì era il palco di Gioacchino Rossini. Proprio sotto lì c’era il palco di Gaetano Donizetti . Questo perché? Perché permetteva ai due direttori musicali, Donizetti e Rossini, i quali, una volta, in realtà, sovrintendevano alla real orchestra. Una sorta di direttore artistico e direttore musicale nel contempo, e poteva guardare, monitorare, controllare direttamente quello che in buca, i musicisti suonassero come si doveva, il maestro. Tra l’altro, Rossini, allora 23enne, scrisse moltissime opere per il nostro lirico, la prima delle quali andò in scena per la prima volta il 4 ottobre 1814 qui, al San Carlo, l’“Elisabetta Regina d’Inghilterra”, nella quale Rossini ha scritto una lettera in cui esclamava “Furore, furore e gioia!”. E sempre Rossini riportava: “ora sì che posso essere considerato un grande compositore perché sono davvero in un grande teatro. Quindi, questo è il teatro dei grandi!””.

E dell’altro grande direttore di questo teatro, Gaetano Donizetti?
“E’ stato un grande direttore del San Carlo per la stagione ottocentesca; una stagione dorata, che brillava per i grandi voci, grandi interpreti, grandi compositori, che si recavano qui per dare le loro opere in prima assoluta, scrivevano, commissionate queste opere, da un grande impresario, colui che fu definito il “principe degli impresari”, Domenico Barbaja Milano 1777, Napoli 1841). Che era un’ex garzone di taverna, però, con una grande intelligenza e senso degli affari. Aprì il teatro al popolo, nei palchi faceva di tutto: si poteva addirittura giocare a carte e col gioco d’azzardo, Barbaja, ha finanziato questo teatro, al punto di potersi permettere Rossini, Donizetti, Bellini e Verdi; che se la tirava, per come diremo oggi. Verdi e Saverio Mercadante, costui di scuola napoletana, gareggiavano; grande la scuola napoletana, che fin dal Settecento ha fatto veramente scuola, tendenza, ha dettato lo stile delle voci e di un genere, che è quello dell’opera buffa, che inondava le corti di tutta Europa, quindi, i nostri musicisti di cappella erano richiestissimi, ambiti, facevano tendenza in tutta Europa, e nascevano nell’alveo di questa Scuola napoletana, forgiati da queste fucine di talento, che erano i conservatori. Ancora oggi il Consevatorio di San Pietro a Majella è uno dei Conservatori più prestigiosi e tra l’altro ha un grande archivio e biblioteca, dove sono conservati ancora oggi i manoscritti, le partiture, i tempi dei grandi compositori che hanno fatto queste opere prime per il San Carlo. Questo per dire che cosa? Che il Barbaja ha potuto circondarsi di un pole di musicisti di straordinaria eccellenza, appunto, come Verdi, Rossini, Bellini, Donizetti, coloro che hanno fondato il melodramma, ma che hanno portato poi in auge la nostra identità, perché il melodramma è comunque la cifra della nostra identità, dell’essere italiani, è una lingua che si parlava ancora prima dell’unità d’Italia. Oggi, ci si rende conto che per applaudire un’uscita di tutto il mondo dalle sale da concerto gridano “Bravo!”; quindi, lo dicono, lo gridano, con una lingua che è la nostra, per applaudire a un talento. E non solo: pensiamo un po’ a tutti i movimenti, sono scritti in italiano: allegro, allegretto, andante, con moto. Anche in Germania con Beethoven lo scrivono in italiano e in un tempo in cui non era stata ancora proclamata l’unità d’Italia. Questo commuove, perché questo va veramente trasmesso ai giovani: recuperare la nostra identità, la nostra memoria attraverso i teatri. E le opere liriche e sinfoniche devono fare questo: devono riportare oggi, in queste sale, la cultura italiana, che è un’eccellenza straordinaria”.

Ritorniamo al “San Carlo”…
 “In questa sala, dopo la ricostruzione avvenuta in tempi record, le parole di Stendhal hanno immortalato questa grande bellezza. Scriveva nel 1817, la sera del 28 febbraio, quando il San Carlo affollato riaprì i battenti: “Sembra di essere di essere piovuti nel palazzo di un imperatore orientale.. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita...”. Ed ancora: “Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini lontanamente a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea…”. Quest’effetto San Carlo risuona ancora oggi quando possiamo ammirare tutta la sala illuminata come prima, che coinvolge in tutti i sensi, ci si sente rapita. Queste parole hanno fissato come uno scatto, come una fotografia per sempre la bellezza di questa sala. Eternamente, no?”

Cosa rappresenta oggi per Napoli il “San Carlo”?
“Per Napoli rappresenta tutto; rappresenta dalla kermesse politica, culturale, dall’affascinazione di un passato che comunque cerca sempre di innovarsi per traghettare la sua storia nel futuro. Il San Carlo si apre alle nuove generazioni, il San Carlo è animato in qualche modo da questo spirito di accoglienza, nel senso che il nuovo restauro, ad esempio del 2009, ha riportato alla luce non solo gli antichi splendori, questi stucchi dorati e tutto ciò che risale a questo tempo passato, ma nuovi spazi, nuove sale consentono di produrre molto di più, all’orchestra di provare dotata di un’acustica e di una tecnologia assolutamente all’avanguardia. Non solo, ma poi a coloro che passeggiano nel giardino romantico di Palazzo Reale di poter vedere le prove dell’orchestra da fuori; certo, non ascoltare perché l’acustica è talmente coibentata questa sala che non è possibile ascoltare. Cos’è oggi per la città il Teatro di San Carlo? Il cuore pulsante di una cultura che appartiene a tutti, che deve e vuole essere condivisa da tutti: questo perché la nostra attuale sovrintendente ha gestito negli ultimi anni attraverso una politica di apertura, una politica di accoglienza, di rendere condivisibile anche la memoria. Perché noi abbiamo un archivio storico, riconosciuto di notevole interesse storico dall’attuale Sovrintendenza , grazie appunto a un patrimonio sterminato dal punto di vista teatrale, soprattutto relativo al Novecento, che ha voluto recuperare tutta questa memoria tassello per tassello e condividerla con una platea che non è solo vasta, ma, volendo, infinita; infatti, la nostra teca digitale è in rete e ora online, passo dopo passo, stanno scorrendo sempre di più gli oggetti digitali di questa memoria. Quindi, dalle carte, dell’archivio polveroso, agli oggetti digitali di questa memoria. C’è una grandissima opera d’innovazione e condivisione della linea. E il San Carlo ancora oggi non è solo il cuore pulsante di questa città, ma è tanto di più”.

Com’è il pubblico napoletano?
“E’ molto esigente, perché Napoli ha tanti circoli culturali, Napoli si batte tantissimo a livello culturale e si creano anche delle piccole nicchie. Ma, il pubblico di San Carlo ha un pubblico particolarmente esigentissimo. E questo quello che faceva dire al Rossini di oggi e a quello di ieri: “Ecco, finalmente, sono nel teatro dei grandi!” Quindi, l’applauso non è solo il consenso della critica, ma, soprattutto, quello del pubblico. Se ha portato alla ribalta la mia opera – diceva Rossini – “Elisabetta d’Inghilterra” ha fatto sì che quest’applauso finalmente mi ha coronato tra i compositori di eccellenza e più grandi. Il pubblico di San Carlo ha il gusto coltivato, raffinato in un tempo lungo”.

Qual ‘è l’opera che fa eccitare i sancarliani?
“Diciamo che la prima “Aida” napoletana, con Verdi che era in sala, con l’unico suo quartetto d’archi, per le prime 4 parti dello schema del teatro; quindi, l’unica composizione da camera di Verdi l’ha eseguita al San Carlo. Al termine di quest’opera, Verdi fu addirittura portato in trionfo dal pubblico dal teatro fino al suo albergo. Se guardiamo la mappatura del repertorio nei teatri del mondo, Verdi è sicuramente al primo posto; non solo per opere più eseguite, quindi, più in cartellone. Ed è al primo posto con “La Traviata”: è chiaro che la grande melodia della “Traviata” è popolare, fa parte della trilogia popolare, formata col “Il Trovatore” e con “Rigoletto”. Popolare proprio perché è sempre piaciuta, è orecchiabile diremmo oggi; è pop. Perché questo? Perché le opere piacciono sempre, che sono belle e, come dice lei, sono sempre attuali, alla pari dei grandi classici. Alla pari di un abito senza tempo, che puoi indossare sempre. E lo stesso si può dire di Puccini: è molto amato a Napoli e al San Carlo. Certo, Verdi è molto atteso a Napoli: e chi non si aspetta che il pubblico lo inneggi. Noi siamo qui per andare in scena con “Luisa Miller”; opera composta proprio per questo teatro e che proprio qui andò in scena al San Carlo per un debutto di lusso e in prima assoluta l’8 dicembre del 1849. Verdi significa vincere facile. Rossini ci dà quella connotazione di leggerezza, fresca che ci riporta all’apice della scuola, della musica, della cultura napoletana. Vogliamo parlare di Puccini? Puccini piace tantissimo, è a cavallo tra i due secoli, tra l’Ottocento che sta per finire e il Novecento che s’affaccia con tutta la sua portata storica. Quando sta componendo la “Boheme”, sta nascendo il cinema, Puccini impregna la sua scrittura di tutta una serie di successioni. Sta nascendo la regia, il concetto di regia: teatrale, la regia cinematografica, l’effetto del suono della colonna sonora all’interno del cinema. Cinema muto, poi, sonoro, e tutte le arti figurative, di tutto un mondo che sta cambiando e che sta volgendo ai grandi conflitti internazionali è un mondo, la grande scuola del verismo musicale; però, non solo è questo Giacomo Puccini. Ma, in tutto questo, Puccini, dalla musica più melodica e più ispirata, vedeva opera meravigliose ed ancora oggi al San Carlo la stagione estiva, dell’Opera festival, che sta andando in onda prevede una bella doppietta pucciniana: ancora “Boheme” e “Tosca”. E come non si fa a fare a meno della sua musica talmente sensuale da sedurre qualsiasi anima? Ma, al San Carlo piace anche Mozart; che fece un viaggio importante qui a Napoli, al San Carlo, tanto da cambiare l’apertura del primo atto dell’opera buffa in due atti, “Così fan tutte”, e volle ambientarla a Napoli”.

Gli artisti più importanti che si sono esibiti al San Carlo?
“I tenori Enrico Caruso, Beniamino Gigli (1951-52), Mario Del Monaco (“Otello”, 1957-58), Maria Callas (“Nabucco”, 1949-50), Renata Tebaldi (“Otello”, 1952-53, “Falstaff” 1962-63), Franco Corelli (“Adriana Lecouvreur”, 1959-69), Placido Domingo (“Manon lescaut”, 1970-71), l’attore Eduardo De Fiilippo in “Don Pasquale”, con Giovanna D’Angelo, 1964-65), il grande regista Roberto Rosellini ed Ingrid Bergman (1953, “Giovanna D’Arco al rogo”), la figlia Isabella Rosellini (“Persephone”, stagione 2001), i pianisti Arthur Rubinstein (1968), Igor Stravinskij (1959), il pianista Arturo Benedetti Michelangeli (1950), i musicisti Mischa Maisky (1990), Mstilav Rostropovic (1987), Yehudi Menuhin (1986), Vladimir Ashkenazy (1986), il pianista Maurizio Pollini (1988), i violinisti Uto Ughi e Salvatore Accardo (insieme nel 1994), il musicista Yo-Yo Ma (2004), la pianista Martha Argerich (2008), i cantanti Renato Bruson, Edita Gruberova, Katia Ricciarelli (1987), Luciano Pavarotti (1987 e 1994)”.

Direttori d’orchestra?
“Claudio Abbado (1993), Riccardo Muti (1994, 2010), Giuseppe Sinopoli (1998), Gianandrea Gavazzeni (1995), Lorin Maazel (1999), Zubin Metha (2008), Jeffrey Tate (direttore musicale del Teatro San Carlo dal 2005 al 2010)”.

Ballerini e ballerine?
“Rudolf Nurejef (“Don Chisciotte” e “Giselle”, 1982) , Carla Fracci in “Giselle”, Elisabetta Terabust, Anna razzi, tutte in “Giselle”, Paolo Bortoluzzi, Valdimir Derevianko, Vladimir Vassiliev, Ekaterina Maximova, Alessandra Ferri, Svetlana Zakharova, il Duke Ellington Ballet, Roberto Bolle da solo o con Alicia Amatriain, Alessandro Macario ed Alessandra Veronetti, il Tokyo Ballet, altri ancora”. Con il Responsabile dell’Archivio Musicale del politeama partenopeo, il maestro Virginio Giorgioni, piacentino, riviviamo un paio di aneddoti sul teatro di “San Carlo” di Napoli: “In “Tristano e Isotta”, opera di Wagner che dura 5 ore, durante la morte di Isotta, un signore del pubblico, stanco di aspettare l’epilogo, grida “Quanto è bella la morte subito!”. Un’altra volta, durante una recita di “Cavalleria rusticana” tenuta qui, al “San Carlo”, per le Scuole di Napoli, mentre Turiddu sbatte a terra, uno studente grida :“’Omo e merda!”. Quand’ero al “Regio” di Parma, ricordo che mentre era direttore De Bernardi, siamo negli anni Novanta, uno della sala si alza ed esclama: “Maestro, è noiosa!”; e De Bernardi che replica: 2Guardi, non l’ho scritta io!””.

Maestro, quali le scenografie che qui a Napoli l’hanno colpita?
“Si sono svolti, qui, a Napoli, la consegna di diversi premi “Franco Abbiati”: nel 2003, per la miglior scenografia, vinse con l’”Elektra” Anselm Kiefer, artista tedesco della catastrofe. Opera ambientata in un bunker senza tempo, richiamandosi non ai lager nazisti, ma ai bunker di tutti i tempi. I bunker erano, in pratica, i vuoti, le angosce di Elektra, scavati, corrosi da angosce esistenziali. Diversa la coreografia, ma la musica è sempre quella, con artisti che sono però contemporanei. Poi, grandissima la scenografia dell’”Heure Espagnol” di Maurice Ravel, nel 2009, con scene e costumi curati da Enrico Prampolini, grandissimo scenografo moderno, del 2° Futurismo: ricordo questo fondale, che era una faccia ripresa di profilo, con un occhio e l’uomo-orologio. Interessante – continua il maestro Virginio Giorgioni – anche le scene dell’iconografie massoniche nel “Flauto Magico” di Mozart. Abbiamo l’occhio disincantato della conoscenza e la “regina della notte” è il buio dell’ignoranza, sconfitto dal grande sacerdote del regno della saggezza e della luce, Sarastro; luce dell’Illuminismo, della conoscenza, della sapienza. Opera degli anni 70 con costumi ed allestimenti scenici di Jean- Pierre Ponnelle. Nel 2005, sempre qui a Napoli, riprende la metafora conoscenza-ignoranza è William Kendridge, altro grande scenografo, nel “Flauto Magico”. L’artista ci restituisce il mondo massonico attraverso la fotografia. Australiano, 60 anni oggi, Kentridge è noto per i suoi disegni, le incisioni e i suoi film di animazione creati da disegni e carboncini. Interessante, nella stagione 2004-5, “L’Olandese volante” di Valerio Adami, scenografo ed artista contemporaneo, il quale con una sequenza di colori diversi dà luce e trasformazione alla vicenda sentimentale. Anche con disegni e con tratti fumettistici”. Restando a Napoli, giocando in casa, altro artista contemporaneo è il napoletano Mimmo Paladino, il quale disegnato le scende di “Fidelio” di Beethoven e “Tancredi” di Gioacchino Rossini. Ancora più conosciuto al grande pubblico, soprattutto quello del cinema, Toni Servillo: fece il “Fidelio”, all’inizio del Duemila”.

Ballerini, aneddoti, maestro?
“ Qui sono venuti il grande Rudolf Nurejev, che in pratica era di casa per via della sua villa a Capri, nell’arcipelago di Li Galli, nel Comune di Positano, poi, l’attuale stella, il piemontese Roberto Bolle”.

La modernità sfrenata nelle coreografie, dove al San Carlo?
“La grande coreografa Trisha Brown curò un trittico lateral pass per il teatro San Carlo: eravamo nella stagione 1986-87, ma gli allestimenti scenici previsti, creati appositamente negli Stati Uniti, furono bloccati – e non si capisce ancora oggi per quale ragione - alla Dogana di Barcellona. La direzione artistica non sapeva come fare per rimediare all’accaduto, per colmare quel cratere che si era improvvisamente aperto, squarciato sotto i piedi, non sapeva più a quale santo appellarsi (San Gennaro da solo non bastava più a compiere il grande miracolo!), i biglietti erano già stati tutti venduti al San Carlo (era previsto il tutto esaurito!), e mancavano solo pochissimi giorni all’appuntamento. Si pensò bene di rivolgersi al gallerista Lucio Amelio, che aveva nel frattempo in veste di ospite a casa sua Robert Rauschenberg. Amelio pregò l’artista di far lui qualcosa per poter ovviare all’inconveniente, per non lasciare il vuoto al Teatro San Carlo, scongiurando in tal modo il clamoroso ed inevitabile fiasco, che ne sarebbe conseguito. Il fotografo e pittore statunitense, Robert Rauschenberg (1922-2008) girò, accompagnato da Amelio, per due giorni e mezzo – il tempo che gli restava per creare – per Napoli e soprattutto visitò i suoi sobborghi . Alla fine, scelse come coreografia “’a munnezza”, l’immondizia, stendi panni rotti, tapparelle ammaccate, televisori distrutti, lavatrici arrugginite, altri materiali scartati, gettati via. Questi pezzi, già all’indomani di quella rappresentazione, non hanno prezzo e sono custoditi al Museo “Guggenheim” di New York. Quindi, il messaggio era: i pezzi scartati, senza alcun valore, possono servire, possono fare la loro bella figura anche se mescolati col velluto rosso del grande politeama partenopeo, possono contare, avere ancora importanza nel quotidiano. Oggetti, i quali al San Carlo di Napoli hanno vissuto una loro seconda vita, diventano, fungendo da scenografia, da sfondo, dei pezzi d’arte e di valore, completamente trasformati, risciacquati di importanza e di gloria perché sono tornati a rivivere quella notte in un teatro lirico prestigioso come quello napoletano; in una sorta quasi di restyling, di completa trasformazione, di metempsicosi della materia, di palingenesi dello scarto. Pezzi, stracci, scarti, frammenti di ferro, relitti di plastica, rivalutati da quella rappresentazione, l’essenza del trittico lateral pass andato in scena al “San Carlo” di Napoli. Anche i rifiuti, insomma, hanno avuto il loro momento di celebrità, di grande notorietà, di sommo riscatto e di perenne immortalità. Il che fece dire all’artista Rauschenberg : “Non ci sono scorciatoie per l’immediatezza””.

Napoli, 30 aprile 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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